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P-Dhp 306–326: Āttavagga – Il Sé

Colui che ha una grande mancanza di virtù, come una pianta rampicante mortale che ricopre un albero di Sal,
rende se stesso tale come il suo nemico desidera che sia.
Quella malvagità compiuta dal sé, nata nel sé, sorta nel sé,
schiaccia lo stupido, come un diamante schiaccia una gemma di roccia.

Dal sé soltanto è compiuta l’azione malvagia, dal sé si è contaminati,
dal sé un’azione malvagia è lasciata incompiuta, dal sé si è purificati,
purezza e impurità vengono dal sé, poiché nessuno purifica un altro.
Non i torti degli altri, o ciò che altri hanno fatto o non hanno fatto
si dovrebbe considerare, ma ciò che è stato fatto e non fatto dal sé.
Non i torti degli altri, o ciò che è giusto e ingiusto per altri
si dovrebbe considerare, ma ciò che è giusto e ingiusto per il sé.

Se si considera se stessi come cari, si dovrebbe custodire bene se stessi,
poiché la felicità non è facile da ottenere per coloro che fanno il male.
Se si considera se stessi come cari, si dovrebbe custodire bene se stessi,
durante una delle tre veglie della notte il saggio dovrebbe rimanere vigile.

Seduto da solo, sdraiato da solo, camminando da solo, diligente,
il solitario che si diletta in se stesso, si diletterà al limitare della foresta.

Chiunque oltraggi il degno insegnamento dei Nobili che vivono secondo il Dhamma,
quello stupido, dipendendo da false visioni,
rende se stesso tale come il suo nemico desidera che sia.
Chiunque oltraggi il degno insegnamento dei Nobili che vivono secondo il Dhamma,
quello stupido, dipendendo da false visioni,
come il bambù quando porta frutto, causa la propria distruzione.

Prima si dovrebbe stabilire se stessi nel bene e nel Dhamma,
poi si può consigliare un altro, dicendo: “Devi essere come me”.
Prima si dovrebbe impegnarsi in ciò che è adatto,
poi, quando si consiglia un altro, il saggio non dovrebbe avere alcuna contaminazione.
Egli dovrebbe fare lui stesso ciò che consiglierebbe a un altro di fare,
essendo non addestrato, dovrebbe certamente addestrarsi, poiché è detto che il sé è difficile da addestrare.

Un sé domato è migliore di quello di altre persone,
poiché la persona che conquista se stessa, che vive sempre ben trattenuta,
né deva, né gandhabba, né Māra insieme ai Brahmā,
possono trasformare la conquista in sconfitta per una persona che è così.

Poiché il sé è l’amico del sé, poiché quale altro amico ci sarebbe?
Quando il sé è ben praticato, si trova un amico che è difficile da trovare.
Il sé è il protettore del sé, il sé è il rifugio del sé,
pertanto si dovrebbe trattenere se stessi, come un mercante trattiene il suo nobile cavallo.

Si dovrebbe domare sempre il sé, ciò sarà per una buona rinascita,
sii domato, sii pacifico, sii retto, e da ciò sii onesto,
poi, domato, sii felice, senza attaccamento.
Dal sé si dovrebbe biasimare il sé, dal sé si dovrebbe essere controllati,
colui che custodisce se stesso, consapevole, vivrà felicemente, monaco.

Non si dovrebbe trascurare il proprio bene per quello di un altro, per quanto grande;
conoscendo ulteriormente ciò che è buono per sé dovrebbe essere il bene supremo.
Non per il proprio bene e non per il bene di un altro, non desiderando il cielo, le ricchezze o un regno —
egli non dovrebbe desiderare il proprio successo attraverso la corruzione; dovrebbe essere sia virtuoso che saggio e retto.

Traduzione in inglese dal pracrito di Bhikkhu Ānandajoti. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

TestoPatna Dharmapada