Skip to content

Non è difficile

Consideriamo la sofferenza come una grande disgrazia. Consideriamo le cose che ci bloccano come una grande disgrazia, ma in realtà possono essere delle benedizioni.
Mentre andate avanti, avete successo e va tutto bene, quanto vi fermate ad ascoltare? Non ce n’è bisogno, vero? Quando la vita è divertente, chi ha bisogno di essere saggio? Quando contempliamo dukkha (sofferenza) iniziamo a esserne consapevoli. La sfortuna, l’incapacità di far fronte alla situazione, il senso di desolazione interiore ci bloccano.
In realtà va bene così; è un segno che c’è la possibilità di risvegliarsi. Ecco perché chiamiamo questa verità della sofferenza “nobile”. È un segno per un cercatore spirituale, un segno di risveglio, qualcosa che dovremmo contemplare. Qual è la sensazione che si prova? Qual è l’antidoto a questo? Le persone che non hanno veramente seguito o capito chiaramente tendono a cercare di sostituire dukkha con sukha, le cose spiacevoli con quelle piacevoli, l’insoddisfazione con un qualche tipo di soddisfazione.

Nella meditazione si vede che anche le cose piacevoli sono insoddisfacenti. Anche la felicità, in un certo senso, non è sufficiente. Va e viene, tende a scemare e ci lascia delusi.
Il problema, in realtà, è il modo in cui ci rapportiamo a queste esperienze… Si può considerare se stessi come una specie di oggetto chiuso, come un pezzo di legno; si va in giro e si fa questo, e si fa quello, poi si fa questo, e si fa quello… Non si vuole l’infelicità, quindi si cerca di ottenere la felicità. Ma l’idea che la felicità sia qualcosa che si può ottenere rafforza l’idea che la felicità sia qualcosa che si deve tenere, e quindi qualcosa che si può perdere.
Quando coltiviamo il cuore, in realtà non ci concentriamo sull’ottenere o sul perdere, ma sul movimento, permettendo alle percezioni e alle sensazioni di attraversarci. Le osserviamo cambiare. Osserviamo le nostre paure, i dubbi, l’insoddisfazione e il dolore che sorgono. A volte emerge un grande dolore. Diventiamo molto più trasparenti, permettendo alle sensazioni di attraversarci senza trattenerle o respingerle.

Questo è un mezzo per aprire la mente, per sensibilizzarci al movimento delle cose, al cambiamento delle cose, in modo che gli altri esseri e il mondo circostante siano cose che si muovono attraverso di noi.
Siamo mutevoli, non è una cosa difficile da comprendere.

Ajahn Sucitto, The Most Precious Gift, pp. 60-61.