Questo passaggio è il complemento del precedente sul brutto aspetto (durvarṇasaṁvartanīyam). Qui si elencano le cause del karma che portano a un aspetto piacevole (prāsādikasaṁvartanīyam). Il racconto di Sundarananda illustra come queste azioni, compiute in vite passate, abbiano prodotto la sua straordinaria bellezza. Questa struttura dualistica è tipica del Karmavibhaṅga e riflette la visione buddhista della causalità karmica: ogni azione ha un frutto corrispondente, e la cessazione dell’azione negativa è già l’inizio dell’azione positiva.
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Qual è il karma che porta a un aspetto piacevole? È stato detto:
La mancanza d’ira. La mancanza di rancore. La mancanza di ipocrisia. Il dare vesti. E il dare intonaco [bianco] agli stupa, ai santuari e ai templi. Il dare recipienti d’oro. Il dare profumi e unguenti. Il dare ornamenti. Il parlare bene dei genitori. Il parlare bene dei nobili virtuosi. Lo spazzare i cortili degli stupa e i monasteri. Lo spazzare costantemente la propria casa. Il non deridere gli esseri deformi, così come gli altri giovani e anziani. Così pure la pulizia nella condotta.
Si narra che il nobile Sundarananda fece fare un bagno di jentāka per Krakucchanda, il Perfettamente Illuminato, e per l’assemblea dei monaci. E, vedutoli, ebbe il pensiero sereno. Inoltre, con oro e orpimento, fu data una verniciatura allo stupa del Pratyekabuddha. Anche vedendo ciò, ebbe il pensiero sereno. E ciò fu dedicato al conseguimento della bellezza. Inoltre, quando lo stupa fu costruito, fece fare per primo un parasole. Come egli stesso dichiara in una nascita successiva:
Con il bagno di jentāka e con la verniciatura di orpimento, e con l’offerta di un solo parasole, ho ottenuto la colorazione dorata.
Così egli fu splendido. Questo è il karma che porta a un aspetto piacevole.
Basato sull’edizione di Sylvain Lévi in Mahākarmavibhaṅga et Karmavibhaṅgopadeśa, Parigi 1932, pp. 21–105. Cfr. anche N. Kudo: The Karmavibhaṅga. Transliterations and Annotations of the Original Sanskrit Manuscripts from Nepal, Tokyo 2004 (Bibliotheca Philologica et Philosophica Buddhica, 7). Tradotto dal sanscrito con l’IA, revisionato da Enzo Alfano.
Testo: Mahākarmavibhaṅga