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Impermanenza

Il Bhagavān si recò alla grande sala delle assemblee presso Markaṭahrada (il Lago delle Scimmie), vicino a Vaiśālī.

In quel tempo, molti giovani di Vaiśālī erano lì radunati, e ciascuno pensava: “Dovremmo andare insieme, in gruppo, per interrogare il Bhagavān e rendergli omaggio”. Alcuni di quei giovani avevano carri con cavalli blu e mantelli blu, ed erano vestiti di blu. Altri avevano carri blu, gialli, rossi e bianchi, ed erano vestiti completamente di bianco. I suonatori di tamburo li seguivano, davanti e dietro i carri, mentre si recavano dal Bhagavān.

Il Bhagavān allora si rivolse ai monaci: “Tutti voi dovete sapere: se qualcuno di voi non ha mai visto gli dèi mentre visitano giardini e stagni, guardi ora questi giovani. Le vesti del Dharma che indossano e i carri su cui viaggiano non sono diversi da quelli degli dèi. Questo perché non c’è differenza tra le vesti degli dèi e le loro”.

In quel momento, molte centinaia di migliaia di esseri senzienti erano seduti, e ciascuno pensava: “Dovremmo fare un voto solenne: dopo essere nati in mondi celesti o tra gli umani, indosseremo sempre queste vesti del Dharma e non ne saremo mai separati. In un’era futura sorgerà un Buddha, e allora ascolteremo il profondo Dharma. Saremo separati per sempre dalla sofferenza e entreremo nel regno del nirvāṇa”.

Il Tathāgata conobbe il pensiero che quegli esseri senzienti avevano di cercare la nascita nei tre regni dell’esistenza e di non volersi separare dalla sofferenza. Allora pronunciò questi versi dinanzi alla grande assemblea:

“Ciò che è formato è impermanente;
è qualcosa che si consuma.
Non essendo affidabile,
cambia e non rimane”.

In quel tempo, gli esseri senzienti che udirono questo singolo verso furono incalcolabili centinaia di migliaia di esseri. Qui, nel presente, misero fine ai loro influssi impuri, ottennero la liberazione mentale e raggiunsero il frutto della via.

Traduzione in inglese dalla versione cinese di Charles D. Patton. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

Sezione: Altri sutta