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D 294: Pañcatraya-nāma-mahāsūtra – Il Grande Sutra del Triplo Cinque

Omaggio alle Tre Gioie.

Così ho udito. Una volta il Beato soggiornava a Śrāvastī, nel bosco di Jeta, nel parco di Anāthapiṇḍada.

Quindi il Beato si rivolse ai monaci: “Monaci, gli asceti e brahmani che proclamano varie basi di speculazione, proclamano [basandosi su] cinque basi. Quali cinque? Alcuni dicono: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che ha percezione’. Altri dicono: ‘Senza percezione’. Altri dicono: ‘Né con percezione né senza percezione’. Altri dicono: ‘La distruzione (uccheda)’. Altri ancora proclamano: ‘In questa stessa vita, si va al di là della sofferenza (nirvāṇa)’.

Quelli tra questi asceti e brahmani sapienti che parlano della percezione, alcuni sostengono l’esistenza di un sé e dicono: ‘D’ora in poi, diventerò colui che ha percezione’. Altri dicono: ‘La distruzione’. Altri proclamano: ‘In questa stessa vita, si va al di là della sofferenza’. Se ci sono questi cinque, diventano tre; se ci sono tre, diventano cinque. Questa è la spiegazione della dottrina del triplo cinque.

Monaci, riguardo a ciò, alcuni asceti e brahmani che parlano della percezione, che proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che ha percezione’ – tra questi asceti e brahmani sapienti che parlano della percezione, alcuni sostengono l’esistenza di un sé e proclamano: ‘D’ora in poi, diventerò colui che ha forma e percezione’; ‘senza forma’; ‘percezione singola’; ‘percezioni molteplici’; ‘percezione limitata’; ‘percezione immensa’; ‘percezione infinita’. Altri, differentemente da ciò, proclamano: ‘La base della coscienza infinita’.

Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, quegli asceti e brahmani che parlano della percezione, alcuni dei quali, sostenendo l’esistenza di un sé, proclamano: ‘D’ora in poi, diventerò colui che ha forma e percezione’… ‘la base della coscienza infinita’.

Monaci, coloro che hanno percezioni differenti e differenti attribuzioni supreme, [pensano]: ‘Dopo essere andati completamente al di là della base della coscienza infinita in ogni modo, [dimorano] nella base del nulla, dimorando nella dualità, nell’immobilità; questa è suprema, questa è insuperabile’.

Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, riguardo a ciò, alcuni asceti e brahmani che parlano dell’assenza di percezione, che proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che è senza percezione’ – essi confutano e disprezzano le affermazioni di quegli asceti e brahmani che parlano della percezione e proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che ha percezione’. Pensano: ‘La percezione è una malattia, la percezione è un tumore, la percezione è una spina. Questa assenza di percezione è pace, questa è eccellente’. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quegli asceti e brahmani che parlano dell’assenza di percezione, alcuni dei quali proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che è senza percezione’ – essi confutano e disprezzano le affermazioni di quegli asceti e brahmani che parlano della percezione… [ripetizione] … Pensano: ‘La percezione è una malattia… questa assenza di percezione è pace, questa è eccellente’.

Monaci, io non predico un andare, un venire, un dimorare, un morire, un nascere, un crescere e svilupparsi della coscienza se non in relazione alla forma, se non in relazione alla sensazione, se non in relazione alla percezione, se non in relazione alle formazioni. Monaci, se qualcuno dice: ‘Io predico un andare, un venire, un dimorare, un morire, un nascere, un crescere e svilupparsi della coscienza in relazione a qualcosa di diverso dalla forma, diverso dalla sensazione, diverso dalla percezione, diverso dalle formazioni’ – questo è solo un gioco di parole, perché, non essendo un oggetto [reale], se interrogato non saprebbe rispondere correttamente e cadrebbe nell’ignoranza riguardo alla risposta.

Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, riguardo a ciò, alcuni asceti e brahmani che parlano del ‘né con percezione né senza percezione’, che proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che è né con percezione né senza percezione’ – essi confutano e disprezzano le affermazioni di quegli asceti e brahmani che parlano della percezione e proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che ha percezione’. Confutano e disprezzano anche le affermazioni di quegli asceti e brahmani che parlano dell’assenza di percezione e proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che è senza percezione’. E pensano: ‘La percezione è una malattia, la percezione è un tumore, la percezione è una spina. Anche l’assenza di percezione è una completa stoltezza. Questa base che non è né con percezione né senza percezione è pace, questa è eccellente’. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quegli asceti e brahmani che parlano del ‘né con percezione né senza percezione’, alcuni dei quali proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che è con percezione né senza percezione’ – essi confutano le affermazioni di quelli che parlano della percezione… [ripetizione] … confutano anche le affermazioni di quelli che parlano dell’assenza di percezione… e pensano: ‘La percezione è una malattia… anche l’assenza di percezione è una completa stoltezza. Questa base che non è né con percezione né senza percezione è pace, questa è eccellente’.

Monaci, io non dico che si realizzi l’ultima base delle formazioni solo attraverso la vista, l’udito, la discriminazione, la coscienza, la disciplina, l’austerità, il sostentamento, la vita celibe, la sopportazione, l’onore e il rispetto. Monaci, io dico che si realizza quell’ultima base entrando nell’equilibrio meditativo (samāpatti) che è il vertice dell’esistenza.

Monaci, così, anche quell’apparenza di realizzazione è un’afflizione di quella base. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, che anche quelle sofferenze e realizzazioni [sono così].

Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, riguardo a ciò, alcuni asceti e brahmani che parlano della distruzione (uccheda), che proclamano: ‘D’ora in poi, io sarò distrutto’ – essi confutano e disprezzano le affermazioni di quegli asceti e brahmani che parlano della percezione e proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che ha percezione’. Confutano anche le affermazioni di quegli asceti e brahmani che parlano dell’assenza di percezione e proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che è senza percezione’. Confutano anche le affermazioni di quegli asceti e brahmani che parlano del ‘né con percezione né senza percezione’ e proclamano: ‘D’ora in poi, io diventerò colui che è né con percezione né senza percezione’. E pensano: ‘Tutti questi asceti e brahmani sapienti, che speculano sul futuro e fanno buoni auspici, proclamano solo: “In futuro diventeremo così e così, in futuro diventeremo così e così”. Come un mercante che commercia con merci pensa: “Prenderò questa e quest’altra merce da questo stock, andrò altrove, e lì otterrò questo e quest’altro profitto”. Allo stesso modo, tutti questi asceti e brahmani sapienti, che speculano sul futuro e fanno buoni auspici, proclamano solo: “In futuro diventeremo così e così”. I loro discorsi sono come quelli di un mercante’.

E pensano anche: ‘Finché questo [sé] che ha forma grossolana, nato dai quattro grandi elementi, vive, dimora, esiste e sussiste, finché esiste, c’è malattia, tumore, spina, epidemia, tormento. Ma nel momento in cui questo muore, dopo la morte, questo [sé] è distrutto e non sorge più, allora questo [sé] è completamente e perfettamente distrutto. Finché si desidera, si va vicini al dio del piacere (Kāmāvacara), al dio della forma (Rūpāvacara), alla base dello spazio infinito (Ākāśānantyāyatana) senza forma, alla base della coscienza infinita (Vijñānānantyāyatana), alla base del nulla (Ākiñcanyāyatana), alla base né con percezione né senza percezione (Naivasaṃjñānāsaṃjñāyatana) senza forma, e mentre si vive, dimora, esiste e sussiste, finché esiste, c’è malattia, tumore, spina, epidemia, tormento. Ma nel momento in cui questo muore, dopo la morte, questo [sé] è distrutto e non sorge più, allora questo [sé] è completamente e perfettamente distrutto’. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quegli asceti e brahmani che parlano della distruzione, alcuni dei quali proclamano: ‘D’ora in poi, io sarò distrutto’ – essi confutano le affermazioni di quelli che parlano della percezione… [ripetizione] … confutano anche le affermazioni di coloro che parlano dell’assenza di percezione… confutano anche le affermazioni di colore che parlano del ‘né con percezione né senza percezione’… e pensano: ‘Tutti questi asceti e brahmani sapienti, che speculano sul futuro e fanno buoni auspici, proclamano solo: “In futuro diventeremo così e così”… i loro discorsi sono come quelli di un mercante’. E pensano anche: ‘Finché questo [sé] che ha forma grossolana… finché esiste, c’è malattia… ma dopo la morte, questo [sé] è completamente distrutto. Finché si desidera, si va vicini al dio del piacere… [ripetizione] … e mentre si vive… c’è malattia… ma dopo la morte, questo [sé] è completamente distrutto’.

Monaci, quegli asceti e brahmani sapienti che parlano di distruzione, che stabiliscono l’esistenza, la distruzione e l’annientamento degli esseri, hanno ancora un residuo dell’aggregato dell’ignoranza. Finché c’è un residuo dell’aggregato dell’ignoranza, finché c’è distruzione attraverso la concezione dell’aggregato (satkāya), essi temono e sono terrorizzati dalla concezione dell’aggregato, e disprezzano completamente solo la concezione dell’aggregato. In quel momento, sono attaccati solo alla concezione dell’aggregato.

Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, le speculazioni sul limite estremo futuro che proclamano visioni associate al limite estremo futuro sono quante? Sono chiamate visioni associate al limite estremo futuro.

Monaci, le speculazioni sul limite estremo passato che proclamano visioni associate al limite estremo passato quante sono? Monaci, alcuni asceti e brahmani che speculano sul passato, alcuni [sostengono] che il sé e il mondo sono permanenti, che il sé e il mondo sono impermanenti, che sono sia permanenti che impermanenti, che non sono né permanenti né impermanenti; che il sé e la sofferenza sono permanenti, che il sé e la sofferenza sono impermanenti, che sono sia permanenti che impermanenti, che non sono né permanenti né impermanenti; che il sé e il mondo sono creati da sé, che sono creati da altri, che sono creati sia da sé che da altri, che sono creati né da sé né da altri, che sono sorti senza causa; che il sé e la sofferenza sono creati da sé, che sono creati da altri, che sono creati sia da sé che da altri, che sono creati né da sé né da altri, che sono sorti senza causa’. Esistono anche coloro che hanno tali visioni e tali parole. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quegli asceti e brahmani che speculano sul passato, alcuni dei quali hanno visioni come ‘il sé e il mondo sono permanenti’ e proclamano ciò. Tali asceti e brahmani, senza fede, senza desiderio, senza tradizione orale, senza piena comprensione della [realtà], senza pazienza determinata dalla visione, pensano che quella conoscenza esista, ma [in realtà] non è il luogo [per essa]. Riguardo agli asceti e brahmani sapienti che, avendo compreso ciò, dicono di non avere conoscenza ma affermano di conoscere il sé, e stabiliscono che la completa purezza è unica, sembra che sia solo la loro ignoranza.

Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quegli asceti e brahmani che speculano sul passato, alcuni dei quali [sostengono] che il sé e il mondo sono permanenti… che il sé e la sofferenza sono creati da sé… e proclamano tali visioni. Tali asceti e brahmani, senza fede, senza desiderio, senza tradizione orale, senza piena comprensione della [realtà], senza pazienza determinata dalla visione, pensano che quella conoscenza esista, ma [in realtà] non è il luogo [per essa]. Riguardo agli asceti e brahmani sapienti che, avendo compreso ciò, dicono di non avere conoscenza ma affermano di conoscere il sé, e stabiliscono che la completa purezza è unica, sembra che sia solo la loro ignoranza.

Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, le speculazioni sul limite estremo passato che proclamano visioni associate al limite estremo passato quante sono? Esse sono chiamate visioni associate al limite estremo passato.

Monaci, quanti sono coloro che proclamano il nirvāṇa in questa stessa vita, che proclamano: ‘In questa stessa vita si va al di là della sofferenza’? Monaci, qui, qualche asceta o brahmano, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato e dopo aver abbandonato anche le visioni associate al limite estremo futuro, dopo aver abbandonato gli attaccamenti ai desideri in questa stessa vita, realizza e dimora con il corpo nella gioia della solitudine (viveka). E pensa: ‘Così, io, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato, dopo aver abbandonato anche le visioni associate al limite estremo futuro, dopo aver abbandonato gli attaccamenti ai desideri in questa stessa vita, realizzo e dimoro con il corpo nella gioia della solitudine. Questa gioia della solitudine è pace, questa è eccellente’. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quell’asceta o brahmano che, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato e dopo aver abbandonato anche le visioni associate al limite estremo futuro, dopo aver abbandonato gli attaccamenti ai desideri in questa stessa vita, realizza e dimora con il corpo nella gioia della solitudine, e pensa: ‘Così, io… [ripetizione] … questa gioia della solitudine è pace, questa è eccellente’.

Monaci, anche quella gioia della solitudine è impermanente e soggetta a cessazione. Quando cessa la gioia della solitudine, sorge l’infelicità (daurmanasya); quando cessa l’infelicità, sorge la gioia della solitudine. Monaci, è come quando l’ombra svanisce, il sole prevale; quando il sole tramonta, l’ombra prevale. Allo stesso modo, quando cessa la gioia della solitudine, sorge l’infelicità; quando cessa l’infelicità, sorge la gioia della solitudine. Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, inoltre, qui, qualche asceta o brahmano, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato, dopo aver abbandonato anche le visioni associate al limite estremo futuro, dopo aver abbandonato gli attaccamenti ai desideri in questa stessa vita, dopo essere andato al di là della gioia della solitudine, realizza e dimora con il corpo nella beatitudine senza conflitti (araṇa). E pensa: ‘Così, io, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato… dopo essere andato al di là della gioia della solitudine, realizzo e dimoro con il corpo nella beatitudine senza conflitti. Questa beatitudine senza conflitti è pace, questa è eccellente’. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quell’asceta o brahmano che… [ripetizione] … pensa: ‘Questa beatitudine senza conflitti è pace, questa è eccellente’.

Monaci, anche quella beatitudine senza conflitti è impermanente e soggetta a cessazione. Quando cessa la beatitudine senza conflitti, sorge la sofferenza (duḥkha); quando cessa la sofferenza, sorge la beatitudine senza conflitti. Monaci, è come l’acqua di un pozzo che a volte si prosciuga e a volte riemerge. Allo stesso modo, quando cessa la beatitudine senza conflitti, sorge la sofferenza; quando cessa la sofferenza, sorge la beatitudine senza conflitti. Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, inoltre, qui, qualche asceta o brahmano, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato, dopo aver abbandonato anche le visioni associate al limite estremo futuro, dopo aver abbandonato gli attaccamenti ai desideri in questa stessa vita, dopo essere andato al di là della gioia della solitudine, dopo essere andato al di là anche della beatitudine senza conflitti, realizza e dimora con il corpo in una sensazione che non è né sofferenza né beatitudine (aduhkhāsukha). E pensa: ‘Così, io, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato… dopo essere andato al di là della beatitudine senza conflitti, realizzo e dimoro con il corpo in questa sensazione che non è né sofferenza né beatitudine. Questa sensazione che non è né sofferenza né beatitudine è pace, questa è eccellente’. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quell’asceta o brahmano che… [ripetizione] … pensa: ‘Questa sensazione che non è né sofferenza né beatitudine è pace, questa è eccellente’.

Monaci, anche quella sensazione che non è né sofferenza né beatitudine è impermanente e soggetta a cessazione. Quando cessa la sensazione che non è né sofferenza né beatitudine, sorgono beatitudine e sofferenza; quando cessano beatitudine e sofferenza, sorge la sensazione che non è né sofferenza né beatitudine. Monaci, è come una ruota lanciata in aria, o una piuma, o una punta [che gira]. Allo stesso modo, quando cessa la sensazione che non è né sofferenza né beatitudine, sorgono beatitudine e sofferenza; quando cessano beatitudine e sofferenza, sorge la sensazione che non è né sofferenza né beatitudine. Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, inoltre, qui, qualche asceta o brahmano, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato, dopo aver abbandonato anche le visioni associate al limite estremo futuro, dopo aver abbandonato gli attaccamenti ai desideri in questa stessa vita, dopo essere andato al di là della gioia della solitudine, dopo essere andato al di là della beatitudine senza conflitti, dopo essere andato al di là anche della sensazione che non è né sofferenza né beatitudine, dice: ‘Io sono pace, io sono nirvāṇa, io sono senza brama, io sono senza attaccamento. Quello che prima era per me un sé, ora non c’è più per me’. Il Tathāgata conosce perfettamente, così come realmente è, anche quell’asceta o brahmano che, dopo aver abbandonato le visioni associate al limite estremo passato… dopo essere andato al di là della sensazione che non è né sofferenza né beatitudine, dice: ‘Io sono pace, io sono nirvāṇa, io sono senza brama, io sono senza attaccamento. Quello che prima era per me un sé, ora non c’è più per me’.

Si deve conoscere così: si deve sapere che il venerabile [che parla così] non è ancora andato completamente al di là della via che è in accordo con l’attaccamento. Perciò, si deve desiderare così: si deve desiderare che le visioni associate al limite estremo passato diventino attaccamento, che anche le visioni associate al limite estremo futuro diventino attaccamento, che anche gli attaccamenti ai desideri in questa stessa vita diventino attaccamento, che anche la gioia della solitudine diventi attaccamento, che anche la beatitudine senza conflitti diventi attaccamento, che anche la sensazione che non è né sofferenza né beatitudine diventi attaccamento. Inoltre, ciò che dice: ‘Io sono pace, io sono nirvāṇa, io sono senza brama, io sono senza attaccamento. Quello che prima era per me un sé, ora non c’è più per me’ – anche questo sembra essere solo attaccamento.

Monaci, anche questo è grossolano, condizionato, pensato, sorto per relazione di dipendenza. Così, quando ci sono le formazioni, c’è anche la cessazione delle formazioni. Perciò il Tathāgata, avendo compreso l’esistenza di ciò, si rivolge dall’altra parte, vede in ciò la pace, vede la rinuncia, e dimora.

Monaci, coloro che proclamano il nirvāṇa in questa stessa vita sono quelli che proclamano il nirvāṇa in questa stessa vita.

Monaci, inoltre, vi è un altro supremo obiettivo che io, il domatore supremo di coloro che devono essere domati, ho realizzato con la mia diretta conoscenza e di cui ho parlato, essendo perfettamente illuminato. Monaci, qual è quell’altro supremo obiettivo che io, il domatore supremo, ho realizzato con la mia diretta conoscenza e di cui ho parlato, essendo perfettamente illuminato? Monaci, è la liberazione senza residuo, non condizionata, attraverso l’esaurimento delle contaminazioni (āsrava). Monaci, questo è il supremo obiettivo che io, il domatore supremo, ho realizzato con la mia diretta conoscenza e di cui ho parlato, essendo perfettamente illuminato.”

Dopo che il Beato ebbe detto questo, quei monaci si rallegrarono e lodarono le parole del Beato.

Riassunto intermedio

Riguardo: percezioni differenti, forma, la visione della distruzione e della permanenza, l’ombra, l’acqua, la ruota, il supremo obiettivo di coloro che devono essere domati.

Il Grande Sutra del Triplo Cinque è completo.

Tradotto e revisionato dai maestri indiani Jinamitra e Prajñāvarman, e dal traduttore dello Zhu-chen, il monaco Yeshé Dé, e da altri, e stabilito definitivamente.

Testo Degé Kangyur proveniente dalla biblioteca tibetana e himalayana. Tradotto in italiano dal tibetano con l’IA.

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