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36. Livelli del Risveglio

Come abbiamo notato, la triplice pratica nella virtù elevata, nella mente elevata (concentrazione) e nel discernimento elevato elenca i fattori del sentiero nell’ordine in cui vengono padroneggiati. La padronanza avviene sui diversi livelli del risveglio.
Prima di esaminare le differenze tra questi livelli, è bene guardare ciò che hanno in comune. Tutte le esperienze del risveglio si concentrano su un’esperienza del non fabbricato: senza-morte, nibbana (Mv 1.23.5; MN 1; MN 48), al di fuori dello spazio e del tempo. Tutte sono ottenute portando le quattro determinazioni per il discernimento, la verità, l’abbandono e la calma a sostenere la pratica impegnata delle cinque facoltà, e poi sulla riflessione che segue il programma in cinque passi del Buddha di vedere l’origine, la scomparsa, l’attrattiva, gli svantaggi e la via d’uscita da quelle stesse facoltà (SN 48.3–4).
Dove differiscono è nella qualità dei poteri di riflessione di ogni singolo meditante sull’avere l’esperienza del senza-morte. Questo è il motivo per cui il Buddha ha sottolineato la necessità della riflessione fin dall’inizio del sentiero. Più pratica acquisisci nella riflessione, più è probabile che rifletterai abilmente, in modo onnicomprensivo, sull’esperienza del senza-morte quando essa si verifica. Come nota AN 9.36, se non rilevi la passione e la delizia che provi per il senza-morte o per il discernimento che ha fornito l’apertura a quella dimensione, il tuo risveglio non sarà totale. Solo se, riflettendo, puoi abbandonare anche quella passione, il tuo risveglio – e il tuo rilascio – saranno completi.
I discorsi illustrano questo punto con una similitudine: coloro che non raggiungono il pieno risveglio sperimentando il senza-morte sono come una persona che sta vicino a un pozzo e vede che c’è acqua nel pozzo, ma non vi si è tuffata. Questo è il motivo per cui si dice che abbiano guadagnato l’occhio del Dhamma. Coloro che raggiungono il pieno risveglio sono come una persona che si è tuffata (SN 12.68; Snp 2.1).
Ciò che l’occhio del Dhamma vede è spesso espresso come la realizzazione: “Tutto ciò che è soggetto all’origine è tutto soggetto alla cessazione” (SN 56.11). Questa visione profonda nella causalità si verifica naturale e giustificatamente solo in una mente che ha visto ciò che non è soggetto all’origine e non è soggetto alla cessazione.
Il Canone, nella sua discussione classica dei livelli del risveglio, ne elenca quattro, distinguendoli in termini dei legami che vengono recisi a ogni livello e in termini delle loro conseguenze a lungo termine: le qualità personali di coloro che hanno raggiunto ogni livello e il numero di rinascite che restano loro.
MN 118 elenca coloro che hanno raggiunto questi quattro livelli in ordine decrescente, iniziando con i discepoli pienamente risvegliati del Buddha, chiamati arahant, che hanno reciso dieci legami e non rinasceranno mai più.
“In questo Saṅgha di monaci ci sono monaci che sono arahant, i cui influssi impuri sono terminati, che hanno raggiunto il fine, svolto il compito, deposto il fardello, conseguito il vero scopo, distrutto il legame del divenire, e che sono rilasciati attraverso la retta conoscenza: tali sono i monaci in questo Saṅgha di monaci.
“In questo Saṅgha di monaci ci sono monaci che, con l’esaurirsi dei cinque legami inferiori, sono destinati a sorgere spontaneamente (nelle Dimore Pure), lì per essere totalmente liberati, destinati a non ritornare mai più da quel mondo: tali sono i monaci in questo Saṅgha di monaci.
“In questo Saṅgha di monaci ci sono monaci che, con l’esaurirsi dei (primi) tre legami, e con l’attenuazione della brama, dell’avversione e dell’illusione, sono coloro che-ritornano-una-sola-volta, che – ritornando solo una volta ancora in questo mondo – porranno fine alla sofferenza e al dolore: tali sono i monaci in questo Saṅgha di monaci.
“In questo Saṅgha di monaci ci sono monaci che, con l’esaurirsi dei (primi) tre legami, sono entrati-nella-corrente, certi, mai più destinati ai mondi inferiori, diretti verso il risveglio: tali sono i monaci in questo Saṅgha di monaci.” — MN 118
Mancano da questa descrizione due dettagli importanti. Uno, il fatto che gli entrati-nella-corrente, oltre ad essere liberati dalla rinascita su qualsiasi livello inferiore a quello umano, rinasceranno al massimo altre sette volte (AN 3.88; Snp 2.1).
Due, questa descrizione non identifica quali legami vengono recisi a quale livello. Questa informazione può essere desunta dalla lista dei legami in AN 10.13:
“Ci sono questi dieci legami. Quali dieci? Cinque legami inferiori e cinque legami superiori. E quali sono i cinque legami inferiori? Le visioni dell’identità-personale, il dubbio, l’attaccamento a regole e riti, il desiderio sensuale e l’avversione. Questi sono i cinque legami inferiori. E quali sono i cinque legami superiori? La brama per la forma, la brama per il senza-forma, la presunzione, l’agitazione e l’ignoranza. Questi sono i cinque legami superiori. E questi sono i dieci legami.”
Così, gli entrati-nella-corrente hanno reciso i legami delle visioni dell’identità-personale, del dubbio e dell’attaccamento a regole e riti. Questi possono essere spiegati come segue:

– Il legame delle visioni dell’identità-personale sarebbe qualsiasi visione che identifica il proprio sé – “ciò che io sono” – come identico a uno qualsiasi dei cinque aggregati, come il proprietario di uno qualsiasi dei cinque aggregati, come in uno qualsiasi dei cinque aggregati, o come contenente uno qualsiasi dei cinque aggregati al suo interno (SN 22.1). Poiché gli aggregati non esistono nell’esperienza del senza-morte, anche se c’è una coscienza che non partecipa a nessuno dei sei sensi (MN 49), gli entrati-nella-corrente non vedono alcuna ragione per identificare se stessi come “io sono questo” in connessione con uno qualsiasi degli aggregati. SN 22.89 sottolinea che quando il legame delle visioni dell’identità-personale è stato reciso, uno non crede più “io sono questo” in alcun modo connesso agli aggregati, ma finché non ha ancora reciso il legame superiore della presunzione, c’è ancora un senso residuo di “io sono” attorno a quegli aggregati. Illustra questo punto con una similitudine: Quando hai lavato un panno in un agente pulente, è pulito e senza macchia, ma ha ancora un odore residuo dell’agente pulente attorno.

– Il legame del dubbio è il dubbio nel fatto che il Buddha sia risvegliato, il Dhamma abbia ben insegnato, o che il Saṅgha dei discepoli nobili del Buddha abbia praticato bene. Gli entrati-nella-corrente, vedendo il senza-morte e realizzando che è stato raggiunto attraverso il sentiero insegnato dal Buddha, hanno una fiducia verificata che queste cose sono, di fatto, vere.

– Il legame dell’attaccamento a regole e riti può essere spiegato in due modi: (1) qualsiasi senso che il risveglio possa essere raggiunto semplicemente seguendo regole; e (2) qualsiasi senso di identità costruito attorno alle proprie abitudini e pratiche. MN 78 nota che coloro che sono andati oltre questo legame sono virtuosi ma non “fatti di virtù”. In altre parole, non costruiscono alcun senso di presunzione attorno alla loro virtù, esaltando se stessi o denigrando gli altri. Come nota SN 55.26: “Il discepolo dei nobili è dotato di virtù che sono attraenti per i nobili: non lacerate, non spezzate, non macchiate, non screziate, liberanti, lodate dai saggi, senza attaccamento, che conducono alla concentrazione.” Ciò che i nobili trovano attraente in queste virtù è che i precetti che sono i rudimenti della vita santa – contro l’uccidere, il rubare, la condotta sessuale illecita, il mentire e il prendere intossicanti – non sono mai intenzionalmente infranti, ma allo stesso tempo non sono afferrati: Gli entrati-nella-corrente li osservano, non per orgoglio, ma dall’aver visto che le loro stesse azioni nocive erano ciò che impediva qualsiasi precedente esperienza del senza-morte, quindi non vorrebbero ritardare il loro ulteriore risveglio comportandosi in modi nocivi mai più.
Questi sono i legami che gli entrati-nella-corrente hanno reciso. Come nota AN 3.87, tali persone sono pienamente compiute nella virtù, ma solo moderatamente compiute nella concentrazione e nel discernimento. SN 55.5 aggiunge che la corrente stessa è uguale al nobile ottuplice sentiero, che include i fattori che coprono il discernimento e la concentrazione insieme a quelli che coprono la virtù. Ciò significa che gli entrati-nella-corrente hanno avuto qualche esperienza dei jhāna e nel vedere le cose in termini di retta visione, semplicemente non hanno padroneggiato questi fattori.
Come il Canone nota in molti luoghi, è quando diventi un entrato-nella-corrente che sei ora in pratica. Avendo guadagnato la prospettiva che viene dall’esperienza del senza-morte, il tuo senso di quali piaceri valgono lo sforzo e quali no è informato da quell’esperienza. Potresti non essere ancora consumato nel discernimento che viene dalla piena padronanza delle abilità appropriate alle quattro nobili verità, ma sei consumato nella visione.

– Il quarto legame è la brama sensuale. Questa, come abbiamo notato prima, sarebbe qualsiasi brama per fantasie e piani sensuali.

– Il quinto legame è l’avversione. Poiché l’avversione deriva dalla sensualità ostacolata, questi due legami sono recisi insieme.
Questi sono i due legami extra recisi da color-che-non-ritornano. Come nota AN 3.87, tali persone sono pienamente compiute nella virtù, pienamente compiute nella concentrazione e moderatamente compiute nel discernimento.

– Il sesto legame è la brama per la forma: i piaceri dei quattro jhāna.

– Il settimo legame è la brama per il senza-forma: il piacere sottile dell’equanimità negli stati di concentrazione senza forma.

– L’ottavo legame è la presunzione, il senso residuo di “io sono”. Il Canone nota che coloro che hanno abbandonato questo legame possono ancora usare le parole “io” e “mio” nella loro conversazione, ma non fanno alcuna assunzione basata su quelle parole (SN 1.25).

– Il nono legame è l’agitazione – qualsiasi “agitare” della mente – e il decimo è l’ignoranza. Come abbiamo già notato, la parola ignoranza – avijjā – può anche significare mancanza di abilità. L’ignoranza a questo livello termina quando hai padroneggiato tutte le abilità richieste dai doveri delle quattro nobili verità.
Questi sono i cinque legami superiori abbandonati al raggiungimento della condizione di arahant. Sono estremamente sottili, un punto ben illustrato dal seguente scambio:
“Allora il Ven. Anuruddha andò dal Ven. Sāriputta e, dopo aver scambiato cortesi saluti con lui, si sedette da un lato. Mentre era seduto lì, disse al Ven. Sāriputta: ‘Qui, per mezzo dell’occhio divino, purificato e superiore all’umano, vedo il cosmo mille volte. E la mia energia è risvegliata e non fiacca. La mia presenza mentale è stabilita e non confusa. Il mio corpo è calmo e non agitato. La mia mente è concentrata e raccolta in unificazione. E tuttavia la mia mente non è liberata dagli influssi impuri per mancanza di attaccamento/nutrimento’.
Ven. Sāriputta: ‘Amico mio, quando il pensiero ti sovviene: “Per mezzo dell’occhio divino, purificato e superiore all’umano, vedo il cosmo mille volte”, quello è in relazione alla tua presunzione. Quando il pensiero ti sovviene: “La mia energia è risvegliata e non fiacca. La mia presenza mentale è stabilita e non confusa. Il mio corpo è calmo e non agitato. La mia mente è concentrata e raccolta in unificazione”, quello è in relazione alla tua agitazione. Quando il pensiero ti sovviene: “E tuttavia la mia mente non è libearata dagli influssi impuri per mancanza di attaccamento/nutrimento”, quello è in relazione alla tua ansia. Sarebbe bene se – abbandonando queste tre qualità, non prestando attenzione a queste tre qualità – dirigessi la tua mente alla proprietà del senza-morte’.” — AN 3.131
Come nota MN 118, gli arahant hanno reciso il legame del divenire. Come potresti ricordare dalla spiegazione introduttiva delle quattro nobili verità, ci sono tre livelli del divenire: a livello di sensualità, forma e senza forma. Analogamente, tre dei dieci legami sono tipi di passione corrispondenti agli stessi tre livelli: la passione sensuale è recisa a livello del non-ritorno; la brama per la forma e per il senza forma, a livello della condizione di arahant. Ciò copre tutte le possibili forme di brama che potrebbero portare a ulteriore divenire. Ecco perché, quando gli arahant hanno reciso questi tre legami, non c’è possibilità che rinascano mai più.
Tali persone sono dette asekha, oltre la pratica. Per quanto riguarda la fine della sofferenza e del dolore, il Buddha non ha più nulla da insegnare loro. Allo stesso tempo, non hanno più bisogno di fede nel risveglio del Buddha o nel sentiero che vi conduce, perché – avendo seguito quel sentiero con impegno e riflessione – hanno ottenuto la conoscenza diretta del senza-morte per se stessi.
“Ho sentito che in un’occasione il Benedetto soggiornava vicino a Sāvatthī al palazzo della Porta Orientale. Lì si rivolse al Ven. Sāriputta: ‘Sāriputta, credi per fede che la facoltà della fede, quando sviluppata e perseguita, guadagna un punto d’appoggio nel senza-morte, ha il senza-morte come suo fine e compimento finale? Credi per fede che la facoltà dell’energia… della presenza mentale… della concentrazione… del discernimento, quando sviluppata e perseguita, guadagna un punto d’appoggio nel senza-morte, ha il senza-morte come suo fine e compimento finale?’
‘Signore, non è che credo per fede nel Benedetto che la facoltà della fede… dell’energia… della presenza mentale… della concentrazione… del discernimento, quando sviluppata e perseguita, guadagna un punto d’appoggio nel senza-morte, ha il senza-morte come suo fine e compimento finale.… L’ho conosciuto, visto, penetrato, realizzato e ottenuto per mezzo del discernimento. Non ho dubbio o incertezza che la facoltà della fede… dell’energia… della presenza mentale… della concentrazione… del discernimento, quando sviluppata e perseguita, guadagna un punto d’appoggio nel senza-morte, ha il senza-morte come suo fine e compimento finale’.” — SN 48.44
Totalmente liberi dalla brama, gli arahant dimorano con una consapevolezza senza restrizioni (AN 10.81). Dopo il loro risveglio, ritornano ai sei sensi, ma con un senso di essere disgiunti da essi (MN 140). Sperimentano i risultati del vecchio kamma, praticano la presenza mentale, la concentrazione e il discernimento, ma ancora, gli oggetti della loro consapevolezza non fanno breccia nella mente (MN 107; SN 22.122; SN 47.4). Questo perché, essendo liberi dalla brama, non prendono più queste cose cercando di nutrirsi di esse.
Il Canone illustra questo punto con una vivida similitudine:
Ven. Nandaka: “Proprio come se un abile macellaio o il suo apprendista, avendo ucciso una mucca, la tagliasse con un affilato coltello da macellaio in modo che – senza danneggiare la sostanza della carne interna, senza danneggiare la sostanza della pelle esterna – tagliasse, recidesse e staccasse solo i muscoli della pelle, i tessuti connettivi e gli attaccamenti in mezzo. Avendo tagliato, reciso e staccato la pelle esterna, e poi coprendo di nuovo la mucca con quella stessa pelle, se dicesse che la mucca era unita alla pelle proprio come prima: parlerebbe correttamente?”
Un gruppo di monache: “No, venerabile signore. Perché? Perché se l’abile macellaio o il suo apprendista, avendo ucciso una mucca, fosse… tagliare, recidere e staccare solo i muscoli della pelle, i tessuti connettivi e gli attaccamenti in mezzo; e… avendo coperto di nuovo la mucca con quella stessa pelle, allora non importa quanto potesse dire che la mucca era unita alla pelle proprio come prima, la mucca sarebbe comunque disgiunta dalla pelle.”
Ven. Nandaka: “Questa similitudine, monache, l’ho data per trasmettere un messaggio. Il messaggio è questo: la sostanza della carne interna sta per i sei media interni; la sostanza della pelle esterna, per i sei media esterni. I muscoli della pelle, i tessuti connettivi e gli attaccamenti in mezzo stanno per la brama e la delizia. E il coltello affilato sta per il nobile discernimento – il nobile discernimento che taglia, recide e stacca gli influssi impuri, i legami e i vincoli in mezzo.” — MN 146
Gli arahant hanno ancora intenzioni e si impegnano in azioni intenzionali, ma poiché le loro azioni sono fatte senza brama, avversione o illusione, non portano frutto karmico. Il Buddha illustra questo punto con la similitudine di un buon seme che è stato distrutto:
“Proprio come quando i semi non sono rotti, non marci, non danneggiati dal vento e dal calore, capaci di germogliare, ben sepolti, piantati in un terreno ben preparato, e un uomo li bruciasse con il fuoco e, bruciandoli con il fuoco, li riducesse in fini ceneri. Avendoli ridotti in fini ceneri, li ventilasse davanti a un vento forte o li lavasse via in un torrente veloce. Quei semi sarebbero così distrutti alla radice, resi come un ceppo di palma, privati delle condizioni di sviluppo, non destinati a future rinascite.
“Allo stesso modo, qualsiasi azione compiuta con non-brama – nata da non-brama, causata da non-brama, originata da non-brama: quando la brama è finita, quell’azione è così abbandonata, la sua radice distrutta, resa come un ceppo di palma, privata delle condizioni di sviluppo, non destinata a future rinascite.
“Qualsiasi azione compiuta con non-avversione…
“Qualsiasi azione compiuta con non-illusione – nata da non-illusione, causata da non-illusione, originata da non-illusione: Quando l’illusione è finita, quell’azione è così abbandonata, la sua radice distrutta, resa come un ceppo di palma, privata delle condizioni di sviluppo, non destinata a future rinascite.” — AN 3.34
Gli arahant sperimenteranno la morte semplicemente come “tutto questo diventerà freddo proprio qui” – “tutto”, qui, sta per i sei media sensoriali (SN 35.23; Iti 49).
Poiché la coscienza del risveglio non è conosciuta attraverso i sei sensi (MN 49), quella coscienza non sarà influenzata quando i sei sensi diventeranno estinti. Nella vita presente, gli arahant non possono essere definiti per ciò che sono, e dopo la morte non possono essere descritti come esistenti, non esistenti, entrambi, né, o in qualsiasi altro modo (SN 22.85–86). Poiché sono liberi dai desideri e dalle passioni che definiscono le persone come esseri, sono indefiniti, “come il grande oceano” (MN 72).

Oltre il Desiderio e la PassioneṬhānissaro Bhikkhu. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

TestoOltre il desiderio e la passione