Così ho udito. Una volta, il Beato soggiornava nel Boschetto di Jeta, nel parco di Anāthapiṇḍada, a Śrāvastī.
In quell’occasione, il Bhagavān si rivolse ai monaci: «Si deve sviluppare una cosa e diffondere una cosa. Avendo coltivato una cosa e diffuso una cosa, si ottiene allora la conoscenza spirituale, si placa il pensiero condizionato, si conseguono i frutti dell’asceta e si raggiunge la dimora del Nirvāṇa. Qual è questa cosa? È la pratica della vigilanza nei buoni insegnamenti.
«E cos’è questa pratica della vigilanza? Significa non molestare alcun essere senziente, non danneggiare alcun essere senziente e non turbare alcun essere senziente. Questa è chiamata la pratica della vigilanza. E cosa sono i buoni insegnamenti? Sono il nobile ottuplice sentiero, vale a dire: retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retta disciplina, retta consapevolezza e retta samādhi. Questi sono i buoni insegnamenti».
Il Bhagavān allora pronunciò questi versi:
«Essere generosi con tutti gli esseri senzienti
non è lo stesso che donare il Dharma a qualcuno.
Sebbene la generosità abbia il suo merito,
donare il Dharma a una persona è più grande».
«Perciò, monaci, si dovrebbe coltivare il buon insegnamento. Così, monaci, dovete esercitarvi».
Quando i monaci udirono ciò che il Buddha insegnò, gioirono e approvarono.
Traduzione in inglese dalla versione cinese dell’Ekottarika Āgama di Charles Patton. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Ekottarika Āgama