Skip to content

Milindapañha: Libro II – Capitolo I

Il carro

Ora Milinda il re si recò dove si trovava Nagasena, e dopo averlo salutato cortesemente e amichevolmente, si sedette ad un lato. E Nagasena ricambiò la cortesia, tanto che il cuore del re ne fu propiziato.
Poi Milinda chiese: “Come siete conosciuto Reverendo, e qual è il vostro nome?”
“Sono conosciuto come Nagasena, o re, e con tale nome i miei fratelli a me si rivolgono. Ma anche se i genitori, o re, mi hanno dato tale nome come Nagasena, o Surasena, o Virasena, o Sihasena, questo, Maestà, – Nagasena o altro – è soltanto un termine generalmente conosciuto, una designazione di uso comune. Pertanto non vi è una individualità permanente (nessuna anima) coinvolta nella questione.
Poi Milinda chiamò i Greci ed i monaci come testimoni: “Questo Nagasena afferma che non vi è una individualità permanente (nessun anima) coinvolta nel suo nome. Ora è possibile approvarlo in ciò?” Poi rivolto a Nagasena disse: “Se, venerabile Nagasena, non vi è una individualità permanente (nessuna anima) coinvolta nella questione, chi è che, prega, dona a voi membri dell’Ordine le vostre vesti, il cibo, le dimore e le medicine? Chi è che gode di tali cose quando sono offerte? Chi è che vive una vita di rettitudine? Chi è che medita? Chi è che raggiunge la suprema meta del Santo Sentiero, al Nibbana dello stato di Arahat? E chi è uccide le creature viventi? Chi è che prende ciò che non è dato? Chi è che vive una vita malvagia colma di lussuria, chi che mente, che beve bevande alcoliche, chi (in una parola) commette ognuno delle cinque colpe che conducono al loro amaro frutto anche in questa vita? Se è così, allora non vi sono meriti o demeriti; se non vi sono buone o cattive azioni; se non vi sono frutti del buon o del cattivo kamma. – Se, venerabile Nagasena, pensiamo che un uomo vi possa uccidere senza commettere assassinio, allora ne consegue che non vi sono veri maestri o insegnanti nel vostro Ordine, e le vostre ordinazioni sono inutili. Ditemi che i vostri fratelli nell’Ordine sono abituati a rivolgersi a voi come Nagasena. Ora che cos’è quel Nagasena? Volete dire che i capelli sono Nagasena?”
“Non dico questo, gran re.”
“O i peli del corpo?”
“Certamente no.”
“O sono le unghie, i denti, la pelle, la carne, i nervi, le ossa, il midollo, i reni, il cuore, il fegato, l’addome, la milza, i polmoni, l’intestino grasso, l’intestino tenue, lo stomaco, la bile, la flemma, il pus, il sangue, il sudore, il grasso, le lacrime, il siero, la saliva, il muco, l’olio che lubrifica le giunture, l’urina, o il cervello, o una o tutte queste cose sono Nagasena?”
Ed ad ognuna di queste rispose di no.
“Allora la forma esterna (rupa) è Nagasena, o le sensazioni (vedana), o le percezioni (sanna), o le formazioni karmiche (samsara), o la coscienza sono Nagasena?”
Ed ad ognuna di queste rispose di no.
“Allora tutti quest’insieme di aggregati (kandha) sono Nagasena?”
“No! Gran re.”
“Allora qualcosa esterna ai cinque aggregati sono Nagasena?”
Ed egli rispose ancora di no.
“Allora, anche se chiedo, non posso scoprire Nagasena. Nagasena è un suono vuoto e vano. Chi allora è Nagasena che vediamo di fronte? E’ una falsità ciò che avete detto, un inganno!”
Il venerabile Nagasena disse al re Milinda: “Voi, Maestà, siete cresciuto nel lusso, come si addice alla vostra nobile nascita. Quindi se camminate con questo tempo arido su un terreno caldo o sabbioso, calpestando i duri granelli di sabbia, i vostri piedi vi procurerebbero dolore. Il vostro corpo ne soffrirebbe, la vostra mente ne sarebbe disturbata, tanto da provare un senso di sofferenza fisica. Come dunque siete giunto, a piedi o in un carro?”
“Non sono venuto a piedi, signore. Sono giunto in un carro.”
“Allora se siete venuto in un carro, Maestà, spiegatemi cosa esso è. E’ il polo il carro?”
“Non ho detto questo.”
“E’ l’asse il carro?”
“Certo che no.”
“Sono le ruote, o il telaio, o le corde, o il giogo, o i raggi delle ruote, o il pungolo sono il carro?”
E a tutte queste domande rispose di no.
“Allora tutte queste parti insieme sono il carro?”
“No, signore.”
“Allora qualcosa esterna a loro è il carro?”
Rispose ancora di no.
“Allora, anche se chiedo, non posso scoprire nessun carro. Carro è un suono vuoto e vano. Con quale carro siete giunto? E’ una falsità ciò che avete detto, un inganno! Non esiste nessuna cosa come carro! Voi siete re di tutta l’India, un possente monarca. Perché dite cose false?”
Poi chiamò i Greci ed i monaci come testimoni, dicendo: “Milinda il re ha detto di essere venuto con un carro. Ma quando gli è stato chiesto di spiegare cosa fosse un carro, è stato incapace di stabilire ciò che aveva detto. E’ mai possibile approvarlo in ciò?”
Così parlato i cinquecento Greci applaudirono, e dissero al re: “Ora, Maestà, rispondete se ne siete capace! ‘
E Milinda il re rispose a Nâgasena,dicendo: ‘Io non ho detto nessuna falsità, venerabile signore. L’insieme di tutte queste cose – il polo, l’asse, le ruote, il telaio, le corde, il giogo, i raggi ed il pungolo – generalmente inteso, indica la designazione comune di “carro”.
“Molto bene! Sua maestà ha esattamente capito il significato di “carro”. Perciò è l’insieme di tutte quelle cose che voi mi chiedeste – i trentadue tipi di materia organica ed i cinque elementi che formano un essere –generalmente inteso, indica la designazione nell’uso comune di “Nagasena”.
Così è stato detto, Maestà, da nostra Sorella Vagira in presenza del Beato:
“Come per la precedente condizione della coesistenza delle sue varie parti che la parola ‘carro’ viene usata, così quando vi sono gli aggregati noi parliamo di un ‘essere’.
“Meraviglioso, Nagasena, e straordinario. Avete risolto una difficile questione. Lo stesso Buddha avrebbe approvato la vostra risposta. Ben fatto, Nagasena!”

L’ombra

“Quanti anni di anzianità avete, Nagasena?”
“Sette anni di anzianità, Maestà.”
“Come potete dire che sono ‘sette’? Siete voi ‘sette’ o il numero che è ‘sette’?”
In quell’istante la figura del re, elegantemente adornata da ornamenti regali, proiettò la sua ombra sul pavimento, venendo riflessa in un bacile d’acqua. Nagasena gli chiese: “La vostra figura, o re, proietta la sua ombra sul pavimento, ed è riflessa nell’acqua, ora siete voi il re o l’ombra è il re?”
“Io sono il re, Nagasena, ma l’ombra esiste perché io esisto.”
“Proprio così, o re, il numero degli anni è sette, ed io non sono sette. Quindi siccome io esisto, o re, allora quel numero sette esiste; ed è mio come l’ombra è vostra.”
“Meraviglioso di nuovo e straordinario, Nagasena. Hai ben risposto alla difficile domanda che ti è stata posta.”

Come discutono gli studiosi

Il re disse: “Reverendo signore, volete ancora discutere con me?”
“Se volete discutere come uno studioso, Maestà, bene; ma se volete discutere come un re, allora no.”
“E come discutono gli studiosi?”
“Quando gli studiosi discutono una questione si confrontano e si persuadono fra di loro; uno di loro si convince dell’errore per poi riconoscere il proprio sbaglio; vi sono varie distinzioni e varie ragioni; tuttavia non sono mai irritati. Così discutono gli studiosi, o re.”
“E come discute un re?”
“Quando un re, Maestà, discute una questione, portando avanti un punto, se non si è d’accordo con lui su quel punto, egli è capace di punirlo, dicendo: ‘Infliggete tale e tale punizione a quell’individuo!’ Così discutono i re, Maestà.”
“Benissimo. Come uno studioso, e non come un re, discuterò. Parlate come volete, come con un fratello, o con un novizio, o con un discepolo laico, o addirittura con un servo. Non abbiate paura!”
“Molto bene, Maestà.” – disse Nagasena con gratitudine.
“Nagasena, ho una domanda da porvi.” – disse il re.
“Vi prego di porla, Maestà.”
“L’ho già posta, venerabile.”
“Ed io ho già risposto.”
“Cosa avete risposto?”
“E voi, Maestà, cosa mi avete domandato?”
Milinda il re pensò: “Questo monaco è un grande studioso. E’ molto bravo a discutere con me. Ed io avrò molte questioni su cui interrogarlo, ma prima di potergli chiedere tutto questo, il sole tramonterà. Sarebbe meglio continuare il dibattito domani a casa.” Così disse a Devamantiya: “Fate sapere al venerabile che il dibattito con il re sarà ripreso domani a palazzo.” E così dicendo, salutò Nagasena, e montato sul suo cavallo andò via, borbottando: “Nagasena, Nagasena!”
Devamantiya consegnò il suo messaggio a Nagasena, il quale accettò volentieri la proposta. Così di mattina presto Devamantiya, Anantakaya, Mankura e Sabbadinna si recarono dal re e dissero: “Deve venire oggi il venerabile Nagasena, Maestà?”
“Sì.”
“Con quanti monaci deve venire?”
“Con quanti ne vuole.”
Sabbadina disse: “Lasciatelo venire con dieci.” Ma il re confermò ciò che aveva appena detto. Sabbadinna nel ripetere il suo suggerimento, il re replicò: “Tutto è stato preparato. Perciò io dico: “Venga con quanti ne vuole.” Ancora Sabbadinna disse: “Lasciatelo venire con dieci.” “Pensate che non siamo capaci di sfamarli tutti?”
Allora Sabbadinna si vergognò.

L’anima

Devamantiya, Anantakaya e Mankura si recarono da Nagasena e gli riferirono ciò che aveva detto il re.
Il venerabile Nagasena di mattina si vestì, e dopo aver preso mantello e scodella, si recò a Sagala con tutta la comunità dei monaci. Anantakaya, camminando a fianco di Nagasena, gli disse: “Venerabile, quando io dico “Nagasena”, cos’è quel Nagasena?”
Il monaco rispose: “Cosa pensi che sia Nagasena?”
“L’anima, il respiro interno che viene e che va, ciò credo che sia Nagasena.”
“Ma se quel respiro che va non dovesse ritornare, o quando ritorna non dovesse andare di nuovo, un uomo sarebbe vivo?”
“Certo che no, Signore.”
“Ma i trombettieri quando soffiano nelle loro trombe il loro soffio gli ritorna di nuovo?”
“No, Signore, non ritorna.”
“Oppure quei pifferai quando soffiano nei loro pifferi o corni il loro soffio gli ritorna di nuovo?”
“No, Signore.”
“Allora perché non muoiono?”
“Io non sono in grado di discutere con tale dicitore. Ti prego, ditemi Signore, come stanno le cose.”
“Non esiste anima nel respiro. Queste inspirazioni ed espirazioni sono semplicemente delle funzioni della struttura fisica dell’uomo.” – disse il monaco. Ed egli gli parlò dell’Abhidhamma, dopodiché Anantakaya divenne suo discepolo nell’Ordine.

Lo scopo della rinuncia

Il venerabile Nagasena si recò dal re, e si sedette al posto assegnatogli. Il re offrì a Nagasena ed ai suoi discepoli del cibo, grezzo e raffinato, tanto quanto ne desideravano: e donò ad ogni monaco un indumento, e a Nagasena tre vesti. Poi gli disse: “Restate qui con dieci dei vostri fratelli e lasciate gli altri andare via.”

Quando notò che Nagasena aveva finito il suo pasto, prese un seggio più basso, e sedette accanto, poi disse: “Di cosa discuteremo?”
“Vogliamo giungere alla verità. Sia sulla verità la nostra discussione.”

Il re disse: “Qual è lo scopo della vostra rinuncia, venerabile, e a quale sommo bene aspirate?”
“Perché lo chiedete? La nostra rinuncia ha come meta la fine di questa sofferenza, e che mai più sorga; il completo trapassare, senza attaccamento al mondo, è il nostro scopo più alto.”
“Ora, Signore! E’ per ragioni così alte che tutti i membri sono entrati nell’Ordine?”
“Certo che no, Maestà. Alcuni per queste ragioni, altri per terrore della tirannia dei re. Alcuni si sono uniti a noi per esseri sicuri di non essere derubati, altri a causa dei debiti, ed altri ancora per sopravvivere.”
“E voi personalmente, venerabile, per quale scopo?”
“Io sono stato ammesso all’Ordine quando ero ancora un ragazzo, e non conoscevo ancora la suprema meta. Ma pensai: “Questi asceti buddhisti sono dei saggi studiosi, essi saranno in grado di darmi gli insegnamenti.” E da costoro fui istruito; ed ora so e comprendo la ragione ed il vantaggio della rinuncia.”
“Ben detto, Nagasena!”

La rinascita

Il re chiese: “Nagasena, c’è qualcuno che dopo la morte non rinasce?”
“Alcuni rinascono, altri no.”
“E chi sono?”
“L’essere immorale rinasce, l’essere puro no.”
“E voi rinascerete?”
“Se quando morirò sarò colmo di brama per l’esistenza, sì; se sarò privo di brama, allora no.”
“Molto bene, Nagasena.”

Chi non rinasce

Il re chiese: “Nagasena, colui che non rinasce è grazie alla ragione?”
“Grazie alla ragione, alla saggezza ed ad altre buone qualità, Maestà.”
“Ma ragione e saggezza non sono la stessa cosa?”
“Certo che no. La ragione è una cosa, la saggezza un’altra. Pecore e capre, buoi e bufali, cammelli ed asini posseggono la ragione, ma non la saggezza.”
“Ben detto, Nagasena.”

Ragione e saggezza

Il re chiese: “Venerabile Nagasena, qual è il segno distintivo della ragione, e quale quello della saggezza?”
“La comprensione è il segno distintivo della ragionne, e il dividere è quello della saggezza.”
“E come la comprensione è il segno distintivo della ragione; e come il dividere è il segno distintivo della saggezza? Datemi una spiegazione.”
“Conoscete i raccoglitori d’orzo, Maestà?”
“Sì, venerabile, li conosco.”
“In che modo, maestà, essi mietono l’orzo?”
” Con la mano sinistra prendono l’orzo in un fascio, e prendendo il falcetto nella mano destra lo tagliano.”
“Proprio così, o re, il monaco con il suo pensare afferra la sua mente e con la sua saggezza recide le sue colpe. In questo modo la comprensione è il segno distintivo della ragione, il recidere quello della saggezza.”
“Ben detto, Nagasena.”

Le buone qualità

Il re disse: “Ciò che hai appena detto, ‘e da altre buone qualità’, a cosa è riferito?”
“La buona condotta, grande re, la fede, la perseveranza, la presenza mentale e la meditazione.”

“E qual è il segno distintivo della buona condotta?”
“Essa ha come segno distintivo di essere la base di tutte le buone qualità. Le cinque qualità morali: fede, perseveranza, presenza mentale, meditazione e saggezza; le sette condizioni dello stato di Arahant: padronanza di sé, investigazione del Dhamma, perseveranza, gioia, calma, meditazione ed equanimità; il Sentiero; buona memoria (avere sempre una buona padronanza di sé); i quattro tipi di retto sforzo; le quattro basi costituenti dei poteri straordinari; i quattro stadi dell’estasi; le otto forme di emancipazione spirituale; i quattro modi di concentrazione; e gli otto stati di intensa contemplazione hanno tutte come loro base la buona condotta (l’osservanza della moralità esteriore). E colui che costruisce su queste fondamenta, o re, svilupperà tutte queste buone condizioni.”

“Datemi una spiegazione.”
“Proprio come, o re, tutte quelle forme di vita animale e vegetale crescono, si sviluppano e maturano avendo come base la terra, così il monaco, dotato di sforzo, sviluppa in sé le cinque qualità morali e così via, mediante la virtù, con la virtù come base.”

“Datemi un’altra spiegazione.”
“Proprio come, o re, tutte le occupazioni che comportano lo sforzo fisico sono eseguite in assoluta dipendenza sulla terra, così il monaco, dotato di sforzo, sviluppa in sé le cinque qualità morali e così via, mediante la virtù, con la virtù come base.”

“Datemi una ulteriore spiegazione?”
“Proprio come , o re, l’architetto di una città, quando ne costruisce una, per prima cosa sceglie il luogo della città, poi procede liberandosi di tutti le erbacce e cespugli spinosi, poi lo spiana, e soltanto allora traccia le strade e le piazze, gli incroci e i mercati, e così costruisce la città; così il monaco, dotato di sforzo, sviluppa in sé le cinque qualità morali e così via, mediante la virtù, con la virtù come base.”
“Potete darmi un’altra similitudine?”
“Proprio come, o re, un acrobata, quando vuole dimostrare la sua bravura, per prima cosa solca il terreno, e procede a pulirlo da tutte le pietre ed i sassi, e lo rende livellato, e soltanto poi, sul terreno soffice, mostra le sue acrobazie; così il monaco, dotato di sforzo, sviluppa in sé le cinque qualità morali e così via, mediante la virtù, con la virtù come base. Così è stato detto, Maestà, dal Beato:

“La virtù è la base su cui il saggio
può esercitare la sua mente e sviluppare la saggezza.
Così il monaco, indomito e distaccato,
scioglierà l’intricata matassa della vita.
Questa è la base – come la grande terra per l’umanità –
e questa la radice di ogni crescita del bene.
Il punto focale di tutti gli insegnamenti del Buddha
è la virtù, da cui dipende la vera beatitudine.”
“Ben detto, Nagasena.”

Il segno distintivo della fede

Il re chiese: “Venerabile Nagasena, qual è il segno distintivo della fede?”
“La serenità e l’aspirazione, o re.”

“E come la serenità è il segno distintivo della fede?”
“Appena la fede irrompe, o re, penetra nei cinque ostacoli – concupiscenza, malevolenza, accidia mentale, orgoglio spirituale e dubbio – e la mente, libera da questi ostacoli, diviene pura, serena e calma.”

“Datemi un esempio.”
“Proprio come, o re, un monarca, quando marcia con il suo quadruplice esercito, può attraversare un piccolo ruscello e l’acqua, mossa dagli elefanti e dalla cavalleria, dai carri e dagli arcieri, può diventare sporca, torbida e fangosa. E quando è sull’altra sponda il monarca potrebbe ordinare ai suoi attendenti, dicendo: “Portatemi dell’acqua, miei brav’uomini, che devo bere.” Ora supponete che il monarca avesse una gemma che rendesse l’acqua pura, e quegli uomini, eseguendo l’ordine, gettassero il gioiello nell’acqua; allora tutto il fango svanirebbe e gli atomi sabbiosi delle conchiglie e delle piante acquatiche scomparirebbero, e l’acqua diventa pura,trasparente e calma, e quindi potrebbero portare un po’ d’acqua al monarca per farlo bere. L’acqua è la mente; i servi del re sono i monaci; il fango, gli atomi sabbiosi e le piante acquatiche sono le cattive intenzioni; e il gioiello che rende pura l’acqua è la fede.
“E come l’aspirazione è il segno distintivo della fede?”
“Perché il monaco, nel percepire come sono state liberate le menti degli altri, aspira ad entrare con un balzo sul frutto del primo stadio, o del secondo, o del terzo dell’Eccelso Sentiero, o a raggiungere lo stato di Arahat, e così si applica per raggiungere ciò che ancora non ha raggiunto, di sperimentare ciò che ancora non ha provato, o di realizzare ciò che ancora non ha realizzato . Pertanto così l’aspirazione è il segno distintivo della fede.”

“Datemi un altro esempio.”
“Proprio come, o re, se una forte tempesta si abbattesse sulla cima di una montagna recando tanta pioggia, l’acqua scorrerebbe verso il basso attraverso vari dislivelli, e dopo aver riempito crepacci, baratri e burroni della collina, si riverserebbe nel ruscello sottostante, tanto che la corrente precipitando inonderebbe le sue rive. Ora supponete che un folla di gente, uno dopo l’altro, giungesse nei pressi, ed ignorando la reale larghezza o profondità dell’acqua, stesse timorosa ed esitante sui bordi. E supponete che un certo uomo arrivasse, il quale conoscendo esattamente la propria forza e potenza, con un salto, raggiungesse l’altra riva. Allora il resto della gente, vedendolo salvo all’altra parte, farebbe la stessa cosa. In questo modo il monaco, mediante la fede, aspira a saltare, come per attraversare un confine, verso le cose più alte. Perciò così è stato detto dal Beato nel Samyutta Nikaya, o re:

“Con la fede si supera la corrente,
con lo zelo il mare della vita;
con la perseveranza tutte le sofferenze,
con la saggezza si diventa puri.”
“Ben detto, Nagasena.”

Il segno distintivo della perseveranza

Il re chiese: “Qual è il segno distintivo della perseveranza?”
“Dare un sostegno, o re, è il segno distintivo della perseveranza. Tutte quelle buone qualità che essa sostiene non si perdono.

“Datemi un esempio.”
“Proprio come un uomo, se una casa stesse per cadere, darebbe un sostegno nel posto adatto, e la casa così sostenuta non cadrebbe; così, o re, il dare un sostegno è il segno distintivo della perseveranza e tutte quelle buone qualità che essa sostiene non si perdono.”

“Datemi un altro esempio.”
“Proprio come quando un grande esercito ha sconfitto uno piccolo, allora il re di quest’ultimo cercherebbe ogni possibile alleato per rinforzare il suo piccolo esercito, e con questi mezzi il piccolo esercito è in grado di sconfiggere quello grande; così, o re, il dare un sostegno è il segno distintivo della perseveranza e tutte quelle buone qualità che essa sostiene non si perdono. Perciò così è stato detto dal Beato: ‘L’ascoltatore perseverante delle nobili verità, o monaci, si libera dal male e coltiva il bene, respinge ciò che è errato e sviluppa ciò che è giusto, e in questo modo si mantiene puro.’”
“Ben detto, Nagasena.”

Il segno distintivo della presenza mentale

Il re chiese: “Qual è, Nagasena, il segno distintivo della presenza mentale?”
La ripetizione, o re, e la continua attenzione.”
“E come la ripetizione è il segno distintivo della presenza mentale?”

“Quando la presenza mentale, o re, sorge nella vostra mente, essa (la mente) esamina il bene ed il male, il vero ed il falso, il futile e l’importante, le qualità oscure e chiare, e quelle simili, dicendosi: “Questi sono i quattro modi per essere sempre vigile ed attento, questi i quattro modi dello sforzo spirituale, queste le quattro basi dei mistici poteri, questi i cinque organi della moralità, questi i cinque poteri mentali, queste le sette basi dello stato di Aranhant, queste le otto divisioni dell’Eccelso Sentiero, questa è serenità e visione profonda, questa è saggezza e questa emancipazione.” Così il monaco si occupa di quelle qualità che sono desiderabili , e non di quelle che non lo sono; così egli coltiva quelle che servono alla pratica, e non di quelle che non lo sono. Così la ripetizione è il segno distintivo della presenza mentale.”

“Datemi un esempio.”
“E’ come il tesoriere dell’imperiale sovrano, che in ogni momento ricorda al suo re, dicendo: ‘ Tanti sono i tuoi elefanti di guerra, o re, e tanti sono i tuoi cavalieri, i tuoi carri da guerra e i tuoi arcieri, tanti sono i tuoi denari, e l’oro, e ricchezza, possa la vostra Maestà ricordarsene.”
“E come, venerabile, la continua attenzione è un segno distintivo della presenza mentale?”
“Quando la presenza mentale sorge nella vostra mente, o re, essa (la mente) scruta le categorie delle buone qualità e quelle opposte, dicendosi: “Tali e tali qualità sono buone, e queste sono cattive; tali e tali qualità sono d’aiuto, e quest’altre no.” Così il monaco fa ciò che serve per eliminare il male, e mantenere ciò che sviluppa il bene. Così la continua attenzione è un segno distintivo della presenza mentale.”

“Datemi un altro esempio.”
“E’ come il consigliere personale dell’imperiale sovrano che gli indica il bene ed il male, dicendo: ‘Queste cose sono cattive per il re e queste buone, queste aiutano e quest’altre no.’ E così il re abbandona il male e preserva il bene.”
“Ben detto, Nagasena.”

Il segno distintivo della meditazione

Il re chiese: “Qual è, Nagasena, il segno distintivo della meditazione?”
Essere la guida, o re. Il capo di tutte le buone qualità è la meditazione , esse sono incline ad essa, conducono ad essa, sono come tanti pendii sul versante della montagna della meditazione.”

“Datemi un esempio.”
“Come tutte le travi del tetto di una casa, o re, tendono verso l’apice, pendono verso di esso, sono tutte insieme congiunte ad esso, e l’apice è conosciuto come il più in alto; così la pratica della meditazione è in relazione con le altre buone qualità.”

“Datemi un altro esempio.”
“E’ come un re, Maestà, quando va in battaglia con il suo esercito nel suo quadruplice schieramento. Tutto l’esercito – elefanti, cavalleria, carri da guerra ed arcieri – lo indica come capo, le linee sono incline verso di lui, tutto conduce a lui, sono come tanti pendii di montagna, uno sopra l’altro, con lui come cima, tutti intorno a lui. E’ stato detto dal Beato, o re: ‘Coltivate in voi stessi, o monaci, la pratica della meditazione. Colui che in essa è ben stabilito conosce le cose come realmente sono.’”

“Ben detto, Nagasena.”

Il segno distintivo della saggezza

Il re chiese: “Venerabile Nagasena, qual è il segno distintivo della saggezza?”
“Vi ho già detto, maestà, come il recidere sia il segno distintivo della saggezza, ma anche l’illuminazione è un suo segno.”

“E come l’illuminazione è un suo segno?”
“Appena la saggezza sorge nella mente, maestà, essa (la mente) disperde l’oscurità dell’ignoranza, genera lo splendore della conoscenza che nasce, produce la luce dell’intelligenza, e rende palesi le Nobili Verità. In questo modo il monaco dotato di sforzo percepisce con la più chiara saggezza l’impermanenza (di tutti gli esseri e di tutte le cose), e l’assenza di un’anima.”

“Datemi un esempio.”
“E’ come una lampada, o re, introdotta da un uomo in una casa buia. Quando la lampada è portata dentro, disperde l’oscurità, genera lo splendore che nasce, e la luce brilla, e rende gli oggetti che lì vi sono visibili. Così la saggezza in un uomo ha tali effetti.

“Ben detto, Nagasena.”

La fine delle cattive intenzioni

Il re disse: “Queste qualità che sono tanto diverse, Nagasena, causano un solo e medesimo risultato?”

“Sì. Pongono fine alle cattive intenzioni.”

“E come? Datemi un esempio.”
“Esse sono come le varie parti di un esercito – elefanti, cavalleria, carri da guerra ed arcieri – che insieme lavorano per un solo fine, e cioè: la vittoria in battaglia contro l’esercito avversario.”

“Ben detto, Nagasena.”

Qui finisce il Primo Capitolo.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di T. W. Rhys Davids. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.