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SN 22.46: Dutiyaanicca Sutta – Impermanenza (2)

A Sāvatthī.

“Monaci, la forma è impermanente. Ciò che è impermanente è sofferenza. Ciò che è sofferenza è non-Sé. E ciò che non-Sé deve essere compreso con retta conoscenza in questo modo: ‘Questo non è mio. Io non sono questo, questo non è il mio Sé’

La sensazione è in permanente …

La percezione è impermanente …

Le formazioni mentali sono impermanenti …

La coscienza è impermanente. Ciò che è impermanente è sofferenza. Ciò che è sofferenza è non-Sé. E ciò che il non-Sé deve essere compreso con retta conoscenza in questo modo: ‘Questo non è mio. Io non sono questo, questo non è il mio Sé’.

Comprendendo tutto questo con retta conoscenza, non si hanno teorie sul passato. Non avendo teorie sul passato, non si avranno teorie sul futuro. Non avendo teorie sul futuro, non avranno un relativo attaccamento. Non essendo illusa, la mente si distacca dalla forma, dalla sensazione, dalla percezione, dalle formazioni mentali e dalla coscienza; si libera dagli influssi impuri del non attaccamento.

Essendo libera, si stabilizza. Essendo stabile, si appaga. Essendo appagata, non si angoscia. Non essendo angosciata, non vi è ritorno in una nuova forma di esistenza.

Si comprende: ‘La rinascita è finita, il sentiero dell’ascetismo è stato compiuto, non rimane altro da compiere in questo mondo, non vi sarà ritorno in un’altra esistenza.’”

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Bhikkhu Sujato (2018). Tradotto in italiano da Enzo Alfano.