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Uv 1: Anityavarga – Impermanenza

  1. Scaccia via la sonnolenza e la pigrizia, rallegra la tua mente. Ascolta ora ciò che dichiaro, l’inno sublime pronunciato dal Vittorioso.
  2. Così parlò il Beato, il Protettore, onnisciente, il Saggio compassionevole, colui che sostenne il corpo fino all’ultimo.
  3. Oh, quanto sono impermanenti le formazioni composite, soggette a nascita e decadenza!
    Nate, esse cessano: la loro pacificazione è beatitudine.
  4. Quale gioia, quale felicità può esserci quando il mondo è in fiamme?
    Avete varcato l’oscurità, eppure non cercate la luce?
  5. Vedendo queste ossa sparse in ogni direzione, abbandonate, del colore dei piccioni, quale piacere può esserci qui?
  6. La prima notte che l’uomo dimora nel grembo materno, già si avvia, e una volta partito non torna più.
  7. Alcuni non si vedono alla sera, ma al mattino sono visti da molti.
    Altri non si vedono al mattino, ma alla sera sono visti da molti.
  8. In che cosa può confidare un mortale, dicendo: “Sono giovane, ho la vita davanti”?
    Anche i giovani muoiono, uomini e donne, senza eccezione.
  9. Alcuni periscono già nel grembo, altri nel ventre materno,
    alcuni strisciando, altri correndo qua e là.
  10. Sia i vecchi, sia i giovani, sia quelli di mezza età,
    tutti procedono in ordine, come frutti maturi che cadono dal ramo.
  11. Come per i frutti maturi il pericolo di cadere è sempre presente,
    così per ogni mortale il pericolo della morte è costante.
  12. Come un vaso di argilla fatto da un vasaio
    alla fine si rompe, così è la vita dei mortali.
  13. Come un filo teso su un telaio
    si consuma presto, così è la vita dei mortali.
  14. Come un fiume di montagna scorre senza tornare indietro,
    così scorre la vita degli uomini, senza ritorno.
  15. Breve è la vita, mescolata al dolore,
    come una schiuma sull’acqua, che presto svanisce.
  16. Come un pastore con un bastone conduce le vacche al pascolo,
    così le malattie e la vecchiaia spingono gli uomini verso la morte.
  17. I giorni e le notti passano, la vita si consuma,
    come l’acqua nei ruscelli si esaurisce.
  18. Lunga è la notte per chi veglia, lunga la strada per chi è stanco,
    lungo è il samsara per i bambini che non conoscono il vero Dharma.
  19. “Ho un figlio, ho ricchezze!” – così lo stolto si tormenta.
    Ma nemmeno il sé gli appartiene: di chi sono i figli? Di chi le ricchezze?
  20. Migliaia di uomini e donne,
    dopo aver accumulato beni, cadono sotto il potere della morte.
  21. Tutti gli accumuli finiscono, tutto ciò che s’innalza cade,
    tutte le unioni terminano in separazione, la vita culmina nella morte.
  22. Tutti gli esseri moriranno, la vita finisce con la morte.
    Secondo le loro azioni, otterranno i frutti di meriti e colpe.
  23. I malvagi vanno all’inferno, i virtuosi alle buone destinazioni,
    mentre altri, purificandosi qui, raggiungeranno il Nirvana senza macchia.
  24. Né nel cielo, né in mezzo al mare,
    né nelle grotte delle montagne,
    esiste un luogo sulla terra
    dove la morte non possa raggiungerti.
  25. Tutti gli esseri, presenti e futuri,
    abbandoneranno il corpo.
    Il saggio, conoscendo questa perdita universale,
    viva rettamente nella disciplina spirituale.
  26. Vedendo un corpo vecchio e malato,
    e un cadavere privo di coscienza,
    il saggio abbandona i legami domestici,
    poiché i desideri del mondo non sono facili da trascendere.
  27. I carri dei re, splendidamente adorni, invecchiano,
    e così anche il corpo cade preda della vecchiaia.
    Ma il Dharma dei saggi non invecchia:
    i saggi lo rivelano ai saggi.
  28. Maledetta sii tu, vecchiaia volgare, che deturpi ogni bellezza!
    Il volto più amabile è schiacciato da te.
  29. Anche se uno vivesse cent’anni,
    sarebbe comunque destinato alla morte.
    La vecchiaia lo consuma, o la malattia, o infine il tempo.
  30. Sempre avanzano, senza ritorno,
    consumandosi giorno e notte,
    come pesci in acque basse,
    legati alla nascita e alla morte dalla sofferenza.
  31. La vita scorre via, giorno e notte,
    sia che uno cammini o stia fermo,
    come la corrente di un fiume,
    che non torna indietro.
  32. Per coloro le cui notti e giorni svaniscono,
    e la vita si fa sempre più breve,
    come l’acqua per i pesci che si esaurisce,
    quale gioia può esserci per loro?
  33. Questo corpo logoro, nido di malattie, fragile,
    si dissolverà in putredine:
    la vita culmina nella morte.
  34. Presto questo corpo giacerà sulla terra,
    abbandonato, privo di coscienza,
    come un tronco inservibile.
  35. A che serve questo corpo,
    sempre fetido, sofferente,
    dominato dalla malattia,
    in balia della paura della vecchiaia e della morte?
  36. Con questo corpo impuro, malato e fragile,
    raggiungi la pace suprema,
    il bene ineguagliabile.
  37. “Vivrò qui la stagione delle piogge, l’inverno, l’estate” –
    così pensa lo stolto, non vedendo gli ostacoli.
  38. La morte porta via quell’uomo,
    ubriaco di figli e bestiame,
    con la mente attaccata,
    come un’inondazione travolge un villaggio addormentato.
  39. I figli non sono una protezione, né il padre, né i parenti:
    per chi è sopraffatto dalla morte,
    non c’è alcun rifugio.
  40. “Ho fatto questo, farò quest’altro” –
    così si affanna il mortale,
    mentre vecchiaia e morte lo schiacciano.
  41. Perciò, sempre assorti nella meditazione, concentrati,
    ardenti, contemplando la fine della nascita e della vecchiaia,
    i monaci, sconfiggendo Māra con il suo esercito,
    oltrepasseranno l’oceano di nascita e morte.

(Fine del capitolo sull’impermanenza, capitolo 1)

Udānavarga, Franz Bernhard (1965). © Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License. Tradotto dal sanscrito con l’IA.

Testo: Udānavarga