- Scaccia via la sonnolenza e la pigrizia, rallegra la tua mente. Ascolta ora ciò che dichiaro, l’inno sublime pronunciato dal Vittorioso.
- Così parlò il Beato, il Protettore, onnisciente, il Saggio compassionevole, colui che sostenne il corpo fino all’ultimo.
- Oh, quanto sono impermanenti le formazioni composite, soggette a nascita e decadenza!
Nate, esse cessano: la loro pacificazione è beatitudine. - Quale gioia, quale felicità può esserci quando il mondo è in fiamme?
Avete varcato l’oscurità, eppure non cercate la luce? - Vedendo queste ossa sparse in ogni direzione, abbandonate, del colore dei piccioni, quale piacere può esserci qui?
- La prima notte che l’uomo dimora nel grembo materno, già si avvia, e una volta partito non torna più.
- Alcuni non si vedono alla sera, ma al mattino sono visti da molti.
Altri non si vedono al mattino, ma alla sera sono visti da molti. - In che cosa può confidare un mortale, dicendo: “Sono giovane, ho la vita davanti”?
Anche i giovani muoiono, uomini e donne, senza eccezione. - Alcuni periscono già nel grembo, altri nel ventre materno,
alcuni strisciando, altri correndo qua e là. - Sia i vecchi, sia i giovani, sia quelli di mezza età,
tutti procedono in ordine, come frutti maturi che cadono dal ramo. - Come per i frutti maturi il pericolo di cadere è sempre presente,
così per ogni mortale il pericolo della morte è costante. - Come un vaso di argilla fatto da un vasaio
alla fine si rompe, così è la vita dei mortali. - Come un filo teso su un telaio
si consuma presto, così è la vita dei mortali. - Come un fiume di montagna scorre senza tornare indietro,
così scorre la vita degli uomini, senza ritorno. - Breve è la vita, mescolata al dolore,
come una schiuma sull’acqua, che presto svanisce. - Come un pastore con un bastone conduce le vacche al pascolo,
così le malattie e la vecchiaia spingono gli uomini verso la morte. - I giorni e le notti passano, la vita si consuma,
come l’acqua nei ruscelli si esaurisce. - Lunga è la notte per chi veglia, lunga la strada per chi è stanco,
lungo è il samsara per i bambini che non conoscono il vero Dharma. - “Ho un figlio, ho ricchezze!” – così lo stolto si tormenta.
Ma nemmeno il sé gli appartiene: di chi sono i figli? Di chi le ricchezze? - Migliaia di uomini e donne,
dopo aver accumulato beni, cadono sotto il potere della morte. - Tutti gli accumuli finiscono, tutto ciò che s’innalza cade,
tutte le unioni terminano in separazione, la vita culmina nella morte. - Tutti gli esseri moriranno, la vita finisce con la morte.
Secondo le loro azioni, otterranno i frutti di meriti e colpe. - I malvagi vanno all’inferno, i virtuosi alle buone destinazioni,
mentre altri, purificandosi qui, raggiungeranno il Nirvana senza macchia. - Né nel cielo, né in mezzo al mare,
né nelle grotte delle montagne,
esiste un luogo sulla terra
dove la morte non possa raggiungerti. - Tutti gli esseri, presenti e futuri,
abbandoneranno il corpo.
Il saggio, conoscendo questa perdita universale,
viva rettamente nella disciplina spirituale. - Vedendo un corpo vecchio e malato,
e un cadavere privo di coscienza,
il saggio abbandona i legami domestici,
poiché i desideri del mondo non sono facili da trascendere. - I carri dei re, splendidamente adorni, invecchiano,
e così anche il corpo cade preda della vecchiaia.
Ma il Dharma dei saggi non invecchia:
i saggi lo rivelano ai saggi. - Maledetta sii tu, vecchiaia volgare, che deturpi ogni bellezza!
Il volto più amabile è schiacciato da te. - Anche se uno vivesse cent’anni,
sarebbe comunque destinato alla morte.
La vecchiaia lo consuma, o la malattia, o infine il tempo. - Sempre avanzano, senza ritorno,
consumandosi giorno e notte,
come pesci in acque basse,
legati alla nascita e alla morte dalla sofferenza. - La vita scorre via, giorno e notte,
sia che uno cammini o stia fermo,
come la corrente di un fiume,
che non torna indietro. - Per coloro le cui notti e giorni svaniscono,
e la vita si fa sempre più breve,
come l’acqua per i pesci che si esaurisce,
quale gioia può esserci per loro? - Questo corpo logoro, nido di malattie, fragile,
si dissolverà in putredine:
la vita culmina nella morte. - Presto questo corpo giacerà sulla terra,
abbandonato, privo di coscienza,
come un tronco inservibile. - A che serve questo corpo,
sempre fetido, sofferente,
dominato dalla malattia,
in balia della paura della vecchiaia e della morte? - Con questo corpo impuro, malato e fragile,
raggiungi la pace suprema,
il bene ineguagliabile. - “Vivrò qui la stagione delle piogge, l’inverno, l’estate” –
così pensa lo stolto, non vedendo gli ostacoli. - La morte porta via quell’uomo,
ubriaco di figli e bestiame,
con la mente attaccata,
come un’inondazione travolge un villaggio addormentato. - I figli non sono una protezione, né il padre, né i parenti:
per chi è sopraffatto dalla morte,
non c’è alcun rifugio. - “Ho fatto questo, farò quest’altro” –
così si affanna il mortale,
mentre vecchiaia e morte lo schiacciano. - Perciò, sempre assorti nella meditazione, concentrati,
ardenti, contemplando la fine della nascita e della vecchiaia,
i monaci, sconfiggendo Māra con il suo esercito,
oltrepasseranno l’oceano di nascita e morte.
(Fine del capitolo sull’impermanenza, capitolo 1)
Udānavarga, Franz Bernhard (1965). © Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License. Tradotto dal sanscrito con l’IA.
Testo: Udānavarga