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Theragatha: Cap. 10 — Canti di dieci strofe

Theragatha 10.1: Kaludayin {vv. 527-536}

[estratto]

Cremisi sono, Signore, in questo periodo gli alberi della foresta,
dopo aver perso le loro foglie, sono avidi di fruttificare,
(i loro fiori sono) sfavillanti come ardenti fiamme,
– E’ la stagione più dolce dell’anno, Sommo Eroe.

Gli alberi fioriti, così piacevoli alla mente,
diffondono il loro profumo in ogni dove,
nel perdere le loro foglie e nel desiderare ardentemente di fare frutti;
E’ tempo di andarsene da qui, Eroe.

Non fa né troppo freddo, né ancora troppo caldo,
la stagione è gradevole, adatta per viaggiare.
Mio Signore, lascia che i Sakya ed i Koliya ti vedano
Volgi verso occidente e oltrepassa il fiume Rohini.

Theragatha 10.2: Ekavihariya {vv. 537-546}

Se, ovunque,
non esiste nessun altro,
è estremamente piacevole
dimorare solitari
nella foresta.

Forza allora! Da solo
mi recherò in terre solitarie
lodato dal Risvegliato
piacevole per un monaco risoluto
che dimora solitario.

Da solo,
sagace nella mia meta,
presto entrerò nel bosco
che ravviva,
e dona gioia
ai meditanti –
il rifugio
di elefanti in calore.

Quando la Fresca Foresta è tutta in fiore,
in una fresca gola di montagna,
dopo aver bagnato le mie membra
camminerò su e giù
da solo.

Ah, quando dimorerò,
da solo e senza compagni,
nella stimolante grande foresta –
il compito adempiuto,
senza alcuna impurità?

Desidero molto compiere questo passo,
possa il mio scopo avere buon esito.
Solo per me
lo conseguirò.
Nessuno lo fa
per qualcun altro.

Io
legato alla mia armatura.
Entrerò nel bosco
e non ne uscirò
fino a quando non otterrò
la fine degli influssi impuri.

Mentre la leggera brezza soffia –
fresca,
gradevole, molto profumata –
distruggerò l’ignoranza
appena seduto sulla cima di una montagna.

Nella foresta tutta fiorita
o forse su un fresco pendio,
benedetto con la beatitudine della liberazione,
mi delizierò su Giribbaja (catena montuosa che circonda il Picco dell’Avvoltoio).

Adesso io sono
colui che ha adempiuto il compito,
come la luna quando di notte è piena.
Con tutti gli influssi impuri
totalmente estinti,
non ci saranno nuove rinascite.

Theragatha 10.5: Kappa {vv. 567-576}

Colmo di ogni tipo di impurità,
il grande creatore di escrementi,
come acqua stagnante,
un grande cancro,
una grande piaga,
pieno di sangue e linfa
immerso in un pozzo nero,
gocciolante liquidi, il corpo
trasuda sporcizia – sempre.
Tenuto assieme da sessanta nervi,
ricoperto da una parete di muscoli,
avvolto in una casacca di epidermide,
questo putrido corpo non vale davvero nulla.
Unito da una catena di ossa,
cucito da fili di tendini,
assume le sue varie posture,
dall’essere tenuto in vita.
Condannato certamente alla morte,
alla presenza del Re dei Mortali,
l’uomo che impara ad abbandonarlo in questo mondo,
va dove vuole.

Dominato dall’ignoranza,
il corpo è vincolato dal quadruplice legame [avidità, cattiva volontà o malevolenza, attaccamento a precetti e pratiche e l’ossessione ai dogmi delle dottrine],
immerso nei flussi [passione sensuale, divenire, teorie o dottrine e ignoranza],
catturato dalla rete dei latenti veleni [orgoglio, ignoranza, lussuria, avversione, dubbio, illusione, e brama per il divenire],
avvolto dai cinque ostacoli [desiderio sensuale, cattiva volontà, torpore e pigrizia, ansia ed inquietudine, dubbio],
in balia del pensiero,
radicato dalla brama,
coperto dal velo dell’illusione.
Così funziona il corpo,
schiavo del potente kamma,
il suo futuro finisce
in rovina.
Le sue continue esistenze
vanno in rovina.

Costoro che si aggrappano a questo corpo come ‘mio’,
stolti accecati, illusi –
riempiono i cimiteri,
costretti a nuove rinascite.
Coloro che rimangono distaccati da questo corpo
come coloro che sono immuni
dai veleni dei serpenti –
dopo aver abbandonato le radice del divenire [la brama],
privo di influssi,
saranno totalmente liberati.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Thanissaro Bhikkhu. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.