Come è breve questa vita!
Si muore entro cent’anni,
e anche se si vive più a lungo,
si muore decrepiti.
Le persone soffrono
per il loro egoismo,
perché niente di ciò che si possiede è permanente,
niente è posseduto permanentemente. [1. “Niente di ciò che si possiede è permanente, niente è permanentemente posseduto” – due diverse letture della frase, na hi santi nicca pariggaha. ]
Quando si comprende questa realtà
come realmente è,
non si dovrebbe più seguire la vita domestica.
Alla sua morte una persona lascia
ciò che ritiene essere “Questo è mio”.
Realizzando questa verità, il saggio,
non dovrebbe essere incline
alla concezione del “Questo è mio”.
Come un uomo non vede,
svegliandosi,
ciò che ha sognato,
così non vede,
quando sono morti
–il loro tempo terminato–
coloro che gli erano cari.
Quando le si vedono e si sentono,
le persone vengono chiamate dal nome,
ma solo il nome resta
a ricordarli
quando sono morti.
Sofferenza, lamenti ed egoismo
non vengono abbandonati
dagli avidi,
mentre i saggi
abbandonando i loro possessi,
vedendo la Sicurezza (Nibbana),
intraprendono la vita santa.
Un monaco, vivendo in solitudine,
godendo di una dimora isolata:
si dice che ciò che gli era piacevole,
in nessuno regno,
adesso lo è.
Dovunque
il saggio
libero
non ha niente che gli sia caro o odiato.
In lui
lamenti ed egoismo,
come l’acqua su un loto bianco,
non aderiscono.
Come una goccia d’acqua su una foglia di loto,
o su un giglio rosso,
non aderiscono,
così il saggio
non aderisce
a ciò che è visto, sentito o provato;
perché, purificato,
non dà importanza
sempre
a ciò che è visto, sentito o provato.
Pertanto
non desidera la purezza,
perché non prova desiderio
né non lo rifiuta. [2. – Un arahant ha distrutto completamente ogni tipo di desiderio.]
Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Thanissaro Bhikkhu. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Suttanipata