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Pv 4.7: Rājaputtapetavatthu – Il figlio di un re

Buddha:
Quel principe sperimenta tutte queste realtà meravigliose come risultato del suo buon kamma precedente, ma è ossessionato da forme, suoni, odori, sapori e sensazioni piacevoli. Un giorno andò in un parco e si divertì ballando e cantando. Al ritorno, entrò nella città di Rajagaha. Lì vide un Buddha Pacceka di nome Sunetta calmo, concentrato e virtuoso. Conduceva una vita molto semplice. Faceva la sua questua chiedendo cibo.

Il principe stava cavalcando un elefante, così scese e chiese al Buddha beffardamente: “Bhante, hai mangiato?”
Il principe strappò con forza la ciotola del Buddha dalle sue mani e la buttò a terra. Ridendo del Buddha disse: “Monaco, io sono il figlio del re Kitava. Non puoi farmi nulla.”

Il risultato di quell’azione malvagia fu molto doloroso. Dopo la morte, rinacque negli inferi. Soffrì per molto tempo. Esattamente quanto tempo? Sei volte 84.000 anni. Per tanti anni dovette soffrire negli inferi. Una volta fu arso dalle gambe in su, e un’altra volta fu arso dalla testa in giù. Una volta fu arso dal lato sinistro, un’altra volta dal lato destro. Così sperimentò un dolore immenso.
Essendosi adirato con quel Buddha che non si arrabbiava mai, lo stolto principe soffrì centinaia di migliaia di anni negli inferi. Dopo un tempo molto lungo, vi morì e rinacque nel mondo degli spiriti come uno spettro che soffriva la fame e la sete.

L’arroganza ha causato questa sventura. Avendo compreso il pericolo del troppo piacere, le persone sagge dovrebbero essere molto umili. Se uno rispetta i Buddha, viene lodato in questa stessa vita. Dopo la morte, quella persona saggia rinascerà in un mondo celeste.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli del Ven. Kiribathgoda Gnanananda Thera,
Stories of Ghosts from the Petavatthu © 2018 Mahamegha Publications. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.