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Milindapañha: Libro IV – Capitolo VI

Affermazioni contraddittorie sul maestro del Buddha

(Dilemma 51)

1. “Venerabile Nagasena, anche questo è stato detto dal Beato:

“Io non ho maestro, e l’uomo
a me eguale non esiste.
Un mio rivale non vi è
nell’intero mondo dei deva e degli uomini.”

Ma d’altra parte disse: “Così dunque, monaci, Alara Kalama, quando era mio maestro ed io suo discepolo, mi pose eguale a lui, e mi onorò con esagerati onori.”

Ora se la prima di queste affermazioni è vera, allora la seconda deve essere falsa. Ma se la seconda è vera, allora la prima deve essere falsa. Anche questo è un ambiguo dilemma, ora posto a voi, e voi lo dovete risolvere.”

2. “Entrambe le citazioni che avete fatto, o re, sono esatte. Ma quando egli parlò di Alara Kalama come suo maestro, si riferiva quando era ancora un Bodhisattva e prima di aver raggiunto la profonda visione e lo stato di Buddha; e vi erano cinque di tali maestri, o re, sotto la cui istruzione il Bodhisattva trascorse il suo tempo in vari luoghi – suoi maestri quando era ancora un Bodhisattva, prima di aver raggiunto la profonda visione e lo stato di Buddha. E chi erano questi cinque?

3. Quegli otto bramani che, appena dopo la nascita del Bodhisattva, presero nota dei segni nel suo corpo – Rama e Dhaga, e Lakkhana, e Manti, e Yañña, e Suyama, e Subhoga, e Sudatta – coloro che fecero conoscere la sua futura gloria, e lo segnarono come uno da essere attentamente controllato – questi furono i suoi primi maestri.

Ed ancora, o re, il Bramano Sabbamitta di illustre discendenza, che fu di alto lignaggio nella terra di Udikka, un filologo e grammatico, esperto dei sei Vedanga, cui il re Suddhodana, il padre del Bodhisattva, mandò a chiamare, e dopo aver versato l’acqua della dedicazione da un vaso d’oro, consegnò il ragazzo sotto la sua sorveglianza, per essere istruito – costui fu il suo secondo maestro.

Ed ancora, o re, il deva che agitò la mente del Bodhisattva, cui al suono di quel discorso il Bodhisattva, scosso ed ansioso, in quel preciso momento uscì dal mondo della sua Grande Rinuncia – costui fu il suo terzo maestro.

Ed ancora, o re, Alara Kalama, fu il suo quarto maestro.

Ed ancora, o re, Uddaka il figlio di Rama, fu il suo quinto maestro.

Questi, o re, sono i cinque che furono maestri quando era ancora un Bodhisattva, prima di aver raggiunto la profonda visione e lo stato di Buddha. Ma costoro furono maestri nella saggezza mondana. E in questa Dottrina trascendentale, che penetra nella saggezza degli onniscienti – dove non vi è nessuno superiore al Tathagata tanto da insegnargli. Il Tathagata dipende solo dalla sua conoscenza, senza un maestro, ed ecco perché il Tathagata disse:

“Io non ho maestro, e l’uomo
a me eguale non esiste.
Un mio rivale non vi è
nell’intero mondo dei deva e degli uomini.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sui maestri del Buddha.]

Perché ci deve essere un solo Buddha per volta

(Dilemma 52)

4. “Venerabile Nagasena, anche questo è stato detto dal Beato: “E’ impossibile, inconcepibile, che in un mondo due Arahant Supremi Buddha sorgano nella stessa epoca – ciò è impossibile.”

Ma, Nagasena, quando predicano, tutti i Tathagata predicano (la Dottrina) dei trentasette elementi costituenti della profonda visione; quando parlano, parlano delle Quattro Nobili Verità; quando istruiscono, istruiscono nelle tre Pratiche; quando insegnano, insegnano la pratica dello zelo. Se, Nagasena, il predicare di tutti i Tathagata è unica, e parlano della stessa cosa, e la loro pratica è la stessa, come il loro insegnamento, perché non dovrebbero sorgere due Tathagata nella stessa epoca? Già dall’apparizione di un Buddha questo mondo è stato inondato di luce. Se vi fosse un secondo Buddha il mondo sarebbe ancora più illuminato dalla gloria di entrambi. Quando esortano, due Tathagata esorterebbero con facilità; quando istruiscono, due Tathagata istruirebbero con facilità. Ditemi la ragione, in modo da dissipare il mio dubbio.”

5. Questo sistema di mondo, o re, può sostenere un solo Buddha; cioè, può avere solo la virtù di un singolo Tathagata. Se dovesse sorgere un secondo Tathagata il mondo non potrebbe reggerlo, si scuoterebbe e tremerebbe, si piegherebbe, in questo o in quest’altro modo, si disperderebbe, si romperebbe in tanti pezzi, si dissolverebbe, sarebbe totalmente distrutto. Proprio come una barca, o re, potrebbe trasportare un solo passeggero per volta. Perciò, se un uomo salisse a bordo, sarebbe ben adatta e capace di reggere il suo peso. Ma se vi fosse un secondo uomo, uguale al primo per età, casta, forza, peso, corpulenza ed ossatura, e costui dovesse salire a bordo, quella barca sarebbe capace di reggerli entrambi, o re?”

“Certo che no, venerabile!Essa si scuoterebbe e tremerebbe; si piegherebbe, in questo o in quest’altro modo, si disperderebbe, si romperebbe in tanti pezzi, si dissolverebbe, sarebbe totalmente distrutta; affonderebbe tra le onde.”

“Allo stesso modo, o re, con questo mondo se dovesse apparire un secondo Tathagata. Oppure immaginate, o re, che un uomo avesse mangiato tutto il cibo desiderato, tanto da essersi riempito di nutrimento fino alla gola, e che – così sazio, deliziato, pieno di buon cibo, soddisfatto, duro e rigido come un dritto bastone – dovesse mangiare ancora la stessa quantità di cibo di prima – quell’uomo, o re, starebbe bene?”

“Certo che no, venerabile! Se dovesse ancora mangiare, anche per una sola volta, morirebbe.”

“Bene, questo mondo non potrebbe sostenere un secondo Tathagata, così come quell’uomo non potrebbe sopportare un secondo pasto.”

6. “Come mai, Nagasena? La terra tremerebbe per troppa bontà?”

“Immaginate, o re, che vi fossero due carri strapieni di cose preziose, e la gente prendesse queste cose da un carro per ammassarle sull’altro, sarebbe capace un solo carro di trasportare il peso di entrambi?”

“Certo che no, venerabile! Si spaccherebbe il mozzo delle ruote, si spezzerebbero i raggi, il cerchio andrebbe in pezzi e l’asse si romperebbe in due.”

“Come mai, o re? Il carro andrebbe in pezzi a causa del troppo peso?”

“Certamente.”

7. Allo stesso modo, o re, la terra tremerebbe a causa del troppo peso di bontà. Ma quell’argomento è stato citato per far conoscere il potere dei Buddha. Ascoltate un’altra confacente ragione per cui due Buddha non potrebbero apparire nella stessa epoca. Se, o re, due Buddha dovessero sorgere insieme, allora nascerebbero delle dispute fra i loro seguaci, e a queste parole: “Il tuo Buddha, il nostro Buddha.”, si dividerebbero in due fazioni – proprio come farebbero i seguaci di due potenti ministri di stato rivali. Questa è un’altra ragione, o re, per cui due Buddha non potrebbero apparire nella stessa epoca.

8. Ascoltate un’ulteriore ragione, o re, per cui due Buddha non potrebbero apparire nella stessa epoca. Se così fosse, allora il passo (delle Scritture) che il Buddha è il capo diverrebbe falso, ed il passo che il Buddha prende precedenza su tutti diverrebbe falso, ed il passo che il Buddha è il migliore di tutti diverrebbe falso. E così tutti quei passi dove il Buddha è detto essere l’eccelso, il più venerato, il sommo, l’impareggiabile, senza eguali, senza pari, che non ha né rivali né antagonisti – tutto ciò sarebbe falso. Accettate anche questa ragione per dimostrare che due Buddha non potrebbero sorgere assieme.

9. Ma oltre a ciò, o re, questa è una caratteristica naturale dei Buddha, dei Beati, che un solo Buddha sorga nel mondo. E perché? Per la grandezza della virtù degli onniscienti Buddha. Inoltre tutto ciò che è maestoso nel mondo è unico. La grande terra, o re, è grande ed è unica. L’oceano è possente ed è unico. Sineru, il re delle montagne, è grande ed è unico. Lo spazio è illimitato ed è unico. Maha-Brahma è potente ed è unico. Un Tathagata, un Arahant supremo Buddha è grande ed è unico al mondo. Ovunque sorga uno di questi non vi è posto per un secondo. Perciò, o re, un solo Tathagata, un Arahant supremo Buddha può apparire nel mondo.

“Avete ben mostrato il dilemma, Nagasena, con giuste similitudini e ottime ragioni. Anche un uomo non intelligente sarebbe soddisfatto di tali parole; quanto più un grande sapiente come me. Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sul perché deve sorgere un solo Buddha per volta.]

Perché bisogna donare all’Ordine piuttosto che al Buddha?

(Dilemma 53)

10. “Venerabile Nagasena, il Beato disse a Maha-Pagapati la Gotami, sorella di sua madre, quando gli stava donando una coperta di lana, utile per la stagione delle piogge:

“Donala, o Gotami, all’Ordine. Se la doni all’Ordine, allora avrai fatto omaggio all’Ordine ed a me.”

Ma, Nagasena, non è il Tathagata il più importante ed autorevole, il più degno di doni persino del tesoro dei gioielli dell’Ordine, quindi come mai il Tathagata disse alla zia, sul dono a lui fatto, una coperta di lana per la stagione delle piogge, da lei stessa cardata e compressa e battuta e tagliata e cucita, di donarla all’Ordine? Se, Nagasena, il Tathagata fosse realmente il più grande, sommo ed eccellente dell’Ordine, allora il dono a lui fatto sarebbe il più meritorio, e quindi non le avrebbe detto di donarlo all’Ordine. Ma siccome il Tathagata, Nagasena, non si pone sul sentiero dei doni a lui fatti, non offre occasione per tali doni, spiegate perché disse a sua zia di donare quella coperta all’Ordine.”

11. “La vostra citazione è corretta, o re, ed il Beato così indirizzò i doni di sua zia. Ma non fu perché un atto di rispetto verso di lui non porta nessun frutto, o perché egli era indegno di ricevere doni, ma fu per bontà e compassione che egli, pensando: “In questo modo l’Ordine, in futuro, quando sarò trapassato, sarà altamente considerato.” – magnificò l’eccellenza che l’Ordine aveva realmente, col dire: “Donala, o Gotami, all’Ordine. Se la doni all’Ordine, allora avrai fatto omaggio all’Ordine ed a me.” Proprio come un padre, o re, ancora in vita, esalta in un’assemblea di ministri, soldati, messi reali, sentinelle, guardie del corpo e cortigiani – ed anche in presenza dello stesso re – le virtù possedute dal proprio figlio, pensando: “Se è stabilito in questa sede, egli sarà onorato da tutti anche in futuro.” , così fu per bontà e compassione che il Tathagata, pensando: “In questo modo l’Ordine, in futuro, quando sarò trapassato, sarà altamente considerato.” – magnificò l’eccellenza che l’Ordine aveva realmente, col dire: “Donala, o Gotami, all’Ordine. Se la doni all’Ordine, allora avrai fatto omaggio all’Ordine ed a me.”

12. E per il semplice dono di una coperta per la stagione delle piogge, l’Ordine, o re, non diviene più grande, o superiore del Tathagata. Proprio come quando, o re, i genitori ungono i propri figli con profumi, li massaggiano, gli fanno il bagno e gli lavano la testa, il figlio così servito diventa più grande, o superiore ai propri genitori?”

“Certo che no, venerabile! I genitori trattano i propri figli come vogliono, piaccia o gli piaccia. Perciò li ungono con profumi, gli lavano la testa e gli fanno il bagno.”

“Allo stesso modo, o re, l’Ordine non diviene più grande, o superiore del Tathagata per un semplice dono; anche se il Tathagata, piacesse o no all’Ordine, dicesse a sua zia di donare la coperta all’Ordine.

13. O immaginate, o re, qualcuno che portasse un regalo di favore ad un re, ed il re lo donasse a qualcun altro – ad un soldato o ad un messo, ad un generale o ad un capitano – quell’uomo diventerebbe più grande, o superiore del re, per il semplice fatto di aver ricevuto un dono?”

“Certo che no, venerabile! Quell’uomo riceve la sua paga dal re, dal re riceve il suo sostentamento; fu il re che, avendolo occupato in quell’incarico, gli donò il regalo.”

“Allo stesso modo, o re, l’Ordine non diviene più grande, o superiore del Tathagata per un semplice dono. L’Ordine è, come fosse, al servizio del Tathagata, e si guadagna da vivere grazie al Tathagata. E fu il Tathagata che, avendolo posto in tale posizione, fece in modo di ricevere quel dono.

14. Ed inoltre il Tathagata, o re, così pensò: “L’Ordine è per sua natura degno di doni. Desidero, quindi, che tale cosa, di mia proprietà, gli sia donata.” – e così diede la coperta all’Ordine. Perché il Tathagata, o re, non magnifica i doni a lui offerti, ma a chiunque nel mondo sia degno di ricevere doni. Perciò così è stato detto, o re, dal Beato, il signore dei deva, nell’eccelso Majjhima Nikaya nel sermone titolato Dhamma-dayada, quando esaltava colui che è contento con poco: “Diventerà il primo dei miei monaci, il più degno di ricevere doni e lodi.”

15. E non esiste, o re, nei tre mondi un essere più degno di doni, più grande , più esaltato, o migliore del Tathagata. Il Tathagata è il più grande, l’eccelso ed il migliore. Così è stato detto, o re, dal deva Manava-gamika, nell’eccellentissimo Samyutta Nikaya, quando era innanzi al Beato in un’assemblea di uomini e deva:

“Di tutte le montagne Ragagaha il monte Vipula è riconosciuto come capo,
dell’Himalaya il Monte Bianco, il sole del sistema planetario ,
di tutte le acque l’oceano, di tutte le luminose costellazioni la luna –
in tutto il mondo dei deva e degli uomini il Buddha è riconosciuto Signore.”

E quei versi del deva Manava, o re, erano ben cantati, non cantati male, ben recitati, non recitati male ed approvati dal Beato. E così è stato detto da Sariputta, il Comandante della fede:

“Non vi è che una Confessione, una vera Fede,
un’adorazione di mani giunte che si tendono –
quella resa a Lui che scaccia il Maligno,
e ci aiuta a superare l’oceano dei nostri mali.”

E così è stato detto dallo stesso Beato, il signore di tutti gli esseri divini:

“Vi è un solo essere, monaci, sorto nel mondo per il bene e la felicità di molti, per compassione del mondo, per il vantaggio e beneficio di deva ed uomini. E qual è quell’essere? Un Tathagata, un Arahant supremo Buddha.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla precedenza dell’Ordine sul Buddha.]

E’ più vantaggioso essere un laico o entrare nell’Ordine?

(Dilemma 54)

16. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Io magnificherei, o monaci, la Suprema Meta sia per un laico che in un monaco. Sia un laico, o monaci, sia un monaco, l’uomo che ha raggiunto la Suprema Meta supererà tutte le difficoltà inerenti, percorrerà il suo sentiero fino all’eccellente condizione dello stato di Arahat.”

Ora, Nagasena, se un laico, vestito di bianche vesti, godendo dei piaceri dei sensi, dimorando in un’abitazione con moglie e figli, utilizzando legno di sandalo di Benares, di ghirlande, profumi ed unguenti, accettando oro ed argento, indossando un turbante intarsiato con gioielli ed oro, può, dopo aver raggiunto la Suprema Meta, conquistare il suo sentiero per l’eccellente condizione dello stato di Arahat – e se un monaco, con la testa rasata e le vesti gialle, che vive grazie all’elemosina di altre persone, realizzando perfettamente la quadruplice disciplina della moralità, osservando personalmente i centocinquanta precetti, rispettando tutti gli altri tredici voti, può anche, avendo raggiunto la Suprema Meta, conquistare il suo sentiero per l’eccellente condizione dello stato di Arahat – allora, venerabile, qual è la differenza fra un laico ed un monaco? La vostra austerità è senza effetto, la vostra rinuncia è inutile, la vostra osservanza ai precetti è sterile, il prendere i voti è vano. Quale beneficio ricavate nel prendere i voti, se nell’agiatezza lo stesso si può raggiungere la condizione di beatitudine?”

17. “Le parole da voi attribuite al Beato, o re, sono ben citate. Ed è avete in parte ragione. L’uomo che ha raggiunto la Suprema Meta è il vincitore. Se il monaco, o re, sapendo di essere un monaco, trascurasse le Mete, allora sarebbe lontano dai frutti della rinuncia, lontano dallo stato di Arahat – come potrebbe, quindi, un laico, indossando ancora l’abito del mondo, fare in questo modo? Ma sia un laico, o re, o un monaco, avendo raggiunto la suprema profonda visione, la suprema condotta di vita, potrà conquistare il suo sentiero per l’eccellente condizione dello stato di Arahat.

18. Ma tuttavia, o re, il monaco è il signore e padrone del frutto della rinuncia. E la rinuncia al mondo, o re, è piena di guadagno, molti ed incommensurabili sono i suoi vantaggi, nessuno può calcolare i suoi benefici. Proprio come, o re, nessuno può mettere un prezzo, in denaro, al valore di una preziosa gemma, dicendo: “Così e così è il prezzo della gemma.” – allo stesso modo, o re, la rinuncia è piena di guadagno, molti ed incommensurabili sono i suoi vantaggi, nessuno può calcolare i suoi benefici – come, o re, è impossibile contare il numero delle onde nel vasto oceano, col dire: “Tante e tante sono le onde del mare!”

19. Tutto ciò che il monaco, o re, deve ancora compiere, lo realizza rettamente, senza indugio. E perché? Perché il monaco, o re, si contenta di poco, è di mente gioiosa, distaccato da mondo, lontano dalla società, zelante, senza una casa, senza dimora, retto in condotta, sincero in ogni sua azione, ligio al dovere e nel raggiungere le mete – ecco perché tutto ciò che deve ancora compiere, il monaco lo realizza rettamente, senza indugio – proprio come il volo della vostra lancia, o re, è veloce perché è di metallo puro, liscia, ben levigata, dritta ed immacolata!”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sui vantaggi del laico sul monaco.]

Ascetismo

(Dilemma 55)

20. “Venerabile Nagasena, quando il Bodhisattva stava praticando l’austerità, non fu trovato nessun altro sforzo eguale al suo, né un tale potere, né una tale lotta contro il male, né una tale vittoria sugli eserciti del Maligno, né un tale digiuno, né una tale austerità di vita. Ma non trovando alcuna soddisfazione in tale pratica, abbandonò quell’idea, dicendo: “Neanche con questo crudele ascetismo sto raggiungendo l’importante facoltà, che va oltre il potere umano, nascente dalla profonda visione nella conoscenza di ciò che è utile e nobile. Non vi può essere un altro sentiero verso la saggezza?”

Ma allora, quando stanco di quel sentiero aveva ottenuto l’onniscienza in altro modo, egli, d’altra parte, così esortò ed istruì ancora i suoi discepoli in quel sentiero (che aveva abbandonato, dicendo):

“Sforzatevi, siate forti, ed alla fede
insegnata dai Buddha dedicatevi con zelo.
Come un forte elefante una casa di canna
distruggete gli eserciti del Maligno.”

Ora, Nagasena, qual è la ragione per cui il Tathagata esortò e guidò i suoi discepoli verso quel sentiero che egli stesso aveva abbandonato e detestato.”

21. “Anche ora questo è l’unico sentiero, o re. E lungo quel sentiero il Bodhisattva ottenne lo stato di Buddha. Anche se il Bodhisattva, o re, sforzandosi strenuamente, avesse diminuito il proprio cibo fino al completo digiuno, per quella mancanza di cibo divenne debole anche mentalmente, tuttavia quando iniziò di nuovo a mangiare poco alla volta, fu grazie a quel sentiero che in poco tempo ottenne lo stato di Buddha. E solo quel sentiero che tutti i Tathagata raggiunsero la profonda visione dell’onniscienza. Proprio come il cibo è il sostegno di tutti gli esseri, e tutti gli esseri dipendono dal cibo per vivere bene, così quello è il sentiero di tutti i Tathagata per raggiungere la profonda visione dell’onniscienza. La colpa non fu, o re, nello sforzo, non fu nel potere, né nella lotta intrapresa contro il male, per cui il Tathagata, in quel tempo, non raggiunse lo stato di Buddha. Ma la colpa fu nella mancanza di cibo, e lo stesso sentiero (d’austerità) era là sempre pronto.

22. Immaginate, o re, un uomo che dovesse seguire un sentiero in gran fretta, ed a causa di quella fretta gli venissero a mancare le forze, tanto da cadere a terra come uno storpio, incapace di muoversi; ora, o re, la colpa sarebbe della grande terra perchè ha fatto mancare le forze a quell’uomo?”

“Certo che no, venerabile! La grande terra è sempre pronta. Che colpa ne avrebbe? La colpa fu nel troppo zelo dell’uomo, che lo fece cadere.”

“Così appunto, o re, la colpa non fu nello sforzo, né nel potere, né nella lotta intrapresa contro il male, per cui il Tathagata, in quel tempo, non raggiunse lo stato di Buddha. Ma la colpa fu nella mancanza di cibo, e lo stesso sentiero (d’austerità) era là sempre pronto. Allo stesso modo se un umo indossasse una veste e non la facesse mai lavare, la colpa non sarebbe nell’acqua, che sarebbe sempre pronta all’uso, ma nell’uomo stesso. Ecco perché il Tathagata esortò ed istruì i suoi discepoli per quel sentiero, perché quel sentiero è sempre là, retto e disponibile.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sul sentiero.]

Gli apostati

(Dilemma 56)

23. “Venerabile Nagasena, questa dottrina del Tathagata è potente, essenzialmente vera, preziosa, eccellente, nobile, ineguagliabile, pura ed immacolata, chiara e senza colpa. Non è giusto ammettere un laico, come discepolo, nell’Ordine. Dovrebbe essere istruito ancora come laico, e dopo aver ottenuto il Frutto del Primo Sentiero essere ammesso. E perché? Quando questi uomini, essendo ancora cattivi, vengono ammessi in una dottrina così pura, l’abbandonano e ritornano di nuovo allo stato inferiore, e per la loro apostasia le persone sono portate a pensare: “Questa dottrina dell’asceta Gotama è inutile, perciò questi uomini l’hanno abbandonata.” Questa è la ragione di ciò che dico.”

24. “Immaginate, o re, una vasca da bagno piena d’acqua fresca, pura e trasparente. Ed un uomo, sporco, pieno di fango vi giungesse e senza bagnarsi se ne andasse più sporco di prima. Ora in quella circostanza la gente biasimerebbe l’uomo sporco o la vasca da bagno?”

“La gente, venerabile, biasimerebbe l’uomo sporco, dicendo: “Quest’individuo giunto alla vasca da bagno se n’è tornato più sporco di prima.” Come potrebbe la vasca da bagno, da sola, pulire un uomo che non vuole lavarsi? Che colpa ne ha?”

“Allo stesso modo, o re, il Tathagata ha costruito una vasca da bagno piena di eccellenti acque di liberazione – il bagno della buona legge. Tutti gli esseri consapevoli delle loro colpe, bagnandosi in essa, possono purificarsi totalmente. E se qualcuno, dopo essersi recato a quella vasca da bagno della buona legge, non si bagnasse in essa, ma tornasse più impuro di prima, per poi ritornare allo stato inferiore, la gente lo biasimerebbe, dicendo: “Quest’uomo ha seguito la dottrina dei Gloriosi, e non trovando pace, è ritornato allo stato inferiore. Come potrebbe la sola dottrina dei Gloriosi purificare colui che non ha vissuto in accordo con essa? Che colpa ne ha la dottrina?

25. Oppure immaginate, o re, un uomo, afflitto da una terribile malattia, che si recasse da un medico esperto in diagnosi, conoscitore di un metodo di cura efficace e duraturo, e che quell’uomo non si facesse curare, ma ritornasse malato come prima. Ora chi biasimerebbe la gente, l’uomo malato o il medico?”

“L’uomo malato sarebbe biasimato dalla gente, venerabile, in questo modo: “Come potrebbe il medico, da solo, guarire quest’uomo se non si fa curare? Che colpa ne ha il dottore?”

“Allo stesso modo, o re, il Tathagata ha depositato nello scrigno della sua dottrina la medicina d’ambrosia (del Nibbana), la quale può totalmente sopprimere tutte le malattie della colpa, pensando: “Possano tutti quegli esseri consapevoli e senzienti, afflitti dalla malattia della colpa, bere questa ambrosia in modo da alleviare tutte le loro sofferenze.” E se qualcuno, senza bere l’ambrosia, dovesse ritornare di nuovo con il male interiore, ed ancora una volta allo stato inferiore, la gente lo biasimerebbe, dicendo: “Quest’uomo praticò la dottrina dei Gloriosi, e non trovando pace in essa, ritornò di nuovo allo stato inferiore. Come potrebbe la sola dottrina dei Gloriosi curare colui che non vive in accordo con essa? Che colpa ne ha la dottrina?”

26. Oppure immaginate, o re, un uomo affamato rimanere in un luogo dove venisse distribuito una grande quantità di cibo per scopi caritatevoli, e poi se ne andasse, ancora affamato, senza prendere qualcosa da mangiare. Chi biasimerebbe la gente, l’uomo affamato o il banchetto caritatevole?”

“La gente biasimerebbe l’uomo affamato, venerabile, con queste parole: “Quest’individuo, sebbene fosse tormentato dalla fame, e vi fosse un banchetto caritatevole preparato per lui, non vi partecipò, e se ne andò più affamato di prima. Come poteva il pasto, che non è stato mangiato, da solo, entrare nella sua bocca? Che colpa ne ha il cibo?”

“Allo stesso modo, o re, il Tathagata ha preparato il cibo più eccellente, buono, benefico, delicato d’ambrosia, che supera ogni dolcezza, della realizzazione dell’impermanenza di tutte le realtà, nello scrigno della sua dottrina, pensando: “Possano tutti quegli esseri consapevoli e senzienti, tormentati dalla colpa, le cui menti sono stordite dalla brama, alimentarsi con questo cibo, alleviare ogni tipo di desiderio in qualsiasi mondo ed esistenza futura.” E se qualcuno, non trovando piacere in questo cibo, se ne ritornasse di nuovo,, ancora dominato dalla sua brama, nello stato inferiore, sarebbe così biasimato dalla gente: “Quest’uomo praticò la dottrina dei Gloriosi, e non trovando pace in essa, ritornò di nuovo allo stato inferiore. Come potrebbe la sola dottrina dei Gloriosi curare colui che non vive in accordo con essa? Che colpa ne ha la dottrina?”

27. Se il Tathagata, o re, avesse lasciato che un capofamiglia fosse ammesso nell’Ordine dopo aver praticato la prima fase dell’Eccelso Sentiero, allora non si direbbe più che la rinuncia al mondo libera dalle cattive qualità per purificare la mente – e quindi non sarebbe più praticata la rinuncia. Sarebbe come se un uomo facesse un pubblico annuncio: “Non lasciate immergere nella vasca chi è sporco! Lasciate immergere in questa vasca solo coloro che sono senza polvere e sporcizia, solo chi è puro e senza macchia!” Ora quel bagno sarebbe utile a chi è puro e senza macchia, o re?”

“Certo che no, venerabile! Il vantaggio che cercava con l’immergersi nel bagno, l’avrebbe già ottenuto altrove. Quindi il bagno sarebbe inutile!”

“Allo stesso modo, o re, se il Tathagata avesse ordinato e ricevuto nell’Ordine solo quei laici che avessero già praticato la prima fase dell’Eccelso Sentiero, allora il vantaggio che cercavano già era stato ottenuto. Quale utilità sarebbe per costoro la rinuncia?”

28. Oppure immaginate, o re, un medico, un vero seguace dei vecchi saggi, uno che ricorda gli antichi versi e tradizioni, un uomo pratico, esperto nelle diagnosi e padrone di un’efficace e durevole cura, che ha raccolto (da erbe medicinali) un farmaco capace di curare ogni malattia, che annunciasse: “Signori, non fatemi visitare i malati. Fatemi visitare i forti ed i sani.” Ora, quegli uomini liberi da malanni e malattie, sani e forti, avrebbero ciò che vogliono da quel medico, o re?”

“Certo che no, venerabile! Ciò che quegli uomini vogliono da un medico l’hanno già in altro modo ottenuto. Che bisogno c’è del medico per loro?”

“Allo stesso modo, o re, se il Tathagata avesse ordinato e ricevuto nell’Ordine solo quei laici che avessero già praticato la prima fase dell’Eccelso Sentiero, allora il vantaggio che cercavano già era stato ottenuto. Quale utilità sarebbe per costoro la rinuncia?”

29. Oppure immaginate, o re, che qualcuno, dopo aver fatto preparare centinaia di piatti di riso e latte bollito, annunciasse: “Non fate avvicinare gli affamati a questo banchetto caritatevole. Lasciate avvicinare i sazi e gli appagati, coloro che si sono deliziati e riempiti con del buon cibo.” Ora coloro che sono già sazi ed appagati, che si sono deliziati e riempiti con del buon cibo trarrebbero qualche vantaggio da quel banchetto, o re?”

“Certo che no, venerabile! Il reale vantaggio che cercavano al banchetto l’hanno già ottenuto altrove. A cosa servirebbe quel banchetto?”

“Allo stesso modo, o re, se il Tathagata avesse ordinato e ricevuto nell’Ordine solo quei laici che avessero già praticato la prima fase dell’Eccelso Sentiero, allora il vantaggio che cercavano già era stato ottenuto. Quale utilità sarebbe per costoro la rinuncia?”

30. “Ma nonostante ciò, o re, coloro che ritornano nello stato inferiore manifestano a causa di ciò cinque incommensurabili buone qualità nella dottrina dei Gloriosi. E quali sono queste cinque? Essi mostrano come sia glorioso lo stato (che hanno raggiunto coloro che sono entrati nell’Ordine), come sia puro da ogni macchia, come sia impossibile per chi abbia commesso qualche colpa dimorare insieme (con i saggi), come sia difficile realizzare (la propria gloria), quanto numerose siano le rinunce da osservare.

31. E come dimostrano la possente gloria di quello stato? Come se, o re, un uomo, povero e di bassa nascita, senza distinzione, deficitario in saggezza venisse in possesso di un grande e potente regno, in poco tempo sarebbe sconfitto, totalmente distrutto e privato della sua gloria. Egli sarebbe incapace di sostenere la sua dignità. E perché? Per la sua grandezza. Allo stesso modo, o re, tutti coloro che sono senza distinzione, che non hanno acquisito merito, che sono senza saggezza, quando rinunciano al mondo per seguire la dottrina dei Gloriosi, allora, incapaci di sopportare quell’eccelsa rinuncia, vinti, caduti e privati della loro gloria, ritornano allo stato inferiore. Perché sono incapaci di praticare la dottrina dei Gloriosi. E perché? Per la suprema natura della condizione che quella dottrina comporta. In questo modo, o re, essi dimostrano la possente gloria di quello stato.

32. E come dimostrano la purezza di quello stato? Proprio come, o re, l’acqua, quando cade su di un loto scorre via, si disperde, si sparge, sparisce e non aderisce ad esso. E perché? Perché il loto rimane puro da ogni macchia. Allo stesso modo, o re, quando tutti coloro che sono falsi, scaltri, astuti, traditori, di illecite opinioni vengono ammessi nella dottrina dei Gloriosi, in breve tempo si disperdono, si spargono, cadono da ciò che è puro e senza macchia, chiaro e senza colpa, come l’eccelsa dottrina e non trovano dimora in essa, né vi aderiscono, e ritornano allo stato inferiore. E perché? Perché la dottrina dei Gloriosi è stata purificata da ogni macchia. In questo modo, o re, essi dimostrano la purezza di quello stato.

33. E come dimostrano l’impossibilità di chi ha commesso delle colpe a dimorare insieme con i saggi? Proprio come, o re, il grande oceano non tollera la permanenza in esso di un cadavere, ma qualsiasi corpo presente in mare, lo trasporta subito sulla spiaggia per gettarlo sulla terraferma. E perché? Perché l’oceano è la dimora di potenti creature. Allo stesso modo, o re, quando tutti coloro che sono in colpa, stolti, senza zelo, sofferenti, impuri e cattivi vengono ammessi nella dottrina dei Gloriosi, dopo poco tempo abbandonano quella dottrina e non dimorano a lungo in essa – la dimora dei potenti, gli Arahat, liberi e puri dal Grande Male – per poi ritornare allo stato inferiore. E perché? Perché è impossibile per il cattivo dimorare nella dottrina dei Gloriosi. In questo modo, o re, essi dimostrano l’impossibilità di chi ha commesso delle colpe a dimorare insieme con i saggi.

34. E come dimostrano quanto sia difficile comprendere quello stato? Proprio come, o re, degli arcieri goffi, inesperti, ignoranti e senza abilità sono incapaci di grandi imprese nel tiro con l’arco, come dividere un capello in due, perché mancano completamente il bersaglio. E perché? A causa della sottigliezza e della minutezza di un crine di cavallo. Proprio come, o re, quando degli stolti, stupidi, imbecilli, sciocchi e ritardati individui rinunciano al mondo per seguire la dottrina dei Gloriosi, allora costoro, incapaci di comprendere le squisitamente fini e sottili distinzioni delle Quattro Verità, mancano completamente il bersaglio del loro significato, e ritornano in breve tempo allo stato inferiore. E perché? Perché è così difficile penetrare la finezza e la sottigliezza delle Verità. In questo modo, o re, essi dimostrano la difficoltà della sua realizzazione.

35. E come dimostrano quante sono le rinunce da osservare nella dottrina? Proprio come, o re, un uomo che, recatosi in un posto dove si combatteva un’imponente battaglia e, circondato da ogni parte dalle forze del nemico,vede l’esercito schierato contro di lui, si apre uno spiraglio e tornando indietro fugge via. E perché? Perché teme di non potersi salvare nel bel mezzo di tale battaglia. Allo stesso modo, o re, quando tutti coloro che sono cattivi, immorali, senza vergogna, stolti, pieni di avversione, volubili, instabili, gretti e stupidi rinunciano al mondo per seguire la dottrina dei Gloriosi, allora essi, incapaci di osservare i molteplici precetti, tornano indietro e scappano, così in breve tempo ritornano allo stato inferiore. E perché? Per la multiforme natura delle rinunce da osservare nella dottrina dei Gloriosi. In questo modo, o re, essi dimostrano la molteplicità delle rinunce da osservare.

36. Sul migliore dei fiorenti arbusti, o re, il doppio gelsomino, possono esserci dei fiori colpiti da insetti, ed i loro teneri steli essendo fatti a pezzi possono occasionalmente cadere. Ma la loro caduta non distrugge il gelsomino. Perché i fiori che ancora rimangono pervadono ogni direzione con il loro dolce profumo. Allo stesso modo, o re, quando tutti coloro, dopo aver rinunciato al mondo per seguire la dottrina dei Gloriosi, ritornano di nuovo allo stato inferiore, sono come i fiori di gelsomino colpiti da insetti e privati del loro colore e profumo, senza colore nel loro comportamento ed incapaci di migliorare. Ma la dottrina dei Gloriosi non è biasimata per la loro apostasia. Perché i membri dell’Ordine che rimangono nella dottrina pervadono il mondo, umano e divino, del dolce profumo della loro retta condotta.

37. Fra le piante di riso sane e rigogliose vi può nascere un tipo di pianta di riso chiamata Karumbhaka, e questa occasionalmente può appassire. Ma il suo appassire non rovina le piante di riso rosso. Perché quelle che rimangono diventano cibo per i re. Allo stesso modo, o re, tutti coloro che, dopo aver rinunciato al mondo per seguire la dottrina dei Gloriosi, ritornano di nuovo allo stato inferiore sono come le piante Karumbhaka fra il riso rosso, possono non crescere né svilupparsi, e possono anche occasionalmente ricadere nello stato inferiore. Ma la dottrina dei Gloriosi non è biasimata per la loro apostasia, perché i monaci che rimangono saldi diventano adatti a raggiungere lo stato di Arahat.

38. A lato, o re, di una gemma da tutti desiderata può nascervi una rugosità. Ma la comparsa di quella rugosità non rovina la gemma. Perché la purezza che rimane nella gemma riempie la gente di gioia. Allo stesso modo, o re, tutti coloro che, dopo aver rinunciato al mondo per seguire la dottrina dei Gloriosi, ritornano di nuovo allo stato inferiore, possono essere rozzi e regressi nella dottrina. Ma la dottrina dei Gloriosi non è biasimata per la loro apostasia, perché i monaci che rimangono saldi sono causa di gioia che nasce nelle menti di deva ed uomini.

39. Persino il legno puro di sandalo rosso, o re, può diventare in qualche parte marcio ed inodore. Ma in tal modo non si rovina il legno di sandalo. Perché la parte dolce e sana che rimane diffonde e sparge il suo profumo tutt’intorno. Allo stesso modo, o re, tutti coloro che, dopo aver rinunciato al mondo per seguire la dottrina dei Gloriosi, ritornano di nuovo allo stato inferiore. Ma la dottrina dei Gloriosi non è biasimata per la loro apostasia, perché i monaci che rimangono saldi pervadono, con il profumo di legno di sandalo della loro retta condotta, il mondo dei deva e degli uomini.”

“Molto bene, Nagasena! Con delle similitudini appropriate, con delle corrette analogie avete reso in modo eccelso la perfezione della dottrina dei Gloriosi, e resa libera da biasimo. E persino coloro che l’hanno abbandonata rendono evidente quanto sia eccellente una tale dottrina.”

[Qui finisce il dilemma sugli apostati.]

Perché gli Arahat non hanno potere sul loro corpo?

(Dilemma 57)

40. “Venerabile Nagasena, i tuoi (membri dell’Ordine) dicono: “L’Arahat soffre un solo tipo di dolore, il dolore fisico e non quello mentale.”
Come mai, Nagasena? L’Arahat mantiene attiva la sua mente con i mezzi del corpo. L’Arahat non ha dominio, né padronanza, né potere sul corpo?”

“No, o re, non ne ha.”
“Ma così non è giusto, venerabile, che sul corpo, con cui egli mantiene la sua mente attiva, non abbia nessun dominio, né padronanza, né potere. Persino un uccello, venerabile, è signore e padrone del proprio nido.”

41. “Ci sono queste dieci qualità, o re, inerenti al corpo, che lo seguono e lo accompagnano da un’esistenza all’altra. Quali dieci? Caldo e freddo, fame e sete, il bisogno di evacuare escrementi, stanchezza e sonnolenza, vecchiaia, malattia e morte. E su queste, l’Arahat è senza dominio, senza padronanza e senza potere.”

“Venerabile Nagasena, qual è la ragione per cui le volontà dell’Arahat non hanno potere sul proprio corpo, né egli ha qualche padronanza su di esso? Ditemelo.”

“Proprio come, o re, gli esseri dipendono dalla terra, camminano, dimorano e tramite essa si sostengono. Ma hanno forza le loro volontà, sono di essa padroni?”

“Certo che no, venerabile!”

“Allo stesso modo, o re, l’Arahat mantiene la sua mente attiva attraverso il corpo. Tuttavia le sue volontà non hanno autorità su di esso, né potere.”

42. “Venerabile Nagasena, perché l’uomo comune patisce il dolore fisico e quello mentale?”
“A causa, o re, dello stato non addestrato della sua mente. Proprio come, o re, un bue, stremato dalla fatica, può essere legato ad una debole, fragile e minuta fune d’erba o pianta rampicante. Ma se il bue fosse infervorato, allora scapperebbe portandosi via il laccio. Allo stesso modo, o re, quando il dolore colpisce colui con una mente non addestrata, allora la sua mente si infervora, e la mente così infervorata fa contorcere il corpo e lo sbatte a terra ed egli, avendo una mente non addestrata, soffre, piange e si lamenta. In questo modo, o re, l’uomo comune soffre il dolore fisico e mentale.”

43. “Allora perché, venerabile, l’Arahat soffre soltanto un tipo di dolore – quello fisico e non quello mentale?”

“La mente dell’Arahat, o re, è addestrata, ben esercitata, domata, disponibile ed ubbidiente e presta attenzione alla sua volontà. Quando subisce sensazioni dolorose, comprende fermamente l’impermanenza di tutte le realtà, così lega la sua mente al palo della contemplazione, e la sua mente, così legata, rimane immobile, salda, ferma, senza vagare – anche se il suo corpo nel frattempo si contorce dal dolore. Ecco perché l’Arahat soffre solo un tipo di dolore – il dolore fisico e non quello mentale.”

44. “Venerabile Nagasena, è meraviglioso che, mentre il corpo patisce la mente non è scossa. Datemi una ragione di ciò.”

“Immaginate, o re, l’esistenza di un nobile albero, imponente nel tronco, nei rami e nelle foglie. Se venisse scosso dalla forza del vento i suoi rami oscillerebbero, e si muoverebbe anche il tronco?”

“Certo che no, venerabile!”
“Bene, o re, la mente dell’Arahat è come il tronco di quel nobile albero.”

“Meraviglioso, Nagasena, straordinario! Mai prima d’ora ho visto una lampada del Dhamma ardere e bruciare così brillantemente per tutto il tempo.”

[Qui finisce il dilemma sul potere dell’Arahat sul proprio corpo.]

La colpa del laico

(Dilemma 58)

45. “Venerabile Nagasena, immaginate che un laico avesse commesso una colpa Paragika (la più grave delle colpe), e qualche tempo dopo entrasse nell’Ordine. Ed egli stesso fosse inconsapevole di aver commesso tale colpa da laico, né fosse stato informato da qualcuno, dicendo: “Da laico hai commesso tale colpa.” Ora se si dovesse impegnare per raggiungere lo stato di Arahat sarebbe capace di comprendere il Dhamma tanto da percorrere l’Eccelso Sentiero?”

“No, o re, non ne sarebbe capace.”

“E perché, venerabile?”

“Perché ciò che dà origine alla penetrazione del Dhamma è stato in lui distrutto. Quindi non può nascere alcuna comprensione.”

46. “Venerabile Nagasena, la vostra gente afferma: “Nasce il rimorso in colui che è consapevole (di una colpa). Una volta sorto il rimorso vi è un ostacolo nella mente. Non vi è nessuna comprensione del Dhamma a colui che possiede un ostacolo nella mente.
Perché, dunque, vi dovrebbe essere una tale comprensione a colui che è inconsapevole della sua colpa, che prova rimorso e dimora con una mente tranquilla? Questo dilemma tocca due affermazioni inconciliabili. Riflettete bene prima di risolverlo.”

47. “Un seme scelto, o re, matura in un terreno ben seminato, ben arato, ben irrorato e fertile?”
“Certamente, venerabile!”

“Invece lo stesso seme crescerebbe in una zona rocciosa?”
“No, di sicuro.”

“Perché allora lo stesso seme dovrebbe crescere nel fango e non sulla roccia?”
“Perché sulla roccia non esiste la condizione della sua crescita. I semi non possono crescere senza una condizione.”

“Allo stesso modo, o re, la condizione per cui si sarebbe prodotta la sua comprensione del Dhamma e la sua conversione è stata in lui sradicata. La conversione non può avvenire senza una condizione.”

48. [“Datemi un’altra similitudine, venerabile.”]
“Bene, o re, bastoni, zolle, mazze e clave troveranno una collocazione in aria, così come sul terra?”

“No, venerabile.”

“Ma qual è la ragione per cui possono stare a terra e non in aria?”

“Non vi è nessuna condizione in aria per la loro stabilità, e senza una condizione non possono stare.”

“Allo stesso modo, o re, per quella sua colpa è stata rimossa la sua conversione. E senza condizione non vi può essere nessuna conversione. Ora il fuoco può bruciare, o re, nell’acqua come sulla terra?”

“No, venerabile.”
“E perché?”

“Perché le principali condizioni per far bruciare non esistono nell’acqua. E non vi può essere fuoco senza di esse.”

“Allo stesso modo, o re, le principali condizioni per la conversione sono in lui distrutte dalla sua colpa. E quando le condizioni che la farebbero nascere sono distrutte, non vi può essere nessuna conversione.”

49. “Venerabile Nagasena, riflettete ancora una volta su tale argomento. Non sono ancora del tutto convinto. Persuadetemi con qualche altra ragione su come tale ostruzione possa avvenire nel caso di colui che non è consapevole della sua colpa e perciò non prova alcun rimorso.”

“Il veleno, o re, se ingerito da un uomo ignaro di averlo assunto lo ucciderebbe?”
“Sì, venerabile.”
“Allo stesso modo, o re, vi è un ostacolo per la comprensione del Dhamma a colui che incosapevolmente ha commesso una colpa. E il fuoco, o re, brucerebbe un uomo che, inconsapevole, gli camminasse sopra?”
“Sì, venerabile.”

“Lo stesso nel caso che avete posto. Oppure un serpente velenoso ucciderebbe un uomo se lo mordesse senza che egli lo sapesse?”
“Sì, venerabile.”
“Lo stesso nel caso che avete posto. E non è vero che Samana Kolañña, il re di Kalinga che, quando circondato dai sette tesori di un sovrano signore supremo si recò, sul suo elefante, a rendere visita ai suoi parenti – non fu capace di superare l’Albero della Conoscenza, anche se non era consapevole di essere sul posto? Bene, dello stesso tipo è la ragione per cui colui che ha commesso una colpa, anche se non lo sa, è tuttavia incapace di penetrare la conoscenza del Dhamma.”

“Veramente, Nagasena, questa deve essere la parola del Glorioso. Vano sarebbe se si volesse trovare qualche errore. E questa vostra spiegazione ha reso il senso. Io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla colpa del laico.]

L’asceta trasgressore

(Dilemma 59)

50. “Venerabile Nagasena, qual è la distinzione, la differenza tra un laico che ha sbagliato ed un Asceta (membro dell’Ordine) che ha sbagliato? Rinasceranno entrambi nella stessa condizione? Avranno entrambi lo stesso destino? O vi è qualche differenza?”

“Ci sono, o re, dieci qualità che abbondano nell’Asceta trasgressore, che lo distingue dal laico trasgressore. Ed oltre a ciò, in dieci modi l’Asceta purifica i doni ricevuti.

51. E quali sono le dieci qualità che abbondano nell’Asceta trasgressore, che lo distingue dal laico trasgressore? L’Asceta trasgressore, o re, è colmo di riverenza per il Buddha, per il Dhamma e per il Sangha, e per i discepoli come lui; egli si esercita nel porre domande, e nella recitazione dei sacri testi: egli è intento ad imparare, anche se ha sbagliato. Quindi, o re, il trasgressore che partecipa all’assemblea, entra decentemente vestito, si auto-controlla sia nel corpo sia nella mente per timore di essere rimproverato, la sua mente è concentrata (per raggiungere lo stato di Arahat), fa parte della comunità dei monaci. Ed anche se sbaglia, o re, vive con discrezione. Proprio come, o re, una donna sposata commette una colpa in segreto ed in privato, così l’Asceta trasgressore si muove con discrezione nella colpa. Queste sono le dieci qualità, o re, che si trovano nell’Asceta trasgressore, distinguendolo dal laico colpevole.

52. E quali sono i dieci modi con cui egli purifica un dono ricevuto? Egli lo purifica perché indossa un invulnerabile mantello; perché è rasato secondo il segno distintivo della rinuncia usato dai vecchi veggenti; perché fa parte della comunità dei monaci; perché ha preso rifugio nel Buddha, nel Dhamma e nel Sangha; perché dimora in una solitudine adatta allo sforzo (verso lo stato di Arahat); perché cerca il tesoro dell’insegnamento dei Gloriosi; perché predica la suprema legge (del Dhamma); perché il suo ultimo destino è la rinascita nell’isola del Dhamma; perché possiede l’onesto credo che il Buddha sia la guida di tutti gli esseri; perché osserva i giorni Uposatha. Questi, o re, sono i dieci modi con cui egli purifica un dono ricevuto.

53. Anche se, o re, completamente in errore, un Asceta trasgressore purifica i doni dei seguaci – proprio come l’acqua, per quanto dura, laverà via fanghiglia, fango, sporco e macchie – o come l’acqua calda, anche bollente spegnerà un incendio – o come un cibo, anche pessimo, allevierà la debolezza della fame. Perciò così, o re, è stato detto dal signore dei deva nell’eccelso Majjhima Nikaya nel brano “Sui doni”:

“Quando un uomo buono, con una mente fiduciosa,
dona ciò che ha rettamente guadagnato
a chi ha sbagliato – in piena fiducia
il grande frutto da seguire della buona azione –
tale dono è, dal donatore, santificato.”

“Meraviglioso, Nagasena, straordinario! Vi chiesi una semplice comune domanda, e voi, esponendola con ragioni e similitudini, avete colmato l’ascoltatore con il dolce sapore del nettare (del Nibbana). Proprio come un cuoco, o l’apprendista di un cuoco, prendendo un comune pezzo di noce moscata, prepara, con vari ingredienti, un piatto da re – così, voi Nagasena, quando vi poniamo una comune domanda, esponendola con ragioni e similitudini, colmate l’ascoltatore con il dolce sapore del nettare (del Nibbana).”

[Qui finisce il dilemma sull’asceta trasgressore.]

L’anima nell’acqua

(Dilemma 60)

54. “Venerabile Nagasena, quest’acqua quando bolle sul fuoco fa molto rumore, fischia e ribolle. Allora l’acqua è viva? Strepita per gioco? Oppure si dispera per i tormenti ad essa inflitti?”

“Non è viva, o re, né vi è un’anima o un’entità nell’acqua. E’ a causa del forte calore dato dal fuoco che esse emette dei suoni, fischia e ribolle.”

“Ora, venerabile Nagasena, vi sono dei falsi maestri che, ritenendo l’acqua viva, rifiutano l’uso dell’acqua fredda, e riscaldando l’acqua, si cibano con alimenti tiepidi di vario tipo.
Questi uomini vi accusano e vi ingiuriano, dicendo: “Gli asceti discepoli del Sakya offendono le anime di una funzione.” Eliminate, rimuovete, liberatevi di questa loro censura e vergogna.”

55. “L’acqua non è viva, o re. Né vi è un’anima o un’entità. E’ a causa del forte calore dato dal fuoco che essa emette dei suoni, fischia e ribolle. E’ come l’acqua in buche nel terreno, in pozzanghere, in stagni e laghi, in cisterne, in crepacci ed abissi, in pozzi, in bassipiani, in vasche per loti, che di fronte ai potenti venti caldi è così profondamente intaccata che svanisce. Ma in quel caso, o re, l’acqua fa rumore, fischia e ribolle?”

“Certo che no, venerabile.”

“Mentre, se fosse viva, l’acqua allora farebbe rumore. Quindi sappiate, o re, che non vi è anima né entità nell’acqua; ed è a causa del forte calore dato dal fuoco che essa emette dei suoni, fischia e ribolle.

56. Ascoltate un’altra ragione, o re, per la stessa cosa. Se l’acqua, o re, con dentro chicchi di riso, fosse posta in un recipiente con coperchio, ma non messa sul focolare, farebbe rumore?”

“No, venerabile. Rimarrebbe cheta ed immobile.”

“Invece se metteste la stessa acqua, nel recipiente di prima, sul focolare acceso rimarrebbe cheta ed immobile?”

“Certo che no, venerabile. Si agiterebbe, diverrebbe perturbata ed agitata, nascerebbero delle onde in essa, scorrerebbe impetuosamente su e giù in ogni direzione, bollirebbe e si formerebbe su essa una ghirlanda di schiuma.”

“Come mai, o re, l’acqua rimane cheta ed immobile quando si trova nel suo comune stato?”

“A causa del potente impulso del calore del fuoco che l’acqua, in genere così calma, fa rumore, fischia e ribolle.”

“Quindi sappiate, o re, che non vi è anima né entità nell’acqua; ed è a causa del forte calore dato dal fuoco che essa emette dei suoni, fischia e ribolle.

57. Ascoltate un’altra ragione, o re, per la stessa cosa. Non si trova in ogni casa dell’acqua messa in vasi chiusi?”

“Sì, venerabile.”

“Bene, quell’acqua si muove, si agita, è perturbata, scossa, forma delle onde, scorre impetuosamente su e giù in ogni direzione, ondeggia e esonda, o schiuma?”

“No! Quell’acqua è nel suo stato comune. Essa rimane cheta e tranquilla.”

“Ma avete mai sentito di tutto questo dell’acqua del grande oceano? Che innalzandosi si infrange contro la scogliera con un possente urlo?”

“Sì, ho visto e sentito di tutto questo – come l’acqua nel grande oceano si alzi di cento, duecento cubiti di altezza verso il cielo.”

“E come mai, se l’acqua nel suo stato ordinario rimane cheta e tranquilla, l’acqua nell’oceano si muove ed urla?”

“A causa della possente forza del vento, mentre l’acqua nei vasi né si muove né fa alcun rumore perché nulla la agita.”

“Bene, i suoni emessi dall’acqua bollente sono il risultato, allo stesso modo, del grande calore del fuoco.”

58. “La gente non copre la bocca di un tamburo con pelle secca di mucca?”

“Sì, lo fanno.”

“Bene, vi è qualche anima o entità, o re , in un tamburo?”

“Certo che no, venerabile.”

“Allora come mai un tamburo emette dei suoni?”

“Dall’azione o dallo sforzo di una donna o di un uomo.”

“Bene, ecco perché il tamburo suona, così è a causa del calore del fuoco che l’acqua emette dei suoni. E per questa ragione, come ben sapete, che non vi è nessun anima, nessun entità nell’acqua; ed è a causa del forte calore dato dal fuoco che essa emette dei suoni.

59. Anch’io vorrei farvi una domanda, o re, così il dilemma sarà totalmente risolto. E’ vero che l’acqua calda fa rumore in ogni tipo di recipiente, o è solo in alcuni recipienti?”

“Non in tutti, venerabile. Solo in alcuni.”

“Ma allora avete abbandonato la posizione presa, o re. Mi date ragione nel dire che non vi è un’anima, nè entità nell’acqua. Perché solo se facesse rumore in qualsiasi recipiente quando riscaldata, allora sarebbe giusto dire che essa ha un’anima. Non vi possono essere due tipi d’acqua – quella che parla, che vive e quella che non parla e non vive. Se tutte le acque fossero vive, allora quella che i grandi elefanti, quando sono in calore, aspirano nelle loro proboscidi e la spruzzano sulle loro imponenti figure, o mettendola in bocca per ingoiarla direttamente nello stomaco – anche quell’acqua, quando la succhiano fra i loro denti, farebbe rumore. E le grandi navi, lunghe un centinaio di cubiti, molto cariche, piene di centinaia di merci, quando solcano i mari – anche l’acqua da loro colpita farebbe rumore. E i grandi pesci, leviatani con corpi lunghi centinaia di leghe, che vivono nel grande oceano, immersi nei suoi abissi, devono, siccome ci vivono, prendere costantemente nelle loro bocche e sputarla nell’oceano – e anche l’acqua presa fra le loro branchie o nel loro stomaco farebbe rumore. Ma anche se tormentata con il macinare ed il triturare di tutte queste potenti cose, l’acqua non emette suono, quindi, o re, dovete accettare che non vi è un’anima, né entità nell’acqua.”

“Molto bene, Nagasena! Avete risolto il dilemma a voi posto con una retta discriminazione. Come una gemma di inestimabile valore giunta nelle mani di un abile orafo, intelligente ed esperto, avrebbe il dovuto apprezzamento, stima e lode – o come una rara perla nelle mani di un mercante di perle, un fine tessuto nelle mani di un mercante di stoffe, o il legno di sandalo rosso nelle mani di un mercante di profumi – così allo stesso modo è stato risolto il dilemma a voi posto con la giusta discriminazione.”

[Qui finisce il dilemma sull’anima nell’acqua.]

Qui finisce il Sesto Capitolo.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di T. W. Rhys Davids. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.