Punto controverso: Un arahant può perdere la condizione di arahant.
Commentario: A causa di affermazioni contenute nei Sutta, come ‘la possibilità di decadere e il contrario, queste due cose, monaci, riguardano la decadenza di un monaco che si sta esercitando’; e ‘queste cinque cose, monaci, riguardano la decadenza di un monaco che di tanto in tanto raggiunge la liberazione’, alcune sette del Sangha tendono a credere che un arahant possa decadere. Si tratta dei Sammitiya, dei Vajjiputtiya, dei Sabbatthivada e di alcuni Mahasanghika. Quindi, che si tratti della loro opinione o di quella di altri, il Theravada, per dissuaderli, pone questa domanda.
Applicazione della tesi
Theravāda: La sua affermazione che un arahant può perdere lo stato di arahant implica anche l’ammissione di quanto segue: che può perdere lo stato di arahant ovunque e in qualsiasi momento; che tutti gli arahant sono suscettibili di perdere lo stato di arahant; che un arahant è suscettibile di perdere non solo lo stato di arahant, ma anche tutti e quattro i Sentieri. Proprio come un uomo può essere ricco anche se perde un lakh su quattro, ma deve perderli tutti e quattro per perdere il diritto alla posizione conferitogli dai quattro.
Confutazione attraverso il confronto di classi di ariani
Theravāda: Se un Arahant può decadere, allora anche coloro che si trovano nei tre Stadi o Sentieri inferiori – Anagami (colui-che-non-ritorna), Sakadagami (colui-che-ritorna-una-sola-volta), Sotapanna (colui-che-è-entrato-nella-corrente) – devono essere ritenuti suscettibili di decadere e perdere i loro rispettivi frutti.
Se un Arahant può decadere, in modo da stabilirsi solo nel frutto inferiore successivo, allora si deve ritenere possibile un’analoga decadenza nel caso delle altre tre classi, in modo che coloro che si trovano nel primo stadio e che decadono siano “stabiliti” solo come mondani medi.
Inoltre, se l’arahant decade in modo da essere stabilito solo nel primo frutto, allora deve, nel riacquistare lo stato di arahant, realizzarlo subito dopo il primo frutto.
Se un arahant può decadere dallo stato di arahant che ha indubbiamente abbandonato ogni corruzione di tutti coloro che si trovano nei tre stadi inferiori, certamente questi ultimi possono sempre decadere dai rispettivi frutti. Perché negare questa responsabilità nel loro caso e affermarla solo nei confronti dell’arahant?
Se può decadere dallo stato di arahant un arahant che, per sua stessa ammissione, eccelle su tutti gli altri nella cultura dell’Ottuplice Sentiero, delle Applicazioni Virtuose della Consapevolezza, degli Sforzi Supremi, dei Quattro Passi verso la Potenza della Volontà, dei Poteri e delle Forze di Controllo, e dei Sette Fattori dell’Illuminazione, perché negare che coloro che hanno coltivato in misura minore queste trentasette materie attinenti all’Illuminazione possano non di meno decadere dai loro rispettivi frutti?
Allo stesso modo, se ognuna delle Quattro Verità – la sofferenza, la sua origine, la sua cessazione e il sentiero che conduce alla sua cessazione – è stata compresa dall’arahant non meno che dai tre sentieri inferiori, perché affermare che solo l’arahant può decadere?
Non si può affermare che l’arahant, che ha abbandonato la brama e tutte le altre corruzioni, possa perdere lo stato di arahant, e negare che il sotapanna, che da parte sua ha abbandonato la teoria dell’anima, possa anche perdere il suo frutto; o negare che anche quest’ultimo, che da parte sua ha abbandonato il dubbio, il contagio della mera regola e del rituale, o le passioni, la cattiva volontà e la nescienza, tutti e tre comportanti la rinascita in mondi di sofferenza, possa anche decadere. O, allo stesso modo, negare che il sakadagami, che da parte sua ha abbandonato la teoria dell’anima, il dubbio, il contagio della mera regola e del rituale, le passioni grossolane e sensuali, le forme grossolane di cattiva volontà, possa anche decadere dal suo frutto. O, allo stesso modo, negare che l’anagami, che da parte sua ha abbandonato la teoria dell’anima, il dubbio, il contagio della mera regola e del rituale, il residuo di passione sensuale e di cattiva volontà, possa anche decadere dal suo frutto. Oppure, per analogia, affermare che l’anagami mai può decadere, ma che il sotapanna non può farlo, oppure che il sakadagami non può farlo. Oppure, per analogia, affermare che il sakadagami può decadere, ma che il sotapanna non può.
Al contrario, non si può sostenere che il sotapanna, che naturalmente ha abbandonato la teoria dell’anima, ecc. non possa decadere dal suo frutto, senza sostenere altrettanto per l’arahant che, da parte sua, ha abbandonato le passioni della sete e tutte le altre corruzioni. Né, allo stesso modo, si può sostenere che una delle quattro Classi non possa decadere, senza sostenere altrettanto per qualsiasi altra delle quattro.
Ammettete tutte le conquiste e le qualifiche trasmesse dai termini e dalle frasi associate nei Sutta alla posizione di Arahant:
Che ha “abbandonato la brama o la lussuria, l’ha tagliata alla radice, l’ha resa come il ceppo di una palma, incapace di rinnovare la sua esistenza, non soggetto a future rinascite”, e ha abbandonato anche le altre nove corruzioni: odio, nescienza, presunzione, ecc.
Che, per abbandonare tutte le corruzioni, ha coltivato:
– il Sentiero,
– le Applicazioni Virtuose della Consapevolezza,
– gli Sforzi Supremi,
– i Passi verso la Potenza della Volontà,
– i poteri e le forze di controllo,
– i fattori dell’illuminazione;
Che ha compiuto ed abbandonato
“la brama, l’odio, f la nescienza”,
che è uno da cui
“ciò che doveva essere fatto è stato fatto, il fardello è stato deposto, il bene supremo è stato conquistato, la catena del divenire è stata completamente spezzata”,
colui che è ” liberato attraverso la perfetta conoscenza”, che ha “alzato il livello”, “riempito i vuoti”, “che è oltre”, “è senza chiave o catenaccio”, un ariano, colui per il quale “il vessillo è abbassato”, “il fardello è caduto”, che è “distaccato”, “conquistatore di un regno ben conquistato”, che ha “compreso la sofferenza, ne ha eliminato la causa, ne ha realizzato la cessazione, ne ha coltivato il sentiero”, che ha “capito ciò che deve essere capito, compreso ciò che deve essere compreso, abbandonato ciò che deve essere abbandonato, sviluppato ciò che deve essere sviluppato, realizzato ciò che deve essere realizzato”.
Come si può allora affermare che un arahant può perdere lo stato di arahant?
Per quanto riguarda la sua affermazione modificata, secondo cui solo l’arahant che di tanto in tanto, cioè nel Jhāna, raggiunge la liberazione, decade, ma non l’arahant che è pienamente liberato:
Chiedo: la prima classe di arahant, che ha abbandonato tutte le corruzioni, che ha coltivato tutte le realtà o gli stati che riguardano l’illuminazione, che merita tutti i termini e le frasi sopra menzionati associati allo stato di arahant, decade dallo stato di arahant?
Perché ammettete che quest’ultima classe di arahant, che ha fatto e che ha meritato quanto sopra, non decade. Se ammettete anche, rispetto alla prima classe, che tutte queste qualità rendono impossibile la perdita dello stato di arahant, allora è chiaro che la questione della realizzazione occasionale o costante della liberazione non influisce sull’argomento.
Può fornire esempi di arahant che hanno perso lo stato di arahant? Sāriputta? O il Grande Moggallāna? O il Grande Kassapa? O il grande Kaccāyana? O il grande Koṭṭhita? O il grande Panthaka?
Tutti voi ammettete che non l’hanno fatto.
Prova dai Sutta
Theravāda: Voi dite che un arahant può perdere lo stato di arahant. Ma non è stato detto dall’Eccelso che:
“Sia in alto che in basso si snodano le vie dei discenti:
Così ha rivelato il Santo all’uomo.
Non due volte vanno coloro che raggiungono la riva più lontana, né una sola volta quella meta riempie il loro pensiero”.
Quindi si sbaglia.
… Di nuovo, ci deve essere un “taglio di ciò che è stato tagliato”? Non è forse stato detto dall’Eccelso che:
“Colui che con le brame vinte non prova attaccamento a nulla, per il quale nessun compito su se stesso è ancora da compiere, c’è ancora bisogno di tagliare ciò che è stato tagliato?
Tutti i pericoli sono spazzati via, il Flusso, la Trappola”.
… Di nuovo, la vostra proposta implica che si ricostruisca ciò che è già stato fatto. Ma questo non è per l’Arahant, perché non è stato detto dall’Eccelso che:
“Per il Fratello giustamente liberato, il cui cuore è in pace, non c’è da ricostruire, e non rimane nulla da fare.
Come una roccia che è un monolite e non trema mai al soffio del vento, così tutto il mondo delle visioni, dei sapori e dei suoni, degli odori e delle cose tangibili, sì, delle cose desiderate e indesiderate, non può mai turbare un uomo come lui. Il suo cuore è fermo, distaccato, e di tutto ciò che nota lo lascia andare”?
Quindi non è possibile ricostruire ciò che è già stato fatto.
Sammitiya, Vajjiputtiya, Sabbatthivādin, Mahāsaṅghika: Allora la nostra proposta secondo voi è sbagliata. Ma non è stato detto dall’Eccelso che:
“Monaci, ci sono queste cinque cose che conducono al declino di un monaco non pienamente liberato: quali cinque? Il piacere negli affari, nelle chiacchiere, nel sonno, nella vita sociale, l’assenza di riflessione su come il suo cuore sia liberato”.
Perciò l’arahant può decadere.
Theravāda: Ma l’arahant gode di qualcuna di queste cose? Se lo negate, come possono portare alla sua decadenza? Se assentite, ammettete che un arahant è influenzato e vincolato dai desideri mondani, cosa che ovviamente negate.
Ora, se un arahant perdesse lo stato di arahant, sarebbe, secondo voi, perché assalito dalla brama, dall’odio o dall’ignoranza. Un tale attacco, dice ancora, è la conseguenza di un corrispondente pregiudizio latente. Tuttavia, se vi chiedo se un arahant cova una delle sette forme di pregiudizio latente – sensualità, inimicizia, presunzione, falsa visione, dubbio, brama di rinascita, ignoranza – dovete negare una cosa del genere.
O se, nella sua perdita, egli sta accumulando, a vostro dire, la brama, la credenza in un’anima, il dubbio, o la macchia della mera regola e del rituale, questi non sono vizi che imputereste a un arahant.
Infatti ammettete che un arahant non accumula né disperde, non allontana né prova attaccamento, non divide né lega, non dissipa né raccoglie, ma che, dopo aver raccolto, abbandonato, diffuso, disperso, dimora.
Perciò non si può certo dire che “un arahant può decadere dallo stato di arahant”.
The Points of Controversy, traduzione in inglese dalla versione pâli del Kathāvatthu dell’Abhidhamma di Shwe Zan Aung e C.A.F. Rhys Davids. Pubblicato per la prima volta dalla Pali Text Society, 1915.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Kathavatthu