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Jtk 56: Kañcanakkhandha-jātaka

Quando la gioia colma il cuore e la mente.” — Questa storia fu narrata dal Maestro mentre si trovava a Savatthi, riguardo a un monaco. La tradizione dice che, ascoltando la predicazione del Maestro, un giovane gentiluomo di Savatthi si dedicò di cuore alla preziosa Fede e divenne un monaco. I suoi maestri procedettero a istruirlo nell’intera serie dei Dieci Precetti Morali, uno dopo l’altro, gli esposero le Morali Brevi, Medie e Lunghe, gli illustrarono la Morale che si fonda sull’autocontrollo secondo il Patimokkha, la Morale che si fonda sull’autocontrollo dei Sensi, la Morale che si fonda su una condotta di vita irreprensibile, la Morale relativa al modo in cui un monaco può utilizzare i precetti. Il giovane novizio pensò: “Questa Morale è davvero enorme; e senza dubbio non riuscirò a mantenere tutto ciò che ho promesso. Ma a che serve essere un monaco, se non si possono osservare le regole della Morale? La cosa migliore per me è tornare nel mondo, prendere moglie e allevare figli, vivendo una vita di elemosine e altre opere buone.” Così comunicò ai suoi superiori ciò che pensava, dicendo che intendeva ritornare allo stato inferiore di laico, e desiderava restituire la ciotola e le vesti. “Bene, se così stanno le cose,” dissero loro, “almeno prendi congedo dal Buddha prima di andare;” e condussero il giovane davanti al Maestro nella Sala della Verità.

“Perché, monaci,” disse il Maestro, “mi conducete questo monaco contro la sua volontà?”

“Signore, ha detto che la Morale era più di quanto potesse osservare, e voleva restituire le sue vesti e la ciotola. Così l’abbiamo preso e portato da voi.”

“Ma perché, monaci,” chiese il Maestro, “lo avete gravato con così tante cose? Può fare ciò che può, ma non di più. Non commettete più questo errore, e lasciate a me la decisione su ciò che va fatto in questo caso.”

Poi, rivolgendosi al giovane monaco, il Maestro disse: “Vieni, monaco; che cosa hai a che fare con la Morale nel suo insieme? Credi di poter obbedire solo a tre regole morali?”

“Oh, sì, Signore.”

“Bene, allora, osserva e custodisci le tre vie della parola, della mente e del corpo; non fare il male né in parola, né in pensiero, né in azione. Non cessare di essere un monaco, ma va’ e osserva solo queste tre regole.”

“Sì, davvero, Signore, le osserverò,” esclamò felice il giovane, e tornò indietro con i suoi maestri. E mentre osservava le sue tre regole, pensò tra sé: “I miei maestri mi avevano esposto tutta la Morale; ma poiché non erano il Buddha, non riuscirono a farmi comprendere nemmeno questo. Mentre il Perfettamente Illuminato, in virtù della sua Buddhità, ed essendo il Signore della Verità, ha espresso tanta Morale in sole tre regole riguardanti le Vie, e me l’ha fatta comprendere chiaramente. In verità, il Maestro è stato per me un aiuto molto concreto.” E ottenne la Visione profonda e in pochi giorni divenne un arahant. Quando ciò giunse alle orecchie dei monaci, ne parlarono quando si riunirono nella Sala della Verità, raccontando come il monaco, che stava per tornare nel mondo perché non riusciva a osservare tutta la Morale, era stato dotato dal Maestro di tre regole che incarnavano l’intera Morale, e gli era stato fatto comprendere quelle tre regole, e così il Maestro gli aveva permesso di diventare un arahant. Quanto era meraviglioso il Buddha, esclamarono.

Entrando in quel momento nella Sala, e informandosi sull’argomento della loro conversazione, il Maestro disse: “Monaci, anche un pesante fardello diventa leggero, se preso a pezzi; e così i saggi e i buoni dei tempi passati, trovando un’enorme massa d’oro troppo pesante da sollevare, prima la spezzarono e poi riuscirono a portare via il loro tesoro pezzo per pezzo.” Così dicendo, raccontò questa storia del passato.

Una volta, quando Brahmadatta regnava a Benares, il Bodhisatta rinacque come contadino in un villaggio, e un giorno arava in un campo dove un tempo sorgeva un villaggio. Ora, in tempi passati, un ricco mercante era morto lasciando sepolto in questo campo un’enorme barra d’oro, spessa come la coscia di un uomo e lunga quattro cubiti interi. E proprio su questa barra urtò l’aratro del Bodhisatta, e vi rimase impigliato. Credendola una radice che si diramava, la scavò; ma scoprendone la vera natura, si mise a pulire lo sporco dall’oro. Finito il lavoro della giornata, al tramonto mise da parte l’aratro e gli attrezzi, e tentò di caricarsi in spalla il suo tesoro e portarlo via. Ma, poiché non riusciva nemmeno a sollevarlo, si sedette davanti a esso e si mise a pensare a come l’avrebbe utilizzato. “Ne avrò tanta per vivere, tanta da seppellire come tesoro, tanta per commerciare e tanta per la carità e le opere buone,” pensò tra sé, e di conseguenza tagliò l’oro in quattro parti. La divisione rese il suo fardello facile da trasportare; e portò a casa i pezzi d’oro. Dopo una vita di carità e altre buone opere, trapassò a miglior vita in base ai suoi meriti.

Terminata la sua lezione, il Maestro, in qualità di Buddha, recitò questa strofa:

Quando gioia colma il cuore e la mente,

Quando si pratica la rettitudine per conquistare la Pace,

Colui che così cammina otterrà la vittoria

E distruggerà completamente tutti i Vincoli.

E quando il Maestro ebbe così elevato il suo insegnamento fino alla condizione di arahant come punto culminante, mostrò la connessione e identificò la Nascita dicendo: “In quei giorni io stesso ero l’uomo che trovò la pepita d’oro.”

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

TestoJataka