“L’uomo ostinato.” — Questa storia fu raccontata dal Maestro mentre dimorava a Jetavana, a proposito di un monaco ostinato. Il Beato infatti gli chiese se fosse vero che era ostinato, e il monaco ammise che era così.
“Monaco,” disse il Maestro, “non è la prima volta che sei ostinato: lo eri altrettanto in passato. Inoltre, a causa del tuo rifiuto ostinato di seguire il consiglio dei saggi e dei buoni, hai incontrato la tua fine per il morso di un serpente.” E così dicendo, raccontò questa storia del passato.
Una volta, quando Brahmadatta regnava a Benares, il Bodhisatta nacque in una famiglia ricca nel Regno del Kasi. Giunto all’età della maturità, vide come dalla passione nasca il dolore e come la vera beatitudine giunga con l’abbandono della passione. Così scacciò da sé le brame, e ritiratosi sull’Himalaya divenne un asceta, ottenendo, per il compimento delle meditazioni mistiche ordinate, i cinque ordini della Superiore Conoscenza e le otto Realizzazioni. E mentre viveva la sua vita nella gioia della Visione profonda, in tempi successivi giunse ad avere un grande seguito di cinquecento asceti, dei quali era il maestro.
Ora, un giorno, una giovane vipera velenosa, girovagando come fanno le vipere, giunse alla capanna di uno degli asceti; e quel monaco divenne affezionato alla creatura come se fosse suo figlio, ospitandola in un segmento di bambù e mostrandole gentilezza. E poiché era alloggiata in un bambù, la vipera era conosciuta con il nome di “Bambù”. Inoltre, poiché l’asceta era affezionato alla vipera come se fosse un figlio, lo chiamavano “Il Padre di Bambù”.
Sentendo che uno dei monaco teneva una vipera, il Bodhisatta mandò a chiamare quel monaco e gli chiese se la voce fosse vera. Quando gli fu detto che era vero, il Bodhisatta disse: “Una vipera non è mai degna di fiducia; non tenerla più.”
“Ma,” insisté il monaco, “la mia vipera mi è cara come un discepolo a un maestro; non potrei vivere senza di lei.” “Ebbene allora,” rispose il Bodhisatta, “sappi che proprio questo serpente ti costerà la vita.” Ma incurante dell’ammonimento del maestro, quel monaco continuò a tenere l’animale a cui non poteva sopportare di separarsi. Solo pochi giorni dopo, tutti i monaci uscirono per raccogliere frutti e, giunti in un luogo dove crescevano in abbondanza ogni sorta di frutta, vi rimasero due o tre giorni. Con loro andò “Il Padre di Bambù”, lasciando la sua vipera nella sua prigione di bambù. Due o tre giorni dopo, quando tornò, pensò di nutrire la creatura e, aprendo il bambù, stese la mano, dicendo: “Vieni, figlio mio; devi avere fame.” Ma adirata per il lungo digiuno, la vipera morse la sua mano tesa, uccidendolo sul colpo, e fuggì nella foresta.
Vedendolo disteso lì morto, i monaci vennero e lo dissero al Bodhisatta, il quale ordinò che il corpo fosse cremato. Poi, seduto in mezzo a loro, esortò i monaci recitando questa stanza:
L’uomo ostinato che, quando esortato, non bada
Agli amici che gentilmente consigliano,
Come ‘Il Padre di Bambù’, sarà ridotto al nulla.
Così il Bodhisatta esortò i suoi seguaci; e sviluppò in sé i quattro Nobili Stati, e alla sua morte rinacque nel Regno di Brahma.
Disse il Maestro: “Monaco, non è la prima volta che ti mostri ostinato; non lo eri meno in tempi passati, e per questo incontrasti la tua morte per il morso di una vipera.” Avendo concluso la sua lezione, il Maestro mostrò la connessione e identificò la Nascita dicendo: “In quei giorni, questo monaco ostinato era ‘Il Padre di Bambù’, i miei discepoli erano la schiera di discepoli, e io stesso ero il loro maestro.”
Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Jataka