“Chi onora l’anzianità.” — Questo racconto fu narrato dal Maestro mentre era in viaggio per Savatthi, a proposito del modo in cui il Venerabile Sariputta fu privato di una dimora per la notte.
Quando Anathapindika fece sapere di aver finito di costruire il suo monastero, il Maestro lasciò Rajagaha e giunse a Vesali, ripartendo poi per il suo viaggio dopo essersi fermato in quest’ultimo luogo a suo piacimento. Fu allora che i discepoli del gruppo dei Sei si affrettarono a divenire asceti e, prima che potessero prendere le dimore per gli Anziani, monopolizzarono tutti i quartieri disponibili, che distribuirono tra i loro superiori, i loro maestri e loro stessi. Quando gli Anziani arrivarono più tardi, non trovarono affatto un posto per la notte. Persino i discepoli di Sariputta, nonostante tutte le loro ricerche, non riuscirono a trovare una dimora per il Venerabile. Non avendo un rifugio, il Venerabile passò la notte ai piedi di un albero vicino ai quartieri del Maestro, ora camminando su e giù, ora seduto ai piedi di un albero.
All’alba il Maestro tossì uscendo. Anche il Venerabile tossì. “Chi è?” chiese il Maestro. “Sono io, Sariputta, signore.” “Cosa fai qui a quest’ora, Sariputta?” Allora il Venerabile raccontò la sua storia, al termine della quale il Maestro pensò: “Anche ora, mentre sono ancora in vita, i monaci mancano di cortesia e subordinazione; cosa non faranno quando io sarò morto e scomparso?” E il pensiero lo riempì di preoccupazione per la Verità. Non appena fu giorno, fece riunire imonaci e li interrogò, dicendo: “È vero, monaci, come ho sentito, che gli aderenti al gruppo dei Sei sono andati avanti e hanno privato gli Anziani tra i monaci di una dimora per la notte?” “È così, Beato”, fu la risposta. Lì, con un rimprovero per gli aderenti al gruppo dei Sei e come lezione per tutti, si rivolse ai monaci e disse: “Ditemi, chi merita la miglior dimora, la miglior acqua e il miglior riso, monaci?”
Alcuni risposero: “Colui che era un nobile prima di diventare un monaco.” Altri dissero: “Colui che era originariamente un brahmano, o un uomo facoltoso.” Altri dissero rispettivamente: “L’uomo esperto nelle Regole dell’Ordine; l’uomo che può esporre la Legge; gli uomini che hanno raggiunto il primo, secondo, terzo o quarto stadio di estasi mistica.” Mentre altri ancora dissero: “L’uomo nel Primo, Secondo o Terzo sentiero della Salvezza, o un Arahant; colui che conosce le Tre Grandi Verità; colui che possiede le Sei Conoscenze Superiori.”
Dopo che i monaci ebbero indicato chi ritenevano rispettivamente più meritevole di precedenza in materia di alloggio e simili, il Maestro disse: “Nella dottrina che io insegno, la norma con cui si stabilisce la precedenza in materia di dimora e simili, non è la nascita nobile, o l’essere stato un brahmano, o l’essere stato ricco prima dell’ingresso nel Sangha; la norma non è la familiarità con le Regole del Sangha, con i Sutta o con i Libri Metafisici; né è il raggiungimento di uno qualsiasi dei quattro stadi di estasi mistica, o il camminare in uno qualsiasi dei Quattro Sentieri della salvezza. Monaci, nella mia dottrina è l’anzianità che reclama rispetto di parola e azione, saluto e ogni dovuto servizio; sono gli anziani che dovrebbero godere della miglior dimora, della miglior acqua e del miglior riso. Questa è la vera norma, e quindi il monaco anziano dovrebbe avere queste cose. Eppure, monaci, ecco Sariputta, che è il mio discepolo principale, che ha messo in moto la Ruota della Verità Minore, e che merita di avere una dimora subito dopo di me. E Sariputta ha passato questa notte senza una dimora ai piedi di un albero! Se mancate di rispetto e subordinazione anche ora, quale sarà il vostro comportamento col passare del tempo?”
E per la loro ulteriore istruzione disse: “In tempi passati, monaci, persino gli animali giunsero alla conclusione che non era appropriato per loro vivere senza rispetto e subordinazione reciproci, o senza l’ordinamento della loro vita comune; persino questi animali decisero di scoprire chi tra loro fosse l’anziano, e poi di mostrargli ogni forma di riverenza. Così indagarono sulla questione, e avendo scoperto chi di loro fosse l’anziano, gli mostrarono ogni forma di riverenza, mediante la quale passarono, alla fine di quella vita, a popolare il cielo.” E così dicendo, raccontò questa storia del passato.
Una volta, vicino a un grande albero di baniano sulle pendici dell’Himalaya, vivevano tre animali: una pernice, una scimmia e un elefante. Ed essi vennero a mancare di rispetto e subordinazione reciproci, e non avevano un ordinamento della loro vita comune. E giunse loro il pensiero che non era conveniente per loro vivere in questo modo, e che avrebbero dovuto scoprire chi tra loro fosse l’anziano e onorarlo.
Mentre erano impegnati a pensare chi fosse il più vecchio, un giorno ebbero un’idea. Dissero la pernice e la scimmia all’elefante, mentre tutti e tre sedevano insieme ai piedi di quell’albero di baniano: “Amico elefante, quanto era grande questo baniano quando lo ricordi per la prima volta?” Disse l’elefante: “Quando ero un cucciolo, questo baniano era un semplice cespuglio, sul quale camminavo; e quando mi mettevo a cavalcioni, i suoi rami più alti arrivavano appena al mio ventre. Conosco l’albero da quando era un semplice cespuglio.”
Poi fu posta la stessa domanda alla scimmia dagli altri due; e rispose: “Amici miei, quando ero giovane, mi bastava allungare il collo mentre ero seduto per terra, e potevo mangiare i germogli più alti di questo baniano. Quindi conosco questo baniano da quando era piccolissimo.”
Poi fu posta la stessa domanda alla pernice dagli altri due; e lei disse: “Amici, un tempo c’era un grande albero di baniano in un tale posto; ne mangiai i semi, e qui li ho espulsi; quella fu l’origine di questo albero. Pertanto, io conosco questo albero da prima che nascesse, e sono più vecchia di voi due.”
A questo punto la scimmia e l’elefante dissero alla saggia pernice: “Amica, tu sei la più anziana. D’ora in poi avrai da noi atti di onore e venerazione, segni di ossequio e omaggio, rispetto di parola e azione, saluto e ogni dovuto omaggio; e seguiremo i tuoi consigli. Tu, da parte tua, d’ora in poi impartirai, per favore, i consigli di cui abbiamo bisogno.”
Da allora in poi la pernice diede loro consigli e li stabilì negli Insegnamenti, che anche lei si impegnò a osservare. Essendo così stabiliti negli Insegnamenti, e diventando rispettosi e subordinati tra loro, con un appropriato ordinamento della loro vita comune, questi tre si assicurarono la rinascita in mondi celesti alla fine di quella vita.
“Le finalità di questi tre” — continuò il Maestro — “divennero note come la ‘Santità della Pernice’, e se questi tre animali, monaci, vissero insieme con rispetto e subordinazione, come potete voi, che abbracciate una Fede le cui Regole sono così ben insegnate, vivere insieme senza il dovuto rispetto e subordinazione? D’ora in poi ordino, monaci, che all’anzianità venga corrisposto rispetto di parola e azione, saluto e ogni dovuto servizio; che l’anzianità sia il titolo per il miglior alloggio, la miglior acqua e il miglior riso; e mai più un anziano venga privato di un alloggio da un junior. Chiunque così privi il suo anziano commette una colpa.”
Fu al termine di questa lezione che il Maestro, come Buddha, ripeté questa stanza:
Poiché coloro che onorano l’anzianità,
sono versati nella Verità;
Lode ora, e beatitudine nell’aldilà,
è il loro premio.
Quando il Maestro ebbe finito di parlare della virtù di riverire l’anzianità, stabilì la connessione e identificò la Nascita dicendo: “Moggallana era l’elefante di quei giorni, Sariputta la scimmia, e io stesso la saggia pernice.”
Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Jataka