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Jtk 28: Nandivisāla-jātaka

“Pronuncia solo parole gentili.” — Questa storia fu raccontata dal Maestro mentre dimorava a Jetavana, riguardo alle parole offensive pronunciate dal gruppo dei Sei. In quei tempi, infatti, il gruppo dei Sei, quando erano in disaccordo con i rispettabili monaci, li insultavano, li rimproveravano, li deridevano e li colpivano con i dieci tipi di offese. I monaci riferirono ciò al Beato, che convocò il gruppo dei Sei e chiese loro se l’accusa fosse vera. Dopo che ammisero la verità, li rimproverò dicendo: “Monaci, le parole dure feriscono persino gli animali: in passato, un animale fece perdere mille monete a un uomo che gli aveva rivolto parole offensive.” E, così dicendo, raccontò questa storia del passato.

Una volta, a Takkasila, nel regno di Gandhara, regnava un re, e il Bodhisatta rinacque come un toro. Quando era ancora un vitellino, i suoi proprietari lo regalarono a un brahmano di passaggio — erano conosciuti per donare buoi a uomini santi come lui. Il brahmano lo chiamò Nandi-Visala (Grande Gioia) e lo trattò come un figlio, nutrendolo con farina di riso. Quando il Bodhisatta crebbe, pensò: “Questo brahmano mi ha cresciuto con grande fatica, e in tutta l’India non esiste un toro in grado di trainare ciò che posso trainare io. E se ripagassi il brahmano delle spese sostenute dimostrando la mia forza?” Così, un giorno disse al brahmano: “Va’, brahmano, da un mercante ricco di bestiame e scommetti con lui mille monete che il tuo toro può trainare cento carri carichi.”
Il brahmano si recò da un mercante e iniziò a discutere con lui su quali buoi della città fossero i più forti. “Quelli di taluno, o di talaltro,” disse il mercante. “Ma,” aggiunse, “non ci sono buoi in città che possano competere con i miei per vera forza.” Il brahmano rispose: “Io ho un toro che può trainare cento carri carichi.” “Dove si troverebbe un toro del genere?” rise il mercante. “Lo tengo a casa mia,” disse il brahmano. “Scommettiamo.” “Certamente,” rispose il brahmano, e puntò mille monete.
Poi caricò cento carri con sabbia, ghiaia e pietre, e li legò insieme uno dietro l’altro, fissando una corda dall’asse del carro anteriore alla stanga di quello successivo. Fatto ciò, lavò Nandi-Visala, gli diede una misura di riso profumato da mangiare, gli mise una ghirlanda al collo e lo attaccò da solo al primo carro. Il brahmano in persona si sedette sul carro, agitò la frusta in aria e gridò: “Forza, buono a nulla! Tira, buono a nulla!”
“Non sono un buono a nulla,” pensò il Bodhisatta, e così piantò le quattro zampe come pali e non si mosse di un centimetro.
Immediatamente, il mercante fece pagare al brahmano le mille monete. Senza più denaro, il brahmano portò via il toro dal carro e tornò a casa, dove si sdraiò sul letto in preda alla disperazione. Quando Nandi-Visala entrò e vide il brahmano così afflitto, gli si avvicinò e gli chiese se stesse facendo un pisolino. “Come potrei fare un pisolino, quando ho perso mille monete?” “Brahmano, da quando vivo nella tua casa, ho mai rotto una pentola, spinto qualcuno o combinato disastri?” “Mai, figlio mio.” “Allora, perché mi hai chiamato buono a nulla? La colpa è tua, non mia. Va’ e scommetti duemila monete questa volta. Ma ricordati di non insultarmi di nuovo.”
Udito ciò, il brahmano tornò dal mercante e scommise duemila monete. Come prima, legò i cento carri insieme e attaccò Nandi-Visala, ben curato e adornato, al primo carro. Se vi chiedete come lo abbia attaccato, ecco come fece: prima fissò il giogo al carro, poi sistemò il toro da un lato e assicurò l’altro lato fissando un pezzo di legno liscio dal giogo all’asse, in modo che il giogo fosse teso e non potesse muoversi. In questo modo, un solo toro poteva trainare un carro fatto per essere tirato da due.
Ora, seduto sul carro, il brahmano accarezzò Nandi-Visala sulla schiena e lo incitò così: “Avanti, mio prode! Tira, mio prode!” Con un solo strattone, il Bodhisatta trascinò l’intera fila di cento carri, facendo arrivare l’ultimo dove era partito il primo. Il mercante, ricco di bestiame, pagò le duemila monete perse al brahmano. Anche altre persone offrirono grandi somme al Bodhisatta, e tutto finì nelle mani del brahmano. Così egli guadagnò moltissimo grazie al Bodhisatta.
Così, stabilendo come monito al gruppo dei Sei la regola che le parole offensive non piacciono a nessuno, il Maestro, in qualità di Buddha, pronunciò questa stanza:

“Pronuncia solo parole gentili, mai parole offensive.
Per colui che lo trattò con rispetto, egli trasportò
un pesante carico e gli portò ricchezza, per amore.”

Terminata la lezione sull’importanza di usare solo parole gentili, il Maestro identificò la Nascita dicendo: “Ānanda era il brahmano di allora, e io stesso ero Nandi-Visala.”

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

TestoJataka