“Udire per primo.” — Questa storia fu raccontata dal Beato mentre dimorava nel Boschetto di Bambù, riguardo Devadatta, il quale, ottenuto il favore del principe Ajātasattu, aveva raggiunto ricchezze e onori. Il principe aveva fatto costruire per Devadatta un monastero a Gayāsīsa e ogni giorno gli inviava cinquecento pentole di riso profumato, stagionato tre anni e condito con le più pregiate spezie. Tutto questo benessere aveva attirato a Devadatta un gran seguito, e lui viveva lì senza mai uscire dal monastero.
A quel tempo, a Rājagaha vivevano due amici: uno aveva preso i voti sotto il Beato, l’altro sotto Devadatta. I due continuavano a incontrarsi, sia per caso che visitando i rispettivi monasteri. Un giorno, il discepolo di Devadatta disse all’altro:
“Perché, signore, vai ogni giorno in giro a mendicare, grondante di sudore? Devadatta se ne sta tranquillo a Gayāsīsa, banchettando con cibi squisiti. Non c’è vita migliore della sua. Perché tormentarti così? Perché non vieni domattina presto al monastero di Gayāsīsa? Potresti gustare la nostra pappa di riso con i suoi condimenti, assaggiare le nostre diciotto portate principali e deliziarti con cibi soavi, aromatizzati con le migliori spezie!”
Pressato più volte, l’altro cominciò a desiderare di andare e, da allora, si recava a Gayāsīsa a mangiare, senza però mancare di tornare al Boschetto di Bambù all’ora stabilita. Ma non poté mantenerlo segreto a lungo, e presto si seppe che andava a Gayāsīsa a banchettare con il cibo destinato a Devadatta. Gli altri monaci lo interrogarono:
“È vero che ti nutri del cibo ottenuto da Devadatta?”
“Chi l’ha detto?”
“Tizio e Caio.”
“È vero che vado a Gayāsīsa a mangiare, ma non è Devadatta a darmi il cibo: sono altri.”
— “Signore, Devadatta è nemico dei Buddha! Nella sua malvagità, si è guadagnato il favore di Ajātasattu e, con mezzi ingiusti, ha ottenuto ricchezze e onori. Eppure tu, che hai preso i voti in questa fede che conduce alla liberazione, mangi il cibo che lui ottiene con l’ingiustizia! Vieni, ti condurremo dal Maestro.”
E così, accompagnandolo, si recarono alla Sala della Verità.
Il Beato, vedendoli, chiese:
“Monaci, conducete questo fratello contro la sua volontà?”
“Sì, signore. Questo fratello, dopo aver preso i voti sotto di voi, mangia il cibo che Devadatta ottiene con l’ingiustizia.”
“È vero?”
“Non era Devadatta a offrirmelo, ma altri.”
“Non fare sofismi, monaco,” disse il Beato. “Devadatta è uomo malvagio, di cattivi principi. Come hai potuto, tu che hai preso i voti qui, nutrirti del suo cibo pur seguendo il mio insegnamento? Ma sei sempre stato incline a lasciarti influenzare, seguendo chiunque incontri.”
E, così dicendo, raccontò una storia del passato.
La storia del passato
Una volta, quando Brahmadatta regnava a Benares, il Bodhisatta era suo ministro. In quel tempo, il re possedeva un elefante di stato di nome Viso di Fanciulla, virtuoso e buono, che non faceva male a nessuno.
Una notte, alcuni ladri si avvicinarono alla sua stalla e si misero a discutere i loro piani:
“Ecco come scavare un tunnel in una casa, ecco come sfondare un muro. Prima di portare via il bottino, il passaggio dev’essere libero come una strada. E se serve, non esitate a uccidere: così nessuno vi resisterà. Un ladro deve abbandonare ogni virtù, essere spietato, crudele e violento!”
Dopo essersi così istruiti a vicenda, i ladri se ne andarono. Ma tornarono anche le notti seguenti, ripetendo le stesse parole, finché l’elefante concluse che quelle istruzioni erano rivolte a lui, e che doveva diventare spietato, crudele e violento. E così fece.
La mattina dopo, quando il suo custode si avvicinò, l’elefante lo afferrò con la proboscide e lo scagliò a terra, uccidendolo. Lo stesso fece con un secondo, un terzo, e chiunque gli si avvicinasse.
Il re, informato che Viso di Fanciulla era impazzito e uccideva chiunque vedesse, mandò il Bodhisatta:
“Saggio, scopri cosa lo ha corrotto.”
Il Bodhisatta, dopo aver verificato che l’elefante non aveva disturbi fisici, comprese che doveva aver sentito qualcuno parlare e aver preso quelle parole come un insegnamento. Chiese ai guardiani:
“Qualcuno ha parlato qui di recente, di notte?”
“Sì, mio signore, alcuni ladri.”
Allora il Bodhisatta tornò dal re:
“Maestà, l’elefante non è malato: è stato corrotto dalle parole dei ladri.”
“E ora che si fa?”
“Ordinate a saggi e brahmani di sedersi nella sua stalla e parlare di virtù.”
Così, uomini saggi e virtuosi si sedettero vicino all’elefante e dissero:
“Non ferite, non uccidete. I buoni devono essere pazienti, amorevoli e misericordiosi.”
Udendo questo, l’elefante pensò che quelle parole fossero per lui e decise di tornare buono. E così fece.
“E ora?” chiese il re.
“Grazie a saggi e virtuosi, l’elefante è tornato sé stesso,” rispose il Bodhisatta, recitando questi versi:
Udendo prima i ladri e il loro parlare malvagio,
Viso di Fanciulla uccideva e feriva senza pietà.
Poi, ascoltando le parole sagge degli uomini virtuosi,
il nobile elefante ritornò alla sua bontà.
“Costui sa leggere persino la mente di un animale!” esclamò il re, colmando il Bodhisatta di onori.
Il Beato concluse:
“Anche in passato, monaco, seguivi chiunque incontrassi: ascoltando i ladri, seguisti i loro insegnamenti; ascoltando i saggi, seguisti i loro. E così ora.”
Poi rivelò il nesso:
“Il monaco traditore era allora Viso di Fanciulla, Ānanda era il re, e io ero il ministro.”
Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Jataka