Skip to content

Jtk 25: Tittha-jātaka

“Cambia il luogo.” — Questa storia fu raccontata dal Maestro mentre dimorava a Jetavana, riguardo un ex orafo che era diventato un monaco e viveva insieme al Capitano della Fede (Sāriputta).
Ora, solo un Buddha possiede la conoscenza dei cuori e può leggere i pensieri degli uomini; pertanto, per mancanza di tale potere, il Capitano della Fede aveva così poca comprensione del cuore e dei pensieri del suo confratello da assegnargli come tema di meditazione l’impurità. Ma questo non giovava al monaco. La ragione per cui non gli era utile era che, secondo la tradizione, egli era rinato per cinquecento vite consecutive sempre come orafo; di conseguenza, l’effetto cumulativo di aver visto per così tanto tempo oro purissimo aveva reso inutile il tema dell’impurità. Trascorse quattro mesi senza riuscire a cogliere neppure un barlume di comprensione.
Rendendosi conto di non poter condurre il suo confratello alla condizione di arahant, il Capitano della Fede pensò: “Questo dev’essere certamente uno di coloro che solo un Buddha può convertire; lo porterò dal Beato.” Così, all’alba, si recò dal Maestro insieme al monaco.
“Che cosa vi porta qui con questo monaco, Sāriputta?” chiese il Maestro.
“Signore, gli ho assegnato un tema di meditazione, ma dopo quattro mesi non ha ottenuto neppure un accenno di conoscenza. Perciò l’ho condotto da voi, pensando che si trattasse di uno che solo un Buddha può guidare.”
“Quale meditazione gli hai prescritto, Sāriputta?”
“La meditazione sull’impurità, Beato.”
“Sāriputta, non spetta a te conoscere i cuori e leggere i pensieri degli uomini. Va’ ora da solo, e torna questa sera a prendere il tuo confratello.”
Dopo aver congedato così il Venerabile, il Maestro fece vestire il monaco con una morbida veste pulita, lo tenne sempre al suo fianco quando andava in città per elemosinare il cibo, e si assicurò che ricevesse le migliori offerte. Tornato al monastero, circondato dai monaci, il Maestro si ritirò durante il giorno nella sua dimora, e alla sera, mentre passeggiava nel monastero con quel monaco al suo fianco, fece apparire uno stagno in cui cresceva un grande fiore di loto.
“Siediti qui, monaco,” disse, “e contempla questo fiore.” E, lasciandolo così seduto, si ritirò nella sua dimora.
Il monaco fissò a lungo quel fiore. Il Beato lo fece appassire. Mentre lo osservava, il fiore appassì, i petali caddero uno dopo l’altro, finché non ne rimase che il pericarpo. Riflettendo, il monaco pensò: “Anche questo loto, poco fa, era bello e splendente; ora il suo colore è svanito, e non resta che lo stelo. Il decadimento ha colpito questo fiore magnifico—cosa non accadrà al mio corpo? Tutte le cose composte sono impermanenti!” E con questo pensiero raggiunse la Visione Profonda.
Sapendo che la mente del monaco aveva conseguito la visione profonda, il Maestro, seduto nella sua camera, emanò un’immagine luminosa di sé stesso e recitò questi versi:

Strappa via l’amor proprio, come si coglie
un loto autunnale. Dirigi il cuore
solo verso questo: il perfetto Sentiero di Pace,
e l’Estinzione che il Buddha ha insegnato.

Alla fine di questi versi, il monaco divenne un arahant. Pensando che non sarebbe mai più rinato, mai più avrebbe sperimentato l’esistenza in alcuna forma, proruppe in un’esclamazione di gioia:

Colui che ha vissuto la sua vita, la cui mente è matura,
che, purificato da ogni impurità, è liberato,
indossa il suo ultimo corpo; la sua vita è pura,
i sensi soggiogati lo riconoscono signore.
Egli, come la luna che sfugge alle fauci di Rāhu,
ha raggiunto la suprema liberazione.

L’impurità che mi avvolgeva, che creava
la più profonda illusione, l’ho dissipata—
come il sole, irradiando mille raggi,
illumina il cielo con un mare di luce.

Dopo queste e altre espressioni di gioia, si avvicinò al Beato e lo salutò. Anche il Venerabile Sāriputta arrivò e, dopo aver reso omaggio al Maestro, se ne andò con il suo confratello.
Quando la notizia si diffuse tra i monaci, si radunarono nella Sala della Verità e cominciarono a lodare le virtù del Signore della Saggezza, dicendo: “Venerabili, non conoscendo i cuori e i pensieri degli uomini, il Venerabile Sāriputta ignorava la disposizione del suo confratello. Ma il Maestro lo sapeva, e in un solo giorno gli conferì la condizione di arahant insieme alla perfetta conoscenza. Oh, quanto sono grandi i poteri miracolosi di un Buddha!”
Entrando e sedendosi al posto preparato per lui, il Maestro chiese: “Di cosa state discutendo, monaci?”
“Di nient’altro, Beato, se non del fatto che solo voi conoscete il cuore e potete leggere i pensieri del confratello del Capitano della Fede.”
“Non è una novità, monaci. Che io, come Buddha, conosca ora la sua natura non è straordinario. Anche in passato la conoscevo altrettanto bene.” E, così dicendo, raccontò una storia del passato.

La storia del passato

Una volta, a Benares, regnava Brahmadatta. In quei giorni, il Bodhisatta era il consigliere del re nelle questioni temporali e spirituali.
In quel periodo, la gente aveva lavato un altro cavallo, una bestia misera, nello stesso luogo dove si abbeverava il destriero reale. Quando lo stalliere cercò di condurre il cavallo del re nelle stesse acque, l’animale, offeso, si rifiutò di entrarvi. Lo stalliere andò allora dal re e disse: “Maestà, il vostro destriero non vuole entrare in acqua.”
Il re mandò il Bodhisatta, dicendo: “Saggio, va’ e scopri perché l’animale si rifiuta di entrare in acqua.”
“Molto bene, sire,” rispose il Bodhisatta, e si recò alla pozza. Dopo aver esaminato il cavallo e constatato che non era malato, cercò di intuirne la ragione. Alla fine concluse che un altro cavallo doveva essere stato lavato lì prima, e che il destriero reale, sentendosi oltraggiato, si rifiutava di entrare in acqua. Chiese quindi agli stallieri: “Quale altro animale avete lavato qui prima?”
“Un altro cavallo, mio signore—una bestia ordinaria.”
“Ah, è il suo amor proprio che è stato così profondamente ferito,” pensò il Bodhisatta. “Bisogna lavarlo altrove. E disse allo stalliere:

“Cambia il luogo, e lascia che il destriero beva
ora qui, ora là, con sempre nuovi scenari.
Persino il riso al latte, alla fine, stanca.”

Dopo aver ascoltato le sue parole, condussero il cavallo in un altro posto, dove finalmente si abbeverò e si lavò senza problemi. Mentre lo pulivano, il Bodhisatta tornò dal re.
“Allora,” chiese il re, “il mio cavallo ha bevuto e si è lavato?”
“Sì, sire.”
“Perché all’inizio si rifiutava?”
“Per questa ragione,” rispose il Bodhisatta, e gli raccontò tutta la storia.
“Che uomo straordinario!” esclamò il re. “Sa leggere persino la mente di un animale!” E onorò grandemente il Bodhisatta. Alla fine della sua vita, il re rinacque secondo i suoi meriti, e così fece anche il Bodhisatta.
Conclusa la lezione, il Maestro aggiunse: “Allora come ora, conoscevo la natura di quel monaco.” Poi rivelò il nesso e identificò la nascita precedente dicendo: “Quel monaco era il destriero reale di allora, Ānanda era il re, e io stesso ero il saggio ministro.”

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

TestoJataka