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Jtk 18: Matakabhatta-jātaka

“Se solo gli uomini sapessero…” — Questa storia fu raccontata dal Maestro mentre dimorava a Jetavana, riguardo ai banchetti per i morti. In quel tempo, infatti, la gente uccideva capre, pecore e altri animali, offrendoli in quello che veniva chiamato un banchetto per i morti, in onore dei loro defunti. Vedendoli impegnati in tali pratiche, i discepoli chiesero al Maestro:
— Signore, in questi giorni la gente uccide molte creature viventi per offrirle in quello che chiamano un banchetto per i morti. Ma è possibile che vi sia del bene in tutto ciò?
— No, discepoli — rispose il Maestro. — Anche se la vita viene tolta con l’intenzione di offrire un banchetto funebre, da ciò non nasce alcun bene. In passato, i saggi, predicando la Verità dal cielo e mostrando le terribili conseguenze di questa pratica, fecero in modo che l’intera regione vi rinunciasse. Ma ora, poiché i ricordi delle loro esistenze precedenti si sono confusi nelle loro menti, questa usanza è rinata.
E, dicendo questo, narrò una storia del passato.
C’era una volta, al tempo in cui regnava Brahmadatta a Benares, un brahmano esperto nei Tre Veda e famoso in tutto il mondo come maestro. Deciso a offrire un banchetto per i morti, fece portare una capra e disse ai suoi discepoli:
— Figli miei, portate questa capra al fiume, lavatela, adornatela con una ghirlanda al collo, dategli una misura di grano da mangiare, pulitela bene e riportatela qui.
— Come desideri — risposero, e portarono la capra al fiume. Dopo averla lavata e spazzolata, la misero sulla riva.
La capra, diventata consapevole delle azioni delle sue vite passate, fu colta da grande gioia al pensiero che proprio quel giorno sarebbe stata liberata da ogni sua sofferenza, e scoppiò in una risata fragorosa, come il rompersi di una brocca. Ma poi, pensando che il brahmano, uccidendola, avrebbe dovuto sopportare la stessa pena che lei aveva patito, sentì una profonda compassione per lui e scoppiò in un pianto altrettanto forte.
— Amica capra — dissero i giovani brahmani — hai riso e pianto con uguale intensità. Perché hai riso e perché hai pianto?
— Ponetemi questa domanda davanti al vostro maestro.
Così, riportarono la capra dal brahmano e gli raccontarono l’accaduto. Dopo aver ascoltato la storia, il maestro chiese alla capra il motivo della sua risata e del suo pianto.
Allora l’animale, ricordando le sue vite precedenti grazie al potere della memoria delle esistenze passate, gli rispose:
— Brahmano, in tempi lontani anch’io, come te, ero un brahmano versato nei testi sacri dei Veda, e per offrire un banchetto funebre uccisi una capra in sacrificio. Per quell’unica capra uccisa, sono stato decapitato cinquecento volte, meno una. Questa è la mia cinquecentesima e ultima nascita, e ho riso perché oggi sarò finalmente libero dalla mia sofferenza. Ma ho anche pianto, perché mentre io, che per aver ucciso una capra sono stato condannato a perdere la testa cinquecento volte, oggi sarò liberato, tu, per avermi ucciso, sarai condannato a perdere la testa altrettante volte, proprio come me. È per compassione verso di te che ho pianto.
— Non temere, capra — disse il brahmano — non ti ucciderò.
— Che dici, brahmano? — rispose la capra. — Che tu mi uccida o no, oggi non sfuggirò alla morte.
— Non temere, ti proteggerò.
— Debole è la tua protezione, brahmano, e forte è la forza delle mie azioni malvagie.
Il brahmano, lasciando libera la capra, disse ai suoi discepoli:
— Non permettete a nessuno di ucciderla!
E, seguito dai giovani, si mise a seguirla da vicino.
Appena liberata, la capra allungò il collo per brucare le foglie di un cespuglio che cresceva in cima a una roccia. In quel preciso istante, un fulmine colpì la roccia, staccando un masso che colpì la capra sul collo teso, strappandole la testa. La gente accorse in massa.
In quei giorni, il Bodhisatta era rinato come uno spirito arboreo proprio in quel luogo. Con i suoi poteri soprannaturali, si sedette in meditazione a mezz’aria, sotto gli occhi di tutta la folla. Riflettendo tra sé:
“Se queste creature conoscessero davvero il frutto delle azioni malvagie, forse smetterebbero di uccidere”, con voce soave insegnò loro la Verità in questi versi:

Se solo gli uomini sapessero
che la pena sarà rinascere nella sofferenza,
cesserebbero di togliere la vita.
Terribile è il destino di chi uccide.

Così il Grande Essere predicò la Verità, spaventando i suoi ascoltatori con la paura degli inferi. E la gente, udendolo, fu così terrorizzata da abbandonare l’uccisione di esseri viventi.
Il Bodhisatta, dopo aver guidato la moltitudine a seguire i Precetti con la sua predicazione, passò oltre, secondo il suo destino. Anche la gente rimase salda nel Dhamma del Bodhisatta e trascorse la vita nella carità e nelle buone azioni, così che alla fine raggiunse la Città dei Deva.
Conclusa la lezione, il Maestro rivelò il nesso e identificò la Nascita dicendo:
— In quei giorni, io ero lo spirito arboreo.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

TestoJataka