“In tutte e tre le posizioni.” — Questa storia fu raccontata dal Maestro mentre dimorava nel Monastero Badarika a Kosambi, riguardo al Venerabile Rahula, il cui cuore era intento a osservare le regole del Sangha.
Una volta, quando il Maestro soggiornava nel Tempio Aggalava vicino alla città di Alavi, molte discepole laiche e monache affluivano per ascoltare la Verità predicata. La predicazione avveniva di giorno, ma col passare del tempo, le donne smisero di partecipare, e rimasero presenti solo i monaci e i discepoli maschi. Allora la predicazione fu spostata alla sera; e al termine, i monaci anziani si ritiravano ciascuno nella propria dimora. Ma i più giovani, insieme ai discepoli laici, si coricavano per riposare nella Sala del Servizio. Quando si addormentavano, i loro russare, sbuffare e digrignare i denti erano così rumorosi che disturbavano. Dopo un breve sonno, alcuni si alzarono e riferirono al Beato l’accaduto di cui erano stati testimoni. Egli disse: “Se un monaco dorme in compagnia di novizi, commette una colpa Pacittiya (che richiede confessione e assoluzione).” E dopo aver stabilito questa regola, partì per Kosambi.
Allora i monaci dissero al Venerabile Rahula: “Signore, il Beato ha stabilito questa regola, e ora ti preghiamo di trovare una dimora per conto tuo.” Fino a quel momento, i monaci, per rispetto verso il padre e per l’ardente desiderio del figlio di osservare le regole del Sangha, avevano accolto il giovane come se il luogo gli appartenesse; gli avevano preparato un piccolo letto e gli avevano dato un panno per farne un cuscino. Ma nel giorno della nostra storia non gli concessero neppure un riparo, tanto era il loro timore di trasgredire. L’eccellente Rahula non si rivolse né al Buddha, in quanto suo padre, né a Sariputta, Capitano della Fede, in quanto suo precettore, né al Grande Moggallana, in quanto suo maestro, né al Venerabile Ananda, in quanto suo zio; ma si recò alla latrina del Buddha e vi si stabilì come se fosse un palazzo celeste. Ora, nella latrina di un Buddha, la porta è sempre ben chiusa: il pavimento è livellato con terra profumata; fiori e ghirlande sono appesi alle pareti; e per tutta la notte vi arde una lampada. Ma non fu questo splendore a spingere Rahula a risiedere lì. No, fu semplicemente perché i monaci gli avevano detto di trovarsi una dimora, e perché egli riveriva il Dhamma e bramava osservare le regole del Sangha. Infatti, di tanto in tanto, i monaci, per metterlo alla prova, quando lo vedevano avvicinarsi da lontano, gettavano una scopa o un po’ di polvere, e poi chiedevano chi l’avesse fatto cadere, una volta che Rahula era entrato. “Rahula è passato di qui,” dicevano, ma mai il futuro venerabile affermò di non saperne nulla. Al contrario, rimuoveva l’immondizia e umilmente chiedeva perdono al monaco, e non se ne andava finché non era certo di essere perdonato; tanto era il suo desiderio di osservare le regole. Ed era proprio questo desiderio che lo spinse a stabilirsi nella latrina.
Ora, benché l’alba non fosse ancora sorta, il Maestro si fermò alla porta della latrina e tossì “Ahem.” “Ahem,” rispose il Reverendo Rahula. “Chi è?” chiese il Buddha. “Sono io, Rahula,” fu la risposta; e il giovane uscì e si inchinò profondamente. “Perché hai dormito qui, Rahula?” “Perché non avevo dove andare. Fino ad ora, signore, i monaci sono stati molto gentili con me; ma ora, tanto è il loro timore di sbagliare, che non mi offrono più riparo. Di conseguenza, mi sono stabilito qui, perché pensavo che fosse un luogo dove non sarei venuto a contatto con nessun altro.”
Allora il Maestro pensò tra sé: “Se trattano così persino Rahula, cosa non faranno agli altri giovani che ammettono nel Sangha?” E il suo cuore si commosse per la Verità. Così, di buon’ora, fece radunare i monaci e interrogò il Capitano della Fede: “Suppongo che almeno tu, Sariputta, sappia dove dimora Rahula?”
“No, signore, non lo so.”
“Sariputta, Rahula oggi viveva nella latrina. Sariputta, se trattate Rahula in questo modo, come tratterete gli altri giovani che ammettete nel Sangha? Un tale trattamento non manterrà coloro che si uniscono a noi. In futuro, tenete i vostri novizi nelle vostre dimore per un giorno o due, e solo al terzo giorno lasciateli dimorare altrove, avendo cura di informarvi sulla loro dimora.” Con questa aggiunta, il Maestro stabilì la regola.
Riunendosi nella Sala della Verità, i monaci parlarono della bontà di Rahula. “Vedete, signori, quanto fosse ansioso Rahula di osservare le regole. Quando gli fu detto di trovarsi una dimora, non disse: ‘Sono il figlio del Buddha; cosa vi importa delle dimore? Andatevene via!’ No; non scacciò neppure un monaco, ma si sistemò nella latrina.”
Mentre discorrevano così, il Maestro giunse nella Sala e si sedette sul suo posto, dicendo: “Qual è l’argomento della vostra discussione, monaci?” “Signore,” risposero, “stavamo parlando dell’ansia di Rahula di seguire le regole, nient’altro.”
Allora il Maestro disse: “Rahula ha dimostrato questa ansia non solo ora, ma anche in passato, quando era nato animale.” E così dicendo, raccontò questa storia del passato.
C’era una volta un re del Magadha che regnava a Rajagaha; e in quei giorni il Bodhisatta, nato cervo, viveva nella foresta a capo di una mandria di cervi. Ora, sua sorella gli portò il figlio, dicendo: “Fratello, insegna a tuo nipote qui le astuzie dei cervi.” “Certamente,” disse il Bodhisatta; “vattene ora, ragazzo, e torna a quest’ora per essere istruito.” Puntuale all’ora stabilita dallo zio, il giovane cervo si presentò e ricevette l’insegnamento sulle astuzie dei cervi.
Un giorno, mentre vagava per i boschi, fu catturato in una trappola e emise il lamento di un prigioniero. La mandria fuggì e avvisò la madre della cattura del figlio. Ella si recò dal fratello e gli chiese se il nipote fosse stato istruito nelle astuzie dei cervi. “Non temere; tuo figlio non ha colpa,” disse il Bodhisatta. “Ha imparato perfettamente le astuzie dei cervi e tornerà subito da te, con grande gioia.” E così dicendo, recitò questa stanza:
“In tutte e tre le posizioni—sul dorso o sui fianchi,
tuo figlio è esperto; è addestrato a usare otto zoccoli,
e solo a mezzanotte disseta la sua sete;
mentre giace a terra, sembra senza vita,
e respira solo con la narice inferiore.
Sei astuzie conosce mio nipote per ingannare i nemici.”
Così il Bodhisatta consolò la sorella mostrandole quanto profondamente il figlio avesse padroneggiato le astuzie dei cervi. Intanto, il giovane cervo, catturato nella trappola, non si dibatté, ma si sdraiò supino, con le gambe tese e rigide. Scavò il terreno intorno agli zoccoli, spargendo erba e terra; rilasciò i bisogni; lasciò cadere la testa; cacciò fuori la lingua; si bagnò tutto il corpo di bava; si gonfiò inspirando aria; rovesciò gli occhi; respirò solo con la narice inferiore, trattenendo il respiro con quella superiore; e si rese così rigido e immobile da sembrare un cadavere. Persino le mosche gli ronzavano intorno, e qua e là si posavano corvi.
Il cacciatore si avvicinò e gli batté il ventre con la mano, dicendo: “Dev’essere stato catturato stamattina presto; sta già andando a male.” Così dicendo, lo liberò dai legami, pensando: “Lo squarterò qui dove giace e porterò a casa la carne.” Ma mentre l’uomo, ignaro, raccoglieva rami e foglie (per accendere un fuoco), il giovane cervo si alzò in piedi, si scrollò, stese il collo e, come una nuvola sospinta dal vento, corse velocemente verso sua madre.
Dopo aver ripetuto che Rahula aveva dimostrato la stessa ansia nel passato per osservare le regole come nel presente, il Maestro stabilì il collegamento e identificò la Nascita dicendo: “Rahula era il giovane cervo di allora, Uppalavanna sua madre, e io lo zio cervo.”
Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Jataka