“L’uomo retto.” — Questa storia fu raccontata dal Maestro nel Boschetto di Bambù vicino a Rājagaha riguardo a Devadatta. La storia di Devadatta sarà narrata fino all’epoca dell’incarico di Abhimāra nel Khaṇḍahāla-jātaka; fino al momento della sua rimozione dall’incarico di Tesoriere nel Cullahamsa-jātaka; e fino al momento in cui fu inghiottito dalla terra nel Samudda-vāṇija-jātaka del Sedicesimo Libro.
In quell’occasione, Devadatta, non essendo riuscito a far approvare i Cinque Punti che aveva proposto, aveva causato uno scisma nel Sangha ed era partito con cinquecento monaci per stabilirsi a Gayā-sīsa. Ora, quei monaci giunsero a una conoscenza più matura; e il Maestro, sapendolo, chiamò i due discepoli principali e disse: “Sāriputta, i tuoi cinquecento discepoli, che furono traviati dall’insegnamento di Devadatta e partirono con lui, hanno ora raggiunto una conoscenza più profonda. Va’ là con alcuni monaci, predica loro la Verità, illuminali riguardo ai Sentieri e ai Frutti, e riportali con te.”
Essi andarono là, predicarono la Verità, li illuminarono riguardo ai Sentieri e ai Frutti, e il giorno seguente all’alba tornarono con quei monaci al Boschetto di Bambù. Mentre Sāriputta era lì in piedi dopo aver salutato il Beato al suo ritorno, i monaci lo lodarono dicendo: “Signore, molto luminosa era la gloria del nostro fratello maggiore, il Capitano della Verità, mentre tornava seguito da cinquecento monaci; mentre Devadatta ha perso tutto il suo seguito.”
“Non è questa la prima volta, monaci, che Sāriputta ha avuto gloria al ritorno con un seguito di suoi discepoli; simile gloria ebbe anche nei giorni passati. Così pure, non è questa la prima volta che Devadatta ha perso il suo seguito; lo perse anche nei tempi passati.”
I monaci chiesero al Beato di spiegare loro ciò. Il Beato rivelò ciò che era stato nascosto dalle rinascite.
In passato, nella città di Rājagaha, nel regno del Magadha, regnava un re del Magadha, durante il cui regno il Bodhisatta rinacque come un cervo. Cresciuto, divenne il capo di un branco di mille cervi. Ebbe due cerbiatti, chiamati Fortunato e Nerino. Quando divenne vecchio, affidò il branco ai suoi due cerbiatti, ponendo cinquecento cervi sotto la cura di ciascuno. E così ora i due giovani cervi erano a capo del branco.
Verso il tempo del raccolto nel Magadha, quando le messi sono fitte nei campi, è pericoloso per i cervi nelle foreste circostanti. Ansiosi di uccidere le creature che divorano i loro raccolti, i contadini scavano trappole, piantano pali, sistemano pietre a scatto e tendono lacci e altri inganni; così molti cervi vengono uccisi.
Perciò, quando il Bodhisatta vide che era il tempo del raccolto, chiamò i suoi due figli e disse loro: “Figli miei, ora è il tempo in cui le messi sono fitte nei campi, e molti cervi muoiono in questa stagione. Noi che siamo vecchi resteremo in un unico luogo; ma voi ritiratevi ciascuno con il vostro branco nelle zone montuose della foresta e tornate quando i raccolti saranno stati portati via.” “Molto bene,” dissero i due figli, e partirono con i loro branchi, come il padre aveva comandato.
Ora, gli uomini che vivono lungo il percorso conoscono bene i tempi in cui i cervi si dirigono verso le colline e ne ritornano. E appostandosi in nascondigli lungo il percorso, uccidono molti di loro con frecce. Lo stolto Nerino, ignorando i momenti in cui viaggiare e quelli in cui fermarsi, fece marciare i suoi cervi all’alba e al tramonto, avvicinandosi perfino ai confini dei villaggi. E i contadini, in agguato o allo scoperto, uccisero molti del suo branco. Avendo così, per la sua stoltezza, causato la morte di tutti questi, raggiunse la foresta con pochissimi superstiti.
Fortunato, invece, essendo saggio, astuto e pieno di risorse, non si avvicinò mai ai confini dei villaggi. Non viaggiò di giorno, né all’alba o al tramonto. Si muoveva solo nel cuore della notte; e il risultato fu che raggiunse la foresta senza perdere un solo cervo del suo branco.
Trascorsero quattro mesi nella foresta, senza lasciare le colline finché i raccolti non furono portati via. Sulla via del ritorno, Nerino, ripetendo la sua stoltezza, perse il resto del suo branco e tornò solo e senza seguito; mentre Fortunato non aveva perso nemmeno un cervo del suo branco, ma riportò indietro tutti i cinquecento cervi quando si presentò davanti ai suoi genitori. Vedendo i due figli tornare, il Bodhisatta compose questa strofa insieme al branco di cervi:
L’uomo retto e gentile ha la sua ricompensa.
Guarda Fortunato che riconduce la sua schiera,
mentre qui viene Nerino, privato di tutto il suo branco.
Tale fu il benvenuto del Bodhisatta a suo figlio; e dopo aver vissuto fino a una buona vecchiaia, trapassò in base ai suoi meriti.
Alla fine della sua lezione, quando il Maestro ebbe ripetuto che la gloria di Sāriputta e la perdita di Devadatta avevano entrambe un parallelo nei giorni passati, mostrò il legame che univa le due storie e identificò la Nascita dicendo: “Devadatta era il Nerino di quei giorni; i suoi seguaci erano il branco di Nerino; Sāriputta era il Fortunato di quei giorni, e il suo seguito erano i discepoli del Buddha; la madre di Rāhula era la madre di quei giorni; e io stesso ero il padre.”
Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Robert Chalmers, 1895. The Jātaka, or Stories of the Buddha’s Former Births, edited by E.B. Cowell, published by The Cambridge University Press.Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
Testo: Jataka