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D 290: Śūnyatā-nāma-mahāsūtra – La Rete dell’Illusione

Omaggio ai Tre Gioielli.

Così ho sentito. Una volta il Beato soggiornava a Śrāvastī, nel bosco orientale, nel palazzo della madre di Migāra.

Quindi il venerabile Ānanda, dopo essersi alzato dalla meditazione pomeridiana, si recò dal Beato, gli rese omaggio e si sedette da parte. Sedutosi da parte, il venerabile Ānanda così si rivolse al Beato: “Venerabile, una volta il Beato soggiornava tra i Śākya, in un villaggio dei Śākya chiamato città mercantile. In quella occasione, il Beato dichiarò: ‘Ānanda, io dimoro spesso nella vacuità.’ Venerabile, il significato di ciò che il Beato ha detto, io l’ho ascoltato bene, ben compreso, tenuto a mente, ben assimilato, ben penetrato. È forse in quel modo, precisamente in quel modo, o no?”

[Il Beato] rispose: “Ānanda, è così, proprio così. Ciò che ho detto, tu lo hai ascoltato bene, ben compreso, ben assimilato, ben penetrato. Non è diversamente, è precisamente così. Perché? Perché, Ānanda, sia allora che ora, io dimoro spesso nella vacuità.

Ānanda, è come questo palazzo della madre di Migāra: è vuoto di elefanti, cavalli, buoi, pecore, galli, maiali; è vuoto di ricchezze, grano, ospiti; è vuoto di schiavi e serve, di lavoratori e servitori, di uomini e donne, di fanciulli e fanciulle. Eppure, qui c’è solo questo: l’assemblea dei monaci, o, in riferimento a qualcos’altro, non è vuoto.

Allo stesso modo, Ānanda, si comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, si conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Ānanda, se poi un monaco desidera: ‘Possa io dimorare spesso nella vacuità’, allora, Ānanda, quel monaco non dovrebbe tenere a mente la percezione del villaggio né la percezione degli esseri umani, ma dovrebbe tenere a mente la percezione della foresta, o qualche altra [percezione affine]. Egli pensa così: ‘Queste forme di percezione, cioè la percezione del villaggio e la percezione degli esseri umani, sono assenti. Tuttavia, qui c’è solo questo: la percezione della foresta, o, in riferimento a qualcos’altro, non è vuoto.’ Egli comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Inoltre, Ānanda, se un monaco desidera: ‘Possa io dimorare spesso nella vacuità’, allora, Ānanda, quel monaco, pur comprendendo rettamente l’assenza della percezione degli esseri umani e della percezione della foresta, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Inoltre, Ānanda, se un monaco desidera: ‘Possa io dimorare spesso nella vacuità’, allora, Ānanda, quel monaco non dovrebbe tenere a mente la percezione della sfera dello spazio infinito né la percezione della sfera della coscienza infinita, ma dovrebbe tenere a mente la percezione della sfera del nulla, o qualche altra [percezione affine]. Egli pensa così: ‘Queste forme di percezione, cioè la percezione della sfera dello spazio infinito e la percezione della sfera della coscienza infinita, sono assenti. Tuttavia, qui c’è solo questo: la percezione della sfera del nulla, o, in riferimento a qualcos’altro, non è vuoto.’ Egli comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Inoltre, Ānanda, se un monaco desidera: ‘Possa io dimorare spesso nella vacuità’, allora, Ānanda, quel monaco non dovrebbe tenere a mente la percezione della sfera della coscienza infinita né la percezione della sfera del nulla, ma dovrebbe tenere a mente la sfera della non-percezione (o della né-percezione-né-non-percezione?), o qualche altra [percezione affine]. Egli pensa così: ‘Queste forme di percezione, cioè la percezione della sfera della coscienza infinita e la percezione della sfera del nulla, sono assenti. Tuttavia, qui c’è solo questo: la sfera della non-percezione, o, in riferimento a qualcos’altro, non è vuoto.’ Egli comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Egli pensa così: ‘Anche questa sfera della non-percezione è composta e pensata, è frutto di intenzioni. Non è appropriato provare piacere, esprimere compiacimento, bramare o dimorare con attaccamento a ciò che è composto e pensato, frutto di intenzioni.’

Conoscendo e vedendo in questo modo, la sua mente si libera dalla contaminazione del desiderio, dalla contaminazione dell’esistenza e dalla contaminazione dell’ignoranza. Liberato, sorge in lui la conoscenza della liberazione: ‘La nascita è esaurita, la vita santa è vissuta, ciò che doveva essere fatto è stato fatto, non vi sarà altra esistenza oltre a questa.’

Egli pensa così: ‘Queste forme di percezione, cioè la contaminazione del desiderio, la contaminazione dell’esistenza e la contaminazione dell’ignoranza, sono assenti. Tuttavia, qui c’è solo questo: questo corpo dotato delle sei basi dei sensi, condizionato dalla vita. Non è vuoto?’ Egli comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Ānanda, se poi un monaco desidera: ‘Possa io dimorare spesso nella vacuità’, allora, Ānanda, quel monaco non dovrebbe tenere a mente la percezione della sfera dello spazio infinito né la percezione della sfera della coscienza infinita, ma dovrebbe tenere a mente la percezione della sfera del nulla, o qualche altra [percezione affine]. Egli pensa così: ‘Queste forme di percezione, cioè la percezione della sfera dello spazio infinito e la percezione della sfera della coscienza infinita, sono assenti. Tuttavia, qui c’è solo questo: la percezione della sfera del nulla, o, in riferimento a qualcos’altro, non è vuoto.’ Egli comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Inoltre, Ānanda, se un monaco desidera: ‘Possa io dimorare spesso nella vacuità’, allora, Ānanda, quel monaco non dovrebbe tenere a mente la percezione della sfera della coscienza infinita né la percezione della sfera del nulla, ma dovrebbe tenere a mente la sfera della non-percezione, o qualche altra [percezione affine]. Egli pensa così: ‘Queste forme di percezione, cioè la percezione della sfera della coscienza infinita e la percezione della sfera del nulla, sono assenti. Tuttavia, qui c’è solo questo: la sfera della non-percezione, o, in riferimento a qualcos’altro, non è vuoto.’ Egli comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Egli pensa così: ‘Anche questa sfera della non-percezione è composta e pensata, è frutto di intenzioni. Non è appropriato provare piacere, esprimere compiacimento, bramare o dimorare con attaccamento a ciò che è composto e pensato, frutto di intenzioni.’

Conoscendo e vedendo in questo modo, la sua mente si libera dalla contaminazione del desiderio, dalla contaminazione dell’esistenza e dalla contaminazione dell’ignoranza. Liberato, sorge in lui la conoscenza della liberazione: ‘La nascita è esaurita, la vita santa è vissuta, ciò che doveva essere fatto è stato fatto, non vi sarà altra esistenza oltre a questa.’

Egli pensa così: ‘Queste forme di percezione, cioè la contaminazione del desiderio, la contaminazione dell’esistenza e la contaminazione dell’ignoranza, sono assenti. Tuttavia, qui c’è solo questo: questo corpo dotato delle sei basi dei sensi, condizionato dalla vita, non è vuoto in riferimento a questo?’ Egli comprende rettamente, riguardo a ciò che è assente, che ‘questo è vuoto di ciò’. E riguardo a ciò che rimane, conosce perfettamente, così com’è, che ‘questo, qui, è presente’. Ānanda, questo è l’ingresso nella vacuità che è conforme alla realtà, non distorto.

Ānanda, questa è la suprema realizzazione dell’ingresso nella vacuità, in cui, con l’esaurimento delle contaminazioni, si è liberi da esse, [dimorando nell’incondizionato].

Ānanda, qualunque Tathāgata, Arhat, perfettamente e completamente illuminato sia apparso nel passato, tutti quei Beati, dopo aver realizzato direttamente con il corpo questa stessa suprema realizzazione dell’ingresso nella vacuità, in cui, con l’esaurimento delle contaminazioni, si è liberi da esse, vi dimorarono. Ānanda, qualunque Tathāgata, Arhat, perfettamente e completamente illuminato apparirà nel futuro, tutti quei Beati, dopo aver realizzato direttamente con il corpo questa stessa suprema realizzazione dell’ingresso nella vacuità, in cui, con l’esaurimento delle contaminazioni, si è liberi da esse, vi dimoreranno. Ānanda, ora io, che sono il Tathāgata, Arhat, perfettamente e completamente illuminato apparso nel presente, dopo aver realizzato direttamente con il corpo questa stessa suprema realizzazione dell’ingresso nella vacuità, in cui, con l’esaurimento delle contaminazioni, si è liberi da esse, vi dimoro.

Ānanda, pertanto ci si deve esercitare così: ‘Questa suprema realizzazione dell’ingresso nella vacuità, in cui, con l’esaurimento delle contaminazioni, si è liberi da esse, dopo averla realizzata direttamente con il corpo, vi dimorerò.’ Ānanda, anche tu dovresti esercitarti in questo modo.”

Quindi il venerabile Ānanda, dopo aver lodato e rallegrandosi di ciò che il Beato aveva detto, rese omaggio al Beato e si allontanò dalla sua presenza.

Il Grande Sutra chiamato “La Vacuità” è completo.

Tradotto e revisionato dal maestro indiano Jinamitra e Prajñāvarman, e dal capo traduttore, il bande Yeshé Dé, e altri.

Testo Degé Kangyur proveniente dalla biblioteca tibetana e himalayana. Tradotto in italiano dal tibetano con l’IA.

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