Skip to content

28. Altre mappe della Concentrazione

Molti discorsi, quando trattano i livelli della retta concentrazione, elencano non solo i quattro jhāna, ma anche altre cinque realizzazioni che i sutta chiamano “le immaterialità al di là delle forme”. Le discussioni moderne le chiamano “jhāna immateriali”. Poiché alcuni discorsi mostrano come la conoscenza che conduce al risveglio possa essere ottenuta basandosi su una qualsiasi di queste realizzazioni immateriali, anche queste realizzazioni contano come retta concentrazione. MN 140 spiega che queste realizzazioni sono semplicemente applicazioni dell’equanimità trovata nel quarto jhāna a temi immateriali.
La descrizione classica di questi cinque livelli è la seguente:
“Con il completo superamento delle percezioni della forma (fisica), con la scomparsa delle percezioni di resistenza, e non prestando attenzione alle percezioni di molteplicità, (percependo:) ‘Spazio infinito’, si entra e si dimora nella dimensione dell’infinità dello spazio.
“Con il completo superamento della dimensione dell’infinità dello spazio, (percependo:) ‘Coscienza infinita’, si entra e si dimora nella dimensione dell’infinità della coscienza.
“Con il completo superamento della dimensione dell’infinità della coscienza, (percependo:) ‘Non c’è nulla’, si entra e si dimora nella dimensione della vacuità.
“Con il completo superamento della dimensione della vacuità, si entra e si dimora nella dimensione della né-percezione-né-non-percezione.
“Con il completo superamento della dimensione della né-percezione-né-non-percezione, si entra e si dimora nella cessazione della percezione e della sensazione.” — AN 9.32
Si noti che le differenze tra i quattro jhāna riguardano modi diversi di relazionarsi allo stesso oggetto: con o senza piacere o estasi, con o senza pensiero applicato e sostegno. Con i primi due stati immateriali, però, l’oggetto – la percezione – cambia, ma il modo in cui la mente si relaziona alla percezione rimane lo stesso: si mantiene l’unità fornita dalla percezione in uno stato di equanimità. Con il terzo stato, l’unità che ha caratterizzato tutte le realizzazioni di concentrazione a partire dal secondo jhāna cade e viene sostituita da una percezione di vacuità. Nel quarto, la percezione diventa così attenuata che non può essere propriamente chiamata percezione né priva di percezione. Nel quinto, tutte le percezioni e le sensazioni – tutte le fabbricazioni mentali – cessano.
Per quanto riguarda i modi in cui si possono raggiungere gli stati immateriali, il Canone ne elenca quattro.
Il modo più classico è attraverso i quattro jhāna, che offrono pratica nel vedere come la mente fabbrica i diversi livelli.
Una mappa alternativa elenca cinque livelli di jhāna, aggiungendo un livello intermedio tra il primo e il secondo, in cui non c’è pensiero applicato ma c’è ancora un minimo di sostegno (AN 8.70). Nessuno dei discorsi spiega questa variante, ma apparentemente riflette semplicemente il fatto che la mente può calmarsi in una varietà di modi.
Altre due mappe sono ancora più diverse dalla definizione classica dei quattro jhāna. Si applicano a persone la cui esperienza meditativa si focalizza meno sul corpo e più su percezioni di luce e forme che appaiono all’occhio della mente.
In una di queste mappe, che enfatizza la luce, ci sono due passi precedenti all’infinita dello spazio: la proprietà della luce, la proprietà della bellezza (SN 14.11).
Nell’altra mappa, che enfatizza la percezione delle forme, i passi precedenti all’infinita dello spazio sono tre: dotato di forma, si vedono forme; non essendo percettivo di forma internamente, si vedono forme esternamente; ci si applica solo al bello (DN 15).
MN 128 fornisce un’indicazione di come questi passi si relazionino alla pratica del jhāna. Lì il Buddha discute come, per padroneggiare la percezione delle forme e della luce, dovette investigare cosa causasse a una di quelle percezioni di scomparire contro la sua volontà. Impegnandosi in un processo di impegno e riflessione, arrivò alla seguente lista di cause: dubbio, disattenzione, torpore e sonnolenza, panico, agitazione, noia, persistenza eccessiva, persistenza fiacca, una percezione di molteplicità (focalizzarsi su oggetti sensoriali) e un assorbimento eccessivo nelle forme. Mettendo a punto la sua focalizzazione per evitare questi influssi impuri, fu in grado di portare la sua concentrazione in uno stato di calma e vigilanza equilibrati.
Poi seguì la mappa in cinque stadi dei jhāna e fu in grado di raggiungere il pieno risveglio.
Ciò suggerisce che la concentrazione focalizzata sulla luce e sulle forme può essere un buon modo per migliorare la focalizzazione e la stabilità della propria concentrazione se la propria mente tende verso esperienze visive mentre si calma, ma che la pratica dei jhāna è ciò che fornisce la visione profonda diretta nei processi di fabbricazione: corporea, verbale e mentale. Per questa ragione, è il fondamento ideale per far sorgere la visione profonda liberante.

Questo punto diventa particolarmente chiaro quando consideriamo l’argomento della presenza mentale e della concentrazione che il Buddha insegnò in modo più esteso, e che usò egli stesso la notte del suo risveglio: la presenza mentale del respiro che entra ed esce (ānāpānasati) – in breve, la meditazione sul respiro.

Oltre il Desiderio e la PassioneṬhānissaro Bhikkhu. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.

TestoOltre il desiderio e la passione