Il Buddha definisce la concentrazione come il fatto che la mente abbia un unico punto di raccolta (cittass’ek’aggatā). Nella sua definizione classica della retta concentrazione, non menziona l’oggetto che funge da punto di raccolta della mente, ma questi oggetti sono elencati altrove nei discorsi: in un passaggio, si dice che i temi della retta concentrazione siano i quattro fondamenti della presenza mentale (MN 44). Un altro passaggio, AN 8.70, elenca questi quattro temi e ne aggiunge altri quattro: le quattro dimore sublimi di benevolenza amorevole, compassione, gioia compartecipe ed equanimità. Queste dimore sublimi contano come qualità mentali, il che significa che la retta concentrazione si focalizza sul radunare la mente attorno a uno dei temi della retta presenza mentale.
Si noti inoltre che, nella definizione classica della retta concentrazione, il Buddha non fornisce istruzioni su come entrare nella retta concentrazione. Lo fa altrove, come abbiamo notato, nella sua descrizione della retta presenza mentale.
Invece, la definizione classica della retta concentrazione si preoccupa maggiormente di come la retta concentrazione viene sperimentata in termini dei quattro livelli di jhāna, o assorbimento mentale. Questi livelli differiscono l’uno dall’altro sia nella relazione della mente con l’oggetto nei vari livelli, sia nel tono della sensazione caratteristico di ciascuno.
Il primo jhāna è caratterizzato da sensazioni di piacere ed estasi – sia fisico che mentale – derivanti dal fatto che la mente è segregata dai pensieri nocivi. Tuttavia, sta ancora pensando e valutando l’oggetto della sua focalizzazione – come nella similitudine del cuoco che valuta se al suo padrone piaccia o non piaccia il suo cibo – e apporta aggiustamenti per ottenere risultati migliori: sia nell’assicurarsi che la mente rimanga segregata dalla sensualità, sia nel massimizzare l’estasi e il piacere che derivano dal distacco. MN 78 nota che questo è il livello più alto dei propositi salutari.
Nel secondo jhāna, la mente non deve più mettere in discussione la sua relazione con l’oggetto. Come nota MN 125, è focalizzata sul suo oggetto ma non impegna alcun pensiero, nemmeno riguardo all’oggetto stesso. MN 78 aggiunge che anche i propositi salutari cessano a questo livello di concentrazione. La focalizzazione della mente è mantenuta da un’intenzione e da un’unica percezione dell’oggetto (MN 111; AN 9.36). La semplicità sia dell’intenzione che della percezione permette alla mente di tuffarsi con sicurezza in uno stato di unità con l’oggetto. Questa unità prosegue attraverso i jhāna rimanenti. A questo livello, sensazioni più forti di piacere ed estasi risultano dall’unità della mente.
Nel terzo jhāna, l’estasi svanisce, la mente è equanime, ma ci sono ancora sensazioni di piacere nel corpo.
Nel quarto jhāna, il piacere svanisce. Equanimità e presenza mentale raggiungono uno stato di purezza.
Ecco la descrizione classica del Canone di questi quattro jhāna:
“È il caso in cui un monaco – del tutto distaccato dalla sensualità, distaccato dagli stati mentali nocivi – entra e dimora nel primo jhāna: estasi e piacere nati dal distacco, accompagnati da pensiero applicato e sostegno.
“Con il placarsi del pensiero applicato e del sostegno, entra e dimora nel secondo jhāna: estasi e piacere nati dalla concentrazione, unificazione della consapevolezza libera da pensiero applicato e sostegno – certezza interna.
“Con lo svanire dell’estasi, rimane equanime, mentalmente presente e vigile, e percepisce piacere con il corpo. Entra e dimora nel terzo jhāna, del quale i Nobili dichiarano: ‘Equanime e mentalmente presente, dimora nel piacere’.
“Con l’abbandono del piacere e del dolore – come con la scomparsa precedente dell’esultanza e dell’angoscia – entra e dimora nel quarto jhāna: purezza dell’equanimità e della presenza mentale, né piacere né dolore.” — SN 45.8
Il Buddha fornisce anche una serie di similitudini per descrivere i jhāna, che forniscono ulteriori informazioni su di essi. Per cominciare, mostrano che il jhāna, invece di essere ristrettamente un punto singolo, è in realtà uno stato di consapevolezza stabile di tutto il corpo. Nei primi tre jhāna, i toni della sensazione dei jhāna sono lasciati permeare e saturare il corpo fino al punto che nessuna parte del corpo non è satura di quel tono di sensazione. Nel quarto jhāna, il corpo è semplicemente riempito da una consapevolezza pura e luminosa. Altri passaggi notano che, nel quarto jhāna, il respiro che entra e esce si ferma naturalmente (SN 36.11; AN 10.72). In altre parole, non si percepisce alcun respiro che entra e esce, anche se si è pienamente consapevoli del corpo in ogni sua parte. Questo è quando l’assorbimento diventa più forte e stabile.
[Il primo jhāna:] “Come un esperto barbiere o un suo garzone versa polvere di sapone in un bacile di metallo, la impregna d’acqua, la mescola e la strofina, in modo che sia completamente inumidita, satura dentro e fuori, senza farla gocciolare; allo stesso modo, il monaco impregna…. interamente questo corpo di gioia e di estasi nate dal distacco. Non vi è una minima parte del suo corpo che non sia impregnata dalla gioia e dall’estasi nate dal distacco. “
[Il secondo jhāna:] “Così come un lago con una sorgente sotterranea, non avendo affluenti da est, da ovest, da nord o da sud, riempito a volte da piogge abbondanti, in modo che la sorgente d’acqua sotterranea fuoriesca e completamente lo compenetri, lo imbeva, lo riempia e lo saturi d’acqua fresca, in modo che nessuna parte di esso ne sia priva; allo stesso modo, il monaco impregna… interamente questo corpo d’estasi e di gioia nate dalla calma. Non vi è una minima parte del suo corpo che non sia impregnata dall’estasi e dalla gioia nate dalla calma e dalla concentrazione.”
[Il terzo jhāna:] “Come in uno stagno con piante di loto, alcuni fiori, nascono e si sviluppano nell’acqua, rimangono immersi nell’acqua e si nutrono dal fondo, così che le loro radici sono compenetrate, impregnate, imbevute e sature d’acqua; allo stesso modo, il monaco impregna… interamente questo corpo di piacere privo di estasi. Non vi è una minima parte del suo corpo che non sia impregnata di piacere privo di estasi. “
[Il quarto jhāna:] “Così come se un uomo si fosse seduto avvolto dalla testa ai piedi da un telo bianco, in modo che non la minima parte del corpo rimanesse scoperta; allo stesso modo, il monaco siede, permeando il corpo di una pura e chiara presenza mentale. Non vi è una minima parte del suo corpo che non sia permeata da una pura e chiara presenza mentale. ” — DN 2
In tutte queste similitudini, l’acqua rappresenta il piacere; e il movimento, l’estasi. La quantità d’acqua nella seconda e terza similitudine, rispetto alla quantità nella prima, indica che il piacere in questi due jhāna è molto più forte e pervasivo del piacere nel primo. L’immobilità dei loti nella terza similitudine, e dell’uomo seduto nella quarta, indica che sebbene l’estasi possa essere rinfrescante nei livelli precedenti di jhāna, la sua assenza – dopo che ha fatto il suo lavoro – è molto pacifica e calma.
Altri dettagli nelle similitudini evidenziano anche punti importanti riguardo alle differenze e alle relazioni tra i jhāna. Per esempio, l’attività del barbiere nella similitudine per il primo jhāna – l’unica similitudine che ha un agente cosciente che fa qualcosa – simboleggia l’attività del pensiero applicato e del sostegno, che capiscono come diffondere la sensazione di piacere ed estasi in tutto il corpo. Questo è a differenza del movimento dell’acqua sorgiva nella similitudine per il secondo jhāna, che non coinvolge alcuno sforzo cosciente. Inoltre – a differenza del movimento dell’acqua sorgiva, che è totalmente immerso nell’acqua del lago – il barbiere non è totalmente immerso nell’acqua che sta impastando nella polvere da bagno. Questo simboleggia il fatto che la mente non è totalmente immersa e circondata dal piacere nel primo jhāna, ma rimane in parte separata da esso. Solo nel secondo jhāna la mente è totalmente immersa in un senso di unità con il suo oggetto.
Allo stesso tempo, tuttavia, senza gli sforzi del barbiere, l’acqua non verrebbe lavorata a fondo nella palla di polvere da bagno, e non ci sarebbe il piacere che riempie il corpo in cui la mente potrebbe immergersi nel secondo jhāna. Quindi il lavoro del pensiero applicato e del sostegno, invece di essere una mera instabilità nel primo jhāna, in realtà compie un compito necessario: prepara la strada affinché la mente entri negli jhāna superiori.
Come nota MN 117, quando il pensiero applicato e il sostegno svolgono questo lavoro, stanno svolgendo il lavoro del nobile retto proposito. In questo modo, la similitudine del barbiere – che deve essere sensibile alla giusta combinazione di acqua e polvere da bagno – trasmette un messaggio simile alla similitudine del cuoco di sopra, che deve essere sensibile alle esigenze e ai gusti del suo datore di lavoro. Entrambe le similitudini ritraggono il lavoro della conoscenza nel preparare la mente a entrare e rimanere in concentrazione. E, poiché la valutazione può svolgere un ruolo nel passare da un jhāna a uno superiore, entrambe le similitudini possono anche essere applicate al lavoro della conoscenza nell’essere sensibili a ciò che deve essere fatto per affinare la propria padronanza della concentrazione.
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