La retta presenza mentale – che il Buddha definisce come una facoltà della memoria attiva – si basa sul lavoro del retto sforzo per favorire la concentrazione in due modi. Per cominciare, aiuta in modo generale a tenere le cose a mente, il che sarà necessario per continuare a rimanere con l’oggetto della propria concentrazione e per continuare a mettere da parte tutti i pensieri che potrebbero distrarre da quell’oggetto.
“È il caso in cui un monaco è mentalmente presente, dotato di un’eccellente padronanza della presenza mentale, ricordando e capace di richiamare alla mente anche cose che furono fatte e dette molto tempo fa.” — AN 8.30
Più specificamente, la formula completa della retta presenza mentale, riportata di seguito, fornisce le istruzioni pratiche su come portare la mente alla concentrazione. Si riduce a due attività: 1) mantenere la mente focalizzata su un singolo oggetto, come un aspetto del corpo in sé e per sé, ad esempio il respiro; e 2) sottomettere qualsiasi pensiero di brama o avversione che possa allontanarti dalla struttura della tua attenzione e portarti nella struttura mentale del mondo esterno.
Per aiutare a perfezionare entrambi questi compiti come abilità, la formula per la retta presenza mentale raccomanda tre utili qualità mentali che portano avanti il lavoro dell’impegno e della riflessione come il Buddha lo insegnò a Rāhula: a) l’ardore, che è lo stesso del retto sforzo; b) la chiara conoscenza, che è l’abilità di osservare ciò che stai facendo mentre lo stai facendo; e c) la presenza mentale stessa, che può attingere alla tua memoria per riconoscere le qualità salutari e nocive man mano che sorgono, per ricordare cosa bisogna fare con esse, e per ricordare le lezioni che impari nel corso dell’essere ardente e vigile su ciò che stai facendo.
“È il caso in cui un monaco rimane focalizzato sul corpo in sé e per sé—ardente, vigile e mentalmente presente—sottomettendo la brama e l’avversione in riferimento al mondo. Rimane focalizzato sulle sensazioni in sé e per sé… sulla mente in sé e per sé… sugli stati mentali in sé e per sé—ardente, vigile e mentalmente presente—sottomettendo la brama e l’avversione in riferimento al mondo. Questa, monaci, è chiamata retta presenza mentale.” — SN 45.8
Questi quattro modi di sviluppare la presenza mentale – focalizzati sul corpo, le sensazioni, la mente e gli stati mentali, tutti in sé e per sé come proprio quadro di riferimento – sono chiamati i quattro fondamenti della presenza mentale.
C’è una percezione errata comune secondo cui la pratica della presenza mentale significhi adottare un atteggiamento aperto e accettante verso tutto ciò che sorge nella mente, libero da giudizi o scopi. Il Canone, tuttavia, non supporta questa visione. La sua definizione della presenza mentale come principio guida nella pratica mostra che la retta presenza mentale ha decisamente uno scopo: invece di limitarsi a osservare le qualità mentali sorgere e passare, essa ricorda, usando le fabbricazioni verbali, di far sorgere le qualità salutari e di impedire loro di passare.
“E inoltre, la pratica che ho formulato per i miei discepoli riguardo alle basi della vita santa è interamente per la fine della sofferenza e del dolore. E siccome ho formulato la pratica per i miei discepoli riguardo alle basi della vita santa per la fine della sofferenza e del dolore, dovete comportarvi in un modo puro in linea con tale pratica – integra, senza macchie, incontaminata. Avendola intrapresa, ci si esercita in linea con le regole della pratica. In questo modo la pratica è una ricompensa.
E in che modo il discernimento è lo stato superiore? C’è il caso in cui i Dhamma che ho indicato ai miei discepoli sono interamente per la fine della sofferenza e del dolore. E sebbene io abbia indicato i Dhamma ai miei discepoli interamente per la fine della sofferenza e del dolore, dovete tutti esaminarli con discernimento.
Questo è il modo in cui il discernimento è lo stato superiore.
E in che modo la liberazione è il fulcro? C’è il caso in cui i Dhamma che ho indicato ai miei discepoli sono interamente per la fine della sofferenza e del dolore. E sebbene io abbia indicato i Dhamma ai miei discepoli interamente per la fine della sofferenza e del dolore, li raggiungerete tutti attraverso la liberazione.
In questo modo la liberazione è il fulcro.
E in che modo la presenza mentale è il principio guida? La presenza mentale con cui ‘renderò completa ogni pratica relativa alla buona condotta non ancora completa, o proteggerò con discernimento ogni pratica relativa alla buona condotta già completa’ è ben stabilita interiormente. La presenza mentale con cui “renderò completa qualsiasi pratica riguardante i fondamenti della vita santa non ancora completa, o proteggerò con discernimento qualsiasi pratica riguardante i fondamenti della vita santa già completa’ è ben stabilita interiormente.
La presenza mentale con cui ‘esaminerò con discernimento qualsiasi Dhamma non ancora esaminato, o proteggerò con discernimento qualsiasi Dhamma già esaminato’ è ben stabilita interiormente. La presenza mentale con cui ‘raggiungerò attraverso la liberazione da qualsiasi Dhamma non ancora raggiunto, o proteggerò con discernimento qualsiasi Dhamma già raggiunto’ è ben stabilita interiormente.
In questo modo la presenza mentale è il principio guida.” — AN 4.245
Il Canone contiene anche molte analogie per mostrare che la retta presenza mentale applica chiari modelli di giudizio su ciò che dovrebbe e non dovrebbe essere favorito nella pratica mentale.
Per cominciare, il suo ruolo è preparare la mente alla retta concentrazione tenendo la mente lontana da pensieri che generano desiderio sensuale. In questo modo, non è per niente aperta e accettante. Accetta solo ciò che aiuta la concentrazione e rifiuta ciò che non la aiuta.
“Una volta un falco piombò improvvisamente su una quaglia e l’afferrò. Allora la quaglia, portata via dal falco, si lamentava: ‘O me sventurata, che sono andata in cerca di cibo in territorio di altri! Se oggi fossi stata nel mio territorio questo falco non mi avrebbe catturata.’
‘Ma qual è il tuo territorio? ‘ – chiese il falco.
‘Un campo arato di recente.’
Quindi il falco, senza vantarsi della sua forza, lasciò andare la quaglia. ‘Vai, quaglia, ma se torni qui, non mi scapperai.’
Allora la quaglia, andata in un campo arato di recente, salì su una zolla di terra, e ritta in piedi, sfidò il falco: ‘Vieni, falco! Vieni da me, falco!”
Quindi il falco, senza vantarsi della sua forza, chiuse le sue ali e piombò improvvisamente verso la quaglia. Quando la quaglia lo vide, pensò: ‘Il falco sta scendendo su di me in picchiata’, – quindi si nascose dietro la zolla di terra, e il falco andò a sbattere contro la zolla.
Questo accade a chi va e si inoltra in territori non propri.
Perciò, non vagate in territorio di altri. Se si vaga in territorio di altri, Mara guadagna un’occasione, coglie una sicura opportunità. E qual è, per un monaco, il territorio non suo? Le cinque basi della sensualità. Quali cinque? Le forme conoscibili dall’occhio – piacevoli, affascinanti, incantevoli, seducenti. I suoni conoscibili dall’orecchio… gli aromi conoscibili dal naso… i sapori conoscibili dalla lingua… le sensazioni tattili conoscibili dal corpo….. Queste, per un monaco, non sono il suo territorio.
Vagate, monaci, nel vostro territorio. Se si vaga nel proprio territorio, Mara non guadagna un’occasione, non coglie una sicura opportunità. E qual è, per un monaco, il proprio territorio? I quattro fondamenti della presenza mentale. Quali quattro? Quando monaco dimora concentrato sul corpo nel corpo – ardente, vigile e mentalmente presente – mettendo da parte l’avidità e l’angoscia verso il mondo. Dimora concentrato sulle sensazioni nelle sensazioni… sulla mente nella mente, sugli oggetti mentali negli oggetti mentali – ardente, vigile e mentalmente presente – mettendo da parte l’avidità e l’angoscia verso il mondo. Questo, per un monaco, è il proprio territorio.” — SN 47:6
In secondo luogo, la presenza mentale prende nota di ciò che funziona e di ciò che non funziona nel tentativo di calmare la mente nella concentrazione. In questo modo, la presenza mentale – invece di accettare semplicemente ciò che è – porta avanti la pratica dell’impegno e della riflessione dedicata a sviluppare ciò che si desidera: un’abilità sempre maggiore nel raggiungere stati interiori di benessere e calma.
“Ora supponiamo che ci sia un cuoco saggio, esperto, abile, e presentasse varie pietanze per il re o per un ministro del re: aspre, amare, piccanti, dolci, alcaline o non alcaline, salate o non salate; e riflettesse così: ‘Oggi queste pietanze che ho preparato mi daranno soddisfazione, renderanno felice il padrone, mi frutteranno molto.” E venisse ricompensato con vestiti, ricompense o regali. Perché? Perché il cuoco saggio, esperto, abile, ha riflettuto sui pasti che preparava.
Allo stesso modo, quando un monaco saggio, esperto, abile, dimora concentrato nel corpo sul corpo – ardente, vigile, e mentalmente presente – mettendo da parte l’avidità e l’angoscia verso il mondo. Così concentrato nel corpo sul corpo, la sua mente è concentrata, i suoi influssi impuri sono abbandonati. Riflette attentamente. Dimora concentrato nelle sensazioni sulle sensazioni… nella mente sulla mente… negli oggetti mentali sugli oggetti mentali – ardente, vigile, e mentalmente presente – mettendo da parte l’avidità e l’angoscia verso il mondo. Riflette attentamente. Quindi, ottiene buoni risultati nel Qui ed Ora. Perché? Perché il monaco saggio, esperto, abile riflette attentamente sulla propria mente.” — SN 47.8
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