Oltre alle regole del Vinaya, la pratica alla virtù di un monaco è espressa anche in termini di atteggiamenti che dovrebbe adottare e qualità del carattere che dovrebbe sviluppare. Ci sono molte liste di queste qualità nel Canone – ne abbiamo già incontrata una nel rimprovero del Buddha al Ven. Sudinna – ma qui ci concentreremo su tre che sembrano le più fondamentali.
La prima è una lista che collega la virtù con la qualità del cuore e della mente chiamata fede – che in questo contesto, significa fede in tre cose: che il Buddha fu veramente risvegliato, che insegnò il Dhamma correttamente in linea con quel risveglio, e che il Saṅgha dei suoi discepoli nobili ha praticato correttamente in linea con quel Dhamma e, come minimo, ha ottenuto anch’esso un assaggio di quel risveglio (AN 10.92). Questi tre oggetti di fede si riducono essenzialmente a uno: il risveglio del Buddha fu reale.
I resoconti classici del risveglio del Buddha affermano che egli ottenne la conoscenza di tre cose:
1) La rinascita è un fatto. Alla morte, fintanto che c’è ancora brama e attaccamento – desiderio e passione – rinascerai in un nuovo stato di divenire, che può essere più piacevole o meno piacevole del tuo stato attuale. Il Buddha non affronta mai la questione di cosa rinasce, ma il suo insegnamento sul co-sorgere dipendente è una discussione approfondita di come il processo avviene. Ed è questo che conta: non sei responsabile per il cosa, ma puoi fare qualcosa riguardo al come.
2) Il tipo di divenire in cui prendi nascita è determinato dalle tue azioni. Azioni positive – intenzioni basate sulla retta visione riguardo all’azione e alla rinascita – condurranno a stati di divenire piacevoli. Intenzioni negative – basate su false visioni che negano il potere dell’azione – condurranno a stati di divenire dolorosi. Ciò significa che ciò che fai ora avrà un impatto non solo in questa vita, ma anche nelle vite a venire. Tuttavia, poiché questi futuri stati di divenire sono basati su cause che non durano per sempre, anch’essi dovranno giungere a una fine, poiché la brama e l’attaccamento porteranno a ulteriore divenire.
3) Il processo di ulteriore divenire può essere portato a una fine ponendo fine alla brama e all’attaccamento (MN 19), che è lo stesso che sottomettere il desiderio e la passione. Come risultato di questa conoscenza, il Buddha fu liberato.
La fede nel risveglio del Buddha significa fede nella verità di queste tre conoscenze e nella liberazione risultante. La necessità fondamentale di questa fede quando intraprendi la pratica è sottolineata dal fatto che quando il Buddha annunciò la sua decisione di insegnare, la fede fu la prima cosa che chiese ai suoi ascoltatori:
Aperte sono le porte al senza-morte.
Coloro che hanno orecchi mostrino la loro fede. — MN 26
La fede nel risveglio del Buddha si collega direttamente con la pratica della virtù in quanto, se non vuoi creare sofferenza per te stesso, vorrai agire in un modo che non causi danno a nessuno. Questo è il principio che sta alla base degli insegnamenti del Buddha a suo figlio, e di tutti i suoi insegnamenti sull’argomento della virtù.
Il Buddha sapeva di non poter fornire prove empiriche delle verità dell’azione e della rinascita ad altre persone. Solo quando avessero ottenuto loro stessi un primo assaggio del risveglio, la loro fiducia in questi insegnamenti sarebbe stata verificata. Quindi la sua sfida era far sì che i suoi ascoltatori vedessero che questa fiducia e questa fede erano qualità desiderabili da sviluppare.
In alcuni casi, la forza evidente del suo carattere era sufficiente a convincere alcuni dei suoi ascoltatori. Per altri, più scettici, però, forniva prove pragmatiche: se consideri come ti comporteresti se prendessi queste conoscenze come ipotesi di lavoro, ti renderesti conto che tenderesti a comportarti in un modo più salutare che se non lo facessi. Allora, se le conoscenze del Buddha erano vere, ti saresti messo al sicuro. Come minimo, avresti creato le condizioni per una buona rinascita. Se le sue conoscenze non erano vere, ne avresti tratto beneficio comunque. In una versione dell’argomentazione, il Buddha descrive quest’ultimo beneficio come la capacità di stare tranquillo sapendo di non aver creato ostilità, malevolenza o problemi per te stesso (AN 3.66). In un’altra versione, il beneficio è la consolazione che le tue visioni e il tuo comportamento sarebbero lodati dai saggi (MN 60).
Ovviamente, queste ultime argomentazioni sarebbero convincenti solo per certe persone: quelle che vogliono evitare l’ostilità e a cui importa l’opinione dei saggi – in altre parole, persone che sono disposte a fare un passo indietro dai loro desideri immediati per riflettere oggettivamente sui risultati dell’agire in base ad essi e che hanno un sano senso dell’onore e della vergogna. Dato che il Buddha stava insegnando un corso di pratica che coinvolge sia l’ascoltare le istruzioni degli altri che il riflettere sulle proprie azioni, ne consegue che queste sono le persone che avrebbe voluto insegnare. Puoi trarre vantaggio dall’amicizia ammirevole, il fattore esterno primario che conduce al primo assaggio del risveglio, solo se hai un senso di vergogna verso coloro che sono saggi. Puoi sviluppare l’attenzione appropriata, il fattore interno primario che conduce al primo assaggio del risveglio, solo se sei disposto a riflettere oggettivamente sulle tue azioni e sui loro risultati, con l’obiettivo di essere innocuo. Se non riuscissi a raccogliere questi due atteggiamenti, la pratica non funzionerebbe. Saresti al di fuori della portata degli insegnamenti del Buddha.
Questo è il motivo per cui, sebbene il Buddha sia il maestro di esseri umani e divini, non era il maestro di tutti. La descrizione classica delle qualità del Buddha è attenta a dichiarare che egli è l’impareggiabile guida di quelli adatti a essere addomesticati. Se non sei adatto a essere addomesticato, lui non cercherebbe di insegnarti. Ma se puoi imparare a sviluppare il giusto senso di oggettività e una sana vergogna, puoi renderti degno del corso di addestramento del Buddha. Ecco perché la fede spesso viene prima in molte liste di atteggiamenti virtuosi. È il pilastro portante della fortezza della pratica (AN 7.63).