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陰即受 SA 58: Se l’aggregato è l’attaccamento

Così ho udito. Un tempo, il Buddha soggiornava nella Sala della Madre dei Cervi, nel Parco Orientale, a Śrāvastī.

In quel momento, il Beato, dopo essersi uscito dalla meditazione nel pomeriggio, davanti ai monaci stese la sua stuoia e si sedette, quindi si rivolse ai monaci dicendo: «Vi sono cinque aggregati dell’attaccamento (upādānaskandha). Quali cinque? L’aggregato dell’attaccamento alla forma, l’aggregato dell’attaccamento alla sensazione, alla percezione, alle formazioni mentali e alla coscienza.»

Allora un monaco si alzò dal suo posto, sistemò la veste, scoprì la spalla destra, si inginocchiò sul ginocchio destro, e a mani giunte disse al Buddha: «Beato, questi cinque aggregati dell’attaccamento – l’aggregato dell’attaccamento alla forma, alla sensazione, alla percezione, alle formazioni mentali e alla coscienza – sono forse [tutti] gli aggregati dell’attaccamento?»

Il Buddha rispose al monaco: «Torna al tuo posto e chiedi, ti spiegherò.»

Allora quel monaco, dopo aver reso omaggio al Buddha, tornò al suo posto e chiese al Buddha: «Beato, questi cinque aggregati dell’attaccamento, qual è la loro radice? Da cosa si raccolgono? Da cosa nascono? Da cosa sono toccati?»

Il Buddha rispose al monaco: «Questi cinque aggregati dell’attaccamento hanno come radice il desiderio (chanda), dal desiderio si raccolgono, dal desiderio nascono, dal desiderio sono toccati.»

Allora il monaco, udito l’insegnamento del Buddha, gioì e lo approvò, e disse al Buddha: «Beato, avete spiegato che i cinque aggregati sono l’attaccamento. Ben detto! Ora vorrei chiedere ancora: Beato, l’aggregato è l’attaccamento, oppure i cinque aggregati sono diversi dall’attaccamento?»

Il Buddha rispose al monaco: «Non è che i cinque aggregati sono l’attaccamento, né che i cinque aggregati sono diversi dall’attaccamento; ma ciò che in essi vi è di brama e attaccamento (rāga), quello è l’aggregato dell’attaccamento.»

Il monaco disse al Buddha: «Ben detto, Beato! Ne gioisco e lo approvo. Ora chiedo ancora: Beato, vi sono due aggregati che sono in relazione tra loro?»

Il Buddha rispose al monaco: «Così è, così è. È come se uno pensasse: “In futuro otterrò tale forma, tale sensazione, tale percezione, tali formazioni mentali, tale coscienza”. Questo, monaco, si chiama “aggregato in relazione con aggregato”.»

Il monaco disse al Buddha: «Ben detto, ne gioisco e lo approvo.»

E chiese ancora: «Beato, cosa si chiama aggregato (skandha)?» Il Buddha rispose al monaco: «Tutte le forme, siano esse passate, future o presenti, interne o esterne, grossolane o sottili, eccellenti o scadenti, lontane o vicine: tutto questo è complessivamente chiamato aggregato. Questo è ciò che si chiama aggregato. Così anche per la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza. Così, monaco, questo è chiamato aggregato.»

Il monaco disse: «Ben detto, ne gioisco e lo approvo.»

E chiese ancora: «Beato, per quale causa e per quale condizione si chiama aggregato della forma? Per quale causa e per quale condizione si chiamano aggregato della sensazione, della percezione, delle formazioni mentali e della coscienza?»

Il Buddha rispose al monaco: «I quattro grandi elementi (mahābhūta) sono la causa e la condizione per l’aggregato della forma. Perché? Tutti gli aggregati della forma sono tutti quanti i quattro grandi elementi, e sono prodotti in dipendenza dai quattro grandi elementi. Il contatto (sparśa) è la causa e la condizione per il sorgere della sensazione, della percezione e delle formazioni mentali; perciò sono chiamati aggregato della sensazione, aggregato della percezione e aggregato delle formazioni mentali. Perché? Tutte le sensazioni, le percezioni e le formazioni mentali sono condizionate dal contatto. Il nome-e-forma (nāmarūpa) è la causa e la condizione per l’aggregato della coscienza. Perché? Ogni coscienza è condizionata dal nome-e-forma.»

Il monaco disse: «Ben detto, ne gioisco e lo approvo.»

E chiese ancora: «Qual è il piacere (assāda) della forma? Qual è il pericolo (ādīnava) della forma? Qual è l’abbandono (nissaraṇa) della forma? Qual è il piacere della sensazione, della percezione, delle formazioni mentali e della coscienza? Qual è il pericolo della coscienza? Qual è l’abbandono della coscienza?»

Il Buddha rispose al monaco: «Il gioire e il provare piacere in dipendenza della forma: questo è il piacere della forma. Il fatto che la forma sia impermanente, dolorosa e soggetta a mutamento: questo è il pericolo della forma. Il domare la brama e l’attaccamento per la forma, l’estirpare la brama e l’attaccamento, il superare la brama e l’attaccamento: questo è l’abbandono della forma. Allo stesso modo, se in dipendenza della sensazione, della percezione, delle formazioni mentali e della coscienza si gioisce e si prova piacere, questo è il piacere della coscienza; il fatto che la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza siano impermanenti, dolorose e soggette a mutamento: questo è il pericolo della coscienza; il domare la brama e l’attaccamento per la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza, l’estirparli, il superarli: questo è l’abbandono della coscienza.»

Il monaco disse: «Ben detto, ne gioisco e lo approvo.»

E chiese ancora: «Beato, come sorge la superbia dell'”io” (asmimāna)?»

Il Buddha rispose al monaco: «L’uomo comune, ignorante e privo di istruzione, vede nella forma un sé, un sé diverso, o [pensa che] il sé sia nella forma o la forma nel sé; allo stesso modo per la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza, vede un sé, un sé diverso, o [pensa che] il sé sia in essi o essi nel sé. Da ciò sorge la superbia dell'”io”.»

Il monaco disse: «Ben detto, ne gioisco e lo approvo.»

E chiese ancora: «Beato, come si ottiene l’assenza di superbia dell'”io”?»

Il Buddha rispose al monaco: «Il nobile discepolo, dotato di profonda conoscenza, non vede nella forma un sé, un sé diverso, né il sé nella forma né la forma nel sé; allo stesso modo per la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza, non vede un sé, un sé diverso, né il sé in essi né essi nel sé.»

Il monaco disse: «Ben detto, ne gioisco e lo approvo. E chiedo ancora: conoscendo cosa e vedendo cosa si giunge alla completa estinzione delle impurità (āsrava)?»

Il Buddha rispose al monaco: «Tutte le forme, siano esse passate, future o presenti, interne o esterne, grossolane o sottili, eccellenti o scadenti, lontane o vicine – tutte queste non sono il sé, non sono diverse dal sé, né il sé è in esse né esse sono nel sé; così anche per la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza. Monaco, conoscendo e vedendo così, si raggiunge rapidamente l’estinzione delle impurità.»

In quel momento, nell’assemblea vi era un altro monaco, di scarsa intelligenza, ignorante, che nell’uovo dell’ignoranza aveva generato una cattiva visione eretica, pensando: «Se non c’è un sé, allora si compie un’azione senza un sé; in futuro, chi riceverà la retribuzione?» In quel momento, il Beato, conoscendo il pensiero di quel monaco, si rivolse ai monaci e disse: «In questa assemblea, se vi è uno stolto, senza sapienza né chiarezza, che pensa: “Se la forma non ha un sé, e la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza non hanno un sé, allora compiendo un’azione senza un sé, chi riceverà la retribuzione in futuro?”– a costui si deve rispondere così. Che ne dici, monaco? La forma è permanente o impermanente?»

Rispose: «Impermanente, Beato.»

«Se è impermanente, è dolore?»

Rispose: «È dolore, Beato.»

«Se è impermanente, dolorosa e soggetta a mutamento, il nobile discepolo, istruito, vi vedrà forse un sé, un sé diverso, o che il sé sia in essa o essa nel sé?»

Rispose: «No, Beato.»

«Così anche per la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza. Perciò, monaco, tutte le forme, passate, future o presenti, interne o esterne, grossolane o sottili, eccellenti o scadenti, lontane o vicine – tutte queste non sono il sé, non appartengono al sé. Così vedendo, questa è la retta visione (samyagdṛṣṭi); così anche per la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza. Il nobile discepolo, istruito, che osserva così, genera il distacco (nirveda); distaccandosi, abbandona il desiderio; abbandonato il desiderio, si libera; nella liberazione sorge la conoscenza e la visione: “Esaurita è la nascita, vissuta è la vita santa, compiuto è il dovere, non vi sarà più una futura esistenza in questo stato”.»

Mentre il Buddha pronunciava questo sutra, molti monaci, senza più generare alcuna impurità, ottennero la liberazione della mente. Dopo che il Buddha ebbe pronunciato questo sutra, i monaci che udirono l’insegnamento del Buddha si rallegrarono e lo misero in pratica con devozione.

[Verso riassuntivo dei sutra precedenti (SA 52–58)]:

Aggregati, radice, aggregato-attaccamento,
due aggregati in relazione,
nome, causa, due [piaceri],
superbia, e rapida estinzione delle impurità.

Il testo si basa sull’edizione Taishō del Canone Cinese. Tradotto dal cinese in italiano con l’IA.

TestoSaṃyukta Āgama (Canone Cinese)