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波羅牢 MA 20: A Pāṭaliya

Così ho sentito: Una volta, il Benedetto viaggiava nel paese dei Kosala con una grande comunità di monaci. Giunse al villaggio settentrionale e dimorò a nord di quel villaggio, nel bosco di Sīsapā.

In quel tempo, il capofamiglia Pāṭaliya sentì dire: “L’asceta Gotama, figlio dei Sakya, che ha lasciato il suo clan e la vita familiare per intraprendere l’ascetismo, viaggia nel paese dei Kosala con una grande comunità di monaci ed è giunto a questo villaggio settentrionale, dimorando a nord di esso, nel bosco di Sīsapā. Di quell’asceta Gotama si dice: ‘Egli è il Benedetto, Perfetto e Completamente Illuminato, perfetto nella conoscenza e nella condotta, il Benvenuto, conoscitore del mondo, insuperabile guida di persone da domare, maestro di dèi e uomini, il Risvegliato, il Benedetto.’ Egli proclama questo mondo con i suoi dèi, Māra, Brahmā, asceti e brahmani, questa generazione con i suoi principi e uomini, avendolo realizzato direttamente da sé. Egli insegna il Dhamma, buono all’inizio, buono nel mezzo, buono alla fine, con il significato e la lettera, e rivela la vita santa perfettamente pura. Beato è vedere un Tale, un Perfetto e Completamente Illuminato, onorarlo, rispettarlo, venerarlo e rendergli omaggio.” Pensò: “Dovrei andare a vedere l’asceta Gotama per rendergli omaggio, rispetto, venerazione e offerta.”

Dopo aver sentito ciò, Pāṭaliya il capofamiglia uscì dal villaggio settentrionale, si diresse a nord verso il bosco di Sīsapā, desideroso di vedere il Benedetto per rendergli omaggio. Da lontano vide il Benedetto seduto ai piedi di un albero nella foresta, bello e sereno come la luna tra le stelle, raggiante e splendente come una montagna d’oro, dotato di tutte le buone caratteristiche, dalla maestosa potenza, dai sensi placati, dalla mente calma, avente raggiunto il più alto controllo e la perfetta pace. Vedendolo, si avvicinò, gli rese omaggio, scambiò cortesie con lui e si sedette a un lato. Poi disse al Benedetto: “Signore, ho sentito dire: ‘L’asceta Gotama conosce l’illusione, è un maestro dell’illusione.’ Maestro Gotama, coloro che dicono: ‘L’asceta Gotama conosce l’illusione, è un maestro dell’illusione’, parlano forse in modo retto, senza calunniare l’asceta Gotama? Dicono la verità? Insegnano il Dhamma? La loro affermazione è in linea con il Dhamma, senza colpa né biasimo?”

Il Benedetto rispose: “Capofamiglia, se qualcuno dice: ‘L’asceta Gotama conosce l’illusione, è un maestro dell’illusione’, se parla così, non calunnia l’asceta Gotama. Dice la verità, insegna il Dhamma, e la sua affermazione è in linea con il Dhamma, senza colpa né biasimo. Perché? Capofamiglia, io conosco l’illusione, e so anche cos’è l’illusione. Io stesso non sono un maestro dell’illusione.”

Pāṭaliya disse: “Alcuni asceti e bramani dicono il vero, ma io non credo a ciò che dicono quando affermano che l’asceta Gotama conosce l’illusione ed è un maestro dell’illusione.”

Il Benedetto chiese: “Capofamiglia, chi conosce l’illusione è forse un maestro dell’illusione?”

Pāṭaliya rispose: “Sì, Benedetto, è così.”

Il Benedetto disse: “Capofamiglia, stai sbagliando, stai calunniandomi. Se mi calunni, danneggerai te stesso. Cadrai in dispute e colpe, cose che i saggi detestano, e accumulerai grande demerito. Perché? La realtà non è come la descrivi tu. Dimmi, capofamiglia, hai sentito parlare dei guerrieri assoldati dal re dei Kosala?”

“Sì, ne ho sentito parlare.”

“Capofamiglia, cosa ne pensi? Per quale scopo il re dei Kosala impiega questi guerrieri?”

“Maestro Gotama, per mandarli a uccidere i nemici; è per questo che il re dei Kosala li impiega.”

“Capofamiglia, cosa ne pensi? Questi guerrieri del re dei Kosala sono virtuosi o immorali?”

“Maestro Gotama, se esistono al mondo persone senza virtù, nessuno supera quei guerrieri. Perché i guerrieri del re dei Kosala infrangono gravemente le regole morali e seguono solo cattive azioni.”

“Ora, capofamiglia, tu vedi e conosci questo. Supponiamo che qualcuno ti chieda: ‘Pāṭaliya il capofamiglia sa che i guerrieri del re dei Kosala infrangono gravemente le regole e seguono solo cattive azioni. Pertanto, anche Pāṭaliya il capofamiglia infrange gravemente le regole e segue solo cattive azioni.’ Se parlassero così, direbbero la verità?”

No, Maestro Gotama. Perché i guerrieri del re dei Kosala hanno una natura diversa, desideri diversi e aspirazioni diverse. Loro infrangono gravemente le regole e seguono solo cattive azioni; io invece osservo strettamente le regole e non seguo cattive azioni.

“Allo stesso modo, capofamiglia, tu sai che i guerrieri del re dei Kosala sono immorali e malvagi, ma non per questo diventi immorale e malvagio. Perché allora il Perfetto, che conosce l’illusione, non dovrebbe essere diverso da un maestro dell’illusione? Io conosco l’illusione, conosco i maestri dell’illusione, conosco la conseguenza dell’illusione e conosco la via per eliminare l’illusione. Capofamiglia, io conosco l’uccisione, conosco chi uccide, conosco la conseguenza dell’uccidere e conosco la via per eliminare l’uccisione. Io conosco il prendere ciò che non è dato… conosco la menzogna… conosco la conseguenza e la via per eliminarla. Così conoscendo, così vedendo, se qualcuno dicesse: ‘L’asceta Gotama conosce l’illusione ed è un maestro dell’illusione’, senza aver abbandonato queste parole, seguendo il suo pensiero, la sua intenzione, il suo desiderio, il suo sentire, la sua riflessione, nel tempo che basta per stendere o piegare un braccio, dopo la morte rinascerà negli inferi.”

Udendo ciò, Pāṭaliya fu preso da timore e terrore, i suoi peli si rizzarono. Si alzò dal suo posto, si prosternò con la testa ai piedi del Benedetto, e con le mani giunte in segno di rispetto, disse: “Ho commesso una colpa, Maestro Gotama! È stato uno sbaglio, Signore! Ero come uno stolto, confuso, come uno privo di senno. Perché ho dichiarato falsamente che l’asceta Gotama è un maestro dell’illusione. Possa il Maestro Gotama accettare la mia confessione della colpa, perché in futuro mi asterrò dal farlo di nuovo.”

Il Benedetto rispose: “In verità, capofamiglia, eri come uno stolto, confuso, come uno privo di senno. Perché hai dichiarato falsamente che il Perfetto, il Completamente Illuminato, è un maestro dell’illusione. Ma poiché hai riconosciuto la tua colpa e ti sei confessato, promettendo di astenertene in futuro, questo è un bene. In verità, capofamiglia, nella disciplina del nobile, chi riconosce la propria colpa, la confessa e promette di astenersene in futuro, progredisce nella pratica del Dhamma.”

Allora Pāṭaliya, con le mani giunte, disse al Benedetto: “Maestro Gotama, ci sono asceti e brahmani che hanno questa opinione e dicono: ‘Chiunque uccida esseri viventi sperimenta immediatamente in questa vita la ricompensa della sua azione, e da ciò nasce la sua sofferenza. Chiunque prenda ciò che non è dato… dica menzogne… sperimenta immediatamente in questa vita la ricompensa.’ Cosa pensa di questo il Maestro Gotama?”

Il Benedetto disse: “Capofamiglia, ti chiederò qualcosa. Rispondi come ritieni opportuno. Cosa pensi? Supponi che in un villaggio o in una città ci sia un uomo con una ghirlanda di fiori in testa, cosparso di profumi, che si diverte con musica e canti, godendo come un re. Se qualcuno chiedesse: ‘Cosa ha fatto quest’uomo in passato per godere ora di tale felicità?’ Qualcuno potrebbe rispondere: ‘Quest’uomo ha ucciso un nemico del re, e il re, soddisfatto, lo ha ricompensato. Per questo ora gode di tale felicità.’ Capofamiglia, hai visto o sentito una cosa del genere?”

“Sì, Maestro Gotama, l’ho vista, l’ho sentita e l’ho saputa.”

“E ancora, capofamiglia, se vedi il re far arrestare un criminale, legargli le braccia dietro la schiena, farlo sfilare al suono del tamburo per le strade, condurlo fuori dalla porta meridionale e lì decapitarlo. Se qualcuno chiedesse: ‘Per quale colpa quest’uomo è stato giustiziato?’ Qualcuno potrebbe rispondere: ‘Quest’uomo ha ucciso innocentemente un uomo del re, per questo è stato punito.’ Hai visto o sentito una cosa del genere?”

“Sì, Maestro Gotama, l’ho vista, l’ho sentita e l’ho saputa.”

“Ora, se qualche asceta o brahmano dicesse: ‘Chiunque uccida, sperimenta immediatamente in questa vita la ricompensa, e da ciò nasce la sua sofferenza’, direbbe la verità o mentirebbe?”

“Direbbe il falso, Maestro Gotama.”

“Se dicesse il falso, gli crederesti?”

“No, Maestro Gotama.”

Il Benedetto esclamò: “Bene, capofamiglia!”

(Il dialogo si ripete analogamente per il furto e la menzogna, con esempi paralleli di ricompensa e punizione in questa vita.)

Allora Pāṭaliya si alzò, si scostò la veste da una spalla e, con le mani giunte, disse: “Straordinario, Maestro Gotama! La tua spiegazione è eccellente, piena di similitudini e prove. Maestro Gotama, nel villaggio settentrionale ho fatto costruire una sala, ho fatto preparare giacigli, ho fatto collocare recipienti d’acqua e acceso una lampada. Qualsiasi asceta o brahmano zelante venga a pernottarvi, lo fornisco secondo le sue necessità. Quattro tipi di maestri, con opinioni diverse e contrastanti, sono venuti a riunirsi in quella sala.

Uno di loro aveva questa opinione e diceva: ‘Non c’è dono, né offerta, né sacrificio. Non c’è frutto né risultato delle azioni buone o cattive. Non c’è questo mondo né l’altro mondo. Non c’è madre né padre. Non ci sono esseri che rinascono spontaneamente. Non ci sono asceti e brahmani che, vivendo rettamente e praticando correttamente, proclamano di aver realizzato direttamente da sé questo mondo e l’altro mondo.’

Un secondo maestro, invece, aveva l’opinione opposta e diceva: ‘C’è dono, offerta e sacrificio. C’è frutto delle azioni buone e cattive. C’è questo mondo e l’altro mondo. Ci sono madre e padre. Ci sono esseri che rinascono spontaneamente. Ci sono asceti e brahmani che, vivendo rettamente, proclamano di aver realizzato direttamente questo mondo e l’altro mondo.’

Un terzo maestro diceva: ‘Agire di propria mano o far agire altri, tagliare di propria mano o far tagliare ad altri, cuocere di propria mano o far cuocere ad altri, addolorarsi, rattristarsi, percuotersi il petto e lamentarsi, uccidere, rubare, commettere adulterio, mentire, bere alcolici, forzare muri, irrompere in case, saccheggiare, danneggiare villaggi e città: tutto questo non è male. Una ruota di ferro affilata come un rasoio che passasse su tutti gli esseri viventi di questa terra, tagliandoli, affettandoli, facendone un unico mucchio di carne: anche questo non produrrebbe né male né conseguenze del male. Sulla riva sud del Gange uccidere, tagliare, far cuocere, e sulla riva nord fare offerte, sacrifici e invocazioni: tutto questo non produce né merito né demerito. Dare, donare, offrire, controllare, proteggere, elogiare, beneficare: tutto questo non produce merito.’

Un quarto maestro, al contrario, aveva l’opinione opposta e sosteneva la realtà del bene e del male e delle loro conseguenze.

Maestro Gotama, ascoltando queste opinioni, sono nate in me il dubbio e la perplessità: ‘Chi tra questi asceti e brahmani dice la verità e chi mente?'”

Il Benedetto rispose: “Capofamiglia, è giusto che tu sia in dubbio e perplesso. Di fronte a una questione che genera dubbio, la perplessità sorge. Capofamiglia, non hai una conoscenza pura e certa per stabilire se esista o no l’altro mondo. Non hai una conoscenza pura e certa per stabilire se le azioni malvagie e quelle virtuose abbiano o no un frutto. Esiste però un principio fondamentale chiamato ‘distacco’. Basandoti su questo principio, puoi ottenere la retta consapevolezza e la concentrazione mentale. Così, in questa stessa vita, potrai superare il dubbio e progredire.”

Allora Pāṭaliya chiese: “Maestro Gotama, qual è questo principio fondamentale chiamato ‘distacco’, grazie al quale posso ottenere la retta consapevolezza e la concentrazione mentale, e superare il dubbio in questa vita?”

Il Benedetto rispose: “Capofamiglia, un nobile discepolo istruito, avendo abbandonato l’uccidere, si astiene dall’uccidere. Avendo abbandonato il prendere ciò che non è dato… la cattiva condotta sessuale… la menzogna… fino ad abbandonare la falsa visione, acquisisce la retta visione. Durante il giorno, forse, è intento ai lavori dei campi, ma alla sera, quando smette e rientra nella sua dimora, si siede in meditazione. Durante la notte, fino all’alba, riflette così: ‘Ho abbandonato l’uccidere, mi astengo dall’uccidere… ho abbandonato la falsa visione, ho acquisito la retta visione.’ Così facendo, vede chiaramente di aver abbandonato le dieci vie della cattiva condotta e di aver intrapreso le dieci vie della condotta virtuosa. Vedendo ciò, nasce in lui la gioia. Nato dalla gioia, sorge l’entusiasmo. Con la mente entusiasta, il corpo si calma. Con il corpo calmo, sperimenta la felicità. Con la mente felice, si concentra.

“Capofamiglia, il nobile discepolo istruito, ottenuta la concentrazione, dimora pervadendo un primo quadrante con la mente colma di amorevolezza… un secondo… un terzo… un quarto… così in alto, in basso, intorno, ovunque, verso tutti come verso se stesso, dimora pervadendo l’intero universo con una mente colma di amorevolezza, ampia, profonda, illimitata, libera da odio e malevolenza.

“Egli allora riflette: ‘Se qualche asceta o brahmano sostiene che non c’è frutto delle azioni buone o cattive, ebbene, se ciò che dicono fosse vero, io non ho nulla da temere. Perché io dimoro con mente colma di amorevolezza, compassionevole verso tutti gli esseri, senza conflitti. Ho ottenuto uno stato superiore, umano e divino, che è la pace del distacco. Quanto alle loro affermazioni, io non le approvo né le condanno. Non approvandole né condannandole, la mia mente si stabilizza interiormente.’ Questo, capofamiglia, è il principio fondamentale chiamato ‘distacco’. Grazie a esso puoi ottenere la retta consapevolezza e la concentrazione mentale, e in questa stessa vita superare il dubbio e progredire.”

(Il testo prosegue con la stessa struttura, applicando la meditazione sulla compassione in risposta alla seconda opinione, sulla gioia compassionevole in risposta alla terza, e sull’equanimità in risposta alla quarta.)

Mentre questo discorso veniva pronunciato, in Pāṭaliya il capofamiglia sorse la pura visione del Dhamma, libera da polvere e macchie: “Tutto ciò che ha origine è destinato a cessare.” Allora Pāṭaliya, avendo visto il Dhamma, realizzato il Dhamma, penetrato il Dhamma, superato ogni dubbio, libero da perplessità, senza più bisogno di confidare in altri riguardo agli insegnamenti del Maestro, ottenuta la sicurezza, si alzò dal suo posto, si prosternò ai piedi del Benedetto e disse: “Eccellente, Signore! Eccellente! È come se si raddrizzasse ciò che era rovesciato, o si rivelasse ciò che era nascosto, o si indicasse la via a chi si era smarrito, o si portasse una lampada nell’oscurità, in modo che chi ha occhi possa vedere le forme. Così il Benedetto ha esposto il Dhamma in molti modi. Io prendo rifugio nel Benedetto, nel Dhamma e nella comunità dei monaci. Possa il Benedetto accettarmi come discepolo laico, da oggi e per tutta la vita.”

Così parlò il Benedetto. Pāṭaliya il capofamiglia e i monaci, lieti, si rallegrarono delle sue parole.

Fine del decimo Sutta, il Sutta di Pāṭaliya (Totale caratteri: 4800)

Questo Madhyamāgama (中阿含經 ) della scuola Sarvāstivāda fu tradotto nella dinastia Jin orientale nel 397-398 d.C. da Gautama Saṁghadeva (僧伽提婆) e una squadra che includeva Saṅgharakṣa come recitatore e Daoci, Libao e Kanghua come scribi. Tradotto in italiano dall’IA.

TestoMadhyama Āgama (Canone Cinese)