Così ho udito. Una volta, il Buddha soggiornava a Rājagṛha, nel boschetto di bambù di Kalandaka.
In quel momento, il Benedetto, al mattino, indossò le vesti, prese la ciotola e si recò a Rājagṛha per la questua. Procedendo di porta in porta, giunse alla dimora del brahmano Bharadvāja, che officiava il culto del fuoco.
In quel momento, il brahmano, tenendo in mano un mestolo di legno e offrendo cibi e bevande agli strumenti del sacrificio del fuoco, stava presso l’ingresso. Vedendo da lontano il Buddha che si avvicinava, gli disse: “Fermati! Fermati, capo dei caṇḍāla! (il termine caṇḍāla indica storicamente un reietto o un “intoccabile”, appartenente allo strato più basso e disprezzato della struttura sociale dell’antica India) Non avvicinarti alla mia porta!”
Il Buddha disse al brahmano: “Conosci tu il capo dei caṇḍāla e ciò che rende tale?”
Il brahmano rispose: “Non conosco il capo dei caṇḍāla, né ciò che rende tale. Il samana Gotama conosce il capo dei caṇḍāla e ciò che lo rende tale?”
Il Buddha disse: “Io conosco bene il capo dei caṇḍāla e ciò che lo rende tale.”
Allora il brahmano lasciò subito gli strumenti del fuoco, preparò in fretta un seggio e invitò il Buddha a sedersi, dicendo: “Gotama, insegnami il capo dei caṇḍāla e ciò che lo rende tale.”
Il Buddha, preso posto, recitò questi versi:
“Chi ha collera e rancore nel cuore,
nasconde le proprie colpe e mancanze,
viola i precetti e nutre viste malvagie,
è falso e non sincero:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi è violento, avido, spietato,
dai desideri perversi, ipocrita e ingannatore,
senza vergogna né rimorso:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi uccide tutti gli esseri,
sia nati una volta che due volte,
senza alcuna compassione:
costui è un capo dei caṇḍāla.
Chi lega, imprigiona, percuote,
nei villaggi e nelle città,
e opprime senza giustizia:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi, stando o viaggiando,
si fa guida della moltitudine,
e tormenta i suoi sottoposti,
incutendo paura e terrore,
e trae profitto per sé:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Nei villaggi e nei luoghi deserti,
beni con o senza padrone,
ruba e fa propri:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi abbandona la propria moglie,
e non entra nelle case del piacere,
ma violenta colei che è amata da altri:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi, tra i parenti prossimi e lontani,
e tra gli amici virtuosi,
sottrae ciò che è loro caro:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi mente e inganna la gente,
estorce indebitamente ricchezze,
e non restituisce ciò che deve:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Per sé o per altri,
contrae debiti o presta denaro,
o, assecondando le parole altrui,
mente come testimone:
colui che così mente,
sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi compie azioni malvagie e non virtuose,
che nessuno conosce,
e le nasconde e occulta:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Se qualcuno chiede il significato,
e risponde con ciò che non è il significato,
capovolgendo e ingannando:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi, essendo vuoto e privo di qualità,
denigra i saggi,
per stoltezza e per interesse:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi, pieno di superbia, si esalta,
e distrugge gli altri:
questa è la più abietta arroganza,
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi, avendo commesso colpe,
le riversa sugli altri, calunniandoli,
e con menzogne offende gli innocenti:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Chi, avendo ricevuto offerte da altri,
quando costoro vengono da lui,
non mostra rispetto né gratitudine:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Se samana e brahmani,
venendo in cerca secondo il dharma,
vengono respinti con insulti e non ricevono nulla:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Se i genitori sono anziani,
e la forza della giovinezza è svanita,
e non li sostiene con sollecitudine:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Genitori, anziani, fratelli,
e parenti di ogni grado:
pur non essendo un arhat,
si proclama tale,
il più grande ladro del mondo:
costui, sappi, è un capo dei caṇḍāla.
Sebbene nato in nobile stirpe,
e versato nei Veda,
ma in mezzo a essi
compie azioni malvagie,
non è per la nobiltà di nascita
che si evita la condanna e la cattiva destinazione:
già in questa vita si è biasimati,
e nell’altra si cade in malevola rinascita.
Se nasce in una famiglia caṇḍāla,
nel mondo è chiamato Sudāya,
e la sua fama si spande per tutto il mondo,
cosa che un caṇḍāla non ha:
è onorato da brahmani e kṣatriya,
dalle grandi casate,
e segue la pura via celeste,
dimorando nell’equanimità e nella rettitudine.
Non è la nascita che impedisce
di rinascere nel mondo di Brahmā:
in questa vita si ottiene buona fama,
e nell’altra una buona destinazione.
O brahmano, sappi,
come io ti ho mostrato:
non è per nascita
che si è chiamati caṇḍāla,
non è per nascita
che si è chiamati brahmano:
è l’azione che rende caṇḍāla,
è l’azione che rende brahmano.”
Il brahmano disse al Buddha:
“Così, o grande vigoroso,
così, o grande saggio:
non è per nascita
che si è chiamati caṇḍāla,
non è per nascita
che si è chiamati brahmano:
è l’azione che rende caṇḍāla,
è l’azione che rende brahmano.”
Allora il brahmano Bharadvāja, che officiava il fuoco, acquistò fiducia e offrì al Benedetto una ciotola piena di cibo eccellente. Ma il Benedetto non l’accettò, perché era stato ottenuto tramite la recitazione di versi, come già detto sopra.
Allora il brahmano Bharadvāja, vedendo il segno favorevole del cibo, accrebbe la sua fede e disse al Buddha: “Benedetto, posso ora ricevere l’ordinazione e la piena consacrazione nel vostro insegnamento e nella vostra disciplina?”
Il Buddha rispose al brahmano: “Tu puoi ora ricevere l’ordinazione e la piena consacrazione nel retto insegnamento e nella disciplina.” Così ricevette l’ordinazione e, ritiratosi in solitudine, praticò la meditazione, come già detto, fino a raggiungere la condizione di arhat, con la mente perfettamente liberata.
Allora il brahmano Bharadvāja, divenuto arhat e con la mente perfettamente liberata, provando gioia e beatitudine, recitò questi versi:
“Cercando la purezza per vie sbagliate,
offrivo sacrifici e adoravo il fuoco,
senza conoscere la via della purezza,
come uno che è cieco dalla nascita.
Ora ho trovato la pace,
ho ricevuto l’ordinazione e la piena consacrazione,
ho ottenuto le tre conoscenze,
ho compiuto ciò che il Buddha ha insegnato.
Ciò che prima era difficile per un brahmano,
ora è divenuto il vero brahmano:
purificato, libero dalle impurità,
ho traversato la riva oltre gli dèi.”
Fine del Sutra
Nota testuale finale (dalla fonte cinese):
Questo sutra e questo rotolo presentano, nelle edizioni Guo e Song, lo stesso testo e lo stesso significato, con 19 sutra per un totale di 25 fogli. L’edizione Dan ne ha 15, che, se scritti secondo il formato Song, occuperebbero 27 fogli. Il testo e il significato differiscono completamente dalle due edizioni Guo e Song; non si sa quale scegliere. Esaminando ora le edizioni Guo e Song, si trova che questo sutra corrisponde al 42° rotolo della raccolta successiva. L’edizione Song ha erroneamente ristampato quel rotolo qui come primo rotolo, e l’edizione Guo ha seguito questo errore. Perciò si è deciso di rimuovere quelle e adottare questa edizione Dan.
La seguente traduzione è basata sul Saṁyuktāgama (雜阿含經) della scuola Sarvāstivāda (說一切有部), nella versione cinese realizzata da Guṇabhadra (求那跋陀羅) durante la dinastia Song (宋), tra il 435 e il 443 d.C. Il testo originale è tratto dal CBETA, che si basa sull’edizione Taishō del canone buddista cinese. Tradotto dal cinese in italiano con l’IA.
Testo: Saṃyukta Āgama (Canone Cinese)