Così ho udito. Una volta, il Buddha soggiornava a Sāvatthī, nel Boschetto di Jeta, nel Parco di Anāthapiṇḍika.
In quel tempo, un giovane bramino di nome Upaka si recò dal Buddha. Dopo aver scambiato con il Benedetto saluti e parole di cortesia, si ritirò a sedere da un lato e disse: «Gotama, i bramini sono soliti lodare i grandi sacrifici rituali. Anche l’asceta Gotama loda i grandi sacrifici rituali?»
Il Buddha disse a Upaka: «Io non li lodo in modo assoluto. Vi sono sacrifici rituali che possono essere lodati, e ve ne sono altri che non possono essere lodati».
Upaka chiese al Buddha: «Quali sacrifici rituali possono essere lodati? E quali non possono essere lodati?»
Il Buddha disse a Upaka: «Se in un grande sacrificio rituale si legano giovani tori, vitelli, buoi e vacche, così come capre, agnelli e altre piccole creature, e tutti vengono uccisi; se si infliggono sofferenze e violenze, se i servi e gli operai sono percossi con frustate, terrorizzati, ridotti a piangere e gridare, senza gioia né contentezza, costretti a duri lavori, allora io non lodo tale sacrificio, perché causa grande sofferenza. Se invece in un sacrificio non si legano animali, né si costringono gli esseri a fatiche e sofferenze, allora io lodo tale sacrificio, perché non causa grande sofferenza». In quel momento, il Benedetto pronunciò questa stanza:
«I sacrifici di cavalli e simili,
che portano grandi sofferenze,
tali riti cruenti
il Grande Veggente non loda.
Legare gli esseri viventi,
uccidere anche i piccoli insetti,
non è un vero sacrificio:
il Grande Veggente non lo approva.
Se non si uccidono gli esseri,
e non si creano sofferenze,
questo è il vero sacrificio
che il Grande Veggente loda.
Offrire doni e fare offerte,
secondo il retto rito,
con mente pura da parte del donatore,
e una vita santa come eccellente campo di merito:
un tale sacrificio è degno degli Arhat,
produce grandi frutti,
e gli dèi ne gioiscono.
Se si offre con le proprie mani,
con rispetto e devozione,
e donatore e destinatario sono puri,
tale dono dà grandi frutti.
Il saggio che dona così,
con fede, consegue la liberazione;
senza colpa, gioisce in questo mondo,
e il saggio rinasce in quello beato.»
Terminato questo discorso, il bramino Upaka, udendo ciò che il Buddha aveva detto, rallegratosi e compiaciuto, salutò il Buddha e se ne andò.
Il testo si basa sull’edizione Taishō del Canone Cinese. Tradotto dal cinese in italiano con l’IA.
Testo: Saṃyukta Āgama (Canone Cinese)