Così ho udito. Una volta, il Buddha soggiornava a Savatthi, nel bosco di Jeta, nel parco di Anathapindika.
In quel tempo, il Beato, al mattino, indossò la veste, prese la scodella ed entrò a Savatthi per la questua.
In quel frangente, un tale bramino, ormai vecchio e con le facoltà indebolite, reggendosi a un bastone e tenendo una scodella, mendicava di casa in casa. Quel bramino, vedendo da lontano il Beato, pensò: “L’asceta Gotama, reggendosi a un bastone e tenendo una scodella, mendica di casa in casa. Anch’io mi reggo a un bastone e con una scodella mendico di casa in casa. Io e Gotama siamo entrambi dei monaci (bhikkhu).”
Allora il Beato rispose con questa stanza:
“Colui che è un monaco, non lo è soltanto per il fatto di mendicare il cibo,
Se segue le regole della vita domestica, come si può chiamarlo monaco?
Colui che, abbandonando sia i meriti che i demeriti, pratica la retta condotta,
E la cui mente è senza timore: costui è chiamato monaco.”
Dopo che il Buddha ebbe insegnato questo sutra, quel bramino, udite le parole del Buddha, ne fu lieto e si rallegrò, si inchinò e se ne andò.
Il testo si basa sull’edizione Taishō del Canone Cinese. Tradotto dal cinese in italiano con l’IA.
Testo: Saṃyukta Āgama (Canone Cinese)