VInayapitaka - Il Canestro della Disciplina

Il Vinayapitaka, redatto in pali nel I secolo a. C., c’è pervenuto nella sua interezza in lingua originale; degli altri possediamo solo alcune parti o antiche traduzioni in tibetano o cinese.

Viene diviso in tre parti:

I) Suttavibhanga:

illustra le regole del Patimokkha, un insieme di rimedi, formule di confessione, prescrizioni e divieti che descrivono il comportamento morale dei monaci diviso in due parti, Bhikkhuvibhanga e il Bhikkhunivibhanga, rispettivamente destinate ai monaci (bhikkhu) e alle monache (bhikkhuni).

II) Khandhaka, è divisa a sua volta in due sezioni:

1. Mahavagga - comprende molti sutta/testi che raccontano il periodo subito dopo il Risveglio del Buddha, il suo primo sermone al gruppo di cinque monaci, e racconti sulla vita dei grandi discepoli del Sangha e del loro Risveglio. Comprende anche le regole per l'ordinazione, i canti di recitazione del Patimokka durante i giorni dell'Uposatha, e diversi rituali che i monaci eseguono durante la loro formale unione alla comunità.

2. Cullavagga - un elenco dei diversi doveri dei monaci e le procedure di confessione per espiare le colpe commesse.

III) Purivara, è forse opera di un monaco cingalese, che riassunse in 19 capitoli alcune regole disciplinari sotto forma di domande e risposte.


Il Vinaya Pitaka, la prima divisione del Tipitaka, è la struttura testuale su cui la comunità monastica (Sangha) è costruita. Non solo include le regole che governano la vita di ogni bhikkhu ( monaco) e bhikkhuni (monaca), ma anche una serie di procedure e convenzioni per sostenere relazioni armoniose, sia fra i monaci sia fra i seguaci laici che curano tutte le loro necessità materiali.

Quando il Buddha formò all'inizio il Sangha, la comunità viveva in armonia senza nessuna regola codificata. Come il Sangha gradualmente crebbe in numero e divenne una società più complessa, inevitabilmente sorsero problemi fra i numerosi membri. Ogni qualvolta uno di questi casi era portato all'attenzione del Buddha, egli istituì una regola che stabiliva una punizione appropriata per l'offesa, come freno a futuri atti non dovuti. Il classico rimprovero del Buddha da solo rappresentava un potente correttivo:

Non è opportuno, stolto, non è conveniente, non è giusto, è indegno, non è lecito, non deve essere fatto. Come puoi praticare, stolto, questo Dhamma e questa Disciplina, così ben insegnato, se commetti tali e tali colpe?... Ciò che hai commesso non serve nè agli stupidi, né per il beneficio dei miscredenti, né per aumentare il numero dei credenti, ma, stolto, a detrimento dei non credenti e dei credenti, e causa il dubbio in alcune persone.

— The Book of the Discipline, Part I, di I.B. Horner (London: Pali Text Society, 1982), pp. 36-37.

La tradizione monastica e le regole sulle quali è costruita a volte è stata criticata ingenuamente—particolarmente in Occidente—come irrilevante per la pratica "moderna" del Buddhismo. Alcuni considerano il Vinaya un atavismo ad un patriarcato arcaico, basato su un miscuglio di regole antiche e superate—reliquie culturali che oscurano l'essenza della "vera" pratica buddhista. Questa fuorviante opinione trascura una verità cruciale: il lignaggio monastico ha protetto e protegge le regole del Vinaya da circa 2,600 anni, e grazie a questo che oggi conosciamo gli insegnamenti del Dhamma. Il Vinaya ha mantenuto e mantiene attualmente vivo il Buddhismo.

Il nome che il Buddha diede al percorso spirituale, da lui insegnato era "Dhamma-vinaya"—la Dottrina (Dhamma) e Disciplina (Vinaya)—suggerendo un unico sentiero di pratica e conoscenza. Il Vinaya è così inseparabile dal Dhamma e degno di studio da tutti i seguaci. I praticanti laici troveranno nel Vinaya Pitaka molte lezioni preziose riguardo la natura umana, una guida su come stabilire e mantenere una comunità armoniosa o un' organizzazione, e molti insegnamenti profondi del Dhamma. Ma il suo più grande valore è quello di descrivere una vita pienamente vissuta nel Dhamma.