Abhidhammattha—Sangaha
Un Manuale dell'Abhidhamma

Capitolo II
Stati mentali

(Cetasika)

52 tipi di stati mentali

Traduzione in inglese dal testo originale Pāli e note esplicative di Narada Thera
Titolo originale: Abhidhammattha-Sangaha, A Manual of Abhidhamma
fonte: www.buddhanet.net
Tradotto in italiano da Enzo Alfano
La diffusione dei testi tradotti è consentita in qualsiasi modo tranne che a fini di lucro

Dvipaññasa Cetasika

Sabbacittasadharana-7

Katham?

§ 2. (i) 1. Phasso, 2. Vedana, 3. Sañña, 4. Cetana, 5. Ekaggata, 6. Jivitindriyam, 7. Manasikaro c'ati satt'ime Cetasika Sabbacittasadharana nama.

(Pakinnaka - 6)

§ 3. (ii) 1. Vitakko, 2. Vicaro, 3. Adhimokkho, 4. Viriyam, 5. Piti, 6. Chando c'ati cha ime Cetasika pakinnaka nama.

Eva'mete Cetasika Aññasamana'ti veditabba. (13)

(Akusala - 14)

§ 4. (iii) 1. Moho, 2. Ahirikam, 3. Anottappam 4. Uddhaccam, 5. Lobho, 6. Ditthi, 7. Mano, 8. Doso, 9. Issa, 10. Macchariyam, 11. Kukkuccam, 12. Thinam, 13. Middham, 14. Vicikiccha c'ati cuddas'ime Cetasika Akusala nama.

§ 5. (iv) 1. Saddha, 2. Sati, 3. Hiri, 4. Ottapam, 5. Alobho, 6. Adoso, 7. Tatramajjhattata, 8. Kaya-passaddhi, 9. Citta-passaddhi, 10. Kaya-lahuta, 11. Citta-lahuta, 12. Kaya-muduta, 13. Citta-muduta, 14. Kaya-kammaññata, 15. Citta-kammaññata, 16. Kaya-paguññata, 17. Citta-paguññata, 18. Kayujjukata, 19. Cittujjukata, c'ati ek' unavisat'ime Cetasika Sobhanasadharana nama.

(Viratiyo-3)

§ 6. (v) 1. Samma-vaca, 2. Samma-kammanto, 3. Samma-ajivo c'ati tisso Viratiyo nama.

(Appamañña-2)

§ 7. (vi) 1. Karuna, 2. Mudita pana Appamaññayo nama'ti sabbatha'pi-

(Paññindriya-1)

§ 8. (vii) Paññindriyena saddhim pañcavisat'ime Cetasika Sobhana'ti veditabba.

§ 9. Ettavata ca - Teras' aññasamana ca - cuddasakusala tatha

Sobhana pañcavisa'ti - dvipaññasa pavuccare.

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52 tipi di Stati Mentali
(Universali – 7)

[questi cetasika “Universali” si trovano in ogni coscienza]


§ 2. Come?
(i) 1. Contatto, 2. Sensazione, 3. Percezione, 4. Volizione, 5. Acume, 6. Vita psichica, 7. Attenzione.
Questi sette stati mentali sono comuni ad ogni coscienza.

(Particolari – 6)
[diversamente agli Universali questi cetasika si trovano solo in alcune classi di coscienza.]

§ 3. (ii) 1. Applicazione iniziale, 2. Applicazione sostenuta, 3. Decisione, 4. Sforzo, 5. Gioia, 6. Volizione.
Questi sei stati mentali vengono chiamati Particolari.
Così questi (tredici) stati mentali sono intesi come “comuni l'un l'altro” (aññasamana, un termine tecnico applicato collettivamente a tutti i 13 cetasika che posono essere sia morali che immorali secondo il tipo di coscienza in cui si trovano.)

(Immorali – 14)

§ 4. (iii) 1. Illusione, 2. Immodestia, 3. Audacia (delle conseguenze o nel commettere errori), 4. Inquietudine, 5. Attaccamento, 6. False dottrine, 7. Presunzione, 8. Avversione, 9. Gelosia, 10. Avarizia, 11. Ansia, 12. Pigrizia, 13. Torpore, 14. Dubbio.
Questi quattordici stati mentali sono detti “Immorali”.

(Belli – 19)

§ 5 (iv) 1. Fiducia, 2. Presenza mentale, 3. Biasimo (morale), 4. Timore (morale), 5. Non-attaccamento, 6. Buona volontà, 7. Equanimità, 8. Tranquillità degli stati mentali, 9. Tranquillità mentale, 10. Illuminazione degli stati mentali, 11. Illuminazione della mente, 12. Elasticità degli stati mentali, 13. Elasticità della mente, 14. Adattabilità degli stati mentali, 15. Adattabilità della mente, 16. Abilità degli stati mentali, 17. Abilità della mente, 18. Rettitudine degli stati mentali, 19. Rettitudine della mente.
Questi diciannove stati mentali sono detti “Comuni al Bello”.

(Rinunce -3)

§ 6 (v) 1. Retta parola, 2. Retta azione, 3. Retto modo di vivere.
Questi tre sono detti “Rinunce”.

(Illimitati – 2)

§ 7 (vi) 1. Compassione, 2. Gioia simpatetica o Elogiativa.
Questi due sono detti “Illimitati”.

(Saggezza – 1)

§ 8. (vii) Con la Facoltà della Saggezza questi venticinque stati mentali vengono intesi sempre come “Belli”.

Sunto

§ 9. Quindi:
13 sono comuni l'un l'altro. Similmente 14 sono comuni agli “Immorali” e 25 sono “Belli”.
In tutto 52.


Note:

2. Phassa: deriva dalla radice phas, essere – venire in contatto.
Per ogni percezione sensuale tre realtà sono essenziali, cioè: coscienza, senso corrispondente ed oggetto. Ad esempio, si vede un oggetto con la coscienza tramite l'occhio come suo strumento.
Quando un oggetto si presenta alla coscienza attraverso uno dei sei sensi sorge lo stato mentale del contatto. “Il contatto non è una semplice collisione (Na sangatimatto eva Phasso).
Come un pilastro che fa da forte sostegno ad una intera struttura, così anche il contatto ai concomitanti coesistenti mentali.
“Per contatto si intende “toccare” (phusati'ti). Sta toccando (phusana) come sua importante caratteristica (lakkhana), impatto (sanghattana) come sua funzione (rasa), coincidente (della base fisica, oggetto e coscienza) come sua manifestazione (sannipata paccupatthana), e l'oggetto che è entrato nel viale (dell'attenzione) come prossima causa (padatthana).”
Il contatto è menzionato per primo perchè precede tutti gli altri stati mentali. “Toccata dal contatto, la coscienza sperimenta attraverso la sensazione, percepisce attraverso la percezione, desidera intensamente attraverso la volizione – (Phassena phusitva vedanaya vediyati, saññaya sañjanati, cetanaya ceteti).” Anche secondo la Coproduzione condizionata, paticca-samuppada, il Contatto condiziona la Sensazione. Essendo più precisi, non vi è motivo per la sequenza perché tutti gli stati mentali sono coesistenti. L'Atthasalini afferma: “Per gli stati, sorti in un momento consapevole, non è giusto dire che “questo” sorge prima, “quello” dopo. La ragione non perché il contatto sia un forte sostegno. Il Contatto è solo menzionato per primo nell'ordine dell'insegnamento, ma era anche ammissibile condurlo in questo modo: vi è sensazione e contatto, percezione e contatto, volizione e contatto; vi sono coscienza e contatto, sensazione, percezione, volizione, applicazione iniziale della mente. In ordine di insegnamento, comunque, il contatto è menzionato per primo. Né la sequenza delle parole tra i rimanenti stati è di un qualche significato speciale.” (Mrs. Rhys Davids – Buddhist Psychology, p. 6)

3. Vedana: deriva dalla radice vid, sperimentare.
Come il contatto, la sensazione è un elemento essenziale di ogni coscienza. Essa può essere piacevole, dolorosa o neutra. Piacere e dolore appartengono anche al corpo. Ma la sensazione fisica non ha un'importanza etica.
Secondo gli studiosi la sensazione è come un padrone che gode di un piatto preparato da un cuoco. L'ultimo è paragonato agli stati mentali rimanenti che formano un pensiero complesso. In breve, è la sensazione che sperimenta un oggetto quando viene in contatto con i sensi. E' tale sensazione che sperimenta il frutto desiderabile o indesiderabile di un'azione compiuta in questa o in una precedente nascita. Oltre a questo stato mentale non vi è un'anima o un'altra entità per sperimentare il risultato di un'azione.
Si deve comprendere che la beatitudine del Nibbana non è legata alla sensazione. La beatitudine del Nibbana è certamente la più alta felicità (sukha), ma è la felicità dovuta dall'eliminazione della sofferenza. Non il godimento di un oggetto piacevole.

4. Sañña: Sam + radice di ña, conoscere.
Il significato di questo termine varia secondo il contesto. Per evitare confusione, è bene capire il significato specifico usato nel contesto attinente.
La caratteristica principale di sañña è la cognizione di un oggetto tramite un segno distintivo come di colore blu, rosso, ecc. E' sañña che è in grado di riconoscere un oggetto una volta percepito dalla mente attraverso i sensi. “La sua procedura è paragonata al riconoscimento del carpentiere su di un tipo di legno tramite i segni posti su ognuno; alla precisione del tesoriere nel catalogare i gioielli con un'etichetta su ognuno.”
Per sañña, quindi, si intende un semplice senso di percezione.
“Percezione”, secondo un moderno Dizionario di Filosofia, è “l'apprensione dei sensi verso oggetti comuni, come alberi, case, sedie, ecc., in base alla stimolazione sensoriale.”
La percezione, in questo contesto, non è usato nel senso impiegato dai moderni filosofi come Bacone, Descartes, Spinoza e Leibniz.
Come uno dei cinque aggragati (khandha) sañña è usato nel senso di percezione.
Potrebbe essere che la memoria è dovuta a questa sañña? Sañña, viññana e panna devono essere differenziate le une dalle altre. Sañña è come la semplice percezione di una moneta da parte di un bambino. Con il suo candore, si limita a riconoscere la moneta, del tutto ignaro del suo valore monetario. Un uomo, per esempio, individua il suo valore e la sua utilità, ma non è consapevole della sua composizione chimica. Viññana è paragonabile alla conoscenza di una moneta da parte di un uomo comune . Panna è come la conoscenza analitica di un farmacista che conosce tutte le sue proprietà chimiche in ogni dettaglio.

5. Cetana:
Sia cetana che citta derivano dalla stessa radice cit, pensare.
Nel caso di citta – mente o coscienza – la radice assume il significato del discernimento (vijanana), mentre in cetana viene usato nel senso di coordinazione (abhisandhana) ed accumulazione (ayuhana).
Secondo l'Atthasalini e il Vibhavini Tika cetana è ciò che coordina gli stati mentali ad essa associati sull'oggetto della coscienza. (Attana sampayutta-dhamme arammane abhisandahati).
Come un falegname che adempie le sue funzioni e regola il lavoro degli altri, allo stesso modo cetana adempie la propria funzione e regola la funzione di altri fattori concomitanti ad essa associati.
Altra spiegazione. Cetana è ciò che arriva all'azione condizionando il condizionato. (Sankhatabhisankharane va byaparam apajjati'ti cetana). Cetana è ciò che gioca una parte predominante in tutte le azioni, morali ed immorali.
Shwe Zan Aung afferma che secondo Ledi Sayadaw, studioso dell'Abhidhamma: “Cetana agisce su suoi concomitanti, agisce sull'oggetto e agisce nel portare a termine il compito, cioè determina l'azione.” (Compendium, p. 236).
Il più significativo stato mentale nella Coscienza Mondana (lokiya) è questa cetana, mentre in quella Ultramondana è pañña, saggezza o visione profonda. I pensieri Mondani tendono ad accumulare Kamma. I pensieri Ultramondani, al contrario, tendono a sradicare il Kamma. Quindi cetana nella coscienza ultramondana non costituisce Kamma. Cetana in ogni tipo di coscienza mondana morale o immorale, d'altra parte, è considerata come Kamma. Sebbene Cetana si trovi anche nel tipo di coscienza Vipaka, è di nessun significato morale in quanto manca del potere accumulativo.
E' questa cetana che si allude al sankhara e a bhava nella Paticca-samuppada. Nel pañcakkhandha, per sankharakkhandha si intendono i cinquanta stati mentali, esclusi vedana e sañña, con cetana come il più importante. Da un punto di vista psicologico cetana determina le attività degli stati mentali ad essa associati. Dal punto di vista etico, determina le sue inevitabili conseguenze. Quindi dove non c'è cetana, non c'è Kamma.

6. Ekaggata:
Eka + agga + ta= unica acutezza, o concentrazione su un unico oggetto, o focalizzare la mente su un unico oggetto. E' come una persistente fiamma in un luogo senza vento. E' come una solida colonna che non può essere scossa dal vento. E' come l'acqua che amalgama varie sostanze per formare un solo composto. Questo stato mentale impedisce alle sue appendici di dissiparsi e le fissa su un unico oggetto.
Questa concentrazione è uno dei cinque fattori dei Jhana. Quando è coltivata e sviluppata è detta samadhi. “E' il germe di ogni attenta, selezionata, focalizzata o concentrata coscienza.” (Compendium, p. 241).

7. Jivitindrya:
Jivita=vita; + indrya=che controlla la facoltà o il principio.
E' chiamata indrya perché controlla i suoi relativi.
Sebbene cetana determini le attività di tutti gli stati mentali, è jivitindrya che infonde le vita in cetana e negli altri concomitanti.
Jivitindrya è duplice: vita psichica (nama-jivitindrya) e vita fisica (rupa-jivitindrya). Gli stati mentali sono animati dalla vita psichica, mentre i fenomeni materiali sono animati dalla vita fisica.
Come i loti sono nutriti dall'acqua, un neonato dalla nutrice, così gli stati mentali e i fenomeni materiali sono nutriti da jivitindrya.
Un rupa-jivitindrya dura diciassette momenti-pensiero. Diciassette nama-jivitindrya sorgono e si dissolvono durante la breve vita di un rupa-jivitindrya.
Vi è un tipo di rupa-jivitindrya nelle piante. Mentre rupa-jivitindrya negli uomini e negli animali sono differenti da quelli presenti nelle piante perché i primi due sono condizionati dal kamma passato.
Sia nama-jivitindrya sia rupa-jivitindrya sorgono nell'attimo del concepimento. E simultaneamente si dissolvono al momento della morte. Subito dopo, per il potere del Kamma, un altro nama-jivitindrya sorge nella successiva nascita nell'attimo del concepimento. In concomitanza del sorgere di un nama-jivitindrya sorgono tre rupa-jivitindrya nel caso degli esseri umani.
Come il marinaio dipende dalla barca e la barca dipende dal marinaio, così anche jivitindrya dipende dalla mente e dalla materia, e la mente e la materia dipendono da jivitindrya.

8. Manasikara:
Il significato letterale del termine è “fare nella mente”.
Volgere la mente verso l'oggetto è la principale caratteristica di manasikara. E' come il timone di una nave, che è indispensabile per condurla verso la sua destinazione.
La mente senza manasikara è come una nave senza timone. Manasikara è anche paragonato ad un auriga che guida con la massima attenzione due cavalli ben addestrati (mente e oggetto) e segue i loro movimenti ritmici. Manasikara deve essere distinto da vitakka. Il primo dirige i suoi concomitanti verso l'oggetto, mentre il secondo si applica o li proietta (pakkhipanto viya) sull'oggetto. Vitakka è come un cortigiano che introduce un abitante del villaggio (la mente) alla presenza di un re (l'oggetto).

9. Vitakka
Vi + takk, pensare.
E' difficile dare un'esatta traduzione di questo termine Pali che assume vari significati nei Sutta e nell'Abhidhamma.
Nel Sutta Pitaka è spesso impiegato nel senso di nozione, idea, pensiero, ragionamento, ecc. Nell'Abhidhamma viene usato in uno specifico senso tecnico.
La “presentazione” dei concomitanti all'oggetto (abhiniropana) è la sua principale caratteristica. Come qualcuno sale al palazzo del re presentato da una persona del re, parente o amico, così la coscienza sale all'oggetto grazie a vitakka (Atthasalini, p. 114).
Vitakka può essere giustamente definito come l'applicazione dei concomitanti sull'oggetto. Manasikara, come affermato prima, dirige i concomitanti sull'oggetto. Le caratteristiche peculiari di questi due cetasika dovrebbero essere chiaramente comprese.
I diversi valori espressi per vitakka sono usati in diversi collegamenti.
Quando è sviluppato e coltivato diviene il principale fattore del Primo Jhana. In tal caso è chiamato appana perché la mente è saldamente concentrata sull'oggetto. Il comune vitakka lancia semplicemente la mente sulla superficie dell'oggetto.
Nei successivi Jhana vitakka è, comunque, inibito, a causa dell'associazione abituale con l'oggetto.
Un paesano, ad esempio, che visita il palazzo del re per la prima volta, deve essere introdotto da un cortigiano. Per le sue visite successive tale introduzione non è necessaria quando si è frequentatori del luogo.
E' questo appana-vitakka così sviluppato che viene conosciuto come samadhi o concentrazione.
Quando vitakka è presente nel Sentiero della Coscienza Ultramondana (lokuttara magga citta) è chiamato samma sankappa (Retto Pensiero) perché elimina i pensieri nocivi e dirige la mente verso il Nibbana.
Vitakka è usato in un senso completamente diverso se usato in connessione con il temperamento degli individui. Vitakka carita significa l’unico nel suo temperamento discorsivo. (Vedi cap. 1. Nota 38).

10. Vicara
Vi + radice di car, errare - vagare. Come vitakka, vicara è anche impiegato in senso tecnico nell’Abhidhamma.
Vicara è il continuo esercizio della mente sull’oggetto.
L’indagine (anumajjana) è la sua caratteristica principale.
Quindi i significati di vitakka e vicara sono rispettivamente: applicazione iniziale e sostenuta.
Entrambi i termini dovrebbero essere distinti. Un'ape che si posa su un loto è vitakka, mentre il suo roteare intorno al fiore è vicara. Oppure il battito di un uccello in procinto di volare è vitakka, mentre il volare è vicara. O ancora il colpo di un tamburo è vitakka, mentre il suo rimbombo è vicara.
Vicara è anche un fattore jhana. Esso limita vicikiccha (dubbio o indecisione). (Vedi cap. 1. Nota 39.)

11. Adhimokkha:
Adhi + radice di muc, liberare. Letteralmente, il termine significa “liberare su”.
Adhimokkha libera la mente sull'oggetto. La sua caratteristica principale è la decisione o la scelta, ed è l’opposto di vicikiccha - dubbio o indecisione.
Prende la decisione - 'Basta questo'. (imam 'eva'ti sannitthanakaranam).
Viene paragonato a un giudice che decide un caso. Viene anche paragonato ad una salda colonna.

12. Viriya:
Deriva dalla radice aj, andare + ir. Vi è sostituito da aj. Vira è uno che lavora strenuamente senza portarlo avanti.
E’ definito come lo stato o l'azione di persone energetiche (Viranam bhavo, kammam). Oppure, è ciò che viene fatto o portato avanti con metodo (Vidhina irayitabbam pavattetabbam va).
La sua caratteristica è di supportare, sostenere.
Come una vecchia casa è sostenuta da nuovi pilastri così anche i concomitanti sono aiutati e sostenuti da viriya.
Proprio come un forte rinforzo aiuterebbe un esercito a non ritirarsi, così viriya sostiene o eleva i suoi concomitanti.
Viriya è considerato un fattore di controllo (indriya) perché supera l'ozio. E 'anche considerato come uno dei cinque poteri (bala) perché non può essere scosso dal suo opposto, la pigrizia. Viriya serve come uno dei quattro mezzi per realizzare i propri fini (iddhi-pada). Viriya appare come i Quattro Modi dei Supremi Sforzi (samma-ppadhana). Viriya è sublimato come uno dei sette fattori di illuminazione (bojjhanga). Infine, è stato elevato ad uno degli otto membri del Nobile Sentiero (atthangika-magga) come samma vayama (Retto Sforzo).

13. Piti – Vedi Cap. I, nota 40

14. Chanda:
Deriva dalla radice chad, volere, desiderare.
La principale caratteristica di chanda è il desiderio di agire (kattu-kamyata). E 'come l'allungamento della mano per afferrare un oggetto.
Questo chanda amorale deve essere distinto dall’immorale lobha che si aggrappa ad un oggetto.
Ci sono tre tipi di chanda, e cioè:

(i) Kama-cchanda, la brama sensuale, uno dei Cinque Ostacoli (nivarana). Ciò è eticamente immorale
(ii) Kattu-kamyata chanda, il semplice desiderio di agire. Ciò è eticamente amorale.
(iii) Dhammacchanda, retto desiderio. E’ tale dhammacchanda che spinse il Principe Siddharta a rinunciare ai piaceri regali.


Di questi è kattu-kamyata chanda, legato a questo particolare stato mentale, che funge come una delle quattro influenze dominanti (adhipati).
Shwe Zan Aung afferma: "Lo sforzo di volizione o di volontà è dovuto a viriya. Piti significa un interesse per l'oggetto; chanda costituisce l'intenzione verso l’oggetto '. (Compendio p. 18).
I Buddhisti posseggono questo dhammacchanda per realizzare il Nibbana. Non è una sorta di desiderio.

15. Moha:
Deriva dalla radice muh, essere perplesso, essere illuso. Moha è una delle tre radici del male ed è comune a tutti i tipi immorali di coscienza. E’ opposto a pañña - saggezza.
La caratteristica principale di moha è l’ignoranza sulla natura di un oggetto. Moha oscura la conoscenza di ognuno di noi riguardo al Kamma e alle relative conseguenze e alle Quattro Nobili Verità.

16. Ahirika:
Un termine astratto formato da “a” + hirika.
Chi non si vergogna di fare del male è ahiriko. Lo stato di tale persona è ahirikkam = ahirikam.
Colui che ha hiri rifugge dal male come una penna di gallina si contrae vicino al fuoco. Chi non ha hiri, commette il male senza alcun rimorso.

17. Anottappa:
Na + ava + radice di tapp, essere tormentato.
Ottappa è la paura di fare il male, cioè, la paura delle Conseguenze.
Anottappa è il suo opposto ed è paragonato ad una falena che viene bruciacchiata dal fuoco. Una persona che ha paura del fuoco non lo tocca, ma una falena, inconsapevole delle conseguenze, ne è attratta dal fuoco, e si brucia. Allo stesso modo una persona senza ottappa può commettere il male e soffrire in stati di sofferenza.
Entrambi questi termini - hiri e ottappa – sono collegati. Hiri dovrebbe essere differenziato dalla timidezza comune e ottappa dalla paura comune di ogni individuo. La paura è considerata come uno dei dieci eserciti di Mara. Un buddhista non dovrebbe aver paura di un qualsiasi individuo, anche un Dio, perché il buddhismo non si basa sulla paura dell'ignoto.

Hiri nasce dall’interno, e ottappa dall'esterno. Supponiamo, per esempio, che vi sia un pezzo di ferro, con un’estremità rovente, e l'altra piena di sporcizia. Alla fine la parte sporca non toccherebbe l’altra per il disgusto, e l'altra per paura. Hiri è paragonata alla prima e ottappa a quest'ultima.
La seguente nota di Rhys Davids su hiri e ottappa mostra chiaramente la differenza tra questi costituenti mentali:
Hiri ed ottappa, secondo l’analisi fatta da Buddhaghosa presentano punti di considerevole interesse etico. Considerati nel loro insieme ci danno l'aspetto emozionale e volitivo della moderna nozione di coscienza, così come sati rappresenta la sua parte intellettuale. Il primo termine è l’equivalente di “vergogna” (lajja), mentre l'ultimo equivale ad “angoscia (ubbego) dopo aver commesso il male”.
Hiri sorge dall'interno; mentre ottappa dall'esterno. Hiri è autonomo (attadhipati); ottappa, eteronomo, influenzato dalla società (lokadhipati). Il primo si basa sulla vergogna, il secondo sulla paura. Il primo è caratterizzato da coerenza, il secondo dal discernimento del pericolo e dalla paura di sbagliare.
La fonte soggettiva di hiri è quadruplice, cioè, l'idea di ciò che deriva dalla propria nascita, età, merito ed istruzione. Così, chi possiede hiri penserà “Solo i bambini, poveri disgraziati, ciechi ed ignoranti farebbero un tale atto,' così si astiene. La fonte esterna di ottappa è l'idea che “Tutti i tuoi seguaci ti biasimeranno” e quindi si astiene. Hiri è il miglior maestro, come disse il Buddha. Chi, invece, è sensibile ad ottappa, i maestri sono per lui le migliori guide.”

In un paragrafo aggiuntivo i “segni” (consistenza, ecc) sono così spiegati: 'In hiri si riflette sul valore della propria nascita, del proprio maestro, dei propri beni e dei propri discepoli. In ottappa si sente la paura del rimprovero, dell’altrui biasimo, del castigo e della punizione in un'altra vita ".
(Buddhist Psychology, p. 20).

Hiri e ottappa sono considerati i due fattori dominanti che governano il mondo. Nessuna società civile può esistere senza di loro.

18. Uddhacca:
U = sopra + radice dha, fluttuare, liberarsi di.
Uddhutassa bhavo Uddhuccam = Uddhaccam – fase di abbandono. E ' paragonato allo stato disturbato di un cumulo di cenere quando è scosso da una pietra. È lo stato instabile della mente, opposto allo stato di raccoglimento (vupasama). Come uno dei cinque ostacoli è l'antitesi di sukha, felicità.
In alcuni casi molto rari uddhacca viene usato nel senso di insuperbire lo stato della mente, corrispondente alla presunzione. In questo caso non è usato in quel senso. Di regola uddhacca viene differenziato da mana perché entrambi sono trattati come samyojana (catene, vincoli).
Queste quattro, vale a dire, moha, ahirika, anottappa, uddhacca, prime nella lista dei cetasika immorali, sono comuni a tutti i tipi Immorali di Coscienza.

19. Lobha: vedi Cap. I, nota 9

20. Ditthi - vedi Cap. I, nota 11
Quando tale termine è usato da solo prende il significato di “falsa visione”, miccha ditthi.

21. Mana – deriva dalla radice man, pensare.

22. Dosa – vedi Cap. I, nota 9.

23. Issa – deriva da i + radice su, essere invidioso, essere geloso.
La sua caratteristica è quella di invidiare il successo e la prosperità degli altri. E' il suo unico scopo.

24. Macchariya:
Maccharassa bhavo – lo stato di una persona avara.
Il Commentario offre un'altra interpretazione:
“Non lascio tale bene agli altri, è mio.”
(Ma idam acchariyam aññesam hotu, mayham'ev hotu).
La caratteristica principale di macchariya è dissimulare la propria prosperità. Essere opposto ad issa, è il suo unico scopo.
Sia issa sia macchariya sono visti come amici di dosa perché ognuno di loro sorge con esso.

25. Kukkucca:
Kukatassa bhavo = kukkucam = lo stato di aver commesso il male.
Secondo il Commentario il male che è stato commesso è ku + kata, così il bene che non è stato compiuto.
Il rimorso sul male che è stato fatto è kukkucca, e così il rimorso sul bene che non è stato fatto. La sua caratteristica è di affliggersi sul male fatto e sul bene che non è stato fatto.
Il Dhammasangani spiega:
“Cos’è preoccupazione?”
“La coscienza di ciò che è lecito in qualcosa che è illecito, la coscienza di ciò che è illecito in ciò qualcosa che è lecito; la coscienza di ciò che è immorale in qualcosa che è morale; la coscienza di ciò che è morale in qualcosa che è immorale. Tutte queste inquietudini, ansie, rimorsi di coscienza, angoscia mentale è chiamata preoccupazione.
(Buddhist Psychology – p. 313).
Lukkucca è uno dei cinque ostacoli e viene usato assieme ad uddhacca. Ed è attinente solo agli eventi passati.
Secondo il Vinaya, kukkucca è il sano dubbio riguardo le regole, ed è da encomiare.
Secondo l'Abhidhamma, invece è il contrario, è il pentimento da non encomiare.

26. Thina – deriva dalla radice the, diminuire, restringersi + na. Thena = thana = thina.
E’ lo stato di contrazione della mente come una piuma vicino al fuoco. Si oppone a viriya. Thina è inteso come citta-gelaññam, malessere della mente
Come tale è l'antitesi di citta-kammaññata, adattabilità della mente, uno dei cetasika sobhana.

27. Middha – deriva dalla radice middh, essere inattivo, inerte, inabile.
Questo è lo stato morboso dei fattori mentali.
Thina e middha vengono sempre usati insieme e sono uno dei cinque Ostacoli. Sono inibiti da vitakka, l’applicazione iniziale, uno dei fattori Jhana. Anche middha si oppone a viriya. Dove ci sono thina e middha non vi è viriya.
Middha è inteso come kaya-gelañña, malessere del corpo mentale. In questo caso “corpo” non è usato nel senso di forma materiale, ma come corpo dei fattori mentali e cioè: vedana, sañña e sankhara (sensazione, percezione e i rimanenti cinque fattori mentali). Qui middha è l’antitesi di kaya-kammaññata, adattabilità dei fattori mentali.
Sia thina sia middha sono spiegati nel Dhammasangani in questo modo:-

"Cos’è indolenza (thina)?"
"Ciò che è indisposizione, pesantezza intellettuale, attaccamento, che si aggrappa a qualcosa/qualcuno, idiozia, stupidità, rigidità intellettuale - questo si chiama indolenza.

"Cos’è torpore (middha)?"
"Ciò che è malessere, pesantezza dei sensi, il nascondersi, il barricarsi, il non aprirsi; torpore è sonno, sonnolenza, il dormire, l’appisolarsi, l’assopirsi - questo è chiamato torpore".
(Buddhist Psychology, pp. 311, 312).

28. Vicikiccha – vedi Cap. I, nota 13.
Vicikiccha, come Ostacolo, non significa verso il Buddha, il Dhamma, il Sangha, ecc.
Il Commentario del Majjhima Nikaya afferma: “Viene così chiamato perché è incapace di decidere.”
(Idam'ev'idanti nicchetum asamatthabhavato'ti vicikiccha).

29. Saddha: sam, bene + radice dah, confermare, collocare, mettere.

In Pali, saddha è la ben consolidata fiducia nel Buddha, nel Dhamma e nel Sangha.La sua caratteristica principale è la purezza (sampasadana) dei suoi collegati mentali. E' paragonato alla purezza della gemma del monarca universale. Questo particolare gioiello, quando gettato in acqua la purifica. L'acqua è così resa pura. Allo stesso modo saddha purifica la mente impura.
Saddha non è la fede cieca. E' la fiducia basata sulla conoscenza.
Ci si potrebbe chiedere se un non-buddista potrebbe possedere saddha.
L’Atthasalini pone questa domanda e fornisce una risposta piuttosto insoddisfacente ed inadeguata.
"Gli uomini con false teorie non credono ai loro maestri?" Il Venerabile Buddhaghosa così risponde:
"Sì. Ma ciò non è saddha, si tratta di un semplice assenso a parole
(Vacana-sampaticchana-mattameva)".
Se saddha fosse limitata solo ai Buddhisti, che dire quando un non-Buddhista pone la sua fede o la sua fiducia nel suo maestro? Certamente anche la sua mente sarà purificata in un certo modo quando contempla il suo maestro spirituale.
Potrebbe essere ditthi, falsa visione? Allora è immorale (akusala). In tal caso non vi è occasione per un non-Buddista di sperimentare una coscienza morale.
Non sarebbe più corretto dire che saddha è la fiducia o la semplice fede, invece di limitarsi alla Triplice Gemma?
Dhammasangani spiega saddha in questo modo:
"La fede basata sulla fiducia, sul senso di sicurezza, fede come facoltà e come potere".
(Buddhist Psychology, p. 14.)
Saddha è anche l’apprensione intuitiva dell’esperienza o della conoscenza accumulata in vite passate.

30. Sati – deriva dalla radice sar, ricordare.
Sati non corrisponde esattamente al concetto occidentale di memoria. Consapevolezza o presenza mentale è un ottimo termine per sati. Essa deve essere sviluppata. Nel Satipatthana Sutta sono descritti in dettaglio i vari metodi per sviluppare tale sati. Quando è ben sviluppata si acquisisce il potere di ricordare le vite precedenti. E' tale sati che è considerata come uno dei fattori del Nobile Ottuplice Sentiero.
Sati ci mostra le realtà positive senza darci modo di dimenticarle. La sua caratteristica principale è 'il non farsi trascinare dalla corrente’ (apilapana). A differenza di zucche e vasi che galleggiano sull'acqua, sati si immerge nel l'oggetto del pensiero.
Va notato che tale sati non si trova nei tipi immorali di coscienza.
Ciò che si trova nella coscienza immorale è miccha sati (falsa consapevolezza).
Il Dhammasangani così spiega sati:

"La consapevolezza che in quella circostanza richiama alla memoria, richiama alla mente; la consapevolezza che è il ricordare, il rammentare, l'opposto della scarsa profondità e della dimenticanza; la consapevolezza come facoltà; la consapevolezza come energia, la retta consapevolezza ".
(Buddhist Psychology, p. 16).

31. Hiri ed Ottappa – vedi ahirika ed anottappa.

32. Alobha:
E’ l’opposto di lobha (vedi Cap. I, nota 9).
Dana o generosità è in tal modo sottintesa. E’ una virtù positiva che coinvolge l'altruismo attivo. Si tratta di una delle tre radici del bene. Come una goccia d'acqua che scorre su una foglia di loto senza attaccarsi, il non-attaccamento a un oggetto è la sua caratteristica principale.

33. Adosa:
E’ l’opposto di dosa (vedi Cap. I, nota 9). Non è una semplice assenza di odio o avversione, ma è una virtù positiva.
Adosa è sinonimo di metta. La gentilezza amorevole o amore universale, una della quattro dimore sublimi (brahma-vihara).
I lettori noteranno che nell’elencazione delle dimore sublimi solo due sono citate, cioè: karuna e mudita. La ragione è che metta è racchiusa in adosa; ed upekkha in tatramajjhattata, equanimità.
Adosa è anche una delle tre radici del bene. Come un buon amico, l'assenza di rozzezza o di volgarità (candikka) è la sua caratteristica principale.

34. Le tre radici del Bene:
Alobha, adosa ed amoha sono le tre radici del bene. Amoha non è menzionata fra i diciannove cetasika “Belli” perché è compresa in pañña, saggezza.
L’Atthasalini offre una chiara descrizione di queste tre virtù:

"Di queste tre, alobha ha la caratteristica di non-attaccamento della mente ad un oggetto, come una goccia d'acqua su una foglia di loto. La sua funzione è la non-appropriazione, il distacco come un monaco liberato (Arahat).
Adosa ha la caratteristica di non-rozzezza o non-risentimento come un buon amico. La sua funzione è l’annullamento della noia o dello stato febbrile come il legno di sandalo. La sua manifestazione è la bellezza come la luna piena. La caratteristica, la funzione, ecc, di amoha sono state spiegate in relazione al termine paññindriya (Facoltà di Saggezza). Di queste tre, inoltre, alobha si oppone alla macchia dell’egoismo, adosa a quella dell’impurità (dussilya), amoha alla decrescita delle condizioni morali.
Alobha è la causa della generosità, adosa della moralità, amoha della meditazione.
Attraverso alobha si abbandona ciò che è in eccesso, invece l’avido prende ciò che è in eccesso. Attraverso adosa ciò si prende ciò che è superfluo, invece l’iroso prende ciò che è superfluo. Attraverso amoha si abbandona ciò che è immorale, invece l'illuso prende ciò che è immorale. Attraverso alobha, si ammette una propria colpa, invece l’avido la nasconde. Attraverso adosa si ammette una propria virtù, invece l’avido la cancella. Attraverso amoha, si conosce la vera realtà, invece l’illuso crede il falso come vero ed il vero come falso.
Attraverso alobha non vi è sofferenza conseguente alla separazione della persona amata, invece l’affezione è la natura intrinseca degli avidi così come l'incapacità di sopportare la separazione dalla persona amata. Attraverso adosa non sorge alcuna sofferenza dall’essere in relazione da ciò che non si ama, in quanto l’odiosità è la natura intrinseca dell’iroso così come l’incapacità di sopportare l’essere in relazione con ciò che non si ama. Attraverso amoha non sorge alcuna sofferenza se non si ottiene ciò che si desidera, in quanto la natura intrinseca degli illusi è pensare: “Come posso averlo?”, ecc.
Attraverso alobha non sorge alcuna sofferenza dalla rinascita, perchè la prima si oppone al desiderio e la seconda è la radice del desiderio. Attraverso adosa non sorge alcuna sofferenza dal decadimento, perché solo chi odia subito invecchia. Attraverso amoha non sorge alcuna sofferenza dalla morte, perché solo una morte confusa è dolorosa. Per colui che possiede saggezza non esiste la morte.
Vi è una vita armoniosa per i laici attraverso alobha, per i monaci attraverso amoha, e per tutti tramite adosa.
In particolare, tramite alobha non vi è rinascita nel regno dei Peta, poiché in genere gli esseri nascono tra i Peta a causa della brama. Alobha è l'antitesi della brama. Attraverso adosa non vi è rinascita nel niraya (Stati dolorosi). Attraverso l'odio, di natura rozzo, gli esseri nascono in stati dolorosi simili all’odio. Adosa è l'antitesi dell’odio. Attraverso amoha non vi è rinascita nel regno animale. Per la totale illusione dovuta all’ignoranza, gli esseri sono nati tra gli animali. Amoha è l'antitesi dell’ignoranza.
Di esse alobha dissuade dall’avidità; adosa dall’avversione; amoha dall’ignoranza.
Inoltre, attraverso queste tre qualità sorgono rispettivamente queste tre idee - della rinuncia, della non-avversione e dell’essere innocuo; della ripugnanza, dell’immensurabilità e degli elementi fondamentali (dhatu).
Attraverso alobha l’indulgenza estrema nei piaceri dei sensi viene inibita: attraverso adosa l’auto-mortificazione. Attraverso amoha vi è la pratica in base alla Via di Mezzo.
Allo stesso modo attraverso alobha il legame fisico dell’avidità (abhijjha kayagantha) viene distrutto, attraverso adosa quello dell’avversione e attraverso amoha i rimanenti due.
I primi due stati di consapevolezza si compiono per opera dei primi due, e gli ultimi due con il potere del terzo.
In questo contesto alobha favorisce la salute, perché la persona distaccata non cerca ciò che lo attrae ma solo ciò che è utile - da qui deriva la salute. Adosa favorisce la giovinezza, perché la persona che non odia rimane giovane per molto tempo, non è bruciato dal fuoco della rabbia che provoca rughe e capelli grigi. Amoha favorisce la longevità della vita, perché la persona saggia, distinguendo tra ciò che è piacevole e spiacevole, evita il secondo e utilizza il primo per vivere a lungo.
Alobha favorisce l'acquisizione di ricchezza, perché dalla generosità si ottiene ricchezza. Adosa favorisce l'acquisizione di amici, perché con la bontà si ottengono amici.
Amoha favorisce le realizzazioni personali, perché la persona saggia, facendo solo ciò che è utile a se stesso, regola il proprio comportamento.
Alobha favorisce la vita divina, adosa la vita con Brahma ed amoha alla vita Nobile (Arya).
Attraverso alobha si è in pace con la ricchezza tra gli esseri e le cose appartenenti al proprio gruppo, e se vengono perduti non nasce sofferenza a causa dell’eccessivo attaccamento. Attraverso adosa si è felici tra coloro che appartengono ad altri gruppi, perché la persona non ostile è priva del sentimento di rancore anche verso i nemici. Attraverso amoha si è felici tra coloro che appartengono ad un gruppo neutro, perché la persona saggia è priva di ogni attaccamento.
Attraverso alobha si ottiene la visione profonda dell'impermanenza, invece la persona avida non vede l'impermanenza nelle realtà impermanenti, a causa del suo desiderio di piacere.
Attraverso adosa si ottiene la visione profonda della sofferenza perché chi possiede un’amorevole disposizione ha abbandonato quel tipo di attaccamento, causa dell’afflizione, e vede le realtà come portatrici di sofferenza.
Attraverso amoha si ottiene la visione profonda della grossolanità, perché la persona saggia è abile nel comprendere le cose come realmente sono. Egli vede il quintuplice gruppo senza guida come senza guida.
Tramite la visione profonda dell’impermanenza vi è alobha; tramite adosa la sofferenza; tramite amoha la grossolanità.
Chi potrebbe sviluppare una brama sapendo che tutto è impermanente?
Chi comprendendo l’avversione potrebbe sviluppare rabbia, odio o violenza?
Chi comprendendo la vacuità dei fenomeni cadrebbe di nuovo nella stessa illusione?
(Atthasalini, pp. 137-139)

35. Tatramajjhattata:
Letteralmente tatra = lì, cioè rispetto agli oggetti majhattata = equilibrio.
La visione imparziale degli oggetti è la sua caratteristica. E’ paragonato ad un auriga che guida uniformemente due cavalli ben addestrati.
Tatramajjhattata ed upekkha (equanimità) sono talvolta usati come sinonimi. Tatramajjhattata è considerato come upekkha nelle quattro Dimore Sublimi. Quindi upekkha non compare tra le Dimore Sublimi. E ' tatramajjhattata che è elevato alla dignità di un Bojjhanga, uno dei sette fattori del Risveglio. Tatramajjhattata deve anche essere distinto da edonistica upekkha o indifferenza. A volte questi due stati mentali sorgono contemporaneamente nella medesima coscienza, ad esempio, in tutte le upekkha-sahagata kusala citta.
Tale tatramajjhattata è considerato come un upekkha intellettuale e etico (vedi Cap. I, nota 42).

36. Passaddhi & Citta-Passaddhi:
Passaddhi è composto da pa + radice sambh, calmare, essere quieto.
Passambh + ti = passadhti = passaddhi.
Passaddhi è tranquillità, calma, quiete, serenità.
La caratteristica principale di passaddhi è l’eliminazione o il dissolvere della febbre delle passioni (kilesadarathavupasama). E 'come la fresca ombra di un albero ad una persona colpita dal calore del sole. Passaddhi si oppone ad uddhacca, irrequietezza o eccitazione. Quando è altamente sviluppato diventa un fattore del Risveglio (bojjhanga).
Questa tranquillità è duplice, cioè la tranquillità di kaya e citta. Qui kaya non è usato nel senso di corpo materiale. E 'il corpo dei fattori psichici - e cioè, vedana (sensazione), sañña (percezione) e sankhara (stati mentali). Si deve comprendere che kaya è usato nello stesso senso nei successivi cetasika. Citta connota l'intera coscienza. La differenza quindi è tra i fattori psichici e la coscienza nel suo complesso. La stessa spiegazione è valida anche per le altre coppie.

37. Kaya-Lahuta & Citta-Lahuta:
Deriva da laghu, leggero, veloce. (Skt. laghuta) Lahuta è leggerezza. L’annullamento della pesantezza della mente e dei fattori mentali è la sua caratteristica principale. E 'come deporre un pesante fardello. Si oppone a thina e middha - indolenza e torpore - che causano pesantezza e rigidità dei fattori mentali e della coscienza.

38. Kaya-Muduta & Citta-Muduta:
La caratteristica principale di muduta è l’eliminazione della rigidità e della resistenza. Rimuove la rigidità diventando flessibile nel ricevere gli oggetti. E 'paragonato ad una pelle ben plasmata mediante l'applicazione di olio, acqua ecc Si oppone alle false visioni e alla presunzione (ditthi e mana) che causano rigidità.

39. Kaya-Kammaññata & Citta- Kammaññata:
Kamma + nya + ta = Kammanyata = Kammaññata. Letteralmente: praticità, funzionalità.
La sua caratteristica principale è l’eliminazione della difficoltà o della non praticità della coscienza e dei suoi fattori. E’ come un metallo riscaldato che si adatta a molti usi. Si oppone a tutti i rimanenti Ostacoli. L’Atthasalini afferma che questi due concomitanti insieme producono serenità (pasada) negli eventi propizi, e sono come l'oro puro dato per opere benefiche.

40. Kaya-Paguññata & Citta-Paguññata:
Si intende competenza o abilità. La sua caratteristica principale è la soppressione del malessere mentale e dei suoi concomitanti. Si oppone a quelle passioni, come l’infedeltà, ecc.

41. Kayujjukata & Cittujjukata :
Si intende onestà o rettitudine, e si oppone alla disonestà, all'inganno e all’astuzia. La sua caratteristica principale è la rettitudine.

42. Tutti questi 19 concomitanti sono comuni a tutti i tipi di coscienza morale, a differenza dei concomitanti immorali che non sorgono in una coscienza immorale in toto. Nessuna coscienza morale sorge senza tutti loro. Insieme a questo gruppo di 'Belli' alcuni concomitanti morali possono sorgere in base al tipo di coscienza.

43. Virati:
Vi + ram, godere di (qualcosa). Virati è l’astenersi da, deliziarsi di, cioè astinenza.
Secondo l’Atthassalini ci sono tre tipi di virati, e cioè: sampatta-virati, samadana-virati e samuccheda-virati.
Sampatta-virati è l’astenersi dal male considerando la propria nascita, la propria età, educazione, ecc.
Samadana-virati è l’ astensione di un Discepolo dei Nobili (Arya) che ha completamente sradicato tutte le radici del male.
Nel caso dei primi due, la violazione dei retti principi è possibile; ma nel caso degli Arahat non lo è, perché hanno distrutto tutte le passioni.
In questo caso sono elencate tre Rinunce relative alla falsa parola, alla falsa azione e al falso modo di vivere.
In breve, questi tre concomitanti mentali nascono tutti insieme solo nella coscienza Ultramondana (lokuttara citta). In altri casi sorgono separatamente perché ci sono tre cetana.
Questi tre qualora sorgono nella lokuttara citta sono considerati come Fattori del Sentiero (magganga), e costituiscono sila (Moralità). Samma-ditthi e samma sankappa che costituiscono pañña (Saggezza) sono impliciti rispettivamente in paññindriya e in vitakka-cetasika. Samma vayama, samma sati e samma samadhi, che costituiscono samadhi, (concentrazione) sono impliciti rispettivamente in viriya, in sati e nei cetasika ekaggata.
Samma vaca espone l’astinenza dalla falsa parola (musavada), dalla calunnia (pisuna-vaca), dalla parola offensiva (pharusa-vaca) e dalla parola frivola (sampapphalapa).
Samma kammanta espone l’astinenza dall’uccidere (panatipata), dal rubare (adinnadana) e dalla cattiva condotta sessuale (kamesu micchacara).
Samma ajiva espone l’astinenza dal vendere veleno, intossicanti, armi, schiavi e animali da macello.

44. Appamañña:
L'oggetto di queste virtù è un numero infinito di esseri, chiamati appamañña, letteralmente illimitati (Skt. apramanya). Sono anche chiamati brahma vihara - Modi di Vivere Sublimi.
Metta, Karuna, mudita ed upekkha sono questi quattro illimitati.
Come spiegato in precedenza metta ed upekkha sono rappresentati da adosa e da tatra-majjhattata. Perciò solo due sono menzionati in questo contesto.

45. Metta:
deriva dalla radice mid, raddolcirsi, amare. In sanscrito mitrasya bhavah = maitri; modo di essere di un amico. Ciò che calma la mente, o predisposizione amichevole.
Buona volontà, benevolenza, gentilezza amorevole vengono indicate come migliore traduzione. Metta non è amore carnale nè affetto. Il diretto nemico di metta è l’odio o la cattiva volontà (kodha), il suo nemico indiretto è l’affezione (pema). Metta abbraccia tutti gli esseri senza eccezione. Il culmine di metta è l'identificazione di sé con tutti gli esseri (sabbattata).
Metta è il desiderio sincero per il bene e il benessere di tutti. Elimina la cattiva volontà.
L’atteggiamento benevolo è la sua caratteristica principale.

46. Karuna:
Radice di Kar, fare, compiere + una.
Ciò che rende le menti disposte al bene quando gli altri sono affetti dal dolore è karuna. Ciò che dissipa le sofferenze degli altri è karuna.
Il desiderio di eliminare le sofferenze altrui è la sua caratteristica principale. Il suo nemico diretto è la cattiveria (himsa) e il suo nemico indiretto è il dolore (domanassa). Karuna abbraccia il dolore degli esseri sofferenti. Elimina la crudeltà.

47. Mudita:
Deriva dalla radice mud, essere soddisfatto, essere lieto.
Non è una semplice simpatia, ma gioia riconoscente. Il suo nemico diretto è la gelosia e il suo nemico indiretto è l’entusiasmo (pahasa). La sua caratteristica principale è la felice accettazione della prosperità altrui (anumodana). Mudita abbraccia gli esseri prosperi. Elimina l’antipatia (arati), ed è l'atteggiamento lieto di una persona.

48. Upekkha:
Upa = imparzialmente, rettamente + radice di ikkh, vedere, guardare, oservare.
Upekkha è la visione imparziale, cioè senza attaccamento né avversione. E’ la condizione di equilibrio della mente. Il suo nemico diretto è la passione (raga), e il suo nemico indiretto è la stupida indifferenza. L’attaccamento e l’avversione sono con upekkha eliminate. L’atteggiamento imparziale è la sua caratteristica principale.
Qui upekkha non significa semplice sensazione neutrale, ma una genuina virtù. L’equanimità è la traduzione più vicina. Questo termine, inoltre, esprime solo un aspetto di upekkha. (Vedi cap. 1, nota 10, 42). E' tale upekkha che viene elevato come fattore bojjhanga.
Upekkha abbraccia tutti, buoni e cattivi, amati e non amati, cose piacevoli e spiacevoli, piacere e dolore e tutto ciò che è duale.

49. Vale la pena leggere la seguente nota esplicativa di Rhys Davids su queste quattro virtù.
Su queste quattro grandi pratiche […] Buddhaghosa di nuovo ne riferisce nel suo Visuddhi Magga per un commento più dettagliato (cap. ix e cf Hardy, “Eastern Monachism” p. 243 e succ.) … L’oggetto del pensiero (arammana) sarà 'limitato' se lo studente dimora nell’ amore ecc, su un numero limitato di esseri, invece sarà 'infinito' se il suo cuore ne abbraccia molti.
Il commentatore non ha molto da dire in quest’opera sulla natura e sulle relazioni reciproche delle 'Dimore' (pp. 193-195). In primo luogo, le caratteristiche di ciascuna sono completamente esposte con le loro false manifestazioni (vipatti). L’attaccamento (sinehasambhavo) è il vipatti dell’amore, il segno essenziale della condotta benefica, ecc. Le lacrime e simili sono la caratteristica secondaria della compassione (karuna) che è il tollerare e l’alleviare i dolori altrui.
Le risate e simili sono espressioni genuine della simpatia (mudita) la quale è l'apprezzamento di ciò che gli altri hanno raggiunto. E c'è una condizione di disinteresse (upekkha) data dall’ignoranza, e non da quella visione profonda presente nel karma del genere umano, che può servire per calmare le passioni.
Poi designa i quattro atteggiamenti asociali che devono essere estirpati da queste discipline etiche e cioè nell’ordine: cattiva volontà (vyapada), crudeltà (vihesa), avversione (arati) e passione (raga) quindi dimostra come ogni virtù abbia anche il suo contrario somigliante ad un nemico che si nasconde nella giungla o sulle colline.
L'amore e la condotta vendicativa non possono coesistere. Per prevalere in questo senso, fate sviluppare l'amore senza paura. Ma dove l'amore ed i suoi oggetti hanno troppo in comune, l'amore è minacciato dal desiderio. Perciò fate che l'amore sia ben custodito. Inoltre il nemico vicino alla pietà, più insidioso della crudeltà, è l'autocommiserazione per ciò che non si ha o che si è perso - una meschina, profana malinconia. E la corrispondente felicità terrena a ciò che si ha, o il dimenticare ciò che si è perso, è sempre in agguato per soffocare l'apprezzamento della buona fortuna degli altri. Infine, c'è la falsa indifferenza del mondano che non ha vinto causa ed effetto, perché non è in grado di trascendere le cose esterne.
Il resto della sua spiegazione tratta della sequenza necessaria nelle quattro Dimore, e l'importanza di osservare il metodo durante la pratica, ed infine i relativi termini tecnici di appamañña o infinità. A questo proposito ripete l’usuale similitudine data a Hardy (op. cit., 249) della madre e dei quattro figli. Il suo desiderio per la crescita del bambino è metta, per il recupero del bambino malato è karuna, per il mantenimento dei benefici dati dalla giovinezza è mudita, mentre l’interesse a non ostacolare la carriera del figlio adulto è upekkha.
E’ da notare, a questo proposito, che quando Hardy con un desiderio estraneo di mudita calunnia il mendicante Buddhista (p. 250) come uno che crede alle virtù di solidarietà ma non le pratica, dimentica del tutto che queste pratiche non sono altro che preparazioni della volontà per coloro che hanno scelto la vita monacale, la cui cultura occidentale, nel suo interessamento per le forme materiali della carità, non fa apprezzare il loro reale valore. E il buddismo non crede di frenare gli impulsi buoni a meno che non siano regolati da un controllo intellettuale.”
(Buddhist Psychology, pp. 65-37)

50. Paññindriya:
Pa = rettamente; na, conoscere, pañña significa letteralmente retta conoscenza.
La sua caratteristica principale è comprendere come realmente è, o comprensione insuperabile, cioè la conoscenza penetrativa (Yathasabhava-pativedho va akkhalita-pativedho).
Pañña domina nel comprendere la reale natura e nel superare l'ignoranza, ed è chiamato facoltà di controllo (indriya).
Nell’Abhidhamma ñana, panna, e amoha sono usati come termini intercambiabili. Nei tipi della coscienza legati alla conoscenza (ñana-sampayutta) il riferimento è a tale pañña. Da amoha, una delle tre radici morali, si intende anche tale pañña. Come uno dei quattro mezzi atti a compiere il proprio fine (iddhi-pada) assume il nome di vimamsa (lett. esame). Quando è purificato dalla samadhi, pañña assume il ruolo onorevole di abhiñña (conoscenza superiore). Altamente sviluppato pañña è elevato allo stato di un bojjhanga-dhamma-vicaya (Indagine della Verità) e magganga-samma ditthi, Retta Visione. Il culmine di pañña è l'Onniscienza di un Buddha.
Pañña, nel senso più stretto del termine, è vedere le cose come realmente sono, e cioè nella luce di anicca (impermanenza), dukkha (sofferenza) ed anatta (non-Sé).
Ragione, intelletto, visione profonda, conoscenza, saggezza, intelligenza – tutti questi termini indicano alcuni aspetti di pañña, ma nessuno di loro corrisponde esattamente al termine Pali. Secondo questo contesto i termini conoscenza o saggezza sono più appropriati.
E’ interessante il commento di Rhys David su questo importante termine:
“Tradurre il termine pañña con il suo equivalente europeo è uno dei punti cruciali della filosofia Buddhista. In genere questo termine è tradotto con intelletto, intuizione o visione profonda, scienza, comprensione e conoscenza. Tutti questi sono stati, e sono, usati nella letteratura filosofica con diversi gradi di significato, secondo un senso popolare e vago, psicologico e preciso o trascendentale e – lasciatemi dire – confuso.
Ciascuno di loro potrebbe, con una o con un’altra applicazione, rappresentare pañña. La difficoltà principale nella scelta sta nel determinare se, al Buddhista, pañña è inteso come funzione mentale, o come il prodotto aggregato di certe funzioni mentali, o come entrambi. Solo quando tutti i riferimenti a pañña nel Sutta Pitaka sono stati raccolti, allora una traduzione finale diventa possibile.
Colui che ha pañña (paññava) possiede la virtù di capire (pajanati) la natura del fenomeno del dolore o del male (le Quattro Nobili Verità). Nel DN Gotama chiede: “Cos’ è pañña? Ed afferma che consiste in alcune qualità mentali, quali i jhana, la profonda visione (insight) della natura dell’impermanenza, la propria immagine mentale, il potere di Iddhi, l'Orecchio divino, leggere nelle menti altrui, ricordare le proprie vite passate, l'Occhio divino e l'eliminazione di tutti gli influssi impuri.
Lo stesso Buddhaghosa (Visuddhi Magga cap. XIV) distingue pañña da sañña e viññana. Egli lo descrive come adatto a discernere non solo gli oggetti dei sensi ed i Tre Segni distintivi (impermanenza, sofferenza e non-Sè), ma anche il Sentiero. Per lui, allora, esso potrebbe essere chiamato “l’intelletto con un potere superiore”. Ma nella risposta di Gotama, tutti questi termini sono descritti in termini di processo intellettuale. Tuttavia, è chiaro che il termine non indica un nudo processo mentale ad un certo livello di complessità, ma implica anche un processo mentale coltivato secondo un determinato sistema di concetti oggettivamente validi per tutti i seguaci buddhisti. Quindi penso che sia meglio rifiutare i termini come ragione, intelletto e comprensione, e di scegliere saggezza, o scienza, o conoscenza, o filosofia.”
(Buddhist Psychology pp. 17-18)

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