SN 22.43: Attadipa Sutta – Un'isola di voi stessi

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di Maurice O'Connell Walshe.
PTS: S iii 42/ CDB i 882
Fonte: Samyutta Nikaya: An Anthology (WH 318-321), by M. O'C. Walshe (Kandy: Buddhist Publication Society, 1985)
Copyright © 1985 Buddhist Publication Society
Access to Insight edition © 2007
Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
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“Monaci, siate di voi stessi un'isola (dipa significa sia isola sia lanterna, luce), di voi stessi un rifugio, null'altro; fate che il Dhamma sia per voi un'isola ed un rifugio, null'altro. Coloro che saranno un'isola di loro stessi...dovrebbero investigare all'essenza dei fenomeni:'Qual è l'origine della sofferenza, del lamento, della pena, del dolore e della disperazione? Come sorgono?
Ecco, monaci, la persona comune non istruita...nota il cambiamento del suo corpo. A causa di questo cambiamento, sofferenza, lamento, pena, dolore e disperazione sorgono. [Così per la sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza.].
Invece chi è consapevole dell'impermanenza del corpo, dei suoi cambiamenti, delle sue alterazioni, delle sue cessazioni, riconosce che tutti i corpi sono impermanenti e non soddisfacenti, destinati al cambiamento. Perciò, essendo consapevole dei fenomeni come realmente sono, tramite la visione profonda, egli abbandona ogni sofferenza, lamento, pena, dolore e disperazione. Non è preoccupato di questi abbandoni, senza tormento vive sereno, vivendo sereno viene chiamato 'sicuramente liberato' (che ha raggiunto il Nibbana).