SN 12.17: Acela Sutta - L’asceta nudo

PTS: S ii 18/ CDB i 545
Copyright © 2005 Thanissaro Bhikkhu.
Access to Insight edition © 2005
trad. it. Diana Petech - 2015
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Così ho sentito una volta che il Benedetto soggiornava presso Rajagaha nel Boschetto di Bambù [detto] il Santuario degli scoiattoli. Un giorno, di mattina presto, il Benedetto, avendo indossato l’abito e portando con sé la ciotola e il mantello e scodella, si recò a Rajagaha per la questua. L’asceta nudo Kassapa lo vide arrivare da lontano. Vedendolo, gli si avvicinò e una volta arrivato scambiò con lui cortesi espressioni di saluto. Dopo quello scambio di cortesie, rimase in piedi al suo fianco e gli disse: “Mi piacerebbe porre alcune domande al Maestro Gotama su un argomento, se egli volesse dedicare del tempo a rispondere alla mia domanda.”
“Non è questo il momento di fare domande, Kassapa. Siamo già in mezzo alle case [del villaggio].”
Una seconda volta……… [e poi] Una terza volta Kassapa l’asceta nudo gli disse: “Mi piacerebbe porre alcune domande al Maestro Gotama su un argomento, se egli volesse dedicare del tempo a rispondere alla mia domanda.”
“Non è questo il momento di fare domande, Kassapa. Siamo già in mezzo alle case” [rispose di nuovo il Benedetto.]
Detto questo, l’asceta nudo Kassapa disse:” Non è poi tanto quel che desideriamo domandare.”
“Allora chiedi pure.”

“Maestro Gotama, la sofferenza [lo stress] è generata da noi stessi?”
“No, Kassapa.”
“Allora è generata dagli altri?”
“No, Kassapa.”
“Allora è generata sia dagli altri sia da noi stessi?”
“No, Kassapa.”
“Allora se non è prodotta né da noi stessi né da altri nasce spontaneamente?”
“No, Kassapa.”
“Allora la sofferenza non esiste?”
“Non è così, Kassapa, non è vero che la sofferenza non esiste. La sofferenza esiste.”
“Allora il Maestro Gotama non conosce la sofferenza, o non la vede?”
“Kassapa , non è che io non conosca o non veda la sofferenza. Conosco la sofferenza. Vedo la sofferenza”.
“Però quando ho chiesto: “Maestro Gotama, la sofferenza è generata da noi stessi?” mi hai detto ““No, Kassapa.”. Poi quando ho chiesto: “Allora è generata da altri?” mi hai detto: “No, Kassapa.” Poi quando ho chiesto: “Allora è generata sia da altri sia da noi stessi?” mi hai detto: “No, Kassapa.”. Poi quando ho chiesto: “Allora se non è generata né da noi stessi né da altri nasce spontaneamente?” mi ha idetto: “No, Kassapa.” Allora spiegami la sofferenza, signore Benedetto. Insegnami che cos’è la sofferenza, signore Benedetto!”

“[La convinzione:] ‘Colui che agisce è colui che sperimenta [il risultato dell’azione]’ equivale all’affermazione eternalista: ‘La sofferenza, che esiste fin dal principio, è generata da noi stessi.’ –
[La convinzione:] ‘Colui che agisce è qualcun altro rispetto a colui che sperimenta [il risultato dell’azione] equivale all’affermazione nichilista [propria della teoria dell’annichilazione] ‘Per chi vive tormentato dalle sensazioni, la sofferenza è generata da altri.” . Evitando questi estremi il Tathagata insegna la via di mezzo del Dhamma:

Dall’ignoranza come condizione indispensabile derivano le formazioni [o predisposizioni karmiche]; dalle formazioni come condizione indispensabile deriva la coscienza;
dalla coscienza come condizione indispensabile deriva il nome e la forma
dal nome e forma [l’identità personale] come condizione indispensabile derivano i sei sensi
dai sei sensi come condizione indispensabile deriva il contatto
dal contatto come condizione indispensabile deriva la sensazione
dalla sensazione come condizione indispensabile deriva la brama
dalla brama come condizione indispensabile deriva l’attaccamento
dall’attaccamento come condizione indispensabile deriva il divenire
dal divenire deriva la nascita
dalla nascita come condizione indispensabile entrano in gioco vecchiaia e morte, dispiacere, lamenti, dolore, afflizioni e disperazione. Tale è l’origine di tutta questa massa di sofferenza e di dolore.

Ora dall’attenuarsi e poi dalla totale cessazione dell’ignoranza stessa deriva la cessazione delle formazioni. Dalla cessazione delle formazioni deriva la cessazione del “nome e forma” [l’identità personale]. Dalla cessazione del “nome e forma” deriva la cessazione dei sei sensi. Dalla cessazione dei sei sensi deriva la cessazione del contatto. Dalla cessazione del contatto deriva la cessazione della sensazione. Dalla cessazione della sensazione deriva la cessazione della brama. Dalla cessazione della brama deriva la cessazione dell’attaccamento. Dalla cessazione dell’attaccamento deriva la cessazione del divenire. Dalla cessazione del divenire deriva la cessazione della nascita. Dalla cessazione della nascita cessano la vecchiaia e la morte, il dispiacere, i lamenti, il dolore, le afflizioni e la disperazione. Così avviene la cessazione di tutta questa massa di sofferenza e dolore.”

Dopo queste parole, l’asceta nudo Kassapa esclamò: "Magnifico, Signore, magnifico! Proprio come se si trattasse di rimettere dritto ciò che era capovolto, di rivelare ciò che era nascosto, di mostrare la via a chi si era smarrito, o portare una lampada nell’oscurità in modo che chi ha occhi possa vedere le forme, allo stesso modo il Benedetto — con svariati percorsi di ragionamento — ha reso chiaro il Dhamma. Chiedo di prendere rifugio nel Benedetto, nel Dhamma, e nella comunità dei monaci. Possa io avere il benestare [a entrare nella Via] in presenza del Benedetto, che io possa essere ammesso [nell’ordine monastico].”

“Kassapa, chiunque in precedenza sia appartenuto a un’altra setta e desideri procedere sulla Via ed essere ammesso in questa dottrina e disciplina, deve sottostare a un [periodo di] prova di quattro mesi. Se, dopo questi mesi, i monaci si sentono toccati, gli danno il via libera e l’ammettono alla condizione di monaco. Ma so che ci sono differenze fra i singoli, a riguardo.”
“Signore, se è così, sono disposto a sottostare a una prova di quattro anni. Se, alla fine dei quattro anni i monaci si sentiranno toccati, che mi diano il via libera e mi ammettano alla condizione di monaco.”
Allora l’asceta nudo Kassapa ottenne il benestare alla presenza del Benedetto, e ottenne l’ammissione [nell’Ordine]. Non molto tempo dopo – dimorando da solo, appartato, vigile, ardente e risoluto – raggiunse la suprema meta della vita santa, per la quale gli uomini abbandonano casa propria per darsi a una vita raminga, conoscendola e realizzandola da soli nel qui e ora, e vi rimase. Egli seppe: “La nascita è finita, la vita santa realizzata, il compito portato a compimento. In questo mondo non c’è nient’altro da compiere”. Così il Venerabile Kassapa divenne un altro degli Arahant.