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Retta visione – sammaditthi

La retta visione è il primo fattore del nobile ottuplice sentiero, nonché una qualità di cruciale importanza per il buddhismo antico. Così come l’alba annuncia il sorgere del sole, la retta visione è antesignana di ogni cosa salutare.

Per comprendere la portata della retta visione occorre comprendere quello che ne è l’esatto contrario: la visione erronea, micchaditthi. L’opposizione fra le due sta nel fatto che mentre la retta visione orienta il cammino verso la liberazione, la visione erronea orienta il sentiero che si addentra nel folto di dukkha. Pertanto, in questo capitolo prenderò in esame innanzitutto la seconda, per poi concentrarmi su vari aspetti relativi alla retta visione.

3.1 La visione erronea

La visione erronea è una delle dieci condotte non salutari (akusala kammapatha), definite come attività che hanno una particolare propensione a determinare una rinascita infelice. Niente è altrettanto efficace nel procurare una rinascita inferiore come la visione erronea, le cui potenziali conseguenze sono la nascita nel regno animale o in quello infernale. Così come da un seme amaro nasce una pianta amara, allo stesso modo atti, parole, pensieri, intenzioni e aspirazioni che traggono origine da una visione erronea procurano danno e sofferenza.

Si potrebbe dire che la visione erronea sia il requisito indispensabile per una rinascita infernale. Infatti, se gli esseri non fossero accecati da una falsa prospettiva, dalla speranza di poter sfuggire, in un modo o nell’altro, alle conseguenze dei propri atti o comportamenti nocivi, è assai probabile che non intraprenderebbero quel genere di cattive azioni che fruttano una rinascita nei mondi inferiori.

I discorsi descrivono diverse manifestazioni della visione erronea. Alcuni esempi hanno a che vedere con la retribuzione karmica, come nel caso di chi immagina che comportasi come un cane o una vacca, intrattenendo il pubblico facendo l’attore, prestando servizio in guerra come mercenario o come soldato di cavalleria, sia possibile rinascere nei paradisi. Opinioni scorrette di questo tipo denotano un fraintendimento del karma e del suo frutto: credere erroneamente che una condotta che tende a portare a una rinascita inferiore possa trovare ricompensa nei regni celesti.

Altre manifestazioni della visione erronea sono trattate nell’Apannaka-sutta, come quella secondo cui “non c’è un altro mondo”, “non c’è l’azione”, e “non ci sono cause”. Queste opinioni scorrette non soltanto fraintendono, ma addirittura negano la realtà della retribuzione karmica e della causalità, e di conseguenza anche degli altri piani di esistenza.

Il Samaññaphala-sutta riferisce che alcuni insegnanti religiosi dell’epoca del Buddha propugnavano opinioni scorrette di questo tipo. Secondo il discorso, uno di questi sosteneva che l’azione non ha connotazioni etiche, nel senso che non c’è una reale differenza fra l’uccidere e l’aiutare gli altri, fra arrecare distruzione e offrire doni. Sempre secondo lo stesso testo, altri maestri contemporanei negavano la causalità, oppure sostenevano la teoria per cui tagliare la testa a una persona non va considerato un ‘omicidio’, ma semplicemente infilare una lama nello spazio fra alcuni elementi materiali.

Un altro maestro di cui si parla nel Samaññaphala-sutta sosteneva che non vi era alcuna retribuzione karmica delle azioni buone e cattive, né un altro mondo, né doveri verso i propri genitori, né esseri nati spontaneamente, né praticanti spiritualmente realizzati. La sua posizione filosofica sembra basarsi su una concezione materialistica che tende a ridurre l’esperienza all’interazione fra i quattro elementi e considera la morte fisica come totale annullamento.

Una concezione simile non è rara al giorno d’oggi, e tuttavia sembra rappresentare la visione erronea per eccellenza. Ciò si evince dal fatto che il Mahacattarisaka-sutta non si limita a formulare in questi termini la visione erronea, ma definisce la retta visione in termini specularmente opposti.

Quindi, la retta visione sostiene che vi è retribuzione karmica delle azioni buone o cattive, che esiste un altro mondo, che ci sono doveri nei confronti dei propri genitori, che esistano esseri nati spontaneamente e individui che hanno conseguito la realizzazione spirituale.

3.2 Retta visione e indagine

Esaminando la retta visione descritta nel Mahacattarisaka- sutta appare evidente che non tutte le affermazioni che contiene siano empiricamente verificabili da una persona comune. La conoscenza diretta dell’esistenza di esseri nati spontaneamente, ad esempio, richiederebbe speciali facoltà, che secondo il buddhismo antico si possono ottenere padroneggiando i livelli di concentrazione più profondi.

Ciò nonostante, le proposizioni fondamentali che definiscono la retta visione non richiedono un’adesione fideistica. L’Apannaka-sutta propone una sorta di ragionevole scommessa in favore di quelle che non si possono comprovare direttamente con i propri mezzi attuali. Anche se non si può essere certi della retribuzione dei propri atti in una vita futura, ammettere una simile eventualità in linea di principio ispirerà ad agire in modo salutare. Agendo così, si guadagneranno rispetto, amicizia e stima nella vita attuale, conseguenze positive che sono più immediatamente verificabili di una futura ricompensa nei paradisi.

Il discorso ai Kalama presenta un argomento in qualche modo simile, sottolineando che i vantaggi derivanti dall’applicare i principi di base di una condotta etica sono verificabili nella propria esperienza concreta. Pertanto, tali principi possono essere accettati senza dover ricorrere a un atto di fede, alla tradizione orale o a qualche altro tipo di autorità esterna.

Che la retta visione non implichi solo la fede in un’autorità esterna si può dedurre anche dai due fattori che portano alla nascita della visione retta e scorretta: la prima nasce sulla ba se della testimonianza di un altro e di un’attenzione sapiente (yoniso manasikara); la seconda, sulla base della testimonianza di un altro e di un’attenzione irriflessiva.

Il primo fattore menzionato come condizione essenziale riconosce il ruolo dell’influenza esercitata dagli altri, circostanza ribadita anche dall’affermazione secondo cui consolidare gli altri nella retta visione va a beneficio e a vantaggio di molti, proprio come consolidare gli altri nella visione erronea va a loro detrimento e svantaggio. La differenza fra il sorgere della visione retta o scorretta non si deve solo al contenuto di quanto un altro può comunicare. Di cruciale importanza è il secondo fattore citato: la presenza di un’attenzione sapiente o irriflessiva. In effetti, questo secondo fattore sembra essere il più significativo dei due, dato che un altro passo afferma che nessun altra condizione è altrettanto importante per la nascita e lo sviluppo della retta visione come l’attenzione sapiente, così come l’attenzione irriflessiva si distingue come il fattore decisivo per la nascita e lo sviluppo della visione erronea.

Attenzione sapiente significa prestare un’attenzione ‘accurata’, o ‘che penetra fino alle origini’ (yoniso). Ossia: la retta visione richiede un’indagine accurata. Le raccomandazioni contenute nell’Apannaka-sutta e nel discorso ai Kalama sarebbero applicazioni pratiche di questa seconda qualità, vale a dire lo sviluppo dell’attenzione sapiente. Tutto ciò dimostra che il concetto di retta visione nel buddhismo antico non ha nulla a che vedere con l’adesione cieca a un sistema di credenze, ma per sua natura implica una disamina intelligente e approfondita da parte della persona che è in procinto di far propria tale retta visione.
Sulla stessa linea, il Culavedalla-sutta colloca la retta visione nell’‘aggregato’ (khandha) della saggezza. Il fatto è notevole, dato che in questo modo la sequenza del nobile ottuplice vede al primo posto la saggezza, seguita dalla moralità e dalla concentrazione. In altri contesti, come la descrizione del sentiero graduale, invece, la sequenza che si trova regolarmente è moralità, concentrazione e saggezza. Il discostarsi del nobile ottuplice sentiero dalla sequenza più comune mette in luce la funzione della retta visione nel fornire l’imprescindibile impulso direzionale alla pratica del sentiero. Senza il principio guida fornito dalla retta visione ed espresso dalla retta intenzione, la pratica del sentiero non può avere come esisto la liberazione.

3.3 La retta visione come antesignana del sentiero

Un chiarimento sul ruolo fondamentale della retta visione si trova nel Mahacattarisaka-sutta, il quale proclama enfaticamente che la retta visione è l’antesignana del nobile ottuplice sentiero. In relazione a ciascun fattore del sentiero trattato in questo discorso, il compito della retta visione è invariabilmente quello di discernere fra le sue manifestazioni corrette e quelle scorrette.

La retta visione come capacità di discernere fra le manife- stazioni corrette e scorrette dei fattori del sentiero deve es- sere appoggiata dalla funzione vigilatrice della retta presenza mentale, nonché dal retto sforzo di superare ciò che è sba- gliato e applicare ciò che è giusto. La cooperazione fra le tre funzioni, capitanate dalla retta visione, attiverà gli altri fatto- ri del sentiero.
In relazione al primo fattore del sentiero, il Mahacattarisaka-sutta afferma che il riconoscere la retta visione come tale è, in sé e per sé, retta visione. Per quanto a prima vista possa sembrare tautologico, se teniamo presente il ruolo della retta visione come principio guida dell’intero sentiero, l’affermazione del Mahacattarisaka-sutta risulterà comprensibile. Fornendo un parametro con cui discernere cosa giova al progresso sul sentiero e cosa invece lo ostacola, la retta visione diventa l’antesignana di tutti i fattori del sentiero menzionati nel Mahacattarisaka-sutta, a cominciare da se medesima. Ossia, la retta visione è ‘retta’ nella misura in cui aiuta a percorrere ‘correttamente’ il sentiero della liberazione. Questo perché lo ‘sguardo’ della retta visione si concentra sugli stadi del sentiero, e ‘vede’ la liberazione come una priorità assoluta per se stessi e per gli altri.

Il chiaro orientamento che deriva dall’applicare la retta visione impartisce a tutta la propria vita una direzione di liberazione. Così come tutta l’acqua dell’oceano ha un medesimo sapore, quello del sale, allo stesso modo la retta visione, così coltivata, permea ogni atto, pensiero ed esperienza con il sapore della liberazione.

Il Sammaditthi-sutta, il ‘Discorso sulla retta visione’, sottolinea che discernere ciò che è salutare da ciò che non è salutare è una manifestazione di retta visione. Nello Dvedhavitakka-sutta la stessa fondamentale distinzione si esplica nel suddividere i pensieri i salutari e non salutari. Il discorso indica che tale suddivisione dei pensieri faceva parte degli esercizi contemplativi praticati dal Buddha prima del suo risveglio, e che preparò il terreno all’ottenimento della piena liberazione. Presi insieme, questi due passi illustrano come la retta visione (come discernimento di ciò che è malsano, e quindi produttivo di dukkha, in contrasto con ciò che è sano, e quindi foriero di libertà da dukkha) costituisce a tutti gli effetti il fondamento del sentiero.

La retta visione non è solo un prerequisito per poter accedere alla coltivazione del sentiero. Questo fattore resta di costante rilevanza. L’evoluzione progressiva della retta visione passa per lo stadio del pieno consolidamento, con l’entrata nella corrente, per giungere al punto di massima maturazione del sentiero, dove diventa la retta visione di ‘uno che ha terminato l’apprendimento’. Ossia, la retta visione resta l’antesignana del sentiero anche nel caso dell’arahant, e non c’è mai un punto oltre il quale debba essere abbandonata. In tal modo, la retta visione conserva la sua importanza fino alla fine, a dimostrazione di come questo cruciale fattore del sentiero sia qualcosa di dinamico, che si evolve in concomitanza con lo sviluppo del sentiero che essa inaugura.

Il progresso dalla retta visione come iniziale principio guida del sentiero alla retta visione come discernimento che si acquisisce lungo gli stadi del sentiero è messo in luce dal Mahacattarisaka-sutta, che ne distingue due tipi: la retta visione influenzata dall’attaccamento, e la retta visione libera dall’attaccamento. La retta visione ancora influenzata dall’attaccamento si riferisce alla già citata serie di proposizioni sulla natura della realtà riguardanti il suo funzionamento causale e l’esistenza di certi fenomeni come gli esseri nati spontaneamente e i praticanti spiritualmente realizzati. L’altro tipo di retta visione menzionata dal Mahacattarisaka-sutta è la presenza della saggezza durante il risveglio stesso.

3.4 Conquistare la retta visione

Raggiungendo il primo stadio del risveglio, colui che è entrato nella corrente ha ‘visto’ il Dhamma ed è quindi dotato di ‘visione’, nel senso che, da quel momento in poi, la retta visione è ormai consolidata e incrollabile.

Il Sammaditthi-sutta descrive diversi modi in cui si ottiene la retta visione, la maggior parte dei quali si basa su un esame approfondito di questo o quell’anello dell’origine dipendente. Rispetto a ciascuno degli anelli, il presupposto per la retta visione è aver compreso il fenomeno in sé e per sé, la sua origine, la sua cessazione, e la via che conduce alla sua cessazione. In tal modo, il Sammaditthi-sutta applica il classico schema delle quattro nobili verità a ciascuno degli anelli dell’origine dipendente.

Il tema dell’origine dipendente viene ripreso anche in una spiegazione della retta visione fornita dal Kaccanagotta-sutta. Qui la retta visione è sinonimo della via di mezzo dell’origine dipendente, che evita gli estremi del ‘tutto è’ e del ‘tutto non è’.

Altri discorsi indicano che vedere il carattere impermanente dei cinque aggregati, dei sei sensi e dei rispettivi oggetti costituisce la retta visione. Secondo questi discorsi, ‘vedere correttamente’ gli aggregati o i sensi come impermanenti suscita il disincanto e il distacco dai desideri, aprendo la strada alla liberazione. Un’analoga prospettiva sulla retta visione si può trovare nel Mahasalayatanika-sutta, che definisce come retta visione l’abbandono della brama e del diletto nei riguardi delle sei sfere sensoriali e delle sensazioni che sorgono in dipendenza da esse .

3.5 La retta visione e le quattro nobili verità

Che si tratti di un’accurata percezione dell’origine dipendente di dukkha, o del carattere impermanente, e quindi insoddisfacente, dei cinque aggregati o delle sei sfere sensoriali, la retta visione in tutte le sue formulazioni consiste, in sostanza, nella percezione diretta delle quattro nobili verità. Così come le tutte le impronte di animale entrano nell’orma dell’elefante, tutti gli insegnamenti del Buddha sono contenuti nelle quattro nobili verità. Non sorprende, dunque, che la definizione di retta visione che ricorre più spesso nei discorsi parli semplicemente di percezione diretta delle quattro nobili verità: “conoscere dukkha, la sua origine, la sua cessazione e il sentiero che porta alla sua cessazione: questa è la retta visione”.

La retta visione applicata alle quattro nobili verità è assimilabile al quadruplice metodo di diagnosi e prescrizione dell’antica medicina indiana: partendo dal riconoscimento della malattia (dukkha) e del virus che ne è responsabile (tanha), passa alla prognosi di guarigione (nibbana) e alla cura da intraprendere (magga) per pervenirvi. Il parallelo mette in luce l’orientamento pragmatico della retta visione.

In effetti, le quattro nobili verità non sono semplici proposizione da accettare, ma rappresentano piuttosto un approccio alla verità articolato in quattro aspetti. Ciascuno di questi aspetti richiede una particolare attività: la prima verità deve essere ‘compresa’, la seconda va ‘abbandonata’, la terza va ‘verificata’, e la quarta ‘sviluppata’. La serie di attività qui descritta conferma che la retta visione è una questione di pratica e di realizzazione.

Perciò, in cosa consiste la retta visione rapportata alle quattro nobili verità? In termini pratici, consiste nell’identificare ogni forma di attaccamento come causa del sorgere di dukkha. Per riconoscere l’attaccamento come e quando si manifesta occorre monitorare la propria condizione mentale con la maggiore continuità possibile. Per orientarsi in questa attività di monitoraggio basta semplicemente chiedersi: “questo conduce a dukkha?” oppure: “porta alla libertà da dukkha?”, una domanda da porsi tanto in relazione a se stessi che in relazione agli altri.

La regolare rievocazione o ripetizione silenziosa di questa semplice massima porterà, nel tempo, a una consapevolezza sempre più chiara del suo significato essenziale, a una ‘sensibilità’ di fondo nei confronti della direzione suggerita che diventa abituale e pre-concettuale. Messa in pratica in questo modo, la prospettiva che sottende questo principio finirà per riemergere spontaneamente nel corso di tutte le attività fornendo il necessario orientamento.

La retta visione come capacità di identificare nell’attaccamento il responsabile del sorgere di dukkha fa anche da sfondo alla disamina delle opinioni offerta dall’Atthakavagga del Suttanipata, in cui numerosi versi esaltano i vantaggi dell’andare oltre le opinioni. Ossia, lasciare andare tutte le opinioni, nel senso di spogliarsi dall’attaccamento e dal dogmatismo, non è altro che mettere in pratica la conoscenza delle quattro nobili verità. Ciò non significa, però, che questa stessa conoscenza debba essere abbandonata. Anzi, sarà proprio questa, in quanto retta visione antesignana dell’intero sentiero, a persistere fino e oltre allo stadio del completo risveglio.

Che la retta visione permanga anche quando le ‘opinioni’ sono lasciate da parte si può dedurre da un verso, sempre del Suttanipata, che esorta a “non inoltrarsi nei punti di vista” ma “esercitare la visione”. Analogamente, l’Aggivacchagotta-sutta sottolinea che il Buddha aveva abbandonato “i punti di vista” (ditthi) dopo aver “visto” (dittham) il carattere impermanente dei cinque aggregati. Il gioco di parole sui vari derivati dello stesso termine pali mostra chiaramente che una volta lasciate andare le opinioni la visione permane, intesa come la facoltà di discernimento rappresentata dalla retta visione. In breve: la retta visione, in quanto prospettiva dischiusa da una comprensione profonda, è ciò che vede o penetra ‘attraverso’ qualsiasi altra visione o punto di vista.

Pertanto, lo schema delle quattro nobili verità, corrispondente alla definizione classica della retta visione, si può applicare anche alle opinioni: conoscere le opinioni, la loro origine, la loro cessazione e il sentiero che porta alla loro cessazione. Questa conoscenza libera da dukkha. Ed è a motivo di ciò che le quattro nobili verità diventano retta visione, in quanto portano al disincanto, alla pace, alla conoscenza diretta e al nibbana.

Perché la retta visione sfoci nel completo risveglio, il suo sviluppo deve dipendere da separazione, distacco e cessazione, e culminare nel lasciar andare. Un’analoga sfumatura è sottintesa anche nella specificazione fatta dal Kosambiya-sutta, secondo cui l’esercizio della retta visione dovrebbe produrre tranquillità e pace interiore. In linea con queste indicazioni sull’atteggiamento emotivo da tenersi nei riguardi delle opinioni, il Madhupinika-sutta riferisce che il Buddha, sfidato a pronunciarsi su quale fosse la sua opinione, risponde pacatamente che la sua opinione è tale da portare all’assenza di conflitto con chicchessia.

Questi passi mostrano che il concetto di retta visione nel buddhismo antico non riguarda solo i contenuti, ma anche l’atteggiamento. Solo una retta visione senza attaccamento e aggrapparsi può dischiudere al massimo il proprio potenziale di far avanzare sul sentiero.

Esercitata in questo modo, la retta visione diventa la via d’uscita da tutte le opinioni, ed è quindi fruttuosa, conveniente, salutare, apportatrice di felicità, ed è la via luminosa; pertanto va seguita, coltivata, pienamente apprezzata e realizzata. In breve: così come il Gange tende e porta al mare, allo stesso modo la retta visione tende e porta al nibbana.

Brani tratti da: Dall’attaccamento al vuoto – escursioni nel pensiero del buddhismo antico di Bhikkhu Analayo. Traduzione di Letizia Baglioni e Giuliana Martini. Per libera distribuzione.