MN 146: Nandakovâda Sutta - Istruzione di Nandako

Riscrittura a partire dall'italiano di De Lorenzo, da Pier Antonio Morniroli ed Enrico Federici.
Per distribuzione gratuita esclusivamente.

Questo ho sentito. Una volta il Sublime dimorava presso Sâvatthî, nella Selva del Vincitore, nel parco di Anâthapindiko. In quel tempo Mahâpajâpatî la Gotamide, insieme a cinquecento monache, si recò dal Sublime e disse:

"Istruisca il Sublime le monache, le ammaestri, tenga un discorso sulla Dottrina."

In quel periodo i monaci anziani, a turno, istruivano le monache, ma l'on. Nandako, quando fu la sua volta, non intendeva farlo. Il Sublime si rivolse all'on. Ânando: "A chi spetta oggi di istruire le monache, secondo il turno?"

"A Nandako, Signore, ma egli non vuole farlo."

Allora il Sublime si rivolse all'on. Nandako: "Istruisci tu le monache, ammaestrale, tieni un discorso sulla Dottrina." E quello, obbedendo al Sublime, prese mantello e scodella, e si recò a Sâvatthî per l'elemosina. Raccolto e consumato il cibo elemosinato, si diresse insieme ad un compagno verso il Parco Reale. Le monache, avendolo visto arrivare, prepararono un sedile e l'acqua per i piedi. L'on. Nandako si sedette, si lavò i piedi, e le monache, salutando riverentemente, si sedettero accanto. E l'on. Nandako disse: "Si tenga un discorso a domanda e risposta. Quindi, se si comprende, si dica: 'Comprendiamo'; se no, si dica: 'Non comprendiamo'. Però, su quello su cui vi è dubbio o incertezza, io sia di nuovo interrogato: 'Questo, signore, com'è? Quale ne è il senso?' "

"Noi siamo liete, signore, del tanto che il signore ci concede!"

"Che pensate di questo, sorelle: l'occhio è permanente o impermanente?"

"Impermanente, signore!"

"Ciò che è impermanente è doloroso o piacevole?"

"Doloroso, signore!"

"E ciò che è impermanente, doloroso, mutevole, lo si può ora considerare così: 'Questo è mio, questo sono io, questo è me stesso?"

"No di certo, signore!"

"Che pensate di questo, sorelle: l'orecchio, il naso, la lingua, il corpo, la mente sono permanenti o impermanenti?"

"Impermanenti, signore!"

"E ciò che è impermanente è doloroso o piacevole?"

"Doloroso, signore!"

"E ciò che è impermanente, doloroso, mutevole, lo si può ora considerare così: 'Questo è mio, questo sono io, questo è me stesso?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"Noi abbiamo già ben visto, signore, conforme a realtà, con perfetta sapienza: 'Queste sei sedi interne dei sensi sono impermanenti' "

"Bene, sorelle, bene: così appunto ciò è visto dal santo discepolo, conforme a realtà, con perfetta sapienza. Che pensate di questo, sorelle: le forme sono permanenti o impermanenti?"

"Impermanenti, signore!"

"E ciò che è impermanente è doloroso o piacevole?"

"Doloroso, signore!"

"E ciò che è impermanente, doloroso, mutevole, lo si può ora considerare così: 'Questo è mio, questo sono io, questo è me stesso?"

"No di certo, signore!"

"Che pensate di questo, sorelle: i suoni, gli odori, i sapori, i contatti, le cose sono permanenti o impermanenti?"

"Impermanenti, signore!"

"E ciò che è impermanente è doloroso o piacevole?"

"Doloroso, signore!"

"E ciò che è impermanente, doloroso, mutevole, lo si può ora considerare così: 'Questo è mio, questo sono io, questo è me stesso?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"Noi abbiamo già ben visto, signore, conforme a realtà, con perfetta sapienza: 'Queste sei sedi esterne dei sensi sono impermanenti' "

"Bene, sorelle, bene: così appunto ciò è visto dal santo discepolo, conforme a realtà, con perfetta sapienza. Che pensate di questo, sorelle: la coscienza visiva è permanente o impermanente?"

"Impermanente, signore!"

"E ciò che è impermanente è doloroso o piacevole?"

"Doloroso, signore!"

"E ciò che è impermanente, doloroso, mutevole, lo si può ora considerare così: 'Questo è mio, questo sono io, questo è me stesso?"

"No di certo, signore!"

"Che pensate di questo, sorelle: la coscienza uditiva, quella olfattiva, quella gustativa, quella tattile e quella mentale è permanente o impermanente?"

"Impermanente, signore!"

"E ciò che è impermanente è doloroso o piacevole?"

"Doloroso, signore!"

"E ciò che è impermanente, doloroso, mutevole, lo si può ora considerare così: 'Questo è mio, questo sono io, questo è me stesso?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"Noi abbiamo già ben visto, signore, conforme a realtà, con perfetta sapienza: 'Questi sei gruppi di coscienza sono impermanenti' "

"Bene, sorelle, bene: così appunto ciò è visto dal santo discepolo, conforme a realtà, con perfetta sapienza. Così come, sorelle l'olio di una lampada accesa, il lucignolo, la fiamma e la luce sono impermanenti e mutevoli, chi ora dicesse: 'L'olio, il lucignolo e la fiamma sono impermanenti e mutevoli, ma la luce della lampada è permanente, stabile, perpetua, immutabile'; direbbe rettamente?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"Perché se l'olio, il lucignolo e la fiamma sono impermanenti e mutevoli, anche la luce lo sarà."

"Lo stesso è di chi dicesse: 'Queste sei sedi interne dei sensi sono impermanenti e mutevoli, ma ciò che tramite esse io provo di piacere, o dolore, o nessuno dei due, quello è permanente, stabile, perpetuo, immutabile'; direbbe rettamente?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"In conseguenza di questa o quella causa, signore, sorgono queste o quelle sensazioni; col cessare di questa o quella causa, cessano queste o quelle sensazioni."

"Bene, sorelle, bene: così appunto ciò è visto dal santo discepolo, conforme a realtà, con perfetta sapienza. Così come di un grande, eretto, massiccio albero, la radice, il tronco, il fogliame e l'ombra sono impermanenti e mutevoli, chi ora dicesse: 'La radice, il tronco, il fogliame di quell'albero sono impermanenti e mutevoli, ma la sua ombra è permanente, stabile, perpetua, immutabile'; direbbe rettamente?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"Perché se la radice, il tronco, il fogliame di quell'albero sono impermanenti e mutevoli, lo è anche la sua ombra."

"Lo stesso è di chi dicesse: 'Queste sei sedi esterne dei sensi sono impermanenti e mutevoli, ma ciò che io, tramite esse, provo di piacere, o dolore, o di nessuno dei due, quello è permanente, stabile, perpetuo, immutabile'; direbbe rettamente?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"In conseguenza di questa o quella causa, signore, sorgono queste o quelle sensazioni; col cessare di questa o quella causa, cessano queste o quelle sensazioni."

"Bene, sorelle, bene: così appunto ciò è visto dal santo discepolo, conforme a realtà, con perfetta sapienza. Così come se un abile macellaio o un suo garzone, avendo ucciso una vacca, con un affilato coltello la scuoiasse senza guastarne l'interno corpo e senza guastarne l'esterna pelle, ma incidendo solo quello che vi è tra di essi di membrane, tendini e legamenti, ed avendolo fatto, ricoprisse la carne del corpo con la pelle dicendo: 'Così la vacca è ricongiunta con la sua pelle'; direbbe rettamente?"

"No di certo, signore!"

"E perché no?"

"Perché quella vacca non è ricongiunta con la sua pelle."

"Ora vi spiego il senso del mio paragone. L'interno corpo di carne è una designazione delle sei sedi interne dei sensi. La pelle è una designazione delle sei sedi esterne dei sensi. Quello che fra i due vi è di membrane, tendini e legamenti è una designazione della brama del piacere. Il coltello affilato è designazione della santa sapienza. Sette risvegli, sorelle, vi sono, con l'esercizio e lo svolgimento dei quali il monaco, esaurendo le manie, può fare a sé palese, realizzare e raggiungere la redenzione dell'animo senza manie, redenzione di sapienza. Ecco, il monaco produce il risveglio della meditazione, il risveglio dell'investigazione, il risveglio della forza, il risveglio della serenità, il risveglio della calma, il risveglio del raccoglimento, il risveglio dell'indifferenza; ogni risveglio connesso al distacco, alla rinunzia, alla cessazione, trapassante alla consumazione."

Quindi ora l'on. Nandako, avendo istruito le monache, le congedò: "Andate, sorelle, è tempo."

Allora quelle monache, approvando e lodando il discorso dell'on. Nandako, si alzarono, salutarono riverentemente, gli girarono sulla destra e si recarono dal Sublime. Lo salutarono riverentemente e ristettero accanto, ma anche il Sublime le congedò: "Andate, monache: è tempo." Allora le monache, salutandolo riverentemente, gli girarono sulla destra e si allontanarono. E il Sublime, poco dopo, si rivolse ai monaci: "Così come nella notte prima del plenilunio in molta gente v'è dubbio ed incertezza: 'È ancora manchevole la luna, o è già piena?'; ma la luna è appunto ancora manchevole: così pure quelle monache sono contente dell'esposizione della dottrina dell'on. Nandako, ma non ne sono ancora pienamente persuase." Quindi, rivolgendosi all'on. Nandako: "Domani tu ripeterai a quelle monache la stessa istruzione."

E l'on. Nandako l'indomani, obbedendo al Sublime, nelle stesse circostanze, con le medesime parole ripeté la stessa istruzione, e poi dette loro licenza. E dopo che le monache, recatesi dal Sublime, ebbero avuto anche da lui licenza, il Sublime si rivolse ai monaci: "Così come nella notte del plenilunio non v'è più nella gente il dubbio e l'incertezza perché allora la luna è proprio piena: così appunto, monaci, quelle monache sono ora contente e pienamente persuase dell'esposizione della dottrina dell'on. Nandako. Di quelle cinquecento monache, anche l'ultima è entrata nella corrente, è scampata al pericolo e procede sicura verso il pieno risveglio."

Questo disse il Sublime. Contenti quei monaci approvarono le sue parole.