MN 130: Devadûta Sutta - Messi divini

Riscrittura a partire dall'italiano di De Lorenzo, da Pier Antonio Morniroli ed Enrico Federici.
Per distribuzione gratuita esclusivamente.

Questo ho sentito. Una volta il Sublime dimorava presso Sâvatthî, nella Selva del Vincitore, nel parco di Anâthapindiko. Là Egli si rivolse ai monaci: "Come se vi fossero due edifici con porte, ed un uomo di buona vista, stando nel mezzo, vedesse gli uomini entrare in casa e uscire, andare e venire, allo stesso modo io con l'occhio celeste, sovrumano, vedo gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e brutti, felici ed infelici, e vedo come gli esseri sempre secondo la azioni risorgono: 'Questi cari esseri certo sono in opere, in parole, in pensieri dediti al bene, non biasimano ciò che è santo, hanno retta veduta che li fa agire rettamente; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi risorgono in mondo celeste. Ed anche questi altri cari esseri dediti al bene, non biasimano ciò che è santo, hanno retta veduta che li fa agire rettamente; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi risorgono tra gli uomini. Questi altri cari esseri sono dediti al male, biasimano ciò che è santo, hanno falsa veduta che li fa agire falsamente; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte risorgono tra gli spettri. Ed anche quest'altri che sono dediti al male, dopo la morte risorgono da matrice animale. E questi altri ancora, dediti al male, finiscono in sofferenza all'inferno.'

Quest'ultimo, monaci, i custodi infernali, afferrandolo per le braccia, lo presentano a Yamo, il re della morte: 'Questo, Maestà, è stato un uomo empio, senza rispetto e riguardo per ciò che è buono, santo, sommo: vostra Maestà gli infligga la pena.'

Ed il re Yamo lo interroga, lo esamina, lo giudica sul primo messo divino: 'Caro uomo, hai visto tra gli uomini il primo messo divino?' E quello risponde: 'Non l'ho visto, signore!'

E Yamo: 'Non hai visto tra gli uomini un bambino tenero e debole, giacente sul dorso, immerso nelle sue feci?' E quello: 'L'ho visto, signore!'

E Yamo: 'Essendo tu intelligente e grande, non ti è venuto in mente: 'Anch'io ora sono soggetto a nascita, non l'ho superata; orsù dunque, voglio agire bene in opere, parole e pensieri.'? E quello: 'Non ne sono stato capace, signore, sono stato negligente!' E Yamo: 'Allora ti tratterò da negligente perché le cattive azioni fatte da te, non sono state fatte da tua madre, né da tuo padre, da tuo fratello, da tua sorella, né da amici e compagni, da parenti e congiunti, né da asceti e sacerdoti, né dagli dèi: le cattive azioni le hai fatte tu, e tu stesso ne proverai le conseguenze.'

Quindi il re Yamo lo interroga sul secondo messo divino: 'Hai visto il secondo messo divino?' E quello: 'Non l'ho visto!' 'Non hai visto tra gli uomini una donna o un uomo ottantenne, novantenne o centenne, vecchio, curvo, deforme, camminare tremolante appoggiato al bastone, debole, infermo, sdentato, col capo calvo o canuto, col corpo rugoso e grinzoso?' E quello: 'L'ho visto, signore!' E Yamo: 'Essendo tu intelligente e grande, non ti è venuto in mente: 'Anch'io ora sono soggetto a vecchiaia, non l'ho superata: orsù dunque, voglio agire bene in opere, parole e pensieri.'? E quello: 'Non ne sono stato capace, sono stato negligente!'

E Yamo: 'Allora ti tratterò da negligente perché le cattive azioni le hai fatte tu, e nessun altro, quindi ne proverai le conseguenze.'

Ora il re Yamo lo interroga sul terzo messo divino: 'Non hai visto tra gli uomini una donna o un uomo, infermo, dolente, gravemente ammalato, giacente nei suoi escrementi, da altri sollevato e curato?' E quello: 'L'ho visto, signore.' E Yamo: 'Essendo tu intelligente e grande, non ti è venuto in mente: 'Anch'io ora sono soggetto a malattia: orsù dunque, voglio agire bene in opere, parole e pensieri.'? E quello: 'Non ne sono stato capace.'

E Yamo: 'Allora ti tratterò da negligente perché le cattive azioni le hai fatte tu, e nessun altro, quindi ne proverai le conseguenze.'

Ora il re Yamo lo interroga sul quarto messo divino: 'Non hai visto tra gli uomini come i re, avendo fatto arrestare un ladro, un malfattore, gli fanno applicare diverse pene, dalle verghe sino alla decapitazione?' E quello: 'L'ho visto, signore.'

E Yamo: 'Essendo tu intelligente e grande, non ti è venuto in mente: 'Quelli che fanno cattive azioni subiscono anche in vita diverse pene, tanto peggio in seguito: orsù dunque, voglio agire bene in opere, parole e pensieri.'? E quello: 'Non ne sono stato capace.'

E Yamo: 'Allora ti tratterò da negligente perché le cattive azioni le hai fatte tu, e nessun altro, quindi ne proverai le conseguenze.'

Ora il re Yamo lo interroga sul quinto messo divino: 'Non hai visto tra gli uomini una donna o un uomo morto da più giorni, gonfio, annerito, in putrefazione?' E quello: 'L'ho visto, signore.'

E Yamo: 'Essendo tu intelligente e grande, non ti è venuto in mente: 'Anch'io ora sono soggetto alla morte: orsù dunque, voglio agire bene in opere, parole e pensieri.'? E quello: 'Non ne sono stato capace.' E Yamo: 'Allora ti tratterò da negligente perché le cattive azioni le hai fatte tu, e nessun altro, quindi ne proverai le conseguenze.'

Quindi il re Yamo avendolo interrogato e giudicato, tace.

Ora i custodi infernali, accogliendolo, gli applicano il supplizio del quintuplo chiodo: gli infiggono un aculeo di ferro rovente in una mano, un altro nell'altra mano, un altro in un piede, un altro nell'altro piede, e un quinto in mezzo al petto: per cui egli ha da provare sensazioni dolorose, cocenti; né può finire il suo tempo finché la sua cattiva azione non è esaurita.

I custodi infernali lo spaccano con le scuri; lo mettono sottosopra e lo sezionano coi coltelli; lo aggiogano ad un carro e lo trascinano avanti e indietro su un terreno ardente; gli fanno ascendere e discendere una grande montagna di brace ardente; lo gettano sottosopra in un recipiente con ferro in fusione, per cui egli è cotto, ridotto in schiuma, e va su, giù e di traverso, provando sensazioni dolorose, cocenti.

Lo gettano poi nel grande inferno che ha quattro cantoni con quattro porte ai lati, ed è cinto da una muraglia di ferro, sormontato da una volta di ferro, e il suo pavimento di ferro arroventato irradia intorno calore per cento leghe. In questo grande inferno una fiamma, sprizzando e rimbalzando da una parete all'altra gli fa provare sensazioni dolorose, cocenti, pungenti; che non cessano finché non ha scontato le sue cattive azioni.

Ora avviene, monaci, che una volta ogni tanto, nel corso di lungo tempo, la porta orientale di quel grande inferno si apre; e quello con corsa veloce cerca di fuggire, e mentre fugge gli brucia la pelle, la carne, i tendini e se ne vanno in fumo le ossa, ma egli risorge di nuovo lo stesso. E quando egli ha provato a fuggire molte volte, la porta si chiude. Ed egli soffre molto e la sofferenza non cessa finché non ha scontato le sue cattive azioni.

Capita la stessa cosa anche con tutte le altre tre porte dell'inferno. Avviene poi che si apre di nuovo la porta orientale, ed egli fugge, e mentre fugge gli brucia la pelle, la carne, i tendini e se ne vanno in fumo le ossa, ma egli risorge di nuovo lo stesso, fugge per quella porta, ma finisce nell'adiacente grande inferno di sterco. Egli vi cade dentro, e in quello vi sono vermi con bocche aghiformi che forano la pelle, la carne, i tendini, le ossa e ne succhiano il midollo. Ed egli soffre molto e la sofferenza non cessa finché non ha scontato le sue cattive azioni.

L'inferno di sterco è connesso ad un grande inferno di cani. Egli vi cade, soffre molto e la sofferenza non cessa finché non ha scontato le sue cattive azioni.

All'inferno di cani è connessa una grande selva di cotone spinoso, estesa per miglia, irta di spine lunghe sedici pollici, rovente, ardente. Lì lo trascinano su e giù ed egli soffre molto e la sofferenza non cessa finché non ha scontato le sue cattive azioni.

Alla selva di cotone spinoso è connessa una grande selva di foglie taglienti come sciabole. Egli vi entra e quelle foglie, agitate dal vento, gli tagliano le mani, i piedi, le orecchie, il naso: per cui egli prova sensazioni dolorose che non s'arrestano sino a che le sue cattive azioni non sono esaurite.

Alla selva di foglie taglienti è connesso un gran fiume di acqua salata. Egli vi cade ed è trascinato con la corrente e contro corrente più volte: per cui egli prova sensazioni dolorose che non s'arrestano sino a che le sue cattive azioni non sono esaurite. Ora i custodi infernali, traendolo su con un uncino e deponendolo in terra, gli chiedono: 'Caro uomo, che desideri?' Ed egli risponde: 'Sono affamato, signori!' Allora essi gli aprono la bocca con una tenaglia di ferro arroventata, e gli introducono in bocca una palla di rame rovente che gli arde la bocca, la gola, il petto e, strappandogli interiora ed intestino, esce dalla parte di sotto. Così egli prova sensazioni dolorose che non s'arrestano sino a che le sue cattive azioni non sono esaurite. Quindi i custodi gli chiedono: 'Caro uomo, che desideri?' Ed egli risponde: 'Sono assetato, signori!' Allora essi gli aprono la bocca con una tenaglia di ferro arroventata, e gli versano in bocca rame fuso ardente che gli arde la bocca, la gola, il petto e, strappandogli interiora ed intestino, esce dalla parte di sotto. Così egli prova sensazioni dolorose che non s'arrestano sino a che le sue cattive azioni non sono esaurite. Ora i custodi lo gettano di nuovo nel grande inferno.

Una volta, monaci, al re Yamo venne questo pensiero: 'Quelli che nel mondo fanno cattive azioni, subiscono tali diverse pene. Oh, se io potessi rinascere come uomo, e sorgesse nel mondo il Compiuto, il santo, perfetto Svegliato, ed io potessi stare accanto a Lui, al Sublime, ed Egli mi esponesse la Dottrina, ed io la intendessi!'

Questo, monaci, io lo dico senza averlo udito da altro asceta o sacerdote, ma per averlo io stesso riconosciuto, veduto e compreso."

Questo disse il Sublime. E il Maestro aggiunse:

"Quei, che esortati da messi divini,
uomini stolti e negligenti restano,
assai lungamente essi penano,
in tristi, infelici condizioni rinati.

Ma quei, che esortati da messi divini,
vivono da santi uomini buoni,
seguaci non negligenti
della nobile, santa dottrina,

nell'attaccamento la causa scorgenti
della nascita e morte perenne,
senz'attaccamento redenti
dal rinnovarsi di nascita e morte:

questi, sicuri, beati,
in vita già estinti,
sfuggiti ad ogni timore,
sorpassano ogni dolore."