Milindapañha: Libro IV – Capitolo I

La luce del Dhamma

Maestro di parole e di acume, sagace e saggio
Milinda cercò di verificare l’abilità del sapiente Nagasena.
Senza mai lasciarlo, sempre,
gli pose delle domande e lo interrogò fino a che
la sua abilità divenne idiozia.
Allora divenne un discepolo dei Sacri Testi.
Tutta la notte, in segreto, egli meditò
sulle Scritture divise in nove sezioni, e perciò trovò
dei Dilemmi difficili da risolvere e pieni di tranelli.
E così pensò: “Le parole del Buddha Glorioso
sono multiformi, alcune chiarificatrici,
altre dette in momenti opportuni,
altre ancora che trattano esaurientemente di punti essenziali.
A causa dell’ignoranza, ogni volta,
nasceva una disputa sull’argomento che
il Re della Rettitudine presentava
in questi dialoghi sottili e dissimili.
Ora lasciatemi giungere all’orecchio di Nagasena,
e fatemi mostrare ciò che sembra così strano
e difficile – ed anche contraddittorio – affinché
lo chiarisca. Così in tempi futuri, quando l’umanità
comincerà ad avere dubbi, la luce delle sue spiegazioni
la guiderà lungo il sentiero del Dhamma.

Il voto di Milinda

2. Ora Milinda il re, verso l’alba, dopo essersi lavato, con mani giunte e portate alla fronte, richiamò alla mente i Buddha del passato, del presente e del futuro, e solennemente intraprese l’osservanza dell’ottuplice voto, dicendosi: “Per sette giorni da ora farò penitenza osservando le otto regole, e quando il mio voto sarà portato a termine mi recherò dal maestro e gli porrò, come domande, questi dilemmi.” Così Milinda il re mise da parte il solito abbigliamento e tutti gli ornamenti e vestì la veste gialla, con soltanto un turbante d’asceta sul capo, come un’eremita d’aspetto eseguì l’ottuplice rinuncia, tenendo a mente il voto. “Per questi sette giorni non dovrò decidere nessun caso legale. Non darò nutrimento a pensieri avidi, né a pensieri nocivi, né a pensieri ingannevoli. Verso tutti gli schiavi, servi e dipendenti sarò modesto e mite. Controllerò attentamente ogni azione fisica e ogni organo di senso. E riempirò la mia mente di pensieri amorevoli verso tutti gli esseri.” E così per sette giorni osservò questo ottuplice voto, fissando la sua mente in questa ottuplice legge morale. Quindi al finir della notte, all’alba del nuovo giorno, fece colazione molto presto e poi con occhi bassi e parole misurate, gentile nei modi, con mente raccolta, contento e soddisfatto si recò da Nagasena. Dopo essersi prostrato ai suoi piedi, stette rispettosamente da parte, e poi disse:

3.“Vi è un argomento, venerabile Nagasena, che desidero discutere con voi da solo. Non voglio che vi siano altre persone presenti. In qualche posto deserto, in qualche luogo isolato nella foresta, adatto per un asceta, vorrei parlare di questo argomento con voi. E non tenetemi nulla nascosto, nulla segreto. Ora io sono pronto ad ascoltare tutte le realtà segrete. E ciò che intendo dire può essere più chiaro con un esempio. Come alla grande terra, O Nagasena, è giusto consegnare tesoro quando vi è l’occasione, così è giusto consegnare a me queste realtà segrete.”

Gli otto luoghi da evitare

Quindi dopo essersi recato con il maestro in un posto isolato così disse: “Ci sono otto tipi di luoghi, Nagasena, da evitare se ci si vuole consultare. Nessun uomo saggio discuterà di una questione in tali luoghi, o la questione precipita e non si arriva ad alcuna conclusione. E quali sono questi otto luoghi? Terreno accidentato, luoghi pericolosi, luoghi ventosi, luoghi nascosti, luoghi sacri, strade principali, ponti di bambù e bagni pubblici.”
Il monaco chiese: “Qual è la disapprovazione per ognuno di questi luoghi?”
Il re replicò: “Su terreno accidentato, Nagasena, la questione si discute in modo discontinuo, è prolissa e non si giunge a nessuna conclusione. In luoghi pericolosi la mente è agitata e, quindi, non segue chiaramente l’argomento. In luoghi ventosi la voce è poco chiara. In luoghi nascosti vi sono spioni. In luoghi sacri la questione discussa viene distolta dai posti circostanti. Su una strada principale la questione diventa frivola, su un ponte instabile e dondolante, in un bagno pubblico la discussione diventerebbe di dominio pubblico. Perciò è stato detto:
“Terreno ineguale, luoghi pericolosi e ventosi,
luoghi nascosti, sacrari infestati da spettri,
strade principali, ponti e bagni pubblici –
Questi otto evitate quando discutete di cose eccelse.”

Otto tipi di persone

“Vi sono otto tipi di persone, Nagasena, che quando discutono di una questione rovinano la discussione. E quali sono? Il lussurioso, il malvagio, il falso, l’orgoglioso, l’avido, l’accidioso, il testardo e lo sciocco.”
“Qual è la disapprovazione per ognuna di queste persone?”
“Il primo rovina la discussione a causa della sua lussuria, il secondo per la sua malvagità, il terzo per i suoi inganni, il quarto per il suo orgoglio, il quinto per la sua avidità, il sesto per la sua accidia, il settimo per la sua ottusità e l’ultimo per la sua follia. Perciò è stato detto:
“ Il lussurioso, l’uomo irato e sconcertato,
l’orgoglioso, l’avido, o l’accidioso,
il testardo ed il povero stolto –
Questi otto rovinano ogni eccelso argomento.”

Nove tipi di persone

“Ci sono nove tipi di persone, Nagasena, che non sanno mantenere un segreto e non lo custodiscono nel loro cuore. E quali sono? Il lussurioso lo rivela per cupidigia, il malvagio per soddisfare la sua cattiveria, il falso per ingannare gli altri. Il timido lo rivela per paura, l’avido per soddisfare un suo desiderio. Una donna lo rivela per debolezza, un beone per soddisfare la sua sete, un eunuco per la sua imperfezione ed un bambino per leggerezza.

Perciò è stato detto:
“L’uomo lussurioso, irascibile o turbato,
l’uomo timido e in cerca di un guadagno,
una donna, un beone, un eunuco o un bambino –
questi nove sono volubili, insicuri e gretti.
Quando si parla con loro di cose segrete
subito esse diventano di dominio pubblico.”

Otto cause

“Vi sono otto cause, Nagasena, che fanno avanzare e migliorare la pratica di visione profonda. E quali sono? L’esperienza dovuta agli anni, la buona reputazione, le frequenti domande, i buoni maestri, la propria riflessione, il dialogo con il saggio, il coltivare l’altruismo ed il dimorare in luoghi piacevoli.

Perciò è stato detto:
“Con la buona reputazione e con gli anni,
con le domande e con l’aiuto del maestro,
con la riflessione e il dialogo con il saggio,
con l’amore verso gli altri,
con il dimorare in un luogo piacevole –
con queste otto si purifica la visione profonda.
Chi le possiede fa crescere la propria saggezza.”

Le virtù di un maestro

“Questo luogo, Nagasena, è adatto per discutere di qualsiasi argomento ed io sono il compagno ideale per chiunque. So custodire un segreto e custodirò il vostro per tutta la vita. In tutti gli otto modi appena descritti è cresciuta la mia visione profonda. E’ difficile trovare un discepolo come me.
Ora con un discepolo così retto, il maestro dovrebbe possedere tutte le venticinque virtù del buon maestro. E quali sono? Egli deve, sempre e senza mai sbagliare, controllare il suo discepolo. Egli deve fargli conoscere ciò che bisogna coltivare e ciò che bisogna evitare. Egli deve istruirlo sul dormire e come mantenersi sano, cosa mangiare e cosa no. Egli dovrebbe insegnargli la scelta del cibo e dividere con lui tutto il cibo elemosinato. Egli dovrebbe incoraggiarlo, dicendo: “Non aver paura. Avrai beneficio (da ciò che ti ho insegnato).” Egli dovrebbe consigliarlo sulle persone, sui villaggi ed il Vihara da frequentare. Egli non dovrebbe mai indulgere in chiacchiere frivole con lui. Notando in lui qualche difetto dovrebbe perdonarlo. Egli dovrebbe essere zelante, non insegnargli nulla in modo parziale, non avere segreti e non essere egoista. Egli dovrebbe considerarlo come fosse un figlio, dicendo a se stesso: “L’ho generato nel sapere.” Egli dovrebbe farlo avanzare nella pratica, dicendo a se stesso: “Come posso renderlo migliore nella pratica?”. Egli dovrebbe essere determinato per farlo forte nella conoscenza, dicendo a se stesso: “Lo renderò potente.” Egli dovrebbe amarlo, mai abbandonarlo di fronte alle necessità, né trascurarlo nei doveri, sempre ammonirlo – rettamente – quando sbaglia. Queste, venerabile, sono le venticinque virtù di un buon maestro. Trattatemi in accordo con esse. Il dubbio, venerabile, mi ha vinto. Ci sono apparenti contraddizioni nelle parole del Glorioso. Su di loro si discuterà ed in tempi futuri sarà difficile trovare un maestro con una visione profonda come la vostra. Illuminatemi su questi dilemmi per vincere ogni avversario.”

Le virtù del discepolo laico

Allora il monaco acconsentì a ciò che fu detto e a sua volta enumerò le virtù che dovrebbe possedere un discepolo laico.
“Questi sono, o re, le dieci virtù di un discepolo laico. Egli condivide le pene e le gioie dell’Ordine. Prende il Dhamma come sua guida. Egli gioisce nel dare finché è capace. Nel vedere il Dhamma del Glorioso decadere fa tutto il possibile per risollevarlo. Egli mantiene rette teorie. Non è una persona fanatica, perciò non cerca di seguire altri maestri durante la sua vita. Sempre si autocontrolla in azioni ed in pensieri. Ama la pace, è una persona pacifica. Non è geloso e non progredisce nella pratica con una mente litigiosa. Egli prende rifugio nel Buddha, nel Dhamma e nel Sangha. Queste, grande re, sono le dieci virtù del discepolo laico. E voi le possedete tutte. Quindi, com’è giusto, nel vedere segni di decadenza nel Dhamma del Glorioso, farete tutto il possibile affinché esso prosperi. Chiedetemi ciò che volete, ve ne do il permesso.

(Qui finisce l’introduzione della soluzione dei dilemmi.)

I DILEMMI
[Sugli onori attribuiti al Buddha]

Gli onori al Buddha

Allora Milinda il re, dopo aver ottenuto il permesso, si prostrò ai piedi del maestro e, con mani giunte in segno di rispetto, disse: “Venerabile Nagasena, alcuni capi di altre sette così affermano: ‘Se il Buddha accetta dei doni non può essere completamente trapassato. Egli è ancora in unione col mondo, continuando la sua esistenza in qualche parte del mondo e partecipando ancora alle realtà mondane; e quindi ogni onore a lui attribuito risulta vano e vuoto. D’altra parte se fosse completamente trapassato, distaccato dal mondo, al di là di ogni esistenza, allora non gli si offrirebbero onori. Perciò ogni atto a lui rivolto diventa vuoto e vano perché colui che è completamente liberato non può accettare onori.’” Questo è un dilemma con due corna. Non è argomento per coloro che sono privi di conoscenza, ma solo per i saggi. Distruggete questa eretica rete e mettetela da parte. A voi ho posto questo enigma. Offrite ai futuri figli del Glorioso occhi per vedere l’enigma per lo sconcerto degli avversari.”

“Il Beato, o re, – replicò il monaco – è completamente liberato. Ed il Beato non accetta doni. Anche ai piedi dell’Albero del Risveglio egli rifiutò ogni tipo di omaggio, tanto più ora che è completamente trapassato con una forma di trapasso che non lascia alcuna radice (per la formazione di una nuova esistenza). Perciò, o re, così è stato detto da Sariputta, il capo della fede:
“Sebbene adorati, questi Ineguagliabili, analogamente
da dei ed uomini, tutti loro non badano
a doni o ad onori. Essi né li accettano
né li rifiutano. In ogni era
tutti i Buddha così furono e così saranno!”

I doni al Tathagata

Il re disse: “Venerabile Nagasena un padre può lodare suo figlio o un figlio suo padre, ma ciò non rappresenta un buon motivo per biasimare gli avversari. E’ soltanto un’espressione delle loro convinzioni. Adesso spiegatemi questa questione in modo completo per sancire la vostra dottrina e districare la rete degli eretici.”

Il monaco replicò: “Il Beato, o re, è totalmente liberato (dalla vita). E, quindi, il Beato non accetta doni. Se deva ed uomini erigono un palazzo per custodire il tesoro di un Tathagata che non accetta i loro doni, mediante quell’omaggio offerto per raggiungere il bene supremo sottoforma di tesoro della sua saggezza, ottengono uno dei tre stati gloriosi. O re, se un grande e glorioso fuoco fosse completamente spento accetterebbe ancora dell’erba o dei rami secchi?”

“Anche quando bruciava, venerabile, non voleva altro nutrimento, perciò se fosse totalmente spento come potrebbe ancora desiderarlo?”

“E quando quell’imponente fuoco fosse cessato e totalmente spento il mondo sarebbe senza fuoco?”
“Certo che no. La legna secca è la fonte primaria, la base del fuoco, ed ogni uomo che desidera del fuoco potrebbe, mediante la propria forza ed energia, presente in tutti gli uomini, anche una sola volta, sfregando dei bastoncini, produrre fuoco e con il fuoco eseguire dei lavori dove si richiede fuoco.”

“Allora ciò che affermano quei capi di sette e cioè: “ un atto fatto a colui che non accetta onori risulta vuoto e vano” – è falso. Come quel grande e glorioso fuoco fu acceso, così anche, grande re, fu acceso il Beato nella gloria della sua Buddhità sui diecimila sistemi di mondi. Come quel fuoco si spense, così il Buddha è trapassato in quella forma di trapasso dove non rimane alcuna radice (di una nuova esistenza). Come il fuoco, una volta spento, non accetta altro nutrimento, analogamente, e per il bene del mondo, è cessato il suo desiderio di ricevere doni. Come gli uomini, quando il fuoco è spento, e non hanno altri mezzi per accendere, mediante la loro forza ed energia, presente in tutti gli uomini,sfregando dei bastoncini producono il fuoco per eseguire dei lavori dove si richiede fuoco – così deva ed uomini, anche se un Tathagata è trapassato e non accetta i loro doni, erigono una casa per custodire il tesoro delle sue reliquie ed offrono onori per raggiungere il bene supremo sottoforma di tesoro della sua saggezza, e per ottenere uno dei tre stati gloriosi. Quindi, grande re, quegli atti compiuti al Tathagata, nonostante sia trapassato e non li accetti, hanno valore e portano frutti.”

“Ora ascoltate un’altra similitudine sullo stesso argomento. Immaginate, o re, che un grande e possente vento nascesse per poi cessare. Avrebbe quel vento la facoltà di nascere di nuovo?”
“Un vento che è cessato non possiede né pensiero né idea di poter nascere di nuovo. E perché? Perché l’elemento vento è una realtà inconscia.”
“O forse, o re, la parola “vento” è ancora riferita a quel vento ormai cessato?”
“Certo che no, venerabile. Ma ventagli e punkah (tipo di ventaglio) sono dei mezzi per produrre vento. Ogni uomo, sofferente il caldo o tormentato dalla febbre, può, attraverso l’uso di ventagli e punkah e mediante la propria forza ed energia, presente in ogni uomo, produrre del venticello e tramite quel vento alleviare il caldo o lenire la febbre.”

“Allora quella affermazione di capi di sette, cioè: “un atto fatto a lui che non lo accetta è vuoto e vano” – è falsa. Come il grande e possente vento che soffiò, anche così, grande re, ha soffiato il Beato sui diecimila sistemi di mondi con il vento del suo amore, così fresco, dolce, calmo, delicato. Come quel vento soffiò per poi cessare, così il Beato, che una volta soffiò con il vento fresco, dolce, calmo e delicato del suo amore, ora è trapassato con quella forma di trapasso in cui non rimane alcuna radice. Come quegli uomini che oppressi dal caldo o tormentati dalla febbre, così deva ed uomini sono tormentati ed oppressi dal triplice fuoco. Come ventagli e punkah sono dei mezzi per produrre vento, così le reliquie ed il tesoro della saggezza di un Tathagata sono dei mezzi per produrre il triplice scopo. E come gli uomini oppressi dal caldo e tormentati dalla febbre possono produrre vento attraverso ventagli e punkah, in modo da alleviare il caldo e lenire la febbre, così deva ed uomini possono, offrendo rispetto alle reliquie ed al tesoro della saggezza del Tathagata, sebbene sia trapassato e non li accetti, far nascere in essi bontà, e da quella bontà alleviare e lenire la febbre ed il tormento del triplice fuoco. Quindi, grande re, gli atti fatti al Tathagata, nonostante sia trapassato e non li accetti, hanno valore e portano frutti.”

“Ora ascoltate un’altra similitudine sullo stesso argomento. Immaginate, o re, un uomo che facesse suonare un tamburo, e poi quel suono cessasse. Avrebbe quel suono la facoltà di riprodursi?”
“Certo che no, venerabile. Il suono è scomparso. Esso non possiede né pensiero né idea di potersi riprodurre. Il suono di un tamburo quando è stato prodotto una volta poi cessa, svanisce completamente. Ma, venerabile, un tamburo è un mezzo per produrre suono. Ed ogni uomo, quando vi è bisogno, può, con lo sforzo in lui presente, colpire quel tamburo e così produrre un suono.”

“Analogamente, grande re, il Beato – tranne l’insegnamento ed il sapere che ha lasciato nella sua dottrina e disciplina ed il tesoro delle sue reliquie, il cui valore è derivato dalla sua rettitudine, contemplazione, saggezza, emancipazione e visione profonda dovute alla sua conoscenza della liberazione – è trapassato con quella forma di trapasso in cui non rimane alcuna radice. Ma la possibilità di ricevere i tre scopi non è cessata anche se il Beato è trapassato. Gli esseri oppressi dalla sofferenza del divenire possono, quando vogliono, ricevere i tre scopi con i mezzi del tesoro delle sue reliquie, della sua dottrina e disciplina e del suo insegnamento. Quindi, grande re, tutti gli atti fatti al Tathagata, nonostante sia trapassato e non li accetti, hanno valore e portano frutti. E questa futura possibilità, grande re, è stata detta, dichiarata, resa manifesta e prevista dal Beato, con queste parole: “Può essere che vi venga questo pensiero: “La parola del Maestro non la udremo più, noi non abbiamo più maestro.” Ma non dovete vedere così le cose. La Legge che vi ho insegnato, la disciplina che ho stabilito, queste saranno il nuovo maestro, dopo il mio trapasso.” Perciò quella affermazione data da eretici, che il Tathagata è ormai trapassato e non accetta più alcun dono, e quindi ogni atto a lui fatto è vuoto e vano – è da considerarsi completamente falsa. Essa non è vera, ingiusta, non veritiera, sbagliata e perversa. E’ causa di sofferenza, ha la sofferenza come suo frutto e conduce sul sentiero della perdizione.”

“Ora ascoltate un’altra similitudine sullo stesso argomento. Possiede la grande terra, o re, la facoltà di far piantare in essa ogni tipo di seme?”
“Certo che no, venerabile.”
“Allora com’è che quei semi, piantati senza il consenso della terra, siano così saldamente e fermamente radicati, per poi crescere come alberi con grandi tronchi, linfa e rami, bei fiori e frutti?”
“Anche se, venerabile, la terra non acconsente, anch’essa agisce come sito per quei semi, come mezzo di crescita. Piantati in quel sito i semi crescono, grazie ad essa, sviluppandosi in grandi alberi con rami, fiori e frutti.”

“Allora, grande re, i settari sono distrutti, sconfitti, indotti in errore dalle loro stesse parole quando affermano che: “un atto fatto a colui che non lo accetta è vuoto e vano”. Come la grande terra, o re, è il Tathagata, l’Arahant, il Buddha supremo. Come la terra non accetta nulla. Come i semi, che grazie ad essa crescono e si sviluppano, sono i deva e gli uomini che, mediante il tesoro delle reliquie e della saggezza del Tathagata – sebbene sia trapassato e non dia il consenso – essendo fermamente radicati con le radici della virtù, diventano come alberi che gettano splendidamente un’ombra con il tronco della contemplazione, la linfa della vera dottrina, i rami della rettitudine, portando i fiori della liberazione ed il frutto dello stato di Arahant. Quindi, grande re, gli atti fatti al Tathagata, nonostante sia trapassato e non li accetti, hanno valore e portano frutti.”

“Ora ascoltate un’altra similitudine sullo stesso argomento. Cammelli, bufali, asini, capre, buoi o uomini hanno il potere di far nascere dei vermi in essi?”
“Certo che no, venerabile.”
“Allora com’è che, senza il loro consenso, nascono i vermi e si moltiplicano?”
“A causa del loro cattivo karma, venerabile.”
“Analogamente, grande re, con il potere delle reliquie e della saggezza del Tathagata, il quale è trapassato e nulla accetta, un atto a lui fatto ha valore e porta frutti.”

“Ora ascoltate un’altra similitudine sullo stesso argomento. Gli uomini, o re, acconsentono che le 98 malattie siano prodotte nei loro corpi?”
“Certo che no, venerabile.”
“Allora com’è che vengono le malattie?”
“A causa delle cattive azioni compiute in precedenti nascite.”
“Ma, grande re, se le cattive azioni compiute in una precedente nascita devono essere sofferte qui ed ora, allora il bene ed il male fatto in questa esistenza o fatto prima ha peso e reca frutto. Quindi gli atti fatti al Tathagata, nonostante sia trapassato e non li accetti, hanno frutto e portano frutti.”

“Ora ascoltate un’altra similitudine sullo stesso argomento. Avete mai sentito parlare, o re, dell’orco di nome Nandaka, che per aver picchiato il Venerabile Sariputta fu inghiottito dalla terra?”
“Sì, venerabile, è un argomento molto popolare fra la gente.”
“Sariputta diede il consenso a quell’azione?”
“Anche se il mondo dei deva e degli uomini dovesse essere distrutto, venerabile, o il sole e la luna dovessero cadere sulla terra, o Sineru il re delle montagne dovesse essere dissolto, il Venerabile Sariputta non avrebbe mai desiderato che venisse inflitta una qualsiasi pena ad una creatura. E perché? Perché ogni condizione mentale che generava in lui sentimenti di rabbia o di offesa era stata sradicata e distrutta. Sariputta, venerabile, non poteva essere in collera neanche con coloro che lo volevano uccidere perché tutte la cause di sentimenti nocivi erano state rimosse.”
“Ma se Sariputta, o re, non diede il consenso a quell’azione perché Nandaka fu inghiottito?”
“A causa delle sue cattive azioni.”

“Allora se è così, grande re, un atto fatto a colui che non lo desidera ha potere e porta frutti. Ciò vale sia per una cattiva azione sia per una buona. Quindi, o re, gli atti fatti al Tathagata, nonostante sia trapassato e non li accetti, hanno valore e portano frutti.”

“Ora, o re, quante sono quelle persone che in questa vita sono state inghiottite dalla terra? Ne avete mai sentito parlare?”
“Sì, venerabile, ne ho sentito parlare.”
“Ditemi allora.”
“Kinka la donna bramano, Suppabuddha il Sakya, il Ven. Devadatta, Nandaka l’orco e Nada il bramano – queste cinque persone sono state inghiottite dalla terra.”
“A chi avevano recato offesa?”
“Al Buddha ed ai suoi discepoli.”
“E il Buddha ed i suoi discepoli desideravano che quelle persone venissero inghiottite dalla terra?”
“Certo che no, venerabile.”
“Quindi, o re, un atto fatto al Tathagata, nonostante sia trapassato e non lo accetti, hanno valore e portano frutti.”

“Questa profonda questione è stata da voi spiegata, venerabile Nagasena, e resa chiara. Avete dissolto ogni dubbio, sciolto il nodo, districato il groviglio, sconfitti i miscredenti, l’errata opinione risulta falsa, i settari sono stati oscurati nell’incontrarvi, o migliore di tutti i maestri!”

L’ONNISCIENZA DEL BUDDHA

La perfetta conoscenza del Buddha

Il Buddha era onnisciente, venerabile Nagasena?”
“Sì, o re. Ma la perfetta conoscenza non era sempre presente in lui. L’onniscienza del Beato era legata alla pratica meditativa. Quando meditava egli conosceva ciò che voleva sapere.”
“Allora, venerabile, il Buddha non poteva essere onnisciente, in quanto la sua conoscenza era raggiunta attraverso la meditazione.”
“Se così fosse, grande re, la conoscenza del nostro Buddha sarebbe stata minore rispetto agli altri Buddha. E ciò sarebbe difficile da ammettere. Ma lasciatemi ulteriormente spiegare. Immaginate, o re, di avere un centinaio di carri di riso, ed ogni carro fosse di sette ammana (staio=una misura di capacità per cereali) e mezzo. Un uomo comune sarebbe capace di dirvi in un attimo quanti tipi di grani ci sono?”

Le sette tipologie di menti

“Vi sono sette tipologie di menti. Coloro, grande re, colmi di avidità, avversione ed ignoranza, cattiva condotta, che non controllano parole, pensieri ed azioni – hanno le loro facoltà mentali che agiscono con difficoltà e lentamente. E perché? Per la condizione non controllata delle loro menti. Sono come i movimenti lenti e pesanti di un grande bambù, che viene trascinato con la sua enorme, vasta, ingombrante ed aggrovigliata vegetazione, e con i rami impigliati fra di loro. Così lenti e pesanti sono i movimenti delle menti di quegli uomini, o re. E perché? A causa degli intricati grovigli di errate disposizioni. Questa è la prima tipologia di mente.”

La seconda tipologia di mente

“Dalla prima si deve distinguere la seconda. Coloro, o re, che sono stati convertiti, per i quali i cancelli dei purgatori sono chiusi, che hanno raggiunto le rette visioni, che hanno compreso la dottrina del Maestro – le loro facoltà di pensiero, riguardo ai tre stati inferiori, vengono velocemente ad essere ed agiscono con facilità. Ma per quanto riguarda gli stati superiori vengono ad essere con difficoltà ed agiscono lentamente. E perché? Perché le loro menti sono state rese chiare riguardo ai tre stati, mentre gli ostacoli (da superare negli stati superiori) sono ancora presenti in essi. E’ come il movimento di un grande bambù che ha un tronco pulito fino al terzo nodo, ma più sopra ha tutti i rami aggrovigliati. Per quanto riguarda il tronco è facilmente trascinabile, mentre diventa difficile per i rami superiori. Questa è la seconda tipologia di mente.”

La terza tipologia di mente

“Dalla seconda si deve distinguere la terza. Coloro, o re, denominati Sakadagami (Coloro che ritornano una volta), nei quali avidità, avversione ed illusione sono ridotte al minimo – le loro facoltà di pensiero, riguardo ai cinque stati inferiori, vengono velocemente ad essere ed agiscono con facilità. Ma per quanto riguarda gli stati superiori vengono ad essere con difficoltà ed agiscono lentamente. E perché? Perché le loro menti sono state rese chiare riguardo a quei cinque stati, mentre gli ostacoli (da superare negli stati superiori) sono ancora presenti in essi. E’ come il movimento di un grande bambù che ha un tronco pulito fino al quinto nodo, ma più sopra ha tutti i rami aggrovigliati. Per quanto riguarda il tronco è facilmente trascinabile, mentre diventa difficile per i rami superiori. Questa è la terza tipologia di mente.”

La quarta tipologia di mente

“Dalla terza si deve distinguere la quarta. Coloro, o re, che sono Anagami (Coloro che non ritornano), i quali hanno completamente sradicato i cinque legami inferiori – le loro facoltà di pensiero, riguardo ai dieci stati, vengono velocemente ad essere ed agiscono con facilità. Ma per quanto riguarda gli stati più elevati vengono ad essere con difficoltà ed agiscono lentamente. E perché? Perché le loro menti sono state rese chiare riguardo a quei dieci stati, mentre gli ostacoli (da superare negli stati più elevati) sono ancora presenti in essi. E’ come il movimento di un grande bambù che ha un tronco pulito fino al decimo nodo, ma nelle zone più alte ha tutti i rami aggrovigliati. Questa è la quarta tipologia di mente.”

La quinta tipologia di mente

“Dalla quarta si deve distinguere la quinta. Coloro, o re, che sono Arahant, nei quali i quattro Grandi Mali sono cessati, le impurità lavate, le predisposizioni al male rimosse, che hanno vissuto la santa vita, adempiuto al compito, deposto il fardello, raggiunto il sommo bene, ove la Catena della brama per esistenze future è completamente demolita, che hanno raggiunto la suprema profonda visione, che sono stati purificati in quelle condizioni della mente nelle quali un discepolo può essere puro – le loro facoltà di pensiero, riguardo alle mete prefissate da un discepolo, vengono velocemente ad essere ed agiscono con facilità. Ma per quanto riguarda quelle facoltà che fanno parte dei Pakkeka-Buddha (di coloro che sono Buddha, ma solo per se stessi) vengono ad essere con difficoltà ed agiscono lentamente. E perché? Perché le loro menti sono state rese pure riguardo a quelle facoltà ambite ad un discepolo, ma non per quanto riguarda quelle facoltà insite in un Buddha (sebbene solo per se stessi). E’ come il movimento di un grande bambù che è stato pulito da rami sporgenti in tutti i nodi – e quindi è facilmente trascinabile perché ogni superficie è liscia e pulita in quanto quella massa aggrovigliata di vegetazione è stata rimossa. Questa è la quinta tipologia di mente.”

La sesta tipologia di mente

“Dalla quinta si deve distinguere la sesta. Coloro, o re, che sono Pakkeka-Buddha, che dipendono solo da loro stessi, che non hanno bisogno di maestri, che dimorano da soli come il corno di rinoceronte, e che, riguardo alla loro eccelsa vita, hanno menti pure liberate da ogni negatività – le loro facoltà di pensiero riguardo alla loro dimensione vengono velocemente ad essere ed agiscono con facilità. Ma per quanto riguarda tutto ciò che fa parte della dimensione di un perfetto Buddha (colui che non solo è un Buddha, ma è illuminato, che insegna agli altri il sentiero che conduce al risveglio) vengono ad essere con difficoltà e si muovono lentamente. E perché? A causa della loro purezza riguardante tutto ciò che fa parte della propria dimensione, e per l’immensità della dimensione dei Buddha onniscienti. E’ come un uomo, o re, che attraverserebbe senza timore ogni volta che vuole, di giorno e di notte, un ruscello poco profondo nella sua proprietà. Ma quando giungesse davanti all’immenso oceano, profondo, vasto e sempre in movimento, senza vedere l’altra sponda, sarebbe esitante e pieno di paura, e non farebbe nessuno sforzo per attraversarlo. E perché? A causa della sua familiarità delle proprie conoscenze, e per l’immensità del mare. Questa è la sesta tipologia di mente.”

La settima tipologia di mente

“Dalla sesta si deve distinguere la settima. Coloro, o re, che sono dei perfetti Buddha, che posseggono tutta la conoscenza, che sono padroni del decuplo potere (dei dieci tipi di visione profonda), sicuri nei quattro modi della propria fiducia in sé, dotati delle diciotto caratteristiche di un Buddha, conoscitori di ogni realtà, a cui nulla è celato – tutte le loro facoltà di pensiero vengono velocemente ad essere ed agiscono con facilità. Immaginate, o re, che un dardo ben levigato, libero da ruggine, perfettamente liscio, con una buona punta, dritto, senza un difetto, fosse ben collocato su una potente balestra. Nella sua azione vi sarebbe una qualche anomalia, un ritardo nel suo movimento, se fosse scoccato da un uomo forte contro un pezzo di lino sottile, o di cotone o di un delicato tessuto di lana?”
“Certo che no, venerabile. E perché? Perché la stoffa è tanto raffinata, ed il dardo così ben appuntito e l’arciere così forte.”
“Allo stesso modo, grande re, vengono velocemente ad essere ed agiscono con facilità le facoltà di pensiero dei Buddha da me descritte. E perché? Perché esse sono totalmente pure. Questa è la settima tipologia di mente.”

L’ultima tipologia di mente

“Ora da tutte queste, o re, si deve distinguere l’ultima – le facoltà di pensiero dei Buddha onniscienti – che supera di gran lunga le altre, ed è chiara ed attiva nella sua suprema conoscenza. La mente del Beato è così chiara ed attiva che il Beato, grande re, mostra il duplice miracolo. Da ciò noi possiamo conoscere, o re, come sono così chiare ed attive le facoltà di pensiero di un Buddha. E per tali meraviglie non ci sono ragioni. Quelle meraviglie, o re, (causate dalle facoltà mentali dei Buddha onniscienti) non possono essere contate o calcolate, divise o separate. La conoscenza del Beato, o re, dipende dalla sua meditazione con cui raggiunge la perfetta conoscenza. E’ come quando un uomo passa qualcosa da una mano all’altra, o emette un suono dalla bocca, o inghiotte del cibo, o apre e chiude gli occhi, o distende un braccio piegato o lo piega se disteso – molto più rapidamente, grande re, e molto più facilmente entra in azione tutta la conoscenza del Beato tramite la meditazione con cui egli raggiunge la perfetta conoscenza, ma anche quando non meditano i Beati Buddha sono onniscienti.”

“Ma, venerabile Nagasena, la meditazione è condotta allo scopo di cercare (ciò che non è chiaro quando inizia la meditazione). Suvvia, chiaritemi questo punto.”
“Immaginate, o re, che vi fosse un uomo ricco, con molte proprietà e ricchezze – uno con molto oro, argento, cose preziose, ogni genere di frumento, riso, orzo, grano, semi d’olio, fave, piselli, ed ogni tipo di seme, ghee, olio, burro, latte, caglio, miele, zucchero e melassa, tutto conservato nei magazzini in ogni tipo di recipiente. Ora se un viandante dovesse arrivare, uno degno di ospitalità e che si aspetta di essere ospitato, e tutto il cibo già preparato fosse finito, ed i servitori andassero in magazzino per prendere del riso ed altro per essere cucinato e preparare un pasto. Quell’uomo ricco, soltanto per la mancanza di cibo pronto a causa dell’ora inopportuna, lo si chiamerebbe povero o bisognoso?”
“Certo che no, venerabile. Persino nel palazzo di un potente re vi può essere mancanza di cibo già pronto, tanto meno nella casa di un uomo comune.”

“Analogamente, grande re, con tutta la conoscenza di un Tathagata quando manca la meditazione; egli tramite la meditazione conosce tutto ciò che desidera conoscere. Ora immaginate, o re, che vi fosse un albero pieno di frutti, con tutti i rami piegati per il peso dei suoi frutti, ma nessun frutto caduto a terra. Potrebbe essere quell’albero, soltanto perché nessun frutto è caduto, chiamato sterile?”
“No, venerabile. Perché anche se il cadere dei frutti è una condizione precedente per gustarli, tuttavia quando sono caduti uno ne può prendere a volontà.”
“Analogamente, grande re, anche se la meditazione è una condizione necessaria della conoscenza del Tathagata, tuttavia con la meditazione egli percepisce tutto ciò che vuole sapere.”
“Succede sempre durante la meditazione, Nagasena?”
“Sì, o re. Proprio come quando il potente re dei re (Kakkavatti) richiamando alla mente la sua gloriosa ruota della vittoria desidera che appaia quando la si è pensata, così la conoscenza del Tathagata segue continuamente la meditazione.”
“Adeguata è la ragione che mi date, Nagasena, sull’onniscienza del Buddha. Sono ampiamente convinto.

[Qui finisce la questione sull’onniscienza del Buddha, la quale dipende dalla meditazione.]

Devadatta

28. “Venerabile Nagasena, chi ammise Devadatta all’Ordine?”
“Sette giovani nobili, o re, Bhaddiya, Anuruddha, Ananda, Bhagu, Kimbala, Devadatta ed Upali il barbiere, quando il Maestro raggiunse l’Illuminazione, lasciarono la casa dei Sakya per l’ascetismo e seguirono il Beato dopo aver rinunciato al mondo. Così il Beato li ammise nell’Ordine.”
“Ma fu Devadatta che, dopo esser entrato nell’Ordine, sollevò uno scisma?”
“Sì. Nessun seguace laico può causare uno scisma, né una monaca, né uno che segue l’insegnamento preparatorio, né un novizio di entrambi i sessi. Deve essere un monaco, non disabile, nel pieno della comunione e residente nell’Ordine.”
“E quale kamma ottiene una persona che ha causato uno scisma?”
“Un kamma che agisce per un intero kalpa (lungo periodo di tempo, un evo cosmico).”
“Allora, Nagasena, il Buddha era consapevole che Devadatta, dopo esser stato ammesso nell’Ordine, avrebbe sollevato uno scisma, e per quest’azione avrebbe sofferto negli inferi per un intero kalpa?”
“Sì, il Tathagata lo sapeva.”
“Ma, Nagasena, se è così, allora l’affermazione che il Buddha era amorevole e compassionevole, che desiderava il bene degli altri, che rimuoveva il male e provvedeva al bene di tutti gli esseri, deve considerarsi errata. Se così non fosse – se il Buddha non sapeva che Devadatta, dopo esser stato ammesso nell’Ordine, avrebbe sollevato uno scisma – allora non può essere stato onnisciente. Questo duplice dilemma vi pongo. Sbrogliate questa matassa, in modo da distruggere gli argomenti posti dagli avversari. In tempi futuri sarà difficile trovare un monaco saggio come voi. Perciò dimostratemi la vostra abilità.

29. “Il Beato, o re, era colmo di compassione e di conoscenza. Quando il Beato nella sua compassione e saggezza valutò la storia esistenziale di Devadatta percepì che, dopo aver accumulato kamma su kamma, egli sarebbe passato in una serie infinita di kalpa di sofferenza in sofferenza, di perdizione in perdizione. Ed il Beato sapeva anche che l’infinito kamma di quell’uomo sarebbe finito, in quanto era entrato nell’Ordine, e la sofferenza causata da quel kamma precedente sarebbe anch’essa terminata. Invece se quella stolta persona non fosse entrata nell’Ordine avrebbe continuato ad accumulare kamma che sarebbe durato per un intero kalpa. Per questo motivo e per compassione lo ammise nell’Ordine.”

“Allora, Nagasena, il Buddha prima ferisce un uomo e poi getta olio sulla ferita, prima butta un uomo in un precipizio e poi lo soccorre, prima lo uccide e poi cerca di farlo vivere, prima lo fa soffrire e poi cerca di alleviare il dolore.”

“Il Tathagata, o re, ferisce le persone per il loro bene, li fa precipitare per il loro beneficio, le uccide per loro vantaggio, proprio come una madre ed un padre, o re, fanno del male ai loro figli, anche picchiandoli, solo per il loro bene. Ogni metodo è utile se migliora la virtù degli esseri e se conduce sul sentiero del bene. Se Devadatta, o re, non fosse entrato nell’Ordine, allora come laico avrebbe accumulato molto kamma che lo avrebbe condotto a stati di sofferenza, e così passando per centinaia di migliaia di kalpa da tormento a sofferenza, da uno stato di perdizione ad un altro, egli avrebbe sofferto costante dolore. Nel conoscere questo, che pieno di compassione, il Beato ammise Devadatta nell’Ordine. In base al pensiero che nel rinunciare al mondo secondo la sua dottrina la sofferenza di Devadatta sarebbe terminata, egli adoperò quei mezzi per alleviare la sua pesante sofferenza.”

30. “Come un uomo influente, o re, tramite il potere della sua ricchezza, o della sua reputazione, o della sua prosperità, o della sua nascita, e con l’abilità sorta dalla fiducia in lui riposta riesce ad alleggerire una pesante condanna inflitta dal re a qualche suo parente o amico; così il Beato, nell’ammettere Devadatta nell’Ordine, e per l’efficacia dell’influenza della rettitudine, della meditazione, della saggezza e dell’emancipazione della sua mente, rese più leggera la pesante sofferenza di Devadatta, che avrebbe dovuto soffrire molte centinaia di migliaia di kalpa. Come un bravo medico e chirurgo, o re, allevia una grave malattia con l’aiuto delle potenti medicine, così il Beato, nella sua conoscenza dei giusti mezzi per giungere ad uno scopo, ammise Devadatta nell’Ordine e quindi alleggerì la sua grave pena con l’aiuto della medicina del Dhamma, forte per il potere della compassione. Fu dunque, o re, il Beato colpevole di qualche sbaglio nel trasformare Devadatta da un uomo colmo di sofferenza in un uomo con minore sofferenza?”

“No davvero, venerabile. Egli non commise nessun sbaglio, neppure minimo.”
“Allora, grande re, accettate pienamente questa ragione con cui il Beato ammise Devadatta nell’Ordine.”

31. “Ascoltate un’altra ragione, o re, per cui il Beato ammise Devadatta nell’Ordine. Immaginate che degli uomini avessero preso e portato dinanzi al re un malvagio ladro, dicendo: “Costui è un malvagio ladro, maestà. Punitelo come ritenete opportuno!” E quindi il re dicesse loro: “Portate, o miei uomini, questo ladro fuori dalle mura, e nel luogo delle esecuzioni tagliategli la testa.” Ed essi, ubbidendo ai suoi ordini, portassero quell’uomo nel luogo delle esecuzioni. Ed un uomo molto vicino al re, di grande reputazione, ricchezza e proprietà, la cui parola fosse di grande influenza, lo vedesse. E mosso da compassione dicesse a quegli uomini: “Fermatevi, amici. Che beneficio sarà per voi se gli tagliate la testa? Salvatelo e tagliategli solo una mano o un piede. Io parlerò in suo favore al re.” Ed essi alla parola di quell’influente persona così agissero. Ora l’ufficiale che ha così agito verso di lui sarebbe un benefattore di quel ladro?”

“Egli avrebbe salvato la sua vita, venerabile. Ed avendo così agito, cosa non avrebbe fatto?”
“Ma non avrebbe nessun male riguardo al dolore che l’uomo soffrì quando gli fu tagliato il piede o la mano?”
“Il dolore che il ladro soffrì, venerabile, era colpa sua. Ma l’uomo che gli salvò la vita non gli ha recato nessun danno.”
“Proprio così, grande re, fu per la sua compassione che il Beato ammise Devadatta, con la conoscenza che quella sua sofferenza sarebbe stata mitigata.”

32. “E la sofferenza di Devadatta, o re, fu mitigata. Perciò Devadatta in punto di morte prese rifugio nel Buddha per il resto delle sue esistenze quando disse:

“In lui, che è il migliore fra i migliori,
il migliore fra i deva, la guida di deva ed uomini,
onniveggente e reca i cento segni
della bontà – in lui prendo rifugio
per tutte le vite che dovrò vivere.”

Se dividete questo kalpa, o re, in sei parti, fu alla fine della prima parte che Devadatta creò lo scisma nell’Ordine. Dopo che avrà sofferto le altre cinque negli inferi egli sarà liberato e diverrà un Pakkeka-Buddha con il nome di Atthissara.”

“Grande è il dono fatto dal Beato a Devadatta, Nagasena. Malgrado ciò che ha fatto al Tathagata egli diverrà un Pakkeka-Buddha.”
“Ma siccome Devadatta, o re, dopo aver creato uno scisma nell’Ordine, soffre pena negli inferi, il Beato ha fatto a lui del male?”
“No, venerabile. E’ colpa di Devadatta, e il Beato che alleviò la sua sofferenza non gli ha recato alcun danno.”
“Allora accettate pienamente, grande re, questa ragione con cui il Beato ammise Devadatta nell’Ordine.”

33. “Ascoltate un’altra ragione, o re, per comprendere l’azione del Beato. Immaginate che nel curare una ferita piena di pus e di sangue, con ancora dentro l’arma che l’ha causata, con un forte fetore di carne putrida, resa peggiore dal dolore che cambia costantemente in base ai sintomi, alle variazioni di temperatura e dall’unione dei tre umori – ventoso, bilioso e flemmatico – un esperto medico e chirurgo la ungesse con un rude, pungente, amaro, forte unguento per alleviare l’infiammazione. E quando l’infiammazione fosse ridotta e la ferita alleviata, immaginate che la dovesse tagliare con un bisturi e bruciarla con un caustico. E quando l’avesse cauterizzata, immaginate che dovesse prescrivere un lavaggio alcalino e l’ungesse con qualche droga per risanare la ferita e per far riacquistare le forze all’uomo ferito – ora ditemi, o re, sarebbe per crudeltà che il chirurgo avrebbe spalmato l’unguento, tagliato col bisturi, cauterizzato con il bastoncino caustico e somministrato un lavaggio salato?”

“Certo che no, venerabile. Per benevolenza e per l’intento di salvare la salute di quell’uomo che egli avrebbe fatto tutte quelle cose.”
“Sarebbe il chirurgo colpevole di qualche sbaglio per le sensazioni dolorose prodotte dai suoi sforzi per curare la ferita?”
“E perché sarebbe colpevole se ha agito con benevolo intento e per guarire quell’uomo? Anzi gli spetterebbe una celeste beatitudine.”
“Analogamente, grande re, fu per compassione che il Beato ammise Devadatta nell’Ordine per liberarlo dalla sofferenza.”

34. “Ascoltate un’altra ragione, o re, per comprendere l’azione del Beato. Immaginate che un uomo fosse stato ferito da una spina. Ed un altro uomo con benevolo intento e per il suo bene tagliasse intorno alla ferita con una punta affilata o con un bisturi, facendo uscire molto sangue per estrarre la spina. Ora costui avrebbe agito con crudeltà?”

“Certo che no, venerabile. Egli ha agito con benevolo intento e per il bene di quell’uomo. E se non avesse agito in tal modo l’uomo sarebbe morto o avrebbe sofferto un dolore mortale.”
“Analogamente, grande re, fu per compassione che il Tathagata ammise Devadatta per liberarlo dal suo dolore. Se non avesse fatto così Devadatta avrebbe sofferto le pene degli inferi per molte esistenze, per centinaia di migliaia di kalpa.”

“Sì, Nagasena, il Tathagata salvò Devadatta, trascinato dal flusso, sbattuto dalla corrente; egli gli indicò di nuovo il sentiero perso nella giungla; egli gli diede un valido sostegno quando stava cadendo nel precipizio; egli restituì la pace a Devadatta oppresso dalla desolazione. Ma il significato e la ragione di queste cose nessuno è capace di spiegarle, Nagasena, se non ha la vostra saggezza.”

[Qui finisce il dilemma su Devadatta.]

Il terremoto di Vessantara

35. “Venerabile Nagasena, il Beato così ha detto: “Ci sono queste otto cause, o monaci, prossime o remote, per scatenare un potente terremoto.” Questa è un’affermazione riconosciuta, un’affermazione che non lascia repliche e commenti. Non vi può essere una nona causa per un terremoto. Se ci fosse, il Beato l’avrebbe menzionata. Siccome non ne esiste un’altra egli non la rivelò. Ma ne conosciamo un’altra, una nona, quando diciamo che la terra tremò sette volte sulla generosità di Vessantara. Se, Nagasena, ci sono otto cause per un terremoto, allora ciò che sappiamo sul terremoto della generosità di Vessantara è falso. E se ciò è vero, allora l’affermazione che vi sono otto cause per un terremoto è falsa. Anche questa duplice questione è sottile, difficile da sciogliere, oscura e profonda. A voi ora è posta. Nessuno la può risolvere, solo un saggio come voi.

36. “Il Beato fece l’affermazione che avete detto, o re, eppure la terra tremò sette volte alla generosità di Vessantara. Ma quella fu insolita, fuori stagione, fu un avvenimento isolato, e fu incluso nelle otto usuali cause e non fu riconosciuta come tale. Proprio, o re, come vi sono tre tipi di piogge ben note nel mondo – quella della stagione delle piogge, nei mesi invernali e quella dei due mesi Asalha e Savana. Se, oltre a queste, ne esiste un’altra, non compresa fra quelle usuali, è chiamata “una pioggia fuori stagione”. Inoltre, o re, proprio come vi sono cinquecento fiumi che scendono dall’Himalaya, ma di questi solo dieci sono riconosciuti nell’elenco dei fiumi – il Gange, il Jumena, l’Akiravati, il Sarabhu, il Mahi, l’Indo, il Sarasvati, il Vetravatî, il Vîtamsa e il Kandabhaga – gli altri non vengono inclusi nell’elenco per il loro incostante flusso d’acqua. Ed ancora, o re, proprio come vi sono un centinaio o due di ufficiali di stato – il comandante in capo, il primo ministro, il giudice capo, il grande tesoriere, il portatore del parasole di stato e il portatore della spada. E perchè? Per i loro reali incarichi. Gli altri non sono riconosciuti, sono detti semplici ufficiali. Come in tutti questi casi, grande re, il terremoto ripetuto per sette volte alla generosità di Vessantara, essendo un avvenimento straordinario ed isolato, diverso dalle otto usuali cause, non fu riconosciuto fra queste otto cause.”

37. “Ora avete mai sentito, o re, nella storia della nostra fede di qualche atto di devozione fatto per ricevere una ricompensa anche in questa vita presente, la cui fama giunse fino al mondo dei deva?”
“Sì, venerabile, l’ho sentito. Vi sono sette casi di tali azioni.”
“Quali persone fecero tali azioni?”
“Sumana che faceva ghirlande, Ekasataka il bramano, Punna il servo, Mallika la regina, l’altra regina nota come la madre di Gopala, Suppiya la devota e Punna la schiava. Questi sette fecero atti di devozione che recarono frutti anche in questa vita, e la fama raggiunse persino il mondo dei deva.”
“Avete sentito di altri, o re, che, anche nella loro forma umana, ascesero alle dimore divine dei deva dei Trentatré?”
“Sì, ho sentito anche di loro.”
“E chi erano?”
“Guttila il musicista, il re Sadhina, il re Nimi, il re Mandhata . Molto tempo fa sono stati compiuti questi atti gloriosi e difficili.”
“Ma avete mai sentito, o re, della terra che trema, ora ed in tempi passati, una, due o tre volte, quando è stato offerto un dono?”
“No, a dire il vero, venerabile.”
“Anche io, o re – sebbene abbia ricevuto le tradizioni, abbia studiato, ascoltato ed imparato la dottrina a memoria, abbia avuto le caratteristiche di un buon discepolo, o sebbene sia stato pronto ad imparare, a porre domande e a risponderle, a sedere vicino ai maestri – non ho mai sentito di tale cosa, tranne nel caso dello splendido dono del glorioso re Vessantara. E fra i tempi di Kassapa il Beato e del saggio Beato Sakya sono trascorsi centinaia di migliaia di anni, ma in tutto quel periodo non ho mai sentito tale cosa. E la grande terra, o re, si muove con grande energia e forza. E quando dominata dal peso della rettitudine, sopraffatta dal fardello della bontà delle azioni che testimoniano l’assoluta purezza, la quale, incapace di sopportarla, la grande terra si scuote, trema e si muove. Allora è come un carro molto pesante con il mozzo ed i raggi spezzati e l’asse si rompe in due parti. Allora è come quando i cieli, inondati da acque di tempesta portate dal vento, sovraccarichi dal peso delle nuvole colme d’acqua, scrosciano e crepitano ed infuriano all’inizio dell’uragano. In questo modo, grande re, la grande terra, incapace di sostenere l’eccezionale peso dell’estesa e grande forza della generosità di Vessantara, oscillò, tremò e si mosse. Perché la mente del re Vessantara era priva di avidità, avversione, ignoranza, illusione, colpa, rancore ed amarezza, ma era colma di generosità. E pensando: “Lasciate venire tutti i bisognosi! Lasciateli avere tutto ciò che desiderano!”. La sua mente era continuamente portata a dare. Era continuamente fissa su queste dieci condizioni mentali – sull’autocontrollo , sulla calma interiore, sulla bontà, sulla rinuncia, sulla temperanza, sulla volontaria ubbidienza a compiere atti meritori, sulla libertà da ogni forma di collera e di crudeltà, sulla piena sincerità e sulla purezza della mente. Egli aveva abbandonato, o re, ogni ricerca di soddisfazione della sua avidità animale, ogni brama per una futura esistenza, il suo strenuo sforzo era rivolto solo verso la vita suprema. Egli aveva lasciato, o re, il suo egoismo e si era offerto soltanto all’amore altruistico. La sua mente era fissa ed inamovibile sul pensiero: “Come posso fare affinché tutti gli esseri siano in pace, in salute, in prosperità e con una lunga vita?” E quando, o re, egli donava queste cose non lo faceva per una migliore rinascita, o per avere ricchezza, o per ricevere doni ed omaggi, o per avere una lunga vita, o per un’alta nascita, o per felicità, o per potere, o per gloria, o per il bene dei propri figli e parenti – ma solo per amore della suprema saggezza, solo per questo dava doni così immensi, grandissimi ed insuperabili. E quando ebbe ottenuto quella suprema saggezza declamò questi versi:
“Gali, mio figlio, e la Nera Antilope,
mia figlia, mia moglie Maddi la regina,
tutto gli ho donato senza un pensiero –
e “fu per la Buddhità che feci tale cosa!”.

38. L’uomo irato, o re, si fece conquistare dal grande re Vessantara con la calma, il cattivo con la bontà, l’avido con la generosità, il falso con la verità, e tutte le malvagità egli le superò tramite la rettitudine. Quando donava in questo modo – egli che ricercava la rettitudine, che aveva come suo scopo la rettitudine – i grandi venti, da cui dipende la terra, si agitarono tramite la grande forza del potere dell’influenza derivante dalla sua generosità, ed a poco a poco, uno ad uno, i grandi venti iniziarono a soffiare confusamente e in ogni luogo, i possenti alberi radicati nel terreno iniziarono a vacillare, masse di nuvole si accumularono nei cieli, terribili venti sorsero pieni di polvere, i cieli si incrociarono, gli uragani soffiarono violentemente, un grande e terribile rumore si sollevò. E alla furia di quei venti, le acque a poco a poco iniziarono a muoversi, e dal movimento delle acque del grande pesce le creature squamose furono disturbate , le onde iniziarono ad alzarsi, gli esseri che vivono nelle acque furono presi da paura e le onde fecero tuonare l’oceano, e lo spruzzo frustò con furia, e ghirlande di schiuma si alzarono, ed il grande oceano si aprì fino alle sue profondità, e le acque si precipitarono in ogni parte, le furiose creste delle loro onde si unirono ovunque; e gli Asura, i Garula, gli Yakkha, i Naga tremarono dalla paura e pensarono: “Come?! Il grande oceano si rivolta?” – e cercarono, colmi di terrore, una via di fuga. E come l’acqua, da cui tutto dipende, era turbata ed agitata, anche la grande terra iniziò a tremare e con essa le montagne ed i profondi oceani, e Sineru iniziò a roteare, e la cresta delle sue montagne rocciose iniziò ad agitarsi. Ed al tremito della terra, i serpenti, i gatti, gli sciacalli, i cinghiali, i cervi e gli uccelli furono presi dall’angoscia, e gli Yakkha di inferiore potere piangevano, mentre quelli superiori erano allegri.

39. Come, o re, quando un enorme e grande calderone pieno d’acqua e di chicchi di riso è posto sul fuoco, allora il fuoco bruciando lo scalda e l’acqua inizia a bollire, e bollendo l’acqua i chicchi di riso si riscaldano e saltano qua e là nell’acqua, ed una massa di bollicine sorge, ed una ghirlanda di schiuma si forma – allo stesso modo, o re, il re Vessantara donò tutto ciò che si considera difficile da donare al mondo, e a causa della natura della sua generosità i grandi venti si infuriarono, dalla furia dei grandi venti le acque si agitarono, dall’agitazione delle acque la grande terra tremò, e così allora i venti, le acque e la terra si unirono insieme nell’immensa e potente influenza derivante dalla grande generosità. E non vi fu, o re, un’altra generosità simile che avesse tale potere come quella del re Vessantara.

40. E come, o re, ci sono molte gemme di valore nella terra – il grande zaffiro, la gemma appagante, l’occhio di gatto, la gemma di lino, la gemma Acacia, la gemma estasiante, la favorita del sole, la favorita della luna, il cristallo, il topazio, il rubino e la pietra Masara – ma la gloriosa gemma del re dei re è riconosciuta essere la migliore e superiore di tutte queste, perché lo splendore di quel gioiello, o re, si diffonde per una lega in ogni parte – allo stesso modo, o re, di tutti i doni che furono mai dati sulla terra, anche dai più grandi re e mai superati, la generosità del buon re Vessantara è riconosciuta come insuperabile. Ed a causa di quella generosità, o re, che la grande terra tremò per sette volte.

41. “Nagasena, una cosa meravigliosa e straordinaria dei Buddha è che il Tathagata anche quando era un Bodhisattva (intento a diventare un Buddha) era così ineguagliabile al mondo, così dolce, così paziente, il suo scopo era così alto e il suo sforzo così grandioso. Voi avete reso evidente, Nagasena, il potere del Bodhisattva, avete acceso una chiara luce sulla perfezione del Glorioso, avete mostrato come, nel mondo dei deva e degli uomini, un Tathagata, proseguendo nella pratica della vita santa, sia il migliore e l’eccelso. Ben detto, venerabile Nagasena. La dottrina del Glorioso è stata glorificata, la perfezione del Glorioso è stata lodata, il nodo degli argomenti degli avversari è stato sciolto, la discordanza delle opposte teorie è stata dissolta, il dilemma così profondo è stato reso chiaro, la giungla è stata trasformata in un campo aperto, i figli del Glorioso hanno ricevuto ciò che è dovuto. O migliore dei maestri io accetto ogni tua parola.”

[Qui finisce il dilemma sul terremoto della generosità di Vessantara.]

Il re Sivi

42. “Venerabile Nagasena, la vostra gente così afferma: “Il re Sivi diede i suoi occhi all’uomo che li ha implorati, diventando poi cieco, nuovi occhi dal cielo gli furono dati.” Questa affermazione è spiacevole, biasimevole, errata. Così è scritto nel sutta: “Quando la causa è stata interamente distrutta, quando non vi è altra causa, ogni base abbandonata, allora l’occhio divino non può nascere.” Quindi se egli donò i suoi occhi, l’affermazione che egli ricevette nuovi occhi divini deve essere falsa; e se occhi divini nacquero in lui, allora l’affermazione che egli donò i suoi occhi deve essere falsa. Anche questo dilemma è duplice, più intrecciato di un nodo, più perforante di una freccia, più oscuro di una giungla. A voi lo pongo. Fate risvegliare in voi il desiderio, in base al compito a voi assegnato, di confutare gli avversari!”
“Il re Sivi donò i suoi occhi, o re. Su ciò non vi sono dubbi. Ed occhi divini gli furono dati al loro posto. Ed anche su questo punto non vi sono dubbi.”
“Ma allora, Nagasena, può nascere l’occhio divino quando la sua causa non è stata interamente distrutta, quando non rimane altra causa e base?”
“Certo che no, o re.”
“Qual è allora la causa della sua nascita, nonostante che la causa fosse stata interamente distrutta e non vi era né un’altra causa né una base? Spiegatemi tale cosa.”

43. “Vi è nel mondo una cosa come il Dramma per cui i veri seguaci possono compiere l’Atto del Dramma?”
“Sì, venerabile. Per essa i veri seguaci fanno piovere, spegnere il fuoco, eliminare gli effetti del veleno e compiono molte altre cose.”
“Allora, grande re, ciò fa al nostro caso, combacia in ogni punto. Fu per il potere del Dhamma che quegli occhi divini furono dati al re Sivi. Per il potere del Dhamma nacque l’occhio divino, anche se nessuna causa era presente, perché lo stesso Dhamma fu in quel caso la causa. Immaginate, o re, un Siddha recitare un incantesimo dicendo: “Cada ora una forte pioggia!”, e una forte pioggia cadesse per la recitazione di quell’incantesimo; in quel caso vi sarebbe una causa di pioggia accumulata in cielo per cui si potesse far cadere la pioggia?”
“No, venerabile. L’incantesimo stesso sarebbe la causa.”
“Lo stesso, o re, nel caso che mi avete posto. Non esiste una causa comune. Il Dramma stesso sarebbe la causa che ha fatto nascere l’occhio divino.

44. Ora immaginate, o re, un Siddha recitare un incantesimo dicendo: “Che arretri questa potente e furiosa massa di fuoco!”, e nel ripetere l’incantesimo il fuoco arretrasse, vi sarebbe una causa a tale risultato?”
“No, venerabile. L’incantesimo stesso sarebbe la causa.”
“Lo stesso, o re, nel caso che mi avete posto. Non esiste una causa comune. Il Dramma stesso sarebbe la causa che ha fatto nascere l’occhio divino.

45. Ora immaginate, o re, che uno di quei Siddha nel recitare un incantesimo dicesse: “Che questo veleno si trasformi in medicina!”, e nel ripetere l’incantesimo il veleno si trasformasse in una potente medicina, vi sarebbe una causa a tale risultato?”
“No, venerabile. L’incantesimo stesso sarebbe la causa.”
“Lo stesso, o re, nel caso che mi avete posto. Non esiste una causa comune. Il Dramma stesso sarebbe la causa che ha fatto nascere l’occhio divino.

46. Ora non esiste altra causa, o re, per ottenere le Quattro Nobili Verità. Esse si ottengono solo tramite un Atto di Dhamma. In Cina, o re, vi è un re il quale, quando vuole sedurre il grande oceano, compie ogni quattro mesi un solenne Atto di Dhamma, ed allora sul suo regale carro trainato da leoni egli si immerge per una lega nel grande oceano. Allora, dinanzi al suo carro le possenti onde si ritirano, e quando ritorna esse tornano come prima. Ma l’oceano potrebbe così ritirarsi con il comune potere dei deva e degli uomini?”
“Venerabile, anche l’acqua in un piccolo recipiente è difficile da far ritirare, tanto meno le acque del grande oceano!”
“Da ciò potete sapere la forza del Dhamma. Essa è ovunque.

47. Quando Asoka, il retto sovrano, o re, soggiornando un giorno nella città di Pataliputta, tra il popolo di città e di campagna, tra i suoi ufficiali, servitori e ministri, vide il fiume Gange scorrere, in piena per le correnti delle montagne, colmo fino ai margini – quel maestoso fiume lungo cinquecento leghe e largo una – così disse ai suoi ufficiali: “Vi è qualcuno, miei fedeli amici, che sappia far scorrere a ritroso questo grande fiume Gange?” “No, maestà. E’ impossibile.” – risposero. Ora una certa cortigiana, di nome Bindumati, era lì sulla riva del fiume tra la folla, e sentì le persone che ripetevano la domanda fatta dal re. Allora si disse: “In questa città di Pataliputta sono io, una prostituta che vende il suo corpo per vivere, e seguo la più infima delle vocazioni. Lasciate vedere al re la potenza di un Atto di Dhamma compiuto da una come me.” E costei compì l’atto di Dhamma. Ed in quel momento il grande Gange, impetuoso e possente, scorse a ritroso, controcorrente, davanti a tutti! Allora quando il re sentì il rumore assordante del movimento delle onde dei vortici del possente Gange, pieno di meraviglia e timore, disse ai suoi ufficiali: “Com’è che il grande Gange scorre a ritroso?”
E loro gli dissero ciò che era successo. Allora pieno di emozione il re subito si recò personalmente dalla cortigiana e chiese: “E’ vero ciò che si dice, che è per il tuo Atto di Dhamma che questo Gange scorre a ritroso?”
“Sì, Maestà.” – rispose.
Ed il re chiese: “Com’è che possiedi tale potere? O chi è che ascolta le tue parole (e le esaudisce)? Attraverso quale autorità tu, insignificante come sei, sei stata capace di far scorrere a ritroso questo possente fiume?”
E lei rispose: “Attraverso la potenza del Dhamma, grande re.”
Ma il re disse: “Come puoi avere tale potere? Tu, una donna di vita scellerata e dissoluta, senza virtù, piena di desiderio, peccatrice, che ha superato ogni limite, e che vive sfruttando gli stolti?”
“E’ vero, o re, ciò che dite. Sono proprio il tipo di essere che avete descritto. Ma, anche con una come me è grande il potere di un Atto di Dhamma, tanto che potrei capovolgere l’intero mondo divino ed umano.”
Allora il re disse: “Cos’è questo Atto di Dhamma? Su, dimmelo!”
“Chi, o re, mi offre oro – nobile, bramano, mercante o servo – io li considero tutti uguali. Se vedo che è un nobile non faccio distinzione in suo favore. Se so che è un servo io non lo disprezzo. Libera da adulazione e da avversione io rendo servizio a colui che mi compra. Questo, Maestà, è la base dell’Atto di Dhamma e con la sua forza ho fatto scorrere a ritroso il Gange.”

48. Allora, o re, chi è saldo nel Dhamma tutto può godere. E così il re Sivi donò i suoi occhi a colui che li implorava, e ricevette occhi dal cielo, e ciò accadde per il suo Atto di Dhamma. Ma nel Sutta è scritto che quando l’occhio di carne è distrutto, e la causa e la base vengono rimosse, allora l’occhio divino no può nascere, ciò è detto solo dell’occhio, della visione che nasce dalla contemplazione. E così, o re, lo dovete comprendere.”
“Ben detto, Nagasena! Avete ben dissolto il dilemma che vi ho posto; avete rettamente spiegato il punto dove cercai di farvi cadere in errore; avete completamente superato l’avversario. Così è ed io così l’accetto.”

[Qui finisce il dilemma sull’Atto di Dhamma del re Sivi.]

La durata della fede

55. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Il retto dhamma, Ananda, sarà saldo solo per 500 anni.” D’altra parte il Beato, prima della sua morte, così dichiarò rispondendo alla domanda di Subhada il monaco: “Se in questa comunità i monaci vivono la santa vita, allora il mondo non sarà privo di Arahant.” Quest’ultima affermazione è risoluta ed assoluta. Se la prima di queste affermazioni è giusta, allora la seconda è falsa, se la seconda è giusta allora la prima è falsa. Anche questa è una questione a due facce, più aggrovigliata della giungla, più potente di un uomo forte, più intrecciata di un nodo. Ora a voi è posta. Mostrate la forza della vostra conoscenza, come un leviatano in mezzo al mare.”

56. “Il Beato, o re, fece entrambi quelle affermazioni che avete citato. Ma sono differenti l’una dall’altra nello spirito e nella lettera. Una tratta del limite della durata della dottrina, l’altra della pratica della vita santa; due cose chiaramente distinte, lontane l’una dall’altra come lo zenit dalla superficie terrestre, come il paradiso dall’inferno, come il bene dal male, e come il piacere dal dolore. Sebbene sia così, affinchè la tua domanda non risulti vana, vi esporrò in modo essenziale l’argomento.

57. Quando il Beato disse che il retto Dhamma sarebbe durato solo per 500 anni, egli così disse dichiarando il tempo della sua distruzione, limitando il resto della sua esistenza. Perciò egli disse: “Il retto Dhamma, Ananda, sarebbe durato un migliaio di anni se nessuna donna fosse stata ammessa nell’Ordine. Invece ora, Ananda, durerà soltanto 500 anni.” Nel dire così, o re, il Beato predisse la scomparsa del retto Dhamma o gettò biasimo sulla sua chiara comprensione?”
“Certo che no, venerabile.”
“Proprio così. Fu una dichiarazione sul male commesso, un annuncio del limite di ciò che rimaneva. Come quando un uomo rende pubblica la sua ricchezza diminuita annunciando ciò che rimane: “Tanta proprietà ho perduto, tanta me ne rimane.” – così fece il Beato rendendo manifesto a deva e ad uomini ciò che rimaneva e ciò che era stato perduto dicendo: “Il retto Dhamma, Ananda, ora durerà soltanto 500 anni.” Nel dire così egli stava fissando un limite alla religione. Ma nel rispondere a Sibhadda per far comprendere chi fossero i veri Samana (asceti), egli disse: “Se in questa comunità i monaci vivono la santa vita, allora il mondo non sarà privo di Arahant.” – nel dire tale affermazione egli stava dichiarando in cosa consisteva la religione. Voi avete confuso il limite di una cosa con l’affermazione di ciò che è. Ma se volete vi dirò la reale attinenza fra le due. Ascoltate attentamente e seguite fiduciosamente ciò che sto per dire.”

58. Immaginate, o re, un piccolo recipiente pieno d’acqua fino all’orlo. Ora se vi cadesse dentro altra acqua piovana, la quantità d’acqua aumenterebbe o sparirebbe?”
“Aumenterebbe, venerabile.”
“E come mai, o re?”
“A causa della continua caduta di acqua piovana.”
“Proprio così, o re, il glorioso recipiente del retto Dhamma dell’insegnamento del Sublime è sempre pieno d’acqua fresca della pratica del dovere, della virtù, della moralità e della purezza e continua a straripare oltre ogni limite al di là del più alto cielo dei cieli. E se i figli del Buddha vi piovono dentro continuamente altra pioggia di ulteriore pratica del dovere, della virtù, della moralità e della purezza, allora (il retto Dhamma) durerà a lungo ed il mondo non sarà privo di Arahant. Questo era il significato delle parole del Maestro quando disse: “Se in questa comunità, Sibbhada, i monaci vivono la santa vita, allora il mondo non sarà privo di Arahant.”

59. Ora immaginate ancora, o re, che delle persone continuamente alimentassero un’enorme fornace rovente con sterco di vacca, rami e foglie secche – quel fuoco si estinguerebbe?”
“No davvero, venerabile. Anzi il fuoco brucerebbe più intensamente.”
“Proprio così, o re, il glorioso insegnamento del Sublime brucia e brilla oltre i diecimila sistemi di mondi mediante la pratica del dovere, della virtù, della moralità e della purezza. E se, o re, oltre a questo, i figli del Buddha, osservando i cinque tipi di esercizi spirituali, continuano zelanti nello sforzo – coltivando un desiderio per la triplice disciplina ed esercitandosi – se senza sosta essi praticano la retta condotta, evitano assolutamente quella errata, e praticano la vita santa – allora questa gloriosa dottrina del Sublime sarà sempre salda col passar degli anni ed il mondo non sarà privo di Arahant. Riferendosi a questo, o re, che il Maestro parlò quando disse: “Se in questa comunità, Sibbhada, i monaci vivono la santa vita, allora il mondo non sarà privo di Arahant.”

60. Immaginate ancora, o re, che delle persone dovessero pulire uno specchio senza macchia, brillante e splendente, ben pulito, levigato e lucido, si creerebbe della polvere e del fango sulla sua superficie?”
“No davvero, venerabile. Anzi diventerebbe ancora più immacolato.”
“Proprio così, o re, la gloriosa dottrina del Sublime è per natura immacolata e interamente libera da polvere e fango maligno. E se i figli del Buddha la puliscono mediante la virtù sorta dall’eliminazione del male, con la pratica del dovere, della virtù, della moralità e della purezza, allora questa gloriosa dottrina durerà a lungo, ed il mondo non sarà privo di Arahant. Riferendosi a questo, o re, che il Maestro parlò quando disse: “Se in questa comunità, Sibbhada, i monaci vivono la santa vita, allora il mondo non sarà privo di Arahant.”
Perciò l’insegnamento del Maestro, o re, è radicato nella condotta, la condotta è la sua essenza, e resta saldo finché la condotta non decade.”

61. “Venerabile Nagasena, quando parlate della scomparsa del retto Dhamma, cosa intendete per scomparsa?”
“Ci sono tre modi di scomparsa, o re, di una dottrina. E quali sono? Il declino del raggiungimento di una comprensione intellettuale di essa, il declino di una condotta in accordo con essa e il declino della sua forma esteriore. Quando cessa il raggiungimento, allora anche colui che in essa pratica rettamente non comprende gli insegnamenti. A causa del declino della condotta la promulgazione delle regole cessa e rimane soltanto la forma esteriore della dottrina. Quando la forma esteriore cessa, viene recisa anche la successione della tradizione. Queste sono le tre forme della scomparsa di una dottrina.”
“Avete spiegato questo dilemma molto bene, venerabile Nagasena, e lo avete reso chiaro. Avete sciolto il nodo; avete distrutto, sgretolato e resi falsi gli argomenti degli avversari – voi siete il migliore dei maestri!”

[Qui finisce il dilemma sulla durata della fede.]

La purezza del Buddha

62. “Venerabile Nagasena, quando il Beato divenne un Buddha aveva distrutto tutto il male presente in lui, o era ancora presente qualche male?”
“Egli aveva distrutto tutto il male. Totalmente.”
“Ma, venerabile, il Tathagata non soffrì dolore fisico?”
“Sì, o re. A Ragagaha una scheggia di roccia lo ferì ad un piede, poi soffrì per dissenteria, una volta gli umori del suo corpo furono disturbati per una purga a lui somministrata, e fu tormentato anche da flatulenza, tanto che il monaco che lo serviva (Ananda) gli diede dell’acqua calda.”
“Allora, venerabile, se il Tathagata, nel divenire un Buddha, ha distrutto tutto il male in lui presente – quest’altra affermazione che fu ferito ad un piede da una scheggia, che soffrì di dissenteria e così via, deve essere falsa. Ma se sono vere, allora non può essere stato libero da ogni male, perchè non vi è dolore senza kamma. Ogni dolore ha la sua radice nel kamma, la sofferenza nasce a causa del kamma. Questo dilemma dalla doppia faccia vi è posto, tocca a voi risolverlo.”

63. “No, o re. Non tutta la sofferenza ha le sue radici nel kamma. Vi sono otto cause da cui nasce la sofferenza, per cui molti esseri patiscono dolore. E quali sono? Sovrabbondanza di aria, di bile, di flemma, unione di questi umori, sbalzi di temperatura, anomalie, fattori esterni ed il kamma. Da ognuno di queste nascono alcune sofferenze, e queste sono le otto cause da cui molti esseri patiscono dolore. E quindi chi afferma che solo il kamma fa soffrire gli esseri, e oltre ad esso non vi sono altre cause di dolore, dice il falso.”
“Ma, venerabile, tutti gli altri sette tipi di dolore hanno come origine il kamma, perchè sono tutti causati dal kamma.”
“Se, o re, tutte le sofferenze derivassero realmente dal kamma, allora non ci sarebbero segni caratteristici per poter distinguere l’una dall’altra. Quando l’aria interna è disturbata è per una di queste dieci cause – dal freddo, o dal caldo, o dalla fame, o dalla sete, o dall’aver mangiato troppo, o dall’essere stati troppo a lungo in piedi, o dalla troppa fatica, o dall’aver camminato troppo in fretta, o da trattamento medico, o come risultato del kamma. Di queste dieci, nove non agiscono in una vita passata o futura, ma in quella presente. Quindi non è giusto affermare che tutte le sofferenze derivano dal kamma. Quando la bile, o re, è disturbata è per una di queste tre cause – freddo, caldo e cibo non appropriato. Quando il flemma è disturbato è per causa del freddo, del caldo, del cibo e delle bevande. Quando uno di questi tre umori è disturbato o scosso produce il suo speciale e particolare dolore. Quindi ci sono speciali dolori che sorgono dalle variazioni di temperatura, da anomalie e da fattori esterni. Poi vi è l’atto prodotto dal frutto del kamma, e il dolore è la conseguenza di quell’atto compiuto. Così ciò che sorge come frutto del kamma è molto meno di ciò che sorge da altre cause. E gli stolti sbagliano quando dicono che ogni dolore deriva dal frutto del kamma. Nessuno senza la conoscenza di un Buddha può determinare l’ampiezza dell’azione del kamma.

64. Ora quando il Beato fu ferito al piede da una scheggia di roccia, il dolore fu causato soltanto da un fattore esterno e non da una delle otto cause che ho menzionato. Devadatta, o re, aveva nutrito odio contro il Tathagata durante una successione di centinaia di migliaia di nascite. Fu per quest’odio che egli prese un enorme masso di roccia e lo scgliò giù con la speranza di colpire la testa del Tathagata. Ma due altre rocce precipitarono e lo bloccarono prima che colpisse il Tathagata; e per la forza del loro impatto partì una scheggia che ferì il piede del Beato e lo fece sanguinare. Ora questo dolore deve essere stato prodotto nel Beato come il risultato del proprio kamma o per l’azione di qualcun altro? Ed oltre a questi due non vi può essere altro tipo di dolore. E’ come quando un seme non germina – ciò deve essere dovuto o al cattivo terreno o ad un difetto del seme. O come quando un alimento non viene digerito – ciò è dovuto o ad un problema di stomaco o al cattivo cibo.

65. Sebbene il Beato non patisse mai dolore come risultato del suo kamma, o a causa di una vita dissoluta, tuttavia patì dolore per ognuna delle altre sei cause. Ma non fu mai privato della vita a causa di qualche dolore. Vengono a questo nostro corpo, o re, composto dai quattro elementi, sensazioni desiderabili o indesiderabili, piacevoli o spiacevoli. Immaginate, o re, che una zolla di terra fosse gettata in aria per poi cadere di nuovo al suolo. Sarebbe conseguenza di qualche atto compiuto precedentemente che cadrebbe così al suolo?”
“No, venerabile. Non vi è ragione nell’ampia terra per cui potesse sperimentare il risultato di un atto buono o cattivo. Sarebbe per ragione di una legge naturale, indipendente dal kamma che la zolla cadrebbe di nuovo al suolo.”
“Bene, o re, il Tathagata potrebbe essere paragonato alla grande terra. E come la zolla cadrebbe su di essa indifferente a qualche atto da essa compiuto, così fu anche indifferente con qualche atto compiuto da lui che quella scheggia di roccia ferì il suo piede.

66. Ancora, o re, gli uomini zappano ed arano la terra. Ma ciò è il risultato di qualche atto precedentemente compiuto?”
“Certo che no, venerabile.”
“Analogamente con la caduta di quella scheggia. E la dissenteria che lo colpì non fu, allo stesso modo, il risultato di un atto precedentemente compiuto, essa nacque dall’unione dei tre umori. E qualsiasi altra malattia fisica che lo colpì, non ebbe origine dal kamma, ma per una delle sei cause. Perciò è stato detto, o re, dal Beato, da colui che è al di sopra dei deva, nella gloriosa raccolta chiamata Samyutta Nikaya nel sutta in prosa avente come titolo Moliya Sivaka: “Vi sono dei dolori che nascono nel mondo, Sivaka, da biliosi umori. E tu dovresti conoscere con certezza quali sono, perché sono di comune conoscenza nel mondo. Ma quei Samana e Bramani, Sivaka, che credono e proclamano che qualsiasi piacere, o dolore, o sensazione neutra, da ogni uomo sperimentato, sia sempre dovuto ad un atto precedente – costoro vanno al di là della certezza, al di là della conoscenza,e per questo motivo dico che sono in errore. E così pure di quei dolori che nascono dall’umore flemmatico, o dall’umore ventoso, o dall’unione dei tre, o da febbre, o da una vita dissoluta, o da azioni esterne, o come risultato del kamma. In ogni caso dovresti conoscere con certezza quali sono, perché sono di comune conoscenza nel mondo.” Così, o re, non tutte le sofferenze sono il risultato del kamma. E voi dovreste accettare come valida ragione che,quando il Beato divenne un Buddha, egli aveva distrutto ogni male in sé presente.”
“Molto bene, Nagasena! E’ così ed io accetto ciò che avete detto.”

[Qui finisce il dilemma sulla purezza del Buddha.]

I vantaggi della meditazione

67. “Venerabile Nagasena, la vostra gente afferma che tutto ciò che un Tathagata deve realizzare il Beato lo aveva già raggiunto quando sedeva ai piedi dell’Albero del Risveglio. Allora non vi era nulla per lui ancora da raggiungere, nulla da aggiungere a ciò che aveva già realizzato. Ma si tramanda che appena ottenuto il Risveglio egli rimase assorto per tre mesi in estatica contemplazione. Se la prima affermazione è vera, allora la seconda deve essere falsa. Se la seconda è vera, allora la prima deve essere falsa. Chi ha già raggiunto la sua meta non ha bisogno di nessuna contemplazione. E’ l’uomo che non ha terminato il suo compito che deve provvedere a realizzarlo. E’ l’uomo malato che ha bisogno di medicine, non il sano; l’affamato che ha bisogno di cibo, non il sazio. Questo è un altro dilemma a due facce e voi lo dovete risolvere!”

68. “Entrambe le affermazioni, o re, sono vere. La contemplazione possiede molte virtù. Tutti i Tathagata in contemplazione raggiunsero lo stato di Buddha, e la praticarono per ricordare le sue ottime qualità. Essi si comportarono come un uomo che avendo ricevuto alti onori da un re rimanesse al servizio di quel re in memoria dei vantaggi e della prosperità goduta. – o come un uomo che, essendo stato afflitto e colpito da una malattia ed avendo ritrovato la salute mediante l’uso di una medicina, usasse sempre la stessa medicina per usufruire delle sue virtù.

69. Ci sono, o re, queste 28 buone qualità della meditazione di cui i Tathagata ne sono dotati. E quali sono? La meditazione preserva colui che medita, dona lunga vita e grande potere, purifica dalla colpe, rimuove ogni cattiva reputazione dando un buon nome, distrugge l’infelicità recando felicità, libera da tutte le paure con la fede, toglie la pigrizia con lo zelo, allontana l’avidità, l’avversione e l’ignoranza, distrugge l’orgoglio, dissolve ogni dubbio, calma e rende docile la mente, rende felici, rende migliori, fa ottenere molti vantaggi, rende degni, reca gioia e piacere, mostra la natura impermanente di tutte le realtà composte, pone fine alla rinascita, fa ottenere tutti i benefici della rinuncia. Queste, o re, sono le 28 virtù della meditazione di cui i Tathagata sono dediti. Questo perché i Tathagata,o re, desiderano raggiungere la meta suprema, la gioia della serena dimensione del Nibbana, perciò praticano la meditazione con le menti concentrate alla meta finale.

70. Inoltre vi sono quattro ragioni per cui i Tathagata, o re, praticano la meditazione. E quali sono? Per poter dimorare nella pace, o re – per l’abbondanza dei suoi vantaggi senza ostacoli – per percorrere la strada delle nobili realtà senza eccezione – perché è stata lodata, elogiata, esaltata e glorificata da tutti i Buddha. Queste sono le ragioni per cui i Tathagata la praticano. Quindi, gran re, non perché vi è altro da raggiungere, o da aggiungere a ciò che hanno già realizzato, ma la praticano perché hanno compreso i numerosi vantaggi della meditazione.”
“Molto bene, Nagasena! Così è, ed io accetto le tue parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla meditazione.]

I limiti di tre mesi

71. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Il Tathagata, Ananda, ha meditato e totalmente praticato, sviluppato, accumulato ed asceso all’apice dei quattro sentieri dello stato di Arahant, e così li ha conosciuti perfettamente tanto da essere capace di usarli come mezzi di crescita mentale, e come base di sviluppo – ed egli, Ananda, se lo volesse potrebbe rimanere vivo per un intero kalpa, o per quella parte di un kalpa che deve ancora trascorrere.” E poi disse ancora: “Alla fine di tre mesi da questo momento il Tathagata morirà.” Se la prima di queste affermazioni è vera, allora il limite di tre mesi deve essere falso. Se la seconda è vera, allora la prima deve essere falsa. Perché i Tathagata non si lodano senza una ragione, i Beati Buddha non mentono, ma dicono sempre la verità e sono sinceri. Questo è anche un dilemma a due facce, profondo, sottile, difficile da esporre. Ora a voi è posto. Rompete questa rete di eresia, mettetela da parte, fate a pezzi gli argomenti dell’avversario!”

72. “Entrambe queste affermazioni, o re, furono fatte dal Beato. Ma Kalpa in quel contesto indica la durata della vita umana. Ed il Beato, o re, non esaltava il suo potere nel dire quelle parole, ma stava esaltando il potere dello stato di Arahant. E’ come se un sovrano possedesse un cavallo veloce come il vento; e per esaltare la sua velocità dicesse davanti alla corte, ai sudditi, agli ufficiali, ai bramani ed ai nobili: “Se solo volesse, questo nobile mio destriero, potrebbe attraversare tutta la terra fino agli oceani in un baleno!”. Ora egli non vuole provare la velocità del cavallo davanti alla corte, anche se l’animale poteva attraversare tutta la terra fino agli oceani in un baleno. Analogamente, o re, il Beato così parlò per lodare il potere dello stato di Arahant, e così parlò seduto tra deva ed uomini, tra uomini dalla triplice saggezza e dalla sestuplice profonda visione – gli Arahant liberi e puri – quando disse: “Il Tathagata, Ananda, ha meditato e totalmente praticato, sviluppato, accumulato ed asceso all’apice dei quattro sentieri dello stato di Arahant, e così li ha conosciuti perfettamente tanto da essere capace di usarli come mezzi di crescita mentale, e come base di sviluppo – ed egli, Ananda, se lo volesse potrebbe rimanere vivo per un intero kalpa, o per quella parte di un kalpa che deve ancora trascorrere.” E quel potere, o re, era presente nel Tathagata, il quale avrebbe potuto vivere per quel tempo: eppure egli non mostrò quel potere a quella assemblea. Il Beato, o re, è libero ed incondizionato da future rinascite, e le ha tutte condannate. Perciò è stato detto, o re, dal Beato: “Monaci, come una piccolissima quantità di escrementi ha cattivo odore, così io non trovo nessuna bellezza nel più piccolo soffio di una vita futura, neppure se durasse il tempo di uno schioccare di dita.” Ora il Beato, o re, che considerava ogni tipo e condizione di vita futura come sterco, poteva nutrire un bramoso desiderio di qualche vita futura, solo a causa del suo potere di Iddhi?”
“Certo che no, venerabile.”
“Allora fu soltanto per esaltare il potere di Iddhi che egli fece quelle affermazioni.”
“Molto bene, Nagasena! E’ così ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sui tre mesi.]

Qui termina il Primo Capitolo.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di T. W. Rhys Davids. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.