MILINDAPAÑHA
LIBRO I

Milindapañha: Libro I – L’antica narrazione

1. Re Milinda si recò a Sagala, la città antica più conosciuta,
da Nagasena, il saggio più conosciuto al mondo.
(Come il profondo Gange scorre verso l’oceano più profondo.)
A lui, all’eloquente, al portatore della fiaccola
della Verità, il dilapidatore dell’oscurità delle menti degli uomini,
sottili e complesse domande egli rivolse,
illuminando molti punti. Allora furono date soluzioni
profonde nel significato, che toccano il cuore,
dolci all’orecchio, meravigliose e strane.
Il discorso di Nagasena immerso nelle nascoste profondità
del Vinaya e dell’ABhidhamma (Legge e Pensiero)
districando tutti i nodi della rete dei Discorsi,
rese chiari i quesiti con metafore ed eccelsi ragionamenti.
Forza allora! Concentrate le vostre menti, e lasciate gioire i vostri cuori,
ascoltando queste sottili questioni, dove
ogni dubbio è ben risolto.

2. Così narra la tradizione. Vi era nel paese dei Yonaka (parola pāli per indicare gli antichi greci, Ionici o i greci della regione Bactria, oggi parte di Afghanistan, Tajikistan, Uzbekistan) un grande centro di commercio, una città chiamata Sagala, situata in una deliziosa località collinare e ricca d’acqua, piena di parchi e giardini, boschetti e laghi sia naturali sia artificiali, un paradiso di fiumi, montagne e boschi.
Saggi architetti l’avevano progettata, e la popolazione non conosceva oppressione, da quando erano stati sconfitti tutti i suoi nemici ed avversari. Possente è la sua difesa, con parecchie torri e inaccessibili bastioni, con superbe porte ed archi d’entrata; e nel mezzo la cittadella reale, con bianche mura e profondi fossati. Ben disposte sono le sue strade, le sue piazze, i suoi incroci ed i suoi mercati. Ben in mostra sono le innumerevoli merci che riempiono le varie botteghe. E’ riccamente adornata con centinaia di bettole di vari tipi; e splendida con centinaia di migliaia di meravigliose locande, che si elevano al cielo come le vette dell’Himalaya. Le sue strade sono piene di elefanti, cavalli, carri e pedoni, e popolate da gruppi di belle persone, uomini e donne, di qualsiasi condizione sociale, Brahmani, nobili, artigiani e servi. E dappertutto si odono parole di benvenuto ai maestri di ogni credo, e la città è il ritrovo delle guide spirituali di tutte le sette. Vi sono botteghe per la vendita della mussolina di Benares, delle stoffe di Kotumbara, e altri tessuti di vario genere; dai bazar fuoriescono dei profumi, dove si trovano ogni tipo di fiori e profumi. Vi sono tutti i tipi di gioielli, desiderati da cuori umani, le compagnie dei mercanti mettono in bella mostra le loro mercanzie che riempiono ogni celeste direzione. Molto denaro circola in città, così oro, argento, rame e pietre preziose. I depositi erano colmi di beni, di grano, di cose di valore, di cibi, di bevande di ogni genere, sciroppi e dolci. Competeva in ricchezza con Uttara-Kurn, ed i gloria con Alakamanda, la città degli dèi.

3. Dopo aver detto questo, dobbiamo adesso narrare la storia della precedente nascita di queste due persone (Milinda e Nagasena) ei vari enigmi. Così divisi:
1. La loro precedente storia (pubba-yoga)
2. I problemi di Milinda
3. Le domande sui segni distintivi
4. Problemi sorti da alcune contraddizioni
5. Problemi sorti da ambiguità
6. Discussioni sulla metafora
Inoltre i problemi di Milinda sono divisi in due parti, e cioè domande sui segni distintivi e domande sorte per risolvere il dubbio; e i problemi sorti da stati contraddittori vengono, a loro volta, divisi in:
– il lungo capitolo, e i problemi sulla vita ascetica.

Le loro vite precedenti (pubba-yoga)

4. Per pubba-yoga si indica il loro precedente Kamma (le loro azioni o le loro esistenze precedenti). Molto tempo fa, si dice, quando Kassapa il Buddha stava emanando la fede, nei pressi del Gange dimorava in una comunità una grande compagnia di membri dell’Ordine. Là i fratelli, seguaci delle regole e dei doveri, di mattina presto dopo essersi svegliati ed aver preso le scope dai lunghi manici, pulivano il cortile raccogliendo la spazzatura in un mucchio, meditando nel frattempo sulle virtù del Buddha.

5. Un giorno un fratello disse ad un novizio di rimuovere il mucchio di spazzatura. Ma costui, come se non avesse sentito, continuò a fare le sue cose; chiamato una seconda ed una terza volta, continuò a fare le sue cose, sempre come se non avesse sentito. Allora il fratello, molto arrabbiato con quel novizio così maleducato, gli sferrò un colpo con il manico della scopa.
Questa volta, non potendo rifiutarsi, eseguì il compito piangendo; mentre lo eseguiva mormorava a se stesso questa prima aspirazione: “Che io possa, mediante quest’azione meritoria di rimuovere la spazzatura, in ogni futura condizione in cui dovessi nascere prima di raggiungere il Nibbana, essere potente e glorioso come il sole di mezzogiorno!”

6. Terminato il suo lavoro si recò sulla riva del fiume per bagnarsi, vedendo le possenti correnti del Gange ribollire ed agitarsi, mormorò a se stesso questa seconda aspirazione: “Che io possa, in ogni futura condizione in cui dovessi nascere prima di raggiungere il Nibbana, possedere il potere di dire immediatamente la cosa giusta, in qualsiasi circostanza, spazzando via ogni cosa come questa possente corrente!”

7. Ora quel fratello, dopo aver messo a posto la scopa, si recò anch’egli alla riva del fiume per bagnarsi, e mentre camminava udì ciò che aveva appena detto il novizio. Allora pensò: “Se questo ragazzo, mediante un atto meritorio, dopo essere stato da me istigato, può nutrire tali speranze, cosa non potrei io ottenere?”, ed anche lui espresse il suo desiderio, che era questo: “In ogni condizione futura in cui dovrò nascere fino al raggiungimento del Nibbana, possa anche io essere pronto a dire la cosa giusta, e più specialmente possa io avere il potere di spiegare e risolvere ogni problema ed ogni difficile questione che questo ragazzo mi espone, spazzando via ogni cosa come questa possente corrente!”

8. Allora per l’intero periodo di tempo fra un Buddha ed il successivo queste due persone errarono di esistenza in esistenza fra dèi ed uomini. E il nostro Buddha pure li vide, e proprio come fece al figlio di Moggali e a Tissa l’anziano, così anche a loro predisse il loro destino futuro, dicendo: “Questi due riappariranno cinquecento anni dopo il mio trapasso, ed entrambi proclameranno la sottile Legge e Dottrina da me insegnata, spiegando e risolvendo le sue difficoltà con domande e metafore.”

9. Dei due il novizio divenne il re della città di Sagala in India, di nome Milinda, dotto, eloquente, saggio ed abile; ed un fedele osservatore, e a tempo opportuno, di tutti i vari atti di devozione e cerimonia stabiliti dai suoi inni sacri concernenti le cose del passato, del presente e quelle a venire. Conosceva molte arti e scienze – la sacra tradizione e la legge secolare; il Sankhya, lo Yoga, Nyaya, e i sistemi filosofici Vaiseshika; l’aritmetica; la musica; la medicina; i quattro Veda; i Purana e gli Itihasi; l’astronomia, la magia, la teoria delle origini, gli incantesimi; l’arte della guerra; la poesia; l’oratoria – in una parola, tutte le diciannove scienze.
Come disputante era difficile da eguagliare, più difficile ancora da superare; tutti i fondatori delle varie scuole di pensiero lo ritenevano superiore. E come in saggezza così anche nella forza fisica, in agilità e in valore non vi era nessuno come Milinda in tutta l’India. Era anche molto ricco, colmo di ricchezza e prosperità, e il numero delle sue armate era senza fine.

10. Ora un giorno Milinda il re lasciò la città per passare in rassegna le innumerevoli truppe del suo possente esercito nelle sue quattro armate (di elefanti, cavalleria, arcieri e fanteria). E quando la parata delle armate era finita, il re, amante delle dispute verbali con i casuisti, sofisti e gente di questo tipo, osservò il sole (per vedere l’ora) e poi disse ai suoi ministri: “Il giorno è ancora giovane. Perché tornare in città così presto? Non vi è una persona dotta, o un maestro errante o un Brahmano, guida di qualche ordine o scuola, o il maestro di un gruppo di discepoli (anche se professano la fede nel Buddha), disposto a discutere con me e risolvere i miei dubbi?”

11. Quindi i cinquecento Greci dissero a Milinda il re: “Vi sono sei Maestri, o re! Purana Kassapa, Makkhali, il Nigantha del clan dei Nata, Sangaya il figlio della donna Belattha, Agita vestito di peli e Pakudha Kakkayana. Costoro sono molto conosciuti e famosi fondatori di scuole, con molti seguaci loro discepoli ed uditori, e molto venerati dalle persone. Andiamo, gran re!Poniamo a loro i vostri dilemmi e risolviamo ogni dubbio.”

12. Così il re Milinda, seguito dai cinquecento Greci, salì sul carro regale con il suo splendido equipaggio, e si recò dove dimorava Purana Kassapa, (ivi giunto) lo salutò con cortesi parole per poi sedersi a lato. Sedutosi gli chiese: “Chi è, venerabile Kassapa, che governa il mondo?”
“La Terra, grande re, governa il mondo!”
“Ma, venerabile Kassapa, se la Terra governa il mondo, come è possibile che alcune persone cadono nell’inferno di Aviki, uscendo fuori dalla sfera della Terra?”
Così detto, Purana Kassapa non riuscì né a dissolvere il dubbio né a discuterlo; sconfortato, rimase in silenzio e con aria triste rimase seduto.

13. Allora Milinda il re disse a Makkhali: “Ci sono, venerabile Gosala, azioni buone ed azioni cattive? Qual è il frutto, l’ultimo risultato di tali azioni?”
“Non ci sono tali azioni, o re; nemmeno un tale frutto o un tale risultato. Coloro che in questo mondo sono nobili, costoro, o re, una volta rinati in un altro mondo, saranno di nuovo nobili. E coloro che sono Brahmani, o della classe media, o lavoratori, o fuori casta e simili, saranno gli stessi in un altro mondo. A cosa servono, quindi, le buone o le cattive azioni?”
“Se, venerabile Gosala, è così come voi dite, allora, per uguale ragione, colore che, in questo mondo, hanno una mano monca, la avranno lo stesso in un altro mondo, e allo stesso modo chi ha un piede mozzato, o un orecchio o il naso!”
A queste parole Makkhali rimase in silenzio.

14. Quindi Milinda il re pensò tra sé: “Tutta l’India è una cosa vuota, è proprio come la pula! Non c’è nessuno, asceta o brahmano, capace di discutere con me, e dissolvere i miei dubbi.” Poi disse ai suoi ministri: “Bella e piacevole è la notte! Quale asceta o brahmano possiamo rendere visita per porgli delle domande, capace di discutere con noi e dissolvere i nostri dubbi?” Così detto i consiglieri rimasero in silenzio, rimanendo ad osservare il volto del re.

15. Ora a quel tempo la città di Sagala era rimasta per dodici anni priva di uomini sapienti, sia brahmani, asceti o laici. Ma ovunque il re sapeva dove dimoravano tali persone, là andava per porre a loro delle domande. Ma tutti allo stesso modo, essendo incapaci di soddisfare il re mediante le loro risposte ai suoi quesiti, vagavano di qua e di là, o se non partivano per un altro luogo, erano sempre ridotti al silenzio.

16. Ora a quel tempo dimorava nella regione montuosa dell’Himalaya, sul Pendio Custodito, una innumerevole comunità di Arahat (fratelli che in vita hanno raggiunto il Nibbana). E il venerabile Assagutta, mediante il suo ascolto divino, udì quelle parole del re Milinda. Ed egli riunì un’assemblea dell’Ordine sulla cima della montagna Yugandhara, per poi chiedere ai fratelli: “Vi è qualche membro dell’Ordine capace di discutere con Milinda il re, e dissolvere i suoi dubbi?”
Tutti rimasero in silenzio. Una seconda ed una terza volta egli pose a loro la stessa domanda, e di nuovo nessuno di loro parlò. Allora disse all’Ordine riunito: “Vi è, reverendi signori, nel paradiso dei Trentatrè, ad oriente del palazzo Vegayanta, una dimora chiamata Ketumati, dove dimora il deva Mahasena. Egli è in grado di discutere con Milinda il re,e di dissolvere i suoi dubbi.” Così l’innumerevole comunità di Arahat svanì dalla cima della montagna Yugandhara ed apparvero nel paradiso dei Trentatrè.

17. Sakka, il re dei deva, vide quei fratelli dell’Ordine giungere da lontano. Alla loro vista si avvicinò al venerabile Assagutta e, dopo averlo salutato con riverenza, stette ad un lato. E così stando gli disse: “Grande, reverendo signore, è la comunità dei fratelli che è giunta. Cosa vogliono? Io sono al servizio dell’Ordine. Cosa posso fare per voi?”
Il venerabile Assagutta rispose: “Vi è, o re, in India, nella città di Sagala, un re di nome Milinda. Come disputante non ha eguali, difficile da superare, è riconosciuto superiore da tutti i fondatori delle varie scuole di pensiero. Possiede l’abitudine di visitare i membri dell’Ordine e di tormentarli con questioni filosofiche.”
Allora così gli disse Sakka il re dei deva: “Quello stesso re Milinda, venerabile, lasciò questa condizione per rinascere come essere umano. E in quella dimora Ketumati vive un deva, di nome Mahasena, il quale è in grado di competere con lui e di dissolvere i suoi dubbi. Quel deva noi supplicheremo di rinascere nella sofferta condizione umana.”

18. Così Sakka, il re dei deva, preceduto dall’Ordine, entrò nella dimora Ketumati; e dopo aver abbracciato Mahasena il deva, gli disse: “L’Ordine dei fratelli, Signore, ti supplica di rinascere nel mondo degli uomini.”
“Io sono privo di desiderio per il mondo degli uomini, Signore, perché oppresso dalle azioni (Kamma). La vita umana è dura. Qui, Signore, nel mondo divino, rinascendo in sfere più elevate, io spero di trapassare!”
Una seconda ed una terza volta Sakka, il re dei deva, ripeté la stessa richiesta, ma la risposta fu ancora la stessa. Allora il venerabile Assagutta si rivolse al deva Mahasena dicendo: “Nel passare in rassegna, Signore, i mondi divini ed umani, non vi è nessuno come voi capace di sviluppare la fede col confutare le idee eretiche di Milinda il re. L’intero Ordine vi supplica, Signore: “Accondiscendete, o degno, di rinascere fra gli uomini, in modo da offrire alla religione del Beato il tuo possente aiuto.”
Allora il deva Mahasena ebbe il cuore colmo di gioia all’idea di offrire il suo aiuto alla fede col confutare le idee eretiche di Milinda il re; e diede la sua parola dicendo: “Molto bene, venerabili, io acconsento di rinascere nel mondo degli uomini.”

19. Allora i fratelli, dopo aver portato a termine il compito assegnatogli, sparirono dal paradiso dei Trentatré e riapparvero sul Pendio Custodito sulle montagne dell’Himalaya. Il venerabile Assagutta si rivolse all’Ordine dicendo: “Vi è, venerabili, un fratello appartenente a questa assemblea che non è presente?”
Quindi un fratello rispose che vi era Rohana, il quale da una settimana si era ritirato fra le montagne per praticare la meditazione, e propose di mandargli un messaggero. Proprio in quel momento il venerabile Rohana emerse dalla sua meditazione e si rese conto che l’Ordine lo aspettava. Così scomparendo dalla cima della montagna riapparve dinanzi all’assemblea dei fratelli.
Il venerabile Assagutta gli disse: “Come mai, venerabile Rohana, quando la religione del Buddha è in pericolo non hai occhi per l’opera dell’Ordine?”
“Fu per distrazione, Signore.” – egli rispose.
“Allora, venerabile Rohana, sei in colpa.”
“Cosa dovrei fare, Signore?”
“Vi è in un villaggio brahmano chiamato Kagangala, venerabile Rohana, ai piedi delle vette dell’Himalaya, dove dimora un brahmano di nome Sonuttara. Costui avrà un figlio di nome Nagasena. Vai in quella casa a questuare per sette anni e dieci mesi. Trascorso quel tempo farai ritirare quel ragazzo dalla vita mondana per farlo entrare nell’Ordine. Quando egli avrà abbandonato il mondo, allora espierai la tua colpa.”
“Sia come dite.” – disse il venerabile Rohana annuendo.

20. Ora Mahasena il deva trapassò dal mondo divino e rinacque nell’utero della moglie del brahmano Sonuttara. Quando fu concepito tre strani e straordinari eventi accaddero: tutti i tipi di armi presero fuoco, il grano tenero maturò all’istante, e vi una forte pioggia (in tempo di siccità). Il venerabile Rohana andò a questuare in quella casa per sette anni e dieci mesi dal giorno della reincarnazione di Mahasena, ma nemmeno una volte ricevette un cucchiaio di riso bollito, o una zuppa di farina acida, o un saluto, o un gesto a mani giunte, o altro tipo di saluto. Anzi ebbe solo insulti e rimproveri e nessuno che gli dicesse almeno: “Signore, abbiate la bontà di andare alla casa vicina.”
Quando tutto quel tempo fu passato accadde che quelle parole gli furono rivolte. IN quel giorno il brahmano, al ritorno dal suo lavoro nei campi, vide l’Anziano monaco e gli disse: “Bene, eremita, sai stato da noi?”
“Sì, brahmano.”
“Hai ricevuto qualcosa?”
“Sì, brahmano.”
Costui fu dispiaciuto e, entrato in casa, chiese ai familiari: “Avete dato qualcosa a quell’eremita?”
“Non gli abbiamo dato nulla.” – fu la risposta.

21. Quindi il brahmano, il giorno dopo, seduto all’ingresso pensava tra sé: “Oggi biasimerò quell’eremita perché ha mentito.” E quando l’Anziano monaco ritornò di nuovo alla casa, gli disse: “Ieri hai detto di aver ricevuto qualcosa a casa mia, invece non hai ricevuto nulla! Mentire è permesso tra i tuoi seguaci?”
L’anziano monaco replicò: “Brahmano, per sette anni e dieci mesi nessuno mi ha mai fatto la cortesia di andare alla casa vicina. Ieri questa cortesia mi è stata fatta. A questo mi riferivo.”
Il brahmano pensò: “Se questi uomini, dinanzi ad una piccola cortesia, la riconoscono pubblicamente e ringraziano per aver ricevuto un’elemosina, cosa non farebbero nel ricevere realmente un dono!” E da ciò fu molto colpito, perciò gli fece offrire del riso e del curry preparato per lui, poi aggiunse: “Ogni giorno riceverai qui questo cibo.” Ed avendo notato l’umile contegno dell’Anziano monaco, che da quel giorno sempre ritornò, lo invitò a partecipare al pranzo di mezzogiorno regolarmente. L’Anziano monaco acconsentì in silenzio; e ogni giorno d’allora, dopo aver finito il suo pasto e pronto per andare via, recitava alcuni brevi passi o altre parole del Buddha.

22. Ora la moglie del brahmano, dopo dieci mesi, diede alla luce suo figlio e fu chiamato Nagasena. Raggiunta l’età di sette anni, suo padre gli disse: “Vuoi studiare l’insegnamento tradizionale dei brahmani, caro Nagasena?”
“Come è chiamato, padre?” – egli disse.
“I tre Veda sono l’insegnamento (Sikkha), altre conoscenze sono solo delle arti, mio caro.”
“Sì, mi piacerebbe impararli, padre.” – disse il ragazzo.
Allora Sonuttara il brahmano diede ad un maestro brahmano mille monete come compenso per l’insegnamento, e mise a disposizione per lui un divano in una camera interna, poi gli disse: “Brahmano, fai imparare a memoria gli inni sacri a questo ragazzo.”
Così il maestro fece ripetere al ragazzo gli inni, esortandolo ad impararli a memoria. Il giovane Nagasena, dopo una solo ripetizione degli inni, aveva imparato i tre Veda a memoria, sapendoli intonare correttamente, e ne aveva compreso il significato, poteva stabilire il posto esatto di ogni verso, ed aveva capito i misteri che essi contenevano. Tutto in una volta era sorta in lui la visione profonda dei tre Veda, con una conoscenza della loro lessicografia, della loro prosodia, della loro grammatica, e delle varie leggende legate ai loro caratteri. Divenne un filologo ed un grammatico, ed un esperto della casistica e della conoscenza dei segni corporei che prefigurano la grandezza di un uomo.

23. Allora il giovane Nagasena disse a suo padre: “C’è qualcos’altro da imparare dell’insegnamento dei brahmani, o questo è tutto?”
“Non c’è nient’altro, mio caro Nagasena. Questo è tutto.”- fu la risposta.
Quindi il giovane Nagasena ripeté per l’ultima volta la sua lezione al maestro, poi uscì di casa, ubbidendo ad un impulso nato nel suo cuore come frutto del kamma precedente, cercò un luogo solitario, dove si abbandonò alla meditazione. Rivide tutto ciò che aveva imparato dall’inizio alla fine, e alla fine, non trovò in esso alcun valore. E, con l’anima affranta, esclamò: “Vuoti sono in fondo questi Veda, come una pula. In loro non esiste alcuna realtà, né virtù, né verità assoluta!”
In quel momento il venerabile Rohana, seduto nel suo eremo a Vattaniya, sentì nella sua mente ciò che stava accadendo nel cuore di Nagasena. Così si vestì, prese mantello e scodella, e scomparve da Vattaniya per poi apparire nei pressi del villaggio brahmano di Kagangala. Il giovane Nagasena, stando vicino all’ingresso, lo vide che si avvicinava. Nel vederlo fu felice e contento, ed una dolce speranza sorse nel suo cuore, quella di poter conoscere la verità assoluta. Si recò da lui e disse: “Chi siete, signore? E perché indossate questa veste gialla ed avete la testa rasata?”
“Mi chiamano asceta, ragazzo mio.” (Pabbagita: letteralmente, ‘colui che ha abbandonato’ la vita mondana)
“Perché ti chiamano ‘colui che ha abbandonato’?”
“Perché un asceta è colui che si è ritirato dal mondo per essere completamente puro. Per questa ragione mi chiamano asceta, ragazzo mio.”
“Perché non porti i capelli come gli altri?”
“Un asceta si rade capelli e barba per riconoscere i sedici ostacoli appartenenti ad una vita più alta. E quali sono questi sedici ostacoli? L’ostacolo di ornarli, ed adornarli, di mettere gli oli, di usare shampoo, l’inghirlandarli, di usare profumi ed unguenti, semi di mirobolano, tinture e nastri, pettini, di chiamare il barbiere, di sciogliere i ricci, e la possibilità di insetti parassiti. Quando i loro capelli cadono si addolorano e si tormentano; a volte si lamentano, e piangono, si picchiano il petto, o cadono precipitosamente in deliquio – intrappolati da questi ed altri ostacoli gli uomini possono dimenticare quelle parti della saggezza e dell’insegnamento che sono sottili e delicate.”
“Perché, signore, non indossate abiti come gli altri?”
“Bei vestiti, ragazzo mio, come usano indossare le persone mondane, sono inseparabili dalle cinque brame. Invece non è esposto a nessun pericolo chi indossa la veste gialla. E’ per tale ragione che il mio vestito non è come quello degli altri.”
“Voi sapete, Signore, la reale conoscenza?”
“Sì, io so la reale conoscenza, e qual sia il migliore inno (mantra) del mondo, anche questo io so.”
“Me lo potreste insegnare, Signore?”
“Certo.”
“Allora insegnatemelo.”
“Ora non è il momento; dobbiamo andare al villaggio per la questua.”

24. Allora il giovane Nagasena prese la scodella delle elemosine, che portava il venerabile Rohana, e lo fece entrare in casa, e con le sue mani gli offrì del cibo, grezzo e raffinato, tanto quanto ne voleva. Quando si accorse che aveva finito il suo pasto, avendo tolto la mano dalla scodella, gli disse: “Ora, Signore, mi insegni quell’inno?”
“Quando ti sarai liberato dagli ostacoli, ragazzo mio, ed indossato, con il consenso dei tuoi genitori, la veste che io indosso, allora potrò insegnartelo.”

25. Così il giovane Nagasena andò da suo padre e sua madre, e disse: “Questo asceta afferma di sapere il miglior inno del mondo, ma non può insegnarmelo se non entro nel suo Ordine come suo discepolo. Mi piacerebbe entrare nell’Ordine per imparare quell’inno.”
I suoi genitori acconsentirono. Essi desideravano che imparasse l’inno, anche a costo di ritirarsi dal mondo; e credevano che una volta imparato sarebbe ritornato.
Allora il venerabile Rohana condusse Nagasena all’eremo di Vattaniya, al Vigamba Vatthu, e dopo aver trascorso la notte in quel luogo, lo condusse sul Pendio Custodito, e là, fra l’innumerevole comunità di Arahat, il giovane Nagasena fu ammesso all’Ordine come novizio.

26. Quindi, quando fu ammesso all’Ordine, il venerabile Nagasena disse al venerabile Rohana: “Indosso le vostre vesti, adesso insegnatemi quell’inno.”
Allora il venerabile Rohana pensò fra sé: “Da dove iniziare l’insegnamento? Dai Discorsi (suttanta) o dalle cose più profonde della fede (Abhidhamma)?” Come vide che Nagasena era intelligente e poteva avere la padronanza dell’Abhidhamma con facilità, gli diede la sua prima lezione su ciò.
Il venerabile Nagasena, dopo aver ascoltato e ripetuto una sola volta, conosceva a memoria l’intero trattato dell’Abhidhamma – cioè il Dhamma Sangani, con le sue grandi divisioni in buone, cattive e neutre qualità, e la sua suddivisione in coppie e in triadi – il Vibhanga, con i suoi diciotto capitoli, di cui il primo libro è il libro degli elementi costitutivi degli esseri – il Dhatu Katha, con i suoi quattordici libri, di cui il primo tratta della compensazione e della non-compensazione – il Puggala Paññati, con le sue sei divisioni che trattano della differenza tra i vari elementi costitutivi, e la differenza tra i vari sensi e delle proprietà che essi apprendono, e così via – il Katha Vatthu, con le sue mille sezioni, cinquecento sui nostri vari punti di vista, e cinquecento su quelli dei nostri oppositori – il Yamaka, con le sue dieci divisioni in proposizioni complementari riguardo alle origini, agli elementi costitutivi, e così via – e il Patthana, con i suoi ventiquattro capitoli sull’origine delle cause, delle idee, ed il resto. Ed egli disse: “Basta così, Signore. Non c’è bisogno di continuare. Ciò sarà sufficiente a rendermi capace di ripeterlo.”

27. Allora Nagasena andò all’innumerevole comunità degli Arahat e disse: “Vorrei esporre l’intera mole dell’Abhidhamma Pitaka, senza abbreviazioni, ordinandola sotto i tre vertici di buone, cattive e neutre qualità.” Ed essi lo lasciarono fare. E in sette mesi il venerabile Nagasena recitò interamente i sette libri dell’Abhidhamma. E la terra tuonò, i deva applaudirono, i deva del regno di Brahma acclamarono, e dal cielo cadde dolcemente una pioggia di polvere profumata di legno di sandalo e di fiori di Mandarava! L’innumerevole comunità degli Arahat, all’istante, sul Pendio Custodito, ammise nell’Ordine il venerabile Nagasena, allora all’età di vent’anni, alla piena appartenenza nel grado più alto dell’Ordine.

28. Quindi il giorno dopo, ammesso pienamente all’Ordine, il venerabile Nagasena all’alba si vestì, e dopo aver preso la sua scodella, accompagnò il suo maestro nel giro delle elemosine nel villaggio vicino. Durante il cammino un pensiero nacque in lui: “Dopo tutto il mio maestro è stato totalmente stolto nel lasciare da parte le parole del Buddha, ed insegnarmi prima l’Abhidhamma!” Il venerabile Rohana fu consapevole del pensiero di Nagasena, perciò gli disse: “E’ una indegna riflessione quella che hai appena fatto, Nagasena; non è degno di te pensare in questo modo.”
“Che meraviglia!” – pensò Nagasena – “Il mio maestro è stato capace di leggere nella mia mente! Gli devo chiedere perdono.” Così disse: “Perdonatemi, Signore, non farò mai più una tale riflessione.”
“Io non posso perdonarti, Nagasena, semplicemente su quella promessa.” – fu la risposta. “Ma vi è una città chiamata Sagala, dove regna un re di nome Milinda, egli tormenta i fratelli col proporre quesiti di natura eretica. Ti guadagnerai il mio perdono, Nagasena, quando una volta andato là, supererai quel re in ogni discussione, e lo porterai felicemente alla verità.”
“Non soltanto il re Milinda, o santo, ma lascia venire e propormi domande tutti i re dell’India, ed io distruggerò e risolverò tutti i loro dubbi, solo per ottenere il vostro perdono! – esclamò Nagasena. Ma quando scoprì che tutto ciò era inutile, disse: “Signore, dove mi consigliate di trascorrere i tre mesi della stagione delle piogge in arrivo?”

29. “C’è un fratello di nome Assagutta che dimora nell’eremo di Vattaniya. Va da lui, Nagasena, e dopo aver salutato con riverenza a mio nome, gli dici: “Il mio maestro, o santo, ti saluta con riverenza, e ti chiede se stai bene e a tuo agio, in pieno forza e vigore. Egli mi ha qui mandato per trascorrere i tre mesi della stagione delle piogge sotto la tua protezione.” Qualora ti domandasse il nome del tuo maestro, diglielo. Ma se ti domanda il suo nome, digli: “Il mio maestro, Signore, conosce il vostro nome.”
Nagasena si inchinò dinanzi al venerabile Rohana, e passando alla sua destra lo lasciò, prese mantello e scodella, e si recò di luogo in luogo fino a giungere all’eremo di Vattaniya, questuando il suo cibo lungo la strada. Una volta giunto salutò il venerabile Assagutta, e disse esattamente ciò che gli era stato detto, e all’ultima risposta Assagutta disse: “Molto bene, Nagasena, metti a posto la tua scodella e il tuo mantello.” Il giorno dopo Nagasena pulì la cella del maestro, e preparò l’acqua da bere e l’attrezzo per pulire i denti. L’Anziano monaco pulì di nuovo la cella, e buttò via l’acqua da bere e l’attrezzo per pulire i denti, ne prese altri senza dire una sola parola. Così fece per sette giorni. Al settimo l’Anziano monaco gli fece la stessa domanda di prima. E Nagasena di nuovo diede le stesse risposte, così gli diede il permesso di trascorrere lì la stagione delle piogge.

30. Ora una donna, una distinta seguace della fede, si era occupata per trent’anni ed oltre dei bisogni del venerabile Assagutta. Quando cessò quella stagione delle piogge si recò da lui, e chiese se con lui dimorasse un altro fratello. E quando le fu riferito che vi era uno, di nome Nagasena, ella invitò l’Anziano monaco e Nagasena a consumare il pasto di mezzogiorno a casa sua l’indomani. L’Anziano monaco acconsentì in silenzio. La mattina seguente l’Anziano monaco si vestì, e dopo aver preso mantello e scodella, si recò, accompagnato da Nagasena come suo assistente, alla casa di quella seguace, e lì si sedettero al posto preparato per loro. Ella preparò per loro personalmente dell’ottimo cibo, grezzo e raffinato, tanto quanto ne volevano. Quando Assagutta ebbe finito il suo pasto, e tolto la mano dalla scodella, disse a Nagasena: “Nagasena, rinagrazia tu questa distinta signora.” E, così dicendo, si alzò dal proprio posto, e andò via.

31. E la signora disse a Nagasena: “Io sono vecchia, amico Nagasena. Lascia che i ringraziamenti giungano dalle cose più profonde della fede.”
E Nagasena, nel pronunciare il discorso di ringraziamento, parlò della parte più profonda dell’Abhidhamma, non di argomenti di mera e comune moralità, ma quelli riguardanti lo stato di Arahat. E mentre la signora ascoltava seduta, sorse nella sua mente la Visione Profonda della Verità, chiara e pura, che tutto ciò che sorge è destinato a morire. E anche Nagasena, quando ebbe concluso il discorso del ringraziamento, sentì la forza delle verità da lui stesso predicate, e anch’egli giunse alla Visione Profonda – ed anch’egli, là seduto, entrò nella corrente (cioè, il primo stadio dell’Eccelso Sentiero per raggiungere lo stato di Arahat).

32. Allora il venerabile Assagutta, seduto ai piedi di un albero, fu consapevole che entrambi avevano ottenuto la Visione Profonda, ed esclamò: “Ben fatto! Ben fatto, Nagasena! Con una sola freccia hai colpito due nobili prede!” Nello stesso momento migliaia di deva gridarono la loro approvazione.
Ora il venerabile si alzò e ritornò da Assagutta, e dopo averlo salutato, si sedette accanto. Assagutta gli disse: “Adesso recati a Pataliputta, Nagasena. Là, nel Parco Asoka, dimora il venerabile Dhamma-rakkhita. Da lui potrai imparare le parole del Buddha.”
“Signore, quanto è lontano da qui Pataliputta?”
“Un centinaio di leghe, Nagasena.”
“Grande è la distanza, Signore. Sarà difficile trovare cibo lungo la strada. Come farò ad arrivare?”
“Va sempre avanti, Nagasena. Troverai cibo lungo la strada, riso da grani neri appena coltivato, curry e salse di vari tipi.”
“Molto bene, Signore!”, disse Nagasena, e dopo essersi prostrato innanzi al suo maestro ed avendogli girato intorno sulla destra, prese mantello e scodella e partì per Pataliputta.

33. A quel tempo un mercante di Pataliputta, stava ritornando a quella città con cinquecento carri. Quando vide il venerabile Nagasena giungere da lontano, fermò i carri e salutò Nagasena, poi gli chiese: “Dove andate, padre?”
“A Pataliputta, capofamiglia.”
“Bene, padre. Anche noi là stiamo andando. Vi farà comodo venire con noi.”
E il mercante, deliziato dai modi di Nagasena, gli offrì del cibo, grezzo e raffinato, tanto quanto ne voleva, da lui personalmente servito. Appena terminato il pasto, costui prese una sedia bassa e sedette rispettosamente accanto. Così seduto, disse al venerabile Nagasena: “Qual è il vostro nome, padre?”
“Mi chiamano Nagasena, capofamiglia.”
“Conoscete, padre, le parole del Buddha?”
“Conosco l’Abhidhamma.”
“Siamo molto fortunati, padre; è veramente una fortuna. Io sono uno studioso dell’Abhidhamma, e così voi. Ripetetemi, padre, alcuni passi.”
Allora il venerabile Nagsena gli predicò l’Abhidhamma, e a poco a poco sorse nella mente di Nagasena la Visione Profonda della Verità, chiara e pura, che percepisce chiaramente in sé l’origine dei fenomeni e che tutto ciò che sorge è destinato a morire.

34. Il mercante di Pataliputta mandò i suoi carri avanti, per poi seguirli. E nel punto dove la strada si divideva, non lontano da Pataliputta, egli si fermò e disse a Nagasena: “Questa è la direzione per il Parco Asoka. Ora io ho qui un pezzo raro di stoffa di lana, alta sedici cubiti. Fatemi il favore di accettarla.” Nagasena l’accettò. E il mercante, contento e felice, con il cuore colmo di gioia, salutò il venerabile Nagasena, e girandogli attorno sulla destra, se ne andò per la sua strada.

35. Quindi Nagasena si recò nel Parco Asoka da Dhamma-rakkhita. Lì giunto, dopo averlo salutato e avergli detto perché era venuto, egli imparò a memoria, dalla bocca del venerabile Dhamma-rakkhita, in soli tre mesi i tre canestri della parola del Buddha, e dopo una sola recitazione ogni singola parola. E in altri tre mesi fu padrone della mente (nel vero senso della parola).
Ma alla fine di quel periodo il venerabile Dhamma-rakkhita si rivolse a lui e gli disse: “Nagasena, come un mandriano cura le vacche, ma altri godono il loro prodotto, allo stesso modo anche tu inculchi nella tua mente le parole del Buddha dei tre canestri, ma non ancora godi il frutto dello stato dell’ascetismo.
“Anche se è così, o santo, non dire di più.”, fu la risposta. E in quel giorno, di notte, raggiunse lo stato di Arahat e con esso il quadruplice potere di quella Saggezza posseduta da tutti gli Arahat (cioè: la realizzazione del senso, e l’apprezzamento del profondo insegnamento religioso contenuto nella parola, il potere di giudizio intuitivo, e il potere della corretta e pronta esposizione). Appena ebbe raggiunto la Visione Profonda della Verità tutti i deva gridarono la loro approvazione, e la terra tuonò, e i deva del regno di Brahma applaudirono, e dal paradiso scese dolcemente una pioggia di polvere al profumo di legno di sandalo e di fiori di Mandarava.

36. Ora a quel tempo l’innumerevole comunità degli Arahat al Pendio Custodito nelle montagne dell’Himalaya gli mandò un messaggio affinché tornasse, in quanto erano ansiosi di vederlo. Quando udì il messaggio il venerabile Nagasena sparì dal Parco Asoka e riapparve dinanzi a loro. Essi dissero: “Quel re Milinda ha il vezzo di tormentare i fratelli col proporre quesiti complicati con argomentazioni in questo o in quel modo. Va da lui, Nagasena, e dominalo.”
“Non soltanto il re Milinda, o santi, ma lasciate venire e propormi domande tutti i re dell’India, ed io distruggerò e risolverò tutti i loro dubbi. Potete andare a Sagala senza alcun timore.”
Allora tutti gli Anziani monaci andarono alla città di Sagala, illuminando ogni cosa con le loro vesti gialle come lanterne, e portando la brezza della loro eccelsa saggezza.

37. A quel tempo il venerabile Ayupala viveva nell’eremo di Sankheyya. Il re Milinda disse ai suoi consiglieri: “Bella e piacevole è la notte! Quale maestro errante o brahmano possiamo visitare stanotte per porgli delle domande e che sia capace di discutere con noi e dissolvere i nostri dubbi?”
I cinquecento Greci risposero: “Vi è, Signore, l’Anziano monaco di nome Ayupala, esperto dei tre canestri e nella dottrina classica. Egli vive all’eremo di Sankheyya. Potreste andare da lui. o re, e porgli le vostre domande.”
“Molto bene, allora. Informate il venerabile della nostra visita.”
Allora l’astrologo reale mandò un messaggio ad Ayupala per informarlo che quel re Milinda desiderava vederlo. E il venerabile rispose: “Lasciatelo venire.”
Così Milinda il re, circondato dai cinquecento Greci, salì sul suo carro regale e si recò presso l’eremo di Sankheyya, nel luogo dove dimorava Ayupala. Lì giunto, dopo aver scambiato con lui cortesi ed amichevoli saluti, si sedette rispettosamente accanto. Quindi disse:

38. “A cosa serve, venerabile Ayupala, la vostra rinuncia al mondo professata dai membri del vostro Ordine, e dove collocate il sommo bene?”
“La nostra rinuncia, o re, serve per vivere in rettitudine e nella pace spirituale.” – rispose il monaco.
“Vi è, Signore, un laico che vive così?”
“Sì, grande re, ci sono dei laici. Al tempo quando il Beato mise in moto la Ruota della Legge a Benares, al Parco dei Cervi, moltissimi deva del regno di Brahma, ed una numerosa comunità di altri deva, raggiunsero la comprensione della verità. E nessuno di quegli esseri, di cui molti erano laici, aveva rinunciato al mondo. Ed ancora quando il Beato pronunciò il Discorso Maha Samaya, e il Discorso sulla Somma Beatitudine, e l’Esposizione della Quiete, e l’Esortazione a Rahula, una moltitudine di deva che aveva raggiunto la comprensione della verità non era contabile. E nessuno di quegli esseri, di cui molti erano laici, aveva rinunciato al mondo.”
“Allora, venerabile Ayupala, la vostra rinuncia non serve. Essa deriva dalle colpe commesse in precedenti nascite, che gli asceti buddhisti rinunciano al mondo, ed inoltre si sottopongono ad una o alle tredici riti di purificazione! Coloro che consumano un solo pasto, certamente, in vite precedenti erano dei ladri che rubavano il cibo agli altri. In conseguenza del Kamma di aver deprivato gli altri del cibo che costoro, in questa vita, consumano un solo pasto al giorno e non è permesso loro di mangiare quando vogliono. Non è virtù da parte loro, né meritoria astinenza, né una vita di rettitudine. Vivono all’aria aperta perché, certamente, in qualche precedente nascita, erano dei ladroni che depredarono interi villaggi E in conseguenza del Kamma di aver distrutto la casa altrui, che essi vivono senza una casa, e non è permesso loro di avere una capanna. Non è virtù da parte loro, né meritoria astinenza, né una vita di rettitudine. E coloro che non giacciono mai, essi, certamente, in qualche precedente nascita, erano razziatori che presero dei viaggiatori e dopo averli legati li lasciarono seduti. E in conseguenza del Kamma di tale usanza che essi sono divenuti Nesaggika in questa vita (uomini che sempre seggono) e non hanno letti per giacere. Non è virtù da parte loro, né meritoria astinenza, né una vita di rettitudine!”

39. Quando finì di parlare il venerabile Ayupala rimase in silenzio, e non pronunciò parola di replica. Allora i cinquecento Greci dissero al re: “Il monaco, o re, è dotto, ma anche esitante. Perciò non ha risposto. Ma il re vedendo il silenzio di Ayupala batté le mani e disse: “Tutta l’India è una cosa vuota, è come una pula! Non c’è nessuno, asceta o brahmano, capace di discutere con me e di dissolvere i miei dubbi!”
Comunque, nel guardare l’assemblea e resosi conto come erano senza paura e padroni di sé i Greci, pensò tra sé: “Sicuramente ci deve essere, penso, qualche altro dotto fratello capace di discutere con me, o quei Greci non sarebbero così fiduciosi.” Quindi disse loro: “Vi è, miei buoni amici, un altro dotto capace di discutere con me e di dissolvere i miei dubbi?”

40. Ora a quel tempo il venerabile Nagasena, dopo la questua attraverso i villaggi, le città ed i paesi, era giunto a Sagala, atteso da una comunità di asceti come guida di una compagnia dell’Ordine; il capo di un corpo di discepoli; il maestro di una scuola; famoso, rinomato e molto stimato da tutti. Egli era dotto, intelligente, saggio, sagace ed abile; un accorto oratore, di buone maniere, ma molto coraggioso; molto esperto della tradizione, padrone dei tre Canestri (pitaka) ed erudito nel sapere Vedico. Egli era in possesso della più alta visione (buddhista), un conoscitore di tutto ciò che era stato tramandato dalle scuole, e delle varie discriminazioni dove i passi più astrusi possono essere spiegati. Egli sa a memoria perfettamente le divisioni in nove parti della dottrina del Buddha, ed era ugualmente esperto nel discernere l’essenza e la lettera della Parola. Dotato di istantanea e varia capacità di replica, di ricchezza di linguaggio, di una bella eloquenza, era difficile da eguagliare, ed ancora più difficile da eccellere, difficile da rispondere, da replicare o da confutare. Egli era imperturbabile come la profondità del mare, immobile come il re delle montagne; vittorioso nella lotta contro il male, un dissipatore dell’oscurità e un propagatore di luce; con una massiccia eloquenza, confutava i seguaci di altri maestri, sedava gli adepti delle dottrine rivali. Onorato e riverito dai monaci e dalle monache dell’Ordine, dai suoi seguaci di entrambi i sessi, dai re e da alti ufficiali, riceveva in dono il massimo delle offerte donate ai membri dell’Ordine – vesti, scodelle, dimore e medicine – ottenendo la più alta venerazione non meno dei doni materiali. Al saggio ed ai sapienti che si recavano da lui per ascoltare egli spiegava i gioielli in nove parti della parola del Vittorioso, gli indicava il sentiero della rettitudine, portava in alto la fiaccola della verità, innalzava il sacro pilastro della verità, e celebrava per loro il sacrificio della verità. Per loro ondeggiava al vento lo stendardo, suonava la tromba ed il tamburo della verità. E con la sua possente voce leonina, come il tuono di Indra ma, allo stesso tempo, dolce, versava su di loro una abbondante pioggia, colma di gocce di pietà, e brillante con lo scintillio dei luccicanti lampi della sua conoscenza, del nettare dell’insegnamento del Nibbana della verità – in modo da soddisfare un mondo assetato.

41. Allora là, all’eremo di Sankheyya, dimorava il venerabile Nagasena con una numerosa comunità di monaci. Per cui è detto:
“Dotto, molto eloquente, sagace, audace,
padrone delle visioni, magniloquente nell’esposizione,
il monaco – i saggi nelle sacre scritture,
memori della quintuplice parola sacra –
posero Nagasena come loro guida e loro capo.
Lui, Nagasena dalla mente pura e dalla profonda saggezza,
che conosceva il retto Sentiero e quello falso,
e lui stesso aveva raggiunto le placide vette del Nibbana!
Seguito dai saggi, dai detentori della Verità,
è andato di città in città giungendo a Sagala;
ed ora là dimora nel boschetto di Sankheyya,
apparendo fra gli uomini come il leone nelle vette.”

42.Devamantiya disse al re Milinda: “Aspettate un momento, grande re, aspettate un momento! Vi è un monaco di nome Nagasena, dotto, abile e saggio, dalle buone maniere, molto coraggioso, esperto nelle tradizioni, eloquente e svelto nella replica, conoscitore dell’essenza e della lettera della legge, può esporre le difficoltà e confutare le obiezioni alla perfezione. Costui dimora all’eremo di Sankheyya. Potreste là recarvi, grande re, e porre a lui le vostre domande. E’ capace di discutere con voi e dissolvere i vostri dubbi.”
Allora, quando Milinda il re udì il nome di Nagasena, all’improvviso fu preso da paura e da ansia, tanto che i peli gli si drizzarono. Ma chiese a Devamantiya: “E’ proprio così?”
Devamantiya rispose: “Egli è capace, Signore, di discutere argomenti con i guardiani del mondo – con Indra, Yama, Veruna, Kuvera, Pragapati, Suyama e Santushita – e persino con lo stesso grande Brama, il progenitore dell’umanità, o tanto meno con un semplice essere umano!”
“Allora, Devamantiya, spedisci un messaggero per avvisare la mia visita.”
Ed egli così fece. E Nagasena fece sapere che poteva venire. Il re, accompagnato dai cinquecento Greci, salì sul suo carro regale e si avviò verso l’eremo di Sankheyya con un grande seguito al luogo dove dimorava Nagasena.

43. A quel tempo il venerabile Nagasena era seduto, con l’innumerevole comunità dei fratelli dell’Ordine, davanti all’ingresso dell’eremo. Così il re Milinda vide da lontano la riunione e disse a Devamantiya: “Devamantiya, di chi è questo possente seguito?”
“Questi sono i seguaci del venerabile Nagasena.” – fu la risposta.
Allora alla vista venne al re Milinda un senso di paura e di ansia, e i peli del corpo gli si drizzarono. Ma, nondimeno, anche se si sentiva come un elefante fra rinoceronti, come un serpente tra i Guruda (i mitici uccelli mangiatori di serpenti), come uno sciacallo in mezzo a serpenti boa, o un orso tra bufali, come una rana cacciata da un serpente, o un cervo da una pantera, come un serpente nelle mani di un incantatore di serpenti, o un topo beffato da un gatto, o un diavolo cacciato da un esorcista, come la luna in preda a Rahu, come un serpente catturato in un cesto, o un uccello in gabbia, o un pesce in una rete, come un uomo che ha perso la sua strada nella folta foresta infestata da bestie feroci, come uno Yakkha (orco) che ha peccato contro Vessavana (il re degli orchi e delle fate), o come un deva la cui esistenza divina è giunta alla fine – sebbene confuso e terrorizzato, ansioso e fuori di sé dalla paura mai provata prima – al pensiero di poter evitare l’umiliazione davanti a tutti, si fece coraggio e disse a Devamantiya: “Non c’è bisogno di indicarmi chi è Nagasena. Lo scoprirò senza alcun aiuto.”
“Certo, Maestà, riconoscetelo voi stesso.” – rispose.

44. Ora Nagasena non era ancora un monaco anziano (in base alla data della sua ammissione all’Ordine) rispetto alla metà di quella grande comunità seduta innanzi a lui, mentre era anziano rispetto all’altra metà seduta dietro di lui. Mentre ispezionava l’intera riunione, di fronte, in fondo al centro e dietro, il re Milinda scoprì Nagasena seduto ne mezzo, e, come un leone con una folta criniera calmo e senza paura, privo di ogni segno di nervosa agitazione, e libero da timidezza e trepidazione. E appena lo vide, dal suo aspetto intuì che quell’uomo era Nagasena e lo indicò a Devamantiya.
“Sì, grande re.” – egli disse – “Quello è Nagasena. Avete ben riconosciuto il saggio, Maestà.”
Ed allora si compiacque di aver riconosciuto Nagasena senza che gli fosse indicato. Ma, ciononostante, nel vederlo, il re fu preda di una nervosa agitazione, trepidazione e paura. Per cui è detto:
“Nel vedere Nagasena, saggio e puro,
sottomesso in tutto ciò che è la migliore soggezione,
Milinda disse questa profetica parola –
“Molti oratori ho incontrato,
molte conversazioni ho avuto,
ma mai, fin ad ora, ho avuto una paura,
così strana, così terribile, che ha sopraffatto il mio cuore.
Ora veramente vinto deve essere il mio destino,
e la sua è una vittoria che ha turbato la mia mente.”

Qui finisce il capitolo dell’antica narrazione.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di T. W. Rhys Davids. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.