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Milindapañha: Libro IV – Capitolo VIII

Il dono di Vessantara

(Dilemma 71)

1. “Venerabile Nagasena, tutti i Bodhisattva hanno abbandonato le loro mogli ed i loro bambini, o lo ha fatto solo il re Vessantara?”

“Tutti, non solo Vessantara.”

“Allora li hanno abbandonati con il loro consenso?”

“La moglie, o re, era consapevole. Ma i bambini, a causa della loro tenera età, si lamentarono. Se avessero pienamente compreso, lo avrebbero approvato.”

“ Una cosa orrenda, Nagasena, fece il Bodhisattva, nel rendere i suoi figli schiavi del Bramano, gli unici suoi cari,. E questa seconda azione fu ancora più orrenda, in quanto legò i propri figli, gli unici suoi cari, giovani ed indifesi, con una corda, e quando li vide trascinare verso il Bramano – con le mani ferite dalla corda – non intervenne. E questa seconda azione fu ancora più orrenda, quando suo figlio corse verso di lui, dopo essersi liberato con forza dai propri lacci, ed egli lo legò di nuovo con la corda e di nuovo lo abbandonò. E questa quarta azione fu ancora più orrenda, quando i figli, piangendo gridarono: “Padre caro, quest’orco ci vuole divorare!”, ma egli li rassicurò dicendo: “Non abbiate paura!”. E questa quinta azione fu ancora più orrenda, quando il principe Gali cadde piangendo ai suoi piedi, e lo implorò, dicendo: “Siate soddisfatto, padre caro, tenete con voi almeno Kanhagina (la sorella più piccola). Io andrò via con l’orco. Lasciate che divori me!” – ed anche in quel caso non intervenne. E questa sesta azione fu ancora più orrenda, quando il giovane Gali, lamentandosi, esclamò: “Avete un cuore di pietra, padre, perché potete guardarci, così miserabili e trascinati da un orco in una folta ed infestata giungla, senza richiamarci?” – e tuttavia non ebbe pietà. E questa settima azione fu ancora più orrenda, quando i suoi figli furono trascinati via verso orrori innominabili fino a che passarono gradualmente nel loro amaro destino – anche allora il suo cuore non si spezzò interamente! Come mai, vi prego, l’uomo che cerca di guadagnarsi merito deve far soffrire gli altri? Perché non tormenta se stesso?”

2. “Perché ciò che fece, o re, fu così difficile, tanto che l’eco della fama del Bodhisattva si diffuse fra i deva e gli uomini attraverso i diecimila sistemi di mondi – per questo i deva lo esaltano nei paradisi; così i Titani nel loro mondo, i Garuda nelle loro dimore, i Naga nel loro mondo, gli Yakkha dove dimorano – tanto che attraverso i tempi la reputazione di questa sua gloria è stata tramandata dalle successive tradizioni, ed è giunta fino a noi, a questo nostro incontro, dove, in verità, disprezzando e rinnegando quel dono, discutiamo se fu ben fatto oppure no! Ma quell’alta lode, o re, mostra le dieci grandi qualità dei sapienti, del saggio, delle menti sagaci ed abili dei Bodhisattvi. E quali sono? La liberazione dall’avidità, il non attaccamento (ai desideri mondani), il sacrificio, la rinuncia, il non ritorno (ad uno stato inferiore), l’uguale delicatezza e grandezza, l’incomprensibilità, la rarità e l’ineguagliabile condizione di Buddha. La fama di quel dono mostra la grande qualità dei Bodhisattvi attraverso tutti questi aspetti.”

3. “Come, Nagasena? Colui che offre doni tanto da recare sofferenza ad altri – quel dono gli porta benefici, lo fa rinascere in stati beati?”

“Sì, o re. Si potrebbe dire il contrario?”

“Vi prego, Nagasena, datemi una ragione per questo.”

“Immaginate, o re, che vi fosse un virtuoso Asceta o Bramano, di grande carattere, e che fosse paralizzato, o invalido, o sofferente di una malattia o altro, ed un uomo desideroso di acquisire merito lo portasse con il suo carro per condurlo nei luoghi desiderati. A quell’uomo la felicità aumenterebbe per quel motivo, quell’atto lo farebbe rinascere in stati beati?”

“Sì, venerabile. Si potrebbe dire il contrario? Quell’uomo, in tal modo, acquisterebbe un elefante addestrato, o un cavallo, o un carro da buoi, o un veicolo terrestre, o una barca, o un veicolo celeste, o qualsiasi altro veicolo usato dagli uomini – di nascita in nascita gli accrescerebbe ciò che sarebbe appropriato ed adatto – ed avrebbe gioie adeguate e passerebbe di stato in stato di beatitudine, e dall’efficacia di quell’atto, salendo sul carro di Iddhi, arriverebbe alla meta desiderata, la città del Nibbana.”

“Ma allora, o re, un dono dato in quel modo che reca sofferenza ad altri porta il frutto della felicità,la rinascita in stati beati – in quanto che quell’uomo facendo soffrire gli animali da soma otterrebbe tale beatitudine.

4. Ascoltate un’altra ragione, o re, per la stessa cosa. Immaginate che un monarca aumentasse ai suoi sudditi una giusta tassa, e dall’emanazione di un ordine desse da ciò un dono, quel monarca, o re, godrebbe di qualche felicità per questo, quel dono lo farebbe rinascere in stati di beatitudine?”

“Certamente, venerabile. Si potrebbe dire il contrario? Per quell’azione il monarca riceverebbe centomila volte di più, potrebbe diventare un re dei re, un signore dei deva, o il signore Brahma del mondo di Brahma, o un capo fra gli Asceti, o una guida dei Bramani, o l’eccelso fra gli Arahat.”

“Allora, o re, un dono dato in quel modo che reca sofferenza ad altri porta il frutto della felicità,la rinascita in stati beati – tanto che quel monarca dando come dono ciò che era stato guadagnato con il tormentare la sua gente, con la tassa godrebbe di tale grande fama e gloria.

5. “Ma, venerabile Nagasena, ciò che fu dato dal re Vessantara fu un dono smisurato, perché donò la propria moglie ad un altro, così i propri figli, a lui cari, in schiavitù ad un Bramano. Dare molto è dal saggio ritenuto lodevole di censura e di biasimo. Proprio come, Nagasena, sotto un peso eccessivo l’asse di un carro si spezzerebbe, o una nave affonderebbe, o il cibo non sarebbe accettato da chi ha mangiato troppo, o i raccolti sarebbero rovinati dalla abbondante pioggia, o la bancarotta seguirebbe la troppa prodiga generosità, o la febbre giungerebbe per il troppo calore, o un uomo impazzirebbe per l’eccessiva avidità o diverrebbe colpevole di un’offesa per la troppa rabbia, o cadrebbe in trasgressione per l’eccessiva stupidità, o in potere dei ladri per la troppa avarizia, o si rovinerebbe per un’inutile paura, o come un fiume strariperebbe per l’eccessivo afflusso, o un fulmine cadrebbe per il troppo vento, o l’avena bollita fuoriuscirebbe per il troppo calore del fuoco, o un uomo che ha troppo errato non vivrebbe a lungo – allo stesso modo Nagasena l’eccessivo donare è ritenuto dal saggio come segno di censura e di biasimo. E così il dono del re Vessantara fu smisurato e non poteva aspettarsi un buon risultato.”

6. “Il donare eccessivamente, o re, è lodato, acclamato ed approvato dal saggio; a coloro che donano senza rimpianto, acquistano fama nel mondo come donatori molto generosi. Proprio come, o re, quando un uomo si impossessa di una radice selvatica con le sue straordinarie virtù divine, ed in un momento diventa invisibile persino a coloro che gli sono accanto – proprio come un’erba medicinale che per l’eccessivo potere naturale pone fine al dolore, e guarisce ogni malattia – proprio come un fuoco brucia per l’eccessivo calore, e l’acqua spegne quel fuoco per il suo eccessivo freddo – proprio come un loto rimane incontaminato dall’acqua o dal fango per la sua eccessiva purezza – proprio come una (magica) gemma soddisfa ogni desiderio per la sua straordinaria virtù – proprio come un fulmine, per la sua rapida e meravigliosa penetrazione fende persino i diamanti, le perle ed i cristalli – proprio come la terra per la sua eccessiva grandezza può ospitare uomini, serpenti, bestie feroci, uccelli, mari, rocce, montagne ed alberi – proprio come l’oceano per la sua eccessiva grandezza non può essere completamente riempito – proprio come Sineru per il suo possente peso rimane immobile, e lo spazio che si estende all’infinito, ed il sole per la sua potente gloria dissolve l’oscurità – proprio come il leone nella grandezza della sua natura è senza paura – proprio come un lottatore nella grandezza della sua forza solleva facilmente il suo nemico – proprio come un re per l’eccelsa sua giustizia diviene signore supremo, ed un monaco per la sua rettitudine è riverito dai Naga, dagli Yakkha, dagli uomini e dai Mara – proprio come un Buddha è impareggiabile per l’eccelsa sua supremazia – allo stesso modo, o re, l’eccessiva generosità è lodata, acclamata ed approvata dal saggio; e coloro che donano ogni cosa acquistano nel mondo la fama di essere nobilmente generosi. E per il suo potente dono il re Vessantara, o re, fu lodato, venerato, esaltato, magnificato, e divenne famoso attraverso i diecimila sistemi di mondi, ed anche per quel suo potente dono che egli, il re Vessantara, ai nostri giorni, è divenuto il Buddha, la guida di deva ed uomini.

7. Ed ora ditemi, o re, vi è qualcosa nel mondo che dovrebbe essere trattenuto come un dono, e non donato a qualcuno degno di un dono, a colui che gli è dovuto?”

“Vi sono dieci tipi di doni, Nagasena, nel mondo che sono comunemente disapprovati come doni. E quali sono? La bevanda alcolica, feste in luoghi sacri, donne, bufali, dipinti, armi, catene, pollame, suini, falsi pesi e misure. Tutti questi sono disapprovati nel mondo come doni, Nagasena, e coloro che fanno tali doni rinasceranno in stati di sofferenza.”

“Non vi ho chiesto, o re, quali sono i doni appropriati. Ma questo vi ho chiesto, o re: “Vi è qualcosa nel mondo che dovrebbe essere trattenuto come un dono, e non donato a qualcuno degno di un dono, a colui che gli è dovuto?”

“No, venerabile. Quando la fede sorge nei loro cuori alcuni offrono cibo a chi è degno di doni, altri donano vestiti, alcuni dimore, altri materassi e vesti, alcuni giovani schiave o schiavi, altri campi o case, alcuni animali, altri denaro (anche se non è lecito per un membro dell’Ordine accettarlo. Comunque i donatori in tutti questi casi non sono necessariamente Buddhisti), alcuni il proprio regno, altri donano persino la loro vita.”

“Ma allora, ore, se alcuni donano le proprie vite perché attaccate così violentemente Vessantara, quel re dei donatori, per la virtuosa offerta dei suoi figli e della propria moglie? Non vi è nel mondo una pratica comune, un’usanza conosciuta secondo cui è permesso ad un padre, caduto in rovina per debiti, o senza alcuna sussistenza, di deporre suo figlio in pegno, o di venderlo?”

“Sì, è così.”

“Bene, in concordanza di ciò che Vessantara, o re, soffrendo e patendo per non aver ottenuto la profonda visione degli Onniscienti, impegnò e vendette sua moglie e i suoi figli per quel tesoro spirituale. Quindi egli donò ciò che altre persone avevano donato, e fece ciò che altre persone avevano fatto. Perché allora, o re, lo attaccate così violentemente il re dei donatori?”

8. “Venerabile Nagasena, io non lo biasimo per il dono, ma per non aver fatto un baratto con il mendicante, e donare se stesso, invece di moglie e figli.”

“Quello, o re, sarebbe stato un atto di un falso donatore, dare se stesso quando gli fu chiesto sua moglie ed i propri figli. La cosa chiesta, qualunque essa sia, quella bisogna donare. Tale è la pratica del bene. Immaginate, o re, che un uomo chiedesse dell’acqua, chi gli porta del cibo, ha soddisfatto la sua richiesta?”

“No, venerabile.”

“Allo stesso modo, o re, quando il Bramano chiese al re Vessantara moglie e figli, egli donò moglie e figli. Se il Bramano, o re, avesse chiesto il corpo di Vessantara, allora Vessanatara non avrebbe salvato il proprio corpo, non avrebbe tremato, né si sarebbe macchiato (dell’amore di sé), ma avrebbe donato ed abbandonato il proprio corpo. Se, o re, qualcuno si fosse recato dal re Vessantara e gli avesse chiesto: “Diventa mio schiavo.”, allora si sarebbe donato, e nel donarsi non avrebbe provato alcun dolore.

9. Ora la vita del re Vessantara, o re, era una buona cosa divisa da molti – proprio come le carni ben cotte sono da molti divise, o come un albero pieno di frutti viene diviso da molti stormi di uccelli. E perché? Perché si era detto: “Agendo in questo modo posso ottenere la condizione di Buddha.” Come un uomo bisognoso, o re, che vaga alla ricerca della ricchezza, dovrà passare per sentieri di transumanza, per giungle piene di insidie, commerciando per mare e per terra, dedicherà le sue azioni, parole e pensieri al raggiungimento della ricchezza – così, o re, fece Vessantara, il re dei donatori, che desiderava il tesoro della condizione di Buddha, il raggiungimento della profonda visione degli Onniscienti, offrendo a coloro che lo chiedevano la sua proprietà e i suoi raccolti, i suoi schiavi e le sue schiave, i suoi animali ed i suoi carri, tutto ciò che possedeva, sua moglie, i suoi figli e se stesso, egli cercava la Suprema Illuminazione. Proprio come, o re, un ufficiale, ansioso per il sigillo e per la sua custodia, si sforzerà per ottenere il sigillo sacrificando ogni cosa della sua casa – proprietà e grano, oro ed argento, tutto – così, o re, fece Vessantara, il re dei donatori, che diede via tutto ciò che aveva, fuori e dentro la sua casa, donando persino sua moglie ad altri, per cercare la Suprema Illuminazione.

10. Ed inoltre, o re, Vessantara, il re dei donatori, così pensò: “Donandogli esattamente ciò che chiede, servirò il Bramano.” – e quindi gli offrì sua moglie ed i suoi figli. Non fu, o re, per disprezzo che li diede via, né perché non voleva più vederli, né perché li considerava un ostacolo o perché non poteva più mantenerli, né (per noia) con il desiderio di liberarsene – ma perché il tesoro dell’onniscienza gli era caro, e per ottenere la profonda visione degli Onniscienti, egli elargì quel dono glorioso – incommensurabile, magnifico, ineguagliabile – per avere ciò che gli era più caro, molto desiderato, amato come la propria vita, i propri figli e sua moglie! Perciò così è stato detto, o re, dal Beato, il signora dei deva, nel Kariya Pitaka:

“Non fu perché odiavo i miei cari figli,
né perché odiavo la mia regina, Maddì,
serva d’amore – né perché li amassi meno –
ma per essere un Buddha, che a tutto ho rinunciato.”

11. Ora in quel tempo, o re, Vessantara, quando diede via sua moglie ed i suoi figli, entrò nella capanna ed ivi si sedette. E lo prese una spiacevole angoscia, addolorato dal suo eccessivo amore per loro il suo cuore si infiammò, ed un caldo respiro, che non potendo uscire dal naso, andava e veniva dalla sua bocca, e lacrime di sangue sgorgavano dai suoi occhi. Tale era il dolore, o re, con cui Vesssantara diede al Bramano sua moglie ed i propri figli da aver timore che la sua pratica di generosità si interrompesse. Ma vi erano due ragioni, o re, per poterli dare via. E quali erano? La prima era che quella sua pratica di generosità non fosse interrotta; l’altra era che, come risultato di queste sue azioni, i suoi figli, afflitti dal vivere solo di radici e frutti con lui, venissero eventualmente liberati dal loro nuovo padrone. Vessantara sapeva, o re, che: “Nessuno è capace di trattare i miei figli come schiavi. Il loro nonno riscatterà i bambini, e così ritorneranno da me.” Queste sono le due ragioni per cui egli diede via i propri figli al Bramano.

12. Ed inoltre, o re, Vessantara sapeva che: “Questo Bramano è debilitato, vecchio, molto avanti con gli anni, debole e sfinito, si appoggia ad un bastone, è giunto ormai alla fine dei suoi giorni, il suo merito è esiguo, non sarà in grado di trattare i miei figli come schiavi.” Sarebbe capace, o re, un uomo, con le proprie forze, di catturare la luna ed il sole, grandiosi e possenti come sono, e di intrappolarli in un cesto o in una scatola, per usarli, come piatti privi della loro luce?”

“Certo che no, venerabile.”

“Nessuno, o re, chiunque esso sia, poteva trattare i figli di Vessantara come suoi schiavi, in quanto erano al mondo come la luna ed il sole in gloria.

13. Ascoltate un’altra ragione, o re, per la stessa cosa. Quella meravigliosa gemma, o re, di un signore supremo, bella e lucente, con le sue otto facce così ben lavorate, di quattro cubiti di spessore e di circonferenza, come l’asse di una ruota di un carro, nessuno potrebbe avvolgerla in una stoffa o porla in un cesto, tenerla ed usarla come una cote per affilare le proprie forbici. E nessuno, o re, poteva trattare come schiavi i figli di Vessantara, che sono come i gioielli del signore del mondo in gloria.

14. Ascoltate un’altra ragione, o re. Proprio come Uposatha il re degli elefanti, mite e bello, di otto cubiti d’altezza e nove di circonferenza e lunghezza, mostrando i segni di fregola in tre parti del suo corpo, tutto bianco, sette volte saldo, nessuno potrebbe mai coprirlo con un sottocoppa o con un attrezzo per vagliare, né potrebbe metterlo in una stalla come un vitello, o usarlo come quest’ultimo; allo stesso modo nessuno poteva trattare come schiavi i figli di Vessantara, in quanto erano, nel mondo, come Uposatha il re degli elefanti.

15. Ed ascoltate un’altra ragione, o re. Proprio come, o re, l’immenso oceano è grande in lunghezza ed in larghezza, profondo, incommensurabile, difficile da attraversare, impossibile da esplorare o da coprire, così nessuno potrebbe mai rinchiuderlo ed usarlo come una barca, allo stesso modo nessuno poteva mai trattare come schiavi i figli di Vessantara, stimati al mondo come l’immenso oceano.

16. Ed ascoltate un’altra ragione, o re. Proprio come l’Himalaya, il re delle montagne, alto cinque leghe e tremila leghe di circonferenza, con le sue catene di 48.000 vette, sorgente di 500 fiumi, dimora di moltissime creature potenti, creatore di una miriade di profumi, ricco di centinaia di magiche droghe, sorto così in alto, fino alle nubi al centro (della terra); come esso, o re, nessuno poteva mai trattare come schiavi i figli di Vessantara, stimati al mondo come l’Himalaya, il re delle montagne.

Ed ascoltate un’altra ragione, o re. Proprio come un possente falò che brucia sulla cima di una montagna è visibile nell’oscurità e nel buio della notte, così era il re Vessantara ben conosciuto fra gli uomini, e perciò nessuno poteva trattare come schiavi i figli di un uomo così distinto – come al tempo della fioritura degli alberi Naga nelle montagne dell’Himalaya, quando soffia la leggera brezza (di primavera), il profumo dei fiori è sospinto per dieci leghe, o per dodici, così l’eco della fama del re Vessantara si diffondeva tutt’intorno, e il dolce profumo della sua rettitudine fluttuava per migliaia di leghe, sino alle dimore dei deva Akanittha (i più alti di tutti), attraversando le dimore dei deva e degli Asura, dei Garuda e dei Gandhabba, degli Yakkha e dei Rakshasa, dei Mahoraga e dei Kinnara, e di Indra il sovrano dei deva! Perciò nessuno poteva trattare come schiavi i suoi figli.

17. Ed il giovane principe Gali, o re, fu istruito da suo padre, Vessantara, con queste parole: “Quando tuo nonno, figlio mio, ti riscatterà con la ricchezza data al Bramano, lasciati comprare per mille once d’oro, e quando riscatterà tua sorella Kanhagina lasciala comprare per un centinaio di schiavi e per un centinaio di schiave, o per un centinaio di elefanti o per un centinaio di cavalli, o per un centinaio di mucche o per un centinaio di bufali, o per un centinaio di once d’oro. E se, figlio mio, tuo nonno vi libererà con un ordine o con forza, non pagando nulla, allora non obbedite alle parole di tuo nonno, ma rimanete ancora al servizio del Bramano.” Tale fu la sua istruzione quando lo lasciò andare via. Ed il giovane Gali acconsentì, e quando fu interrogato da suo nonno, disse:

“Per mille once d’oro, venerabile,
mio padre mi diede a quest’uomo;
per un centinaio d’elefanti
diede la giovane Kanhagina.”

“Questo dilemma è stato ben risolto, Nagasena, la rete dell’eresia è stata fatta a pezzi, l’argomento dei nostri avversari è stato ben superato e la vostra dottrina è stata ben manifesta, la parola (delle Scritture) ben esposta e ne avete spiegato l’essenza! Così è ed io accetto le vostre parole.”
[Qui finisce il dilemma sul re Vessantara che offrì in dono sua moglie ed i suoi figli.]

Penitenza

(Dilemma 72)

18. “Venerabile Nagasena, tutti i Bodhisattva hanno vissuto un periodo di penitenza o soltanto Gotama?

“Non tutti, o re, ma Gotama lo visse.”

“Venerabile Nagasena, se è così, non è giusto che vi sia una differenza tra i Bodhisattva.”

“Vi sono quattro aspetti, o re, in cui vi è tale differenza. Quali quattro? Vi è la differenza nel tipo di famiglia (in cui si nasce), vi è la differenza nel loro posto nel tempo (da quando è iniziata la successione dei Buddha), vi è la differenza nella longevità delle loro vite, vi è la differenza nella loro statura individuale. In questi quattro riferimenti, o re, vi è la differenza tra i vari Bodhisattva. Ma non vi è nessuna differenza tra i Buddha, in quanto sono eguali in bellezza fisica, in bontà, nei poteri di contemplazione e di ragionamento, in liberazione, in visione profonda sorta dalla conoscenza della liberazione, nelle quattro basi di fiducia, nei dieci poteri di un Tathagata, nella sestupla conoscenza speciale, nei quattordici tipi di conoscenza, nelle diciotto caratteristiche di un Buddha – in una parola, in tutte le qualità di un Buddha. Perciò tutti i Buddha sono esattamente eguali nelle loro qualità di un Buddha.”

“Ma, Nagasena, se è così, per quale ragione Gotama ha vissuto un periodo di penitenza?”

“Gotama il Bodhisattva aveva abbandonato il mondo, o re, quando la sua conoscenza era immatura, e la sua saggezza era immatura. E fu nel condurre quella immatura conoscenza a maturità che visse un periodo di penitenza.”

19. “Perché allora, Nagasena, progredì con conoscenza e sapienza immatura? Perché non maturò prima la sua conoscenza, e poi, con una conoscenza matura, rinunciare al mondo?”

“Quando il Bodhisattva, o re, vide le donne del suo harem tutte in disordine, rimase disgustato, e da questo disgusto nacque in lui il malcontento. Ora un certo deva, servitore della Morte (Mara), percependo quel malcontento nella sua mente, pensò: “E’ tempo di disperdere quel malcontento dalla sua mente.” – e, sospeso in aria, pronunciò queste parole: “ O venerabile! O fortunato! Non essere afflitto. Fra sette giorni ti apparirà il tesoro della Ruota celeste, con i suoi mille raggi, il suo cerchio e il suo asse, completo e perfetto; e gli altri tesori, quelli che camminano sulla terra e quelli che viaggiano per il cielo, verranno a te spontaneamente; ed i tuoi ordini domineranno sui quattro continenti e sulle relative duemila isole; ed avrai più di mille figli, potenti eroi capaci di sconfiggere gli eserciti del nemico; e circondato dai tuoi figli, maestro dei Sette Tesori, governerai il mondo!”. Come se una barra di ferro rovente fosse entrata nell’orifizio del suo orecchio, così fu che quelle parole, o re, entrarono nell’orecchio del Bodhisattva. E alla naturale angoscia che già provava si aggiunse, da quelle parole dette dal deva, un’ulteriore ansia, emozione e paura. Proprio come se in una grande e infuocata fornace, fosse gettato altro combustibile tanto da farla bruciare ancora più furiosamente – proprio come la grande terra, di natura umida e già paludosa per l’acqua gocciolante della vegetazione e dell’erba che vi cresce, sarebbe ancora più fangosa quando una grande nuvola riversasse su di essa altra pioggia – così all’angoscia che già provava si aggiunse, da quelle parole dette dal deva, un’ulteriore ansia, emozione e paura.”

20. “Ma ditemi, Nagasena, se il tesoro della Ruota celeste fosse apparso nel settimo giorno al Bodhisattva, egli avrebbe rinunciato al suo scopo, poiché gli era apparsa la Ruota?”

“Nessun tesoro della Ruota, o re, apparve nel settimo giorno al Bodhisattva. Infatti quella fu una bugia detta da quel deva al fine di tentarlo. E anche se fosse apparsa il Bodhisattva non avrebbe mai rinunciato al suo scopo. E perché? Perché il Bodhisattva, o re, aveva saldamente compreso l’impermanenza e la sofferenza di tutte le realtà (inerenti all’esistenza di ogni essere), l’assenza di un’anima (in ogni essere composto dai cinque Khandha), ed era così giunto alla distruzione dell’attaccamento (all’individualità che sorge dall’avidità, o dall’eresia, o dalla dipendenza di azioni esterne, o dall’illusione come il possedere un’anima permanente). L’acqua, o re, che scorre nel fiume Gange dal lago Anottata, e dal fiume Gange nel grande oceano, e dal grande oceano nelle fenditure sotterranee della terra, una volta entrata in una fenditura, potrebbe tornare indietro e scorrere di nuovo nel grande oceano, e dal grande oceano nel fiume Gange, e dal fiume Gange nel lago Anottata?”

“Certo che no, venerabile.”

“Allo stesso modo, o re, nella sua ultima esistenza il Bodhisattva maturò del merito attraverso incommensurabili eoni del passato. Egli aveva ora raggiunto quell’ultima nascita, la conoscenza dei Buddha era cresciuta in lui, in sei anni sarebbe divenuto un Buddha, onnisciente, l’essere più elevato al mondo. Quindi poteva mai tornare indietro per il tesoro della Ruota?”

“Certo che no, venerabile.”

“No! Anche se la grande terra, o re, con tutte le sue cime e le sue catene montuose, fosse tornata indietro, il Bodisattva non lo avrebbe mai fatto se non avesse prima raggiunto la condizione di un Buddha. Anche se l’acqua del Gange fosse refluita, il Bodhisattva non sarebbe tornato indietro prima di aver raggiunto la condizione di un Buddha. Anche se il grande oceano con le sue acque incommensurabili si fosse prosciugato come l’acqua nell’orma di una mucca, il Bodhisattva non sarebbe tornato indietro prima di aver raggiunto la condizione di un Buddha. Anche se Sineru, il re delle montagne, si fosse spaccato in cento o in mille pezzi, il Bodhisattva non sarebbe tornato indietro prima di aver raggiunto la condizione di un Buddha. Anche se il sole e la luna con tutte le stelle fossero caduti, come una zolla sul terreno, il Bodhisattva non sarebbe tornato indietro prima di aver raggiunto la condizione di un Buddha. Anche se l’intero universo si fosse arrotolato come un tappeto, il Bodhisattva non sarebbe tornato indietro prima di aver raggiunto la condizione di un Buddha! E perché? Perché aveva distrutto ogni legame.”

21.“Venerabile Nagasena, quanti legami vi sono al mondo?”

“Vi sono questi dieci legami al mondo, o re, per cui gli uomini non rinunciano al mondo o vi ritornano. Quali dieci? Una madre, o re, è spesso un legame, così un padre, una moglie, i figli, parenti ed amici, la ricchezza e il facile guadagno, sovranità ed i piaceri dei sensi. Questi sono i dieci legami comuni al mondo, per cui gli uomini non rinunciano al mondo o vi ritornano. E il Bodhisattva si era liberato di tutti questi legami, o re. E quindi, o re, non poteva più tornare indietro.”

22. “Venerabile Nagasena, il Bodhisattva, con il malcontento nella sua mente dovuto alle parole del deva, e con la sua conoscenza (delle Quattro Nobili Verità) ancora imperfetta, e la sua profonda visione di un Buddha non ancora matura, rinunciò lo stesso al mondo, per cui quale vantaggio ricavò da tale penitenza? Non era meglio piuttosto, in attesa della maturità della sua conoscenza, godere dei piaceri di tutti i cibi (disponibili)?”

“Ci sono, o re, questi dieci tipi di individui che sono disprezzati e vilipesi nel mondo ritenuti vergognosi, denigrati, riprovevoli, trattati con contumelia, non amati. Quali dieci? Una donna senza marito, o re, una creatura debole, chi è senza amici o parenti, un ingordo, chi dimora in una famiglia indegna, l’amico degli immorali, chi ha dissipato la propria ricchezza, chi non ha carattere, chi non ha occupazione e chi non ha mezzi. Questi sono i dieci tipi di individui che sono disprezzati e vilipesi nel mondo ritenuti vergognosi, denigrati, riprovevoli, trattati con contumelia, non amati. Fu nel ricordare tali condizioni, o re, che questa idea fiorì nella mente del Bodhisattva: “Che io non sia biasimato da deva e uomini nell’essere senza occupazione o senza mezzi! Che io sia rispettato come un maestro per le sue azioni, per la supremazia nata dalle proprie azioni, per la condotta costruita sull’azione, possa io condurre l’azione (in ogni cosa concernente la vita), possa io avere la propria dimora nell’azione e costanza nello zelo.” Tale era lo spirito, o re, con cui il Bodhisattva, nel portare la sua conoscenza alla maturità, intraprese la pratica della penitenza.”

23. “Venerabile Nagasena, il Bodhisattva, nel praticare la penitenza, così rifletté:
“Non è con questa severa penitenza che raggiungerò la particolare facoltà della visione profonda che nasce dalla conoscenza di ciò che è retto e nobile – quella profonda visione al di là dei poteri dell’uomo comune. Vi può essere altro sentiero per la saggezza (della condizione di un Buddha)?”
In quel tempo il Bodhisattva era mentalmente confuso sulla pratica?”

“Vi sono venticinque qualità, o re, che sono causa di debolezza della mente, così indebolita la mente non può completamente distruggere gli Asava (i Grandi Mali: avidità, divenire, illusione ed ignoranza). Quali sono queste venticinque? Rabbia, o re, ostilità, ipocrisia, presunzione, invidia, avarizia, inganno e tradimento, ostinazione, perfidia, orgoglio, vanagloria, intossicazione (di idee esaltate sulla nascita, sulla salute e sulla ricchezza), negligenza (nel far bene), inerzia intellettuale o pigrizia fisica, sonnolenza, indolenza, amicizia con gli immorali, forme, suoni, odori, sapori, sensazioni tattili, fame, sete, malcontento. Queste sono le venticinque qualità, o re, che sono causa di debolezza della mente, così indebolita la mente non può completamente distruggere gli Asava. (E di queste) fame e sete, o re, si erano impossessate del corpo del Bodhisattva. E con il suo corpo così “posseduto”, la sua mente non fu rettamente in grado di distruggere gli Asava. Ora, il Bodhisattva, o re, attraverso gli incommensurabili eoni del passato, aveva compreso le Quattro Nobili Verità per tutte le successive nascite. Ed è possibile che nella sua ultima esistenza, nella nascita dove stava per sorgere tale comprensione, vi fosse confusione nella sua mente sul sentiero? Tuttavia nacque, o re, nella mente del Bodhisattva tale pensiero: “Vi può essere altro sentiero per la saggezza (della condizione di un Buddha)?” E già prima, o re, all’età di un mese, quando suo padre, il Sakya, era al lavoro (arando), il Bodhisattva, collocato nella propria sacra culla, per godere il fresco, all’ombra dell’albero Gambu, sedeva a gambe incrociate, ed abbandonando ogni passione, libero da tutti i mali della mente, entrò e dimorò nel primo Jhana – uno stato di gioia e piacere, nato dalla concentrazione, colmo di riflessione e di investigazione, e così nel secondo, e così nel terzo e nel quarto Jhana.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole. Fu mentre stava portando a maturità la propria conoscenza che il Bodhisattva subì la penitenza.”

[Qui finisce il dilemma sulla penitenza subita dal Bodhisattva.]

La virtù più forte del vizio

(Dilemma 73)

24. “Venerabile Nagasena, cosa è più potente, la virtù o il vizio?”

“La virtù, o re.”

“Non posso credere a tale affermazione, Nagasena, che la virtù sia più potente del vizio. Perché vi sono al mondo uomini che uccidono creature viventi, che prendono ciò che non è dato, che navigano nel male per le loro avidità, che depredano interi villaggi, che sono banditi, imbroglioni e truffatori, e tutti costoro, in base al loro crimine, patiscono il taglio delle mani, o dei piedi, o di entrambi, o delle orecchie, o del naso, o di entrambi, o di molte altre pene e torture. Alcuni di loro si rendono colpevoli una notte ed in quella notte sperimentano il frutto della loro colpa, altri rendendosi colpevoli di notte lo sperimentano il giorno dopo, altri ancora, rendendosi colpevoli un giorno lo sperimentano quel giorno, altri rendendosi colpevoli di giorno lo sperimentano quella notte, altri ancora lo sperimentano dopo due o tre giorni. Ma tutti sperimentano in questo visibile mondo presente il risultato della loro iniquità. E vi è qualcuno, Nagasena, che dopo aver provveduto un pasto completo per uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento, mille (membri dell’Ordine), abbia goduto in questo visibile mondo presente ricchezza, fama e felicità – e vi è qualcuno che per rettitudine di vita, o per l’osservanza dell’Uposatha, abbia ottenuto la beatitudine anche in questa vita?”

25. “Ci sono, o re, quattro persone che con il donare, con la pratica della rettitudine, con l’osservanza dell’Uposatha, raggiunsero la gloria in Tidasapura (la città dei deva) persino nei loro copri terreni.”

“Chi erano costoro, venerabile?”

“Il re Mandhata, il re Nimi, il re Sadhina e Guttila il musicista.”

“Venerabile Nagasena, ciò accadde migliaia di nascite fa, al di là delle nostre possibilità. Fatemi, se potete, degli esempi di quel periodo (del mondo) che ora sta trascorrendo quando il Beato era vivente.”

“Nell’attuale periodo, o re, lo schiavo Punnaka, nell’offrire un pasto al Venerabile Sariputta, raggiunse quel giorno la dignità di un tesoriere (Setthi), ed ora è generalmente conosciuto come Punnaka il Setthi. La regina, la madre di Gopala, la quale (essendo la figlia di poveri contadini) vendette i suoi capelli per otto monete, diede un pasto al Venerabile Maha Kakkayana ed ai suoi sette compagni, divenne quel giorno stesso la prima regina del re Udena. Suppiya, la donna credente, tagliò la carne dalla propria coscia per preparare il brodo ad un monaco malato, ed il giorno dopo la ferità guarì spontaneamente con la pelle ricostituita. Malika, la regina che (quando era una povera fioraia) diede la minestra di farina d’avena della sera prima al Beato (anche se l’aveva conservata per la propria cena), divenne quel giorno stesso la prima regina del re del Kosala. Sumana, il costruttore di ghirlande, quando offrì al Beato otto mazzi di fiori di gelsomino, divenne quel giorno stesso molto ricco. Il bramano Eka-saraka, che donò il proprio ed unico vestito al Beato, ricevette quel giorno stesso l’ufficio di Sabbatthaka (Ministro in generale). Tutti costoro, o re, ottennero ricchezza e gloria durante la loro vita.”

“Allora, Nagasena, con tutte le tue ricerche ed indagini hai trovato solo sei casi?”

“Così è, o re.”

26. “Allora è il vizio, Nagasena, e non la virtù che è più potente. Perché in un giorno solo ho visto dieci uomini espiare i loro crimini con l’essere impalati vivi, ed anche trenta, quaranta, cinquanta, cento, mille. Inoltre, vi era Bhaddasala, il soldato al servizio della famiglia reale di Nanda, che dichiarò guerra al re Kandagutta. Ora in quella guerra, Nagasena, vi furono ottanta Balli di Cadaveri. Perché si dice che quando succede una grande Testa d’Olocausto (cioè il massacro di diecimila elefanti, un numero rilevante di cavalli, cinquemila aurighi, cento Koti di soldati a piedi), allora i cadaveri decapitati sorgono e ballano freneticamente sul campo di battaglia. E tutti gli uomini così trucidati vengono distrutti attraverso il frutto del Kamma per le loro cattive azioni. Perciò, Nagasena, io dico che il vizio è più potente della virtù. Avete mai sentito, Nagasena, che fra tutti questi doni (dal tempo di Gotama il Buddha) quello del re del Kosala era impareggiabile?”

“Sì, l’ho sentito, o re.”

“Ma, Nagasena, per aver offerto doni così impareggiabili, ha ricevuto ricchezza, gloria e felicità in questa vita?”

“No, o re.”

“Allora, in tal caso, sicuramente, Nagasena, il vizio è più potente della virtù?”

27. “Il vizio, o re, per la sua meschinità, velocemente svanisce. Ma la virtù, per la sua grandezza, si prende tempo prima di morire. E ciò si può illustrare con una metafora. Proprio come, o re, nella regione occidentale il tipo di grano chiamato Kumuda-bhandika, maturando rapidamente e venendo depositato nel granaio in un mese, è chiamato Masalu (fatto in un mese), ma il riso diventa perfetto solo in cinque o sei mesi. Qual è la differenza, qual è la distinzione fra Kumuda-bhandika ed il riso?”

“Una è una pianta meschina, o re, l’altra una grandiosa. Il riso è degno di un re, della tavola di un re; l’altro è il cibo dei servi e degli schiavi.”

“Allo stesso modo, o re, è per la sua meschinità che il vizio svanisce velocemente. Ma la virtù, per la sua grandezza, si prende tempo prima di morire.”

28. “Ma, Nagasena, proprio quelle cose che subito finiscono sono considerate nel mondo le più potenti. Perciò il vizio è il più potente, non la virtù. Proprio come, Nagasena, l’uomo forte che, quando combatte una terribile battaglia, è capace di mettersi le teste dei suoi nemici sotto l’ascella, per poi condurli prigionieri al cospetto del suo signore, viene considerato il campione nel mondo, l’eroe più abile – proprio come quel chirurgo che è capace di estrarre velocemente la freccia, ed alleviare il dolore, viene considerato il più dotato – proprio come il contabile che è capace con grande destrezza di fare i suoi calcoli, e con molta rapidità mostrare il risultato, viene considerato il contabile più abile – proprio come il lottatore che è capace molto rapidamente di sollevare il suo avversario, e farlo cadere schiena a terra, viene considerato l’eroe più valido – allo stesso modo, Nagasena, una di queste due cose – virtù e vizio – che al più presto finisce è considerata nel mondo la più potente delle due.”

“Il Kamma di entrambe, o re, sarà più evidente nelle nascite future; ma il vizio, inoltre, sarà, per la sua colpevolezza, più evidente presto ed in questa vita presente. Gli antichi governanti, (Kshatriya), o re, stabilirono questo editto: “Chi uccide sarà soggetto ad una pena, così chi prende ciò che non è dato, chi commette adulterio, chi mente, chi è un bandito, chi è un brigante, chi è un rapinatore, chi inganna e truffa. Tali uomini sconteranno una pena o saranno frustati o mutilati o fatti a pezzi o giustiziati.” Ed in seguito si consultarono ripetutamente e poi accordarono conformemente una punizione. Ma, o re, è mai stato promulgato da qualcuno: “Chi offre doni, o conduce una vita virtuosa, o osserva l’Uposatha, gli sarà dato ricchezza ed onori.”? E dopo un ripetuto consulto, conformemente conferiscono ricchezza ed onori, a coloro che frustano o imprigionano un ladro?”

“Certo che no, venerabile.”

“Bene, se così facessero allora la virtù sarebbe più evidente in questa vita. Ma siccome non fanno tale consulto sui donatori, né gli conferiscono ricchezza ed onori, perciò la virtù non è ora manifesta. E questa è la ragione, o re, per cui il vizio è reso manifesto in questa vita, mentre il donatore riceve molto di più nelle prossime vite. E quindi la virtù, attraverso il Kamma, è la più potente delle due.”

“Molto bene, Nagasena! Solo un saggio come voi avrebbe potuto risolvere tale dilemma. Il dilemma da me posto in senso mondano è stato reso chiaro in modo trascendentale.”

[Qui finisce il dilemma sulla virtù e sul vizio.]

Offerte ai defunti

(Dilemma 74)

29. “Venerabile Nagasena, questi donatori quando fanno le loro offerte, le dedicano ai loro parenti defunti augurandosi: “Possa questo dono dare benefici a questo ed a questo.” Ora i defunti ne hanno beneficio?”

“A volte sì, o re, ed a volte no.”

“Chi ne ha beneficio e chi no?”

“Coloro che sono rinati nei purgatori, o re, non ne hanno beneficio; né quelli rinati nei paradisi; né quelli rinati come animali. Di quelli rinati come Preta tre tipi non ne hanno beneficio: i Vantasika (che si nutrono di vomito), i Khuppipasino (che sono affamati ed assetati), i Nigghama-tanhika (che sono consumati dalla sete). Ma i Paradattupagivino (che vivono dei doni altrui) ne hanno beneficio, ed anche coloro che li ricordano.”

“Allora, Nagasena, le offerte fatte dai donatori vanno perdute e non recano frutti, poiché chi le fa non ne trae profitto.”

“No, o re. Non vanno né perdute né sono senza frutto. Gli stessi donatori ne traggono profitto.

“Allora convincetemi con una similitudine.”

“Immaginate, o re, che delle persone dovessero preparare del pesce fresco, della carne, delle forti bevande, del riso e rendessero visita ad una famiglia loro parente. Se i loro parenti non dovessero accettare il loro lusinghiero dono quel dono andrebbe perso e sarebbe senza frutto?”

“No, venerabile, ritornerebbe ai legittimi proprietari.”

“Bene, allo stesso modo gli stessi donatori ne traggono profitto. Oppure, o re, come se un uomo entrasse in una stanza interna senza uscita, come farebbe ad uscire?”

“Da dove è entrato.”

“Bene, allo stesso modo gli stessi donatori ne traggono profitto.”

30. “Lasciate stare, Nagasena. Così è ed io accetto le vostre parole. Non discuteremo il vostro argomento. Ma, venerabile Nagasena, se le offerte fatte da tali donatori recano vantaggio ad alcuni defunti, ed essi raccolgono il frutto dei doni, allora se un uomo uccide delle creature viventi, ne beve il sangue ed è di animo crudele, dopo aver commesso un assassinio o un qualsiasi atto atroce, lo dedicasse ai defunti, dicendo: “Possa il frutto di questa mia azione giungere ai defunti” – sarebbe a loro trasferito?”

“No, o re.”

“Ma qual è la ragione, qual è la causa, che una buona azione può giungere a loro e non una cattiva?”

“Non dovreste pormi tale domanda, o re. Non fatemi domande sciocche, o re, sperando in una risposta. Poi mi chiederete perché lo spazio è infinito, perché il Gange non scorre controcorrente, perché gli uomini e gli uccelli sono bipedi e gli animali quadrupedi.”

“Non vi ho fatto tale domanda per annoiarvi, Nagasena, ma solo per risolvere un dubbio. Ci sono molte persone nel mondo che sono mancine o strabiche [nel senso di maligne]. Vi ho posto tale domanda, pensando: “Perché anche gli sfortunati non dovrebbero avere una possibilità di migliorarsi?”

“Un’azione cattiva, o re, non può essere divisa con chi non l’ha commessa e non l’ha voluta. Le persone trasportano l’acqua da lunghe distanze tramite un acquedotto. Ma allo stesso modo potrebbero rimuovere una grande montagna di solida roccia?”

“Certo che no, venerabile.”

“Bene, allo stesso modo una buona azione si può dividere, ma non una cattiva. Si potrebbe accendere una lampada con l’olio, o re, ed allo stesso modo con dell’acqua?”

“Certo che no, venerabile.”

“Bene, allo stesso modo una buona azione si può dividere, ma non una cattiva. Gli agricoltori prendono l’acqua da un serbatoio per portarla ai loro campi, ma per lo stesso scopo, o re, potrebbero prendere l’acqua dal mare?”

“Certo che no, venerabile.”

“Perciò, ripeto, una buona azione si può dividere, ma non una cattiva.

31. “Ma, venerabile Nagasena, perché è così? Convincetemi con una buona ragione. Non sono cieco né disattento. Capirò quando avrò ascoltato.”

“Il vizio, o re, è una cosa meschina, la virtù è grande ed immensa. Per la sua meschinità il vizio ostenta solo chi lo fa, ma la virtù con la sua magnificenza si diffonde all’intero mondo dei deva e degli uomini.”

“Dimostratemelo con una metafora.”

“Se una piccola goccia d’acqua dovesse cadere a terra, o re, scorrerebbe per dieci o per dodici leghe?”

“Certo che no. Avrebbe solo effetto sul quel pezzo di terra dove è caduta.”

“E perché?”

“Per la sua piccolezza.”

“Allo stesso modo, o re, è piccolo il vizio. Ed a causa della sua piccolezza agisce solo su chi lo fa, e non può dividersi. Invece se una possente nuvola di pioggia dovesse versare acqua su tutta la superficie della terra, quell’acqua scorrerebbe tutt’intorno?”

“Certamente, venerabile. Quel temporale riempirebbe i bacini del terreno, le pozzanghere, le paludi, le gole, i crepacci, le voragini, i laghi, le cisterne, i pozzi, gli stagni di loto e l’acqua si diffonderebbe per dieci o per dodici leghe.”

“E perché, o re?”

“Per la grandezza della tempesta.”

“Allo stesso modo, o re, è grande la virtù. E per la sua abbondanza può essere divisa fra deva ed uomini.”

“Venerabile Nagasena, perché il vizio è così limitato e la virtù così vasta?”

“Chi, o re, in questo mondo offre dei doni e vive in rettitudine, osserva l’Uposatha, lieto, contento, gioioso, allegro, felice, colmo di un dolce senso di fiducia e felicità nella sua mente, la sua bontà cresce e più cresce più si sviluppa. Come un profondo ruscello d’acqua chiara, o re, in cui da una parte la sorgente scorre e dall’altra l’acqua si riversa e più scorre più abbonda, così, o re, la sua bontà cresce e più cresce più si sviluppa. Se anche fra un centinaio d’anni, o re, un uomo continuasse a trasmettere agli altri il merito del bene che ha fatto, più ne dà più la sua bontà cresce, e sarebbe ancora capace di dividerla con chiunque. Questa, o re, è la ragione per cui la virtù è la più grande delle due.

32. Nel compiere il male, o re, un uomo diventa colmo di rimorso, e la mente di colui che prova rimorso non riesce a liberarsi del pensiero del male che ha fatto, e ci ripensa continuamente, senza pace; miserabile, ardente, senza speranza, si consuma, senza avere sollievo dalla depressione, è, per così dire, posseduto dal suo male! Proprio come, o re, una goccia d’acqua, nel cadere sul letto di un fiume asciutto con le sue grandi rive sabbiose che salgono e scendono in ondulazioni lungo il suo corso tortuoso e variabile, non guadagna volume, ma si assorbe subito dove è caduta, allo stesso modo, o re, è un uomo, quando ha fatto del male è vinto dal rimorso e non riesce a liberarsi del pensiero del male che ha fatto, e ci ripensa continuamente, senza pace; miserabile, ardente, senza speranza, si consuma, senza avere sollievo dalla depressione, è, per così dire, posseduto dal suo male! Questa è la ragione, o re, per cui il vizio è così meschino.”
“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla virtù e sul vizio.]

Sogni

(Dilemma 75)

33. “Venerabile Nagasena, uomini e donne in questo mondo fanno sogni belli e brutti, sognano cose che hanno già visto e cose che non hanno mai viste, sognano cose che hanno già fatto e cose che non hanno mai fatto, sogni tranquilli e terribili, sogni a loro vicini ed a loro distanti, pieni di molte forme e di innumerevoli colori. Cos’è ciò che gli uomini chiamano un sogno, e chi è che lo sogna?”

“ E’ una suggestione, o re, che attraversa il sentiero della mente ciò che viene chiamato un sogno. E vi sono sei tipi di persone che sognano: l’uomo di umore ventoso, o bilioso, o flemmatico, l’uomo che sogna per l’influenza di un deva, l’uomo che lo fa per l’influenza delle proprie abitudini e l’uomo che sogna dei presagi. E di questi, o re, solo l’ultimo tipo di sogno è vero, tutti gli altri sono falsi.”

34. “Venerabile Nagasena, quando un uomo fa un sogno che è un presagio, com’è? E’ la propria mente che da sola cerca il presagio, o è il presagio che giunge spontaneo nel sentiero della mente, o viene qualcuno e glielo dice?”

“La propria mente non cerca da sola il presagio, nè viene qualcuno e glielo dice. Il presagio giunge spontaneo nel sentiero della propria mente. E’ come uno specchio, che non va da nessuna parte per cercare il riflesso; nè viene qualcuno e pone il riflesso nello specchio. Ma l’oggetto riflesso viene da qualche parte e attraversa la sfera dove si estende il potere riflettente dello specchio.”

35. “Venerabile Nagasena, la stessa mente che fa il sogno sa anche: “Vi sarà tale e tale risultato, favorevole o terribile?”

“No, non è così, o re. Il presagio avuto viene riferito ad altri, e costoro ne spiegano il significato.

“Su, Nagasena, fatemi un esempio.”

“E’ come i segni, o re, i foruncoli, le eruzioni cutanee che nascono sul corpo di un uomo a suo vantaggio o mancanza, a sua fama o disonore, a sua lode o vergogna, a sua felicità o dolore. In quel caso i foruncoli vengono perché sanno: “Tale e tale è l’evento che porteremo.”?

“Certo che no, venerabile. Ma secondo la zona in cui i foruncoli sono nati, gli indovini fanno le loro osservazioni, decidono, dicendo: “Tale e tale sarà il risultato.”
Bene, allo stesso modo, o re, non è la mente stessa che fa il sogno che sa anche: “Vi sarà tale e tale risultato, favorevole o terribile?” Ma il presagio avuto viene riferito ad altri e costoro ne spiegano il significato.”

36. “Venerabile Nagasena, quando un uomo sogna, dorme o è sveglio?”

“Né l’uno né l’altro, o re. Quando il suo sonno è leggero e non è ancora completamente cosciente, è in quell’intervallo che si sogna. Quando un uomo è profondamente addormentato, o re, la sua mente ritorna a casa (entra di nuovo nel Bhavanga), ed una mente così silente non agisce, poiché una mente ostacolata ad agire non conosce il bene ed il male, e colui che non sa non sogna. Quando la mente è attiva che si producono sogni. Proprio come, o re, nell’oscurità e nel buio, dove non vi è luce, nessuna ombra si formerà anche nello specchio più lucido, così quando un uomo è in un sonno profondo la sua mente ritorna in se stessa, ed una mente così silente non agisce, perché una mente inattiva non conosce il bene ed il male, e colui che non sa non sogna. Perciò quando la mente è attiva che si producono sogni. Come lo specchio, o re, tiene conto del corpo, così il buio profondo il sonno, così la luce la mente. O ancora, o re, proprio come la gloria di un sole velata dalla nebbia non si percepisce, così i suoi raggi, anche se esistono, sono incapaci di fonderla, e così quando i raggi non agiscono non vi è luce, allo stesso modo quando un uomo è in un sonno profondo la sua mente ritorna in se stessa, ed una mente silente non agisce, perché una mente inattiva non conosce il bene ed il male, e colui che non sa non sogna. Perciò quando la mente è attiva che si producono sogni. Come il sole, o re, tiene conto del corpo, come il velo di nebbia il sonno, così i raggi la mente.

37. Sotto due condizioni, o re, la mente è inattiva anche se vi è il corpo – quando un uomo, essendo in un sonno profondo, la mente ritorna in se stessa, e quando un uomo cade in estasi. La mente di un uomo sveglio, o re, è eccitata, aperta, chiara, sciolta e ad una mente siffatta non si avvera nessun presagio. Proprio come, o re, degli uomini che cercano di nascondere qualcosa evitano l’uomo che è aperto, ingenuo, sincero e non riservato, allo stesso modo la divina intenzione non si manifesta all’uomo sveglio, perciò l’uomo sveglio non fa sogni. O ancora, o re, come le qualità che conducono alla saggezza non si trovano in quel fratello i cui modi di vivere e la cui condotta sono sbagliati, che è amico di chi commette colpa, malvagio, insolente, privo di zelo, allo stesso modo la divina intenzione non si manifesta all’uomo sveglio, perciò l’uomo sveglio non fa sogni.”

38. “Venerabile Nagasena, vi è un inizio, una parte centrale e una fine nel sonno?”

“Sì, o re.”

“Qual è dunque l’inizio, quale la parte centrale e quale la fine nel sonno?”

“La sensazione d’oppressione e di incapacità nel corpo, o re, di debolezza, di fiacchezza, di apatia – ciò è l’inizio del sonno. Il leggero “sonno della scimmia” in cui un uomo pensa ancora confusamente – quello è la parte centrale del sonno. Quando la mente entra in se stessa – quella è la fine del sonno. Ed è nella parte centrale, o re, nel “sonno della scimmia” che si sogna. Proprio come, o re, quando un uomo medita, saldo nella fede, inamovibile nella saggezza, entra nei boschi lontano dal suono della contesa, e riflette su qualche realtà sottile, egli è lì, tranquillo ed in pace, padrone del significato delle cose – allo stesso modo un uomo ancora sveglio, non ancora addormentato, ma sonnecchiando in un “sonno della scimmia”, farà un sogno. Come il suono della lotta, o re, dovete considerare la veglia, mentre il bosco solitario il “sonno della scimmia”. E come quell’uomo, evitando il rumore della lotta, tenendosi sveglio, rimanendo nella parte centrale sarà padrone del significato della realtà sottile, così l’uomo ancora sveglio, non ancora addormentato, ma sonnecchiando in un “sonno della scimmia” farà un sogno.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io acccetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sui sogni.]

Morte prematura

(Dilemma 76)

39. “Venerabile Nagasena, quando gli esseri muoiono, muoiono tutti in pienezza di tempo, o alcuni muoiono fuori tempo?”

“Vi è una realtà, o re, come la morte a tempo debito ed un’altra realtà come la morte prematura.”

“Allora chi sono coloro la cui morte è a tempo debito e chi sono coloro la cui morte è prematura?”

“Avete mai notato, o re, nel caso degli alberi di mango, o degli alberi Gambu o di altri alberi fruttiferi, che i loro frutti cadono quando sono maturi e quando non sono maturi?”

“Sì, venerabile.”

“Bene, quei frutti caduti, cadono tutti a tempo debito o alcuni cadono prematuramente?”

“Alcuni di quei frutti, Nagasena, cadono quando sono maturi, in pienezza di tempo. Ma altri cadono perché sono bacati da vermi, altri perché colpiti da una pertica, altri ancora perché fatti cadere dal vento, altri perché sono marci e tutti questi cadono fuori tempo debito.”

“Allo stesso modo, o re, quegli uomini che muoiono per effetto della vecchiaia, muoiono in pienezza di tempo. Ma altri muoiono per effetto del Kamma (di azioni cattive), altri ancora per il troppo errare, altri per una eccessiva attività.”

40. “Venerabile Nagasena, coloro che muoiono di Kamma, o di troppo errare, o di attività, o di vecchiaia, tutti costoro muoiono in pienezza di tempo: e persino colui che muore prima di nascere, quello è il suo tempo designato, perciò muore in pienezza di tempo; e così di colui che muore durante la nascita, oppure all’età di un mese, o a qualsiasi età sino a cent’anni. E’ sempre il suo tempo designato e muore in pienezza di tempo. Quindi, Nagasena, non vi è tale realtà come la morte fuori tempo debito. Perché tutti muoiono a tempo debito.”
“Ci sono sette tipi di persone, o re, che, malgrado vi sia ancora una loro età designata da vivere muoiono fuori tempo debito. E quali sono? L’uomo affamato, o re, che non riesce ad avere cibo, fisicamente consumato ; l’uomo assetato, che non riesce ad avere acqua, la cui mente è ormai secca; l’uomo morso da un serpente, il quale, consumato dalla forza del veleno, non trova cura e colui che è avvelenato, quando tutte le sue membra bruciano, è incapace di procurarsi delle medicine; chi cade nel fuoco, che, bruciando, non riesce a trovare nulla per spegnere il fuoco; colui che, caduto in acqua non riesce a trovare terra per salvarsi;l’uomo ferito da una freccia, che per la sua infermità non può trovare un medico; tutti questi sette, anche avendo del tempo da vivere, muoiono fuori tempo debito. E qui (in tutti questi sette casi) io dichiaro che tutti costoro sono di un’unica natura. In otto modi, o re, accade la morte dei comuni mortali: per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, per l’avversa combinazione di questi tre, per variazioni di temperatura, per mancanza di protezione, per cure mediche e per effetto del Kamma. E di questi, o re, solo la morte per effetto del Kamma è morte a tempo debito, tutti gli altri sono casi di morte fuori tempo debito. Perciò è stato detto:

“Per fame, per sete, per veleno e per morsi,
bruciati, annegati o uccisi, gli uomini muoiono fuori tempo;
per i tre umori e per l’insieme di questi tre,
per caldo, per mancanza, per aiuti,
in tutti queste sette gli uomini muoiono fuori tempo debito.”

41. “Ma vi sono alcuni uomini, o re, che muoiono per effetto di qualche cattiva azione commessa in una nascita precedente. E di questi, o re, chi ha affamato gli altri a morte, dopo essere stato per molte centinaia di migliaia di anni tormentato dalla fame, famelico, sfinito, magro ed appassito d’animo, inaridito, debilitato, accalorato, con il fuoco dentro, morirà, o giovane o uomo o vecchio, anch’egli di fame. E quella morte sarà per lui una morte a tempo debito. Chi ha fatto morire gli altri di sete, dopo essere stato per molte centinaia di migliaia di anni un Preta consumato dalla sete, ossuto ed infelice, anch’egli morirà, o giovane o uomo o vecchio, di sete. E quella morte sarà per lui una morte a tempo debito. Chi ha fatto morire gli altri per un morso di serpente, dopo aver errato per molte centinaia di migliaia di anni, di esistenza in esistenza, in cui è stato costantemente morso da boa o da neri serpenti, anch’egli morirà, o giovane o uomo o vecchio, morso da un serpente velenoso. E quella morte sarà per lui una morte a tempo debito. Chi ha fatto morire gli altri con veleno, dopo aver vissuto molte centinaia di migliaia di anni con un corpo smembrato e distrutto, esalando l’odore di cadavere, anch’egli morirà, o giovane o uomo o vecchio, avvelenato. E quella morte sarà per lui una morte a tempo debito. Chi ha fatto morire gli altri col fuoco, dopo aver vagato di purgatorio in purgatorio, da una massa di carbone ardente ad un’altra, con le membra bruciate e torturate, per molte centinaia di migliaia di anni, anch’egli, o giovane o uomo o vecchio, sarà bruciato a morte. E quella morte sarà per lui una morte a tempo debito. Chi ha fatto morire gli altri per annegamento, dopo aver sofferto molte centinaia di migliaia di anni come uno storpio, rovinato, distrutto, debole nelle membra e di animo inquieto, anch’egli morirà, o giovane o uomo o vecchio, per annegamento. E quella morte sarà per lui una morte a tempo debito. Chi ha fatto morire gli altri con la spada, dopo aver sofferto per molte centinaia di migliaia di anni (in ripetute nascite come un animale) di tagli e ferite, di colpi e lividi, o (una volta nato uomo) sempre ucciso da armi, anch’egli morirà, o giovane o uomo o vecchio, trafitto da una spada. E quella morte sarà per lui una morte a tempo debito.”

42. “Venerabile Nagasena, la morte fuori tempo debito di cui avete parlato, ditemi, orsù la ragione.”

“Come un grande e potente fuoco, o re, su cui sono stati accatastati erba secca, legni, rami e foglie, quando si consumerà quel suo nutrimento, si estinguerà per mancanza di tale nutrimento. Tuttavia tale fuoco si dice che si sia spento in pienezza di tempo, senza alcuna calamità o incidente (ad esso accaduto). Allo stesso modo, o re, l’uomo che, dopo aver vissuto molte migliaia di giorni, ormai vecchio ed avanti con gli anni, muore naturalmente di vecchiaia, senza che gli sia accaduto alcuna calamità o incidente, si dice che sia morto in pienezza di tempo. Ma se vi fosse un grande e potente fuoco, o re, su cui sono stati accatastati erba secca, legni, rami e foglie, poi una grande pioggia dovesse cadere su di esso, tanto da spegnerlo, prima che il combustile fosse consumato, si potrebbe dire, o re, che quel grande fuoco si sia spento in pienezza di tempo?”

“No, venerabile.”
“Da cosa differirebbe il secondo, per sua natura, dal primo?”

“Il secondo, venerabile, siccome fin dall’inizio è stato colpito dalla pioggia, si è spento prima del suo tempo.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.

43. O ancora, o re, è come una grande nuvola di tempesta che, sviluppandosi in cielo, rovesciasse pioggia, riempiendo le valli e le pianure. Quella nuvola avrebbe fatto piovere, si dice, senza calamità o incidente. Allo stesso modo, o re, l’uomo che dopo aver vissuto a lungo, ormai vecchio ed avanti con gli anni, senza che gli sia accaduto una qualche calamità o incidente, alla fine muore di vecchiaia, si dice che sia morto in pienezza di tempo. Ma se, o re, una potente nuvola di tempesta dovesse svilupparsi in cielo, per poi essere dissolta da un potente vento, si potrebbe dire, o re, che quella nuvola sia scomparsa a tempo debito?”

“No, venerabile.”

“Da cosa differirebbe la seconda nuvola, per sua natura, dalla prima?”

“La seconda, venerabile, siccome fin dall’inizio è stata colpita dal vento, si è dissipata prima del suo tempo.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.

44. O ancora, o re, è come un potente e letale serpente che istigato dovesse mordere un uomo, avvelenandolo, e senza impedimento né incidente lo uccidesse. Si direbbe che quel veleno, senza impedimento né incidente, avrebbe raggiunto il suo scopo. Allo stesso modo, o re, l’uomo che dopo aver vissuto a lungo, ormai vecchio ed avanti con gli anni, senza che gli sia accaduto una qualche calamità o incidente, muore naturalmente di vecchiaia, si dice che abbia raggiunto, non impedito né ostacolato, la meta della sua vita, e che sia morto in pienezza di tempo. Ma se un incantatore di serpenti desse un antidoto all’uomo sofferente per il morso, liberandolo dal veleno, si potrebbe dire che il veleno fu rimosso in pienezza di tempo?”

“No di certo, venerabile.”

“Da cosa differirebbe il secondo veleno, per sua natura, dal primo?”
“Il secondo, venerabile, su cui è stato introdotto l’antidoto, sarebbe stato rimosso prima di aver raggiunto il suo scopo.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.

45. “O ancora, o re, è come la freccia scoccata da un arciere. Se quella freccia seguisse la sua naturale traiettoria, allora si direbbe che ha raggiunto il suo scopo, senza impedimento e senza ostacoli. Allo stesso modo, o re, l’uomo che dopo aver vissuto a lungo, ormai vecchio ed avanti con gli anni, senza che gli sia accaduto una qualche calamità o incidente, muore naturalmente di vecchiaia, si dice che abbia raggiunto, non impedito né ostacolato, la meta della sua vita, e che sia morto in pienezza di tempo. Ma se, nel momento in cui l’arciere sta scoccando la freccia, qualcuno se ne impossessasse , si potrebbe dire che quella freccia abbia raggiunto la fine della sua traiettoria?”

“No, venerabile.”

“Da cosa differirebbe la seconda freccia, per sua natura, dalla prima?”

“Per l’avvenuto arresto, venerabile, la traiettoria della seconda freccia è stata fermata.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.

46. “O ancora, o re, è come il gong colpito da un uomo. Da questi colpi si producesse una nota, e risonasse fino alla fine della linea del percorso del suo naturale suono. Si potrebbe dire allora che avrebbe raggiunto quella meta senza impedimenti né ostacoli. Allo stesso modo, o re, l’uomo che dopo aver vissuto a lungo, ormai vecchio ed avanti con gli anni, senza che gli sia accaduto una qualche calamità o incidente, muore naturalmente di vecchiaia, si dice che abbia raggiunto, non impedito né ostacolato, la meta della sua vita, e che sia morto in pienezza di tempo. Ma se un uomo colpisse un gong, e dal suo colpo si producesse una nota, ma qualcuno, prima che avesse raggiunto il suo culmine, toccasse il gong, e da quel suo tocco il suono cessasse, si potrebbe dire allora che quel suono abbia raggiunto la fine della linea del percorso del suo naturale suono?”

“Certo che no, venerabile.”

“Da cosa differirebbe il secondo suono, per sua natura, dal primo?”

“Dall’avvenuto tocco, venerabile, quel suono fu soppresso.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.

47. O ancora, o re, è come il seme del grano che è stato ben coltivato nel campo, e grazie ad un’abbondante pioggia è diventato ben grosso e carico con molti semi, sopravvivendo sicuro fino al tempo del raccolto, quel grano si direbbe che abbia raggiunto, senza impedimenti né ostacoli, la sua debita stagione. Allo stesso modo, o re, l’uomo che dopo aver vissuto a lungo, ormai vecchio ed avanti con gli anni, senza che gli sia accaduto una qualche calamità o incidente, muore naturalmente di vecchiaia, si dice che abbia raggiunto, non impedito né ostacolato, la meta della sua vita, e che sia morto in pienezza di tempo. Ma se quel grano, dopo essere stato ben coltivato nel campo, dovesse morire, privo d’acqua, si potrebbe dire che abbia raggiunto la sua debita stagione?”

“No, venerabile.”

“Da cosa differirebbe il secondo grano, per sua natura, dal primo?”

“Oppresso dall’avvenuto caldo quel raccolto è perito, venerabile.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.

48. Avete mai sentito, o re, di un grano giovane che, dopo aver formato la spiga, fosse distrutto dai vermi sino alle radici?”

“Abbiamo sentito una simile cosa, venerabile, e l’abbiamo anche vista.”

“Bene, o re, quel grano fu distrutto a debita stagione o fuori stagione?”

“Fuori stagione, venerabile. Perché certamente se i vermi non avessero distrutto il grano esso sarebbe sopravvissuto sino al tempo del raccolto”

“Ed allora, o re! All’accadere di un disastro il grano si è perso, ma se non avesse subito alcun danno sarebbe sopravvissuto sino al raccolto?”
“Certo, venerabile.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.

49. Ed avete mai sentito, o re, di un raccolto ben cresciuto, piegato dal peso dei chicchi di grano, con le spighe debitamente formate, venir distrutto da una pioggia cosiddetta Karaka (grandine)?”

“Abbiamo sentito una simile cosa, venerabile, e l’abbiamo anche vista.”

“Bene, o re! Direste che quel raccolto fu distrutto a debita stagione o fuori stagione?”

“Fuori stagione, venerabile. Perché se la grandine non fosse venuta il raccolto sarebbe arrivato a maturazione.”

“Ed allora, o re! All’accadere di un disastro il grano si è perso, ma se non avesse subito alcun danno sarebbe sopravvissuto sino al raccolto?”

“Certo, venerabile.”

“Allo stesso modo, o re, chi muore prima del suo tempo muore per qualche malattia – per eccesso di umore ventoso, o di umore bilioso, o di umore flemmatico, o per l’avversa unione di questi tre, o per variazioni di temperatura, o per mancanza di protezione, o per cure mediche, o per fame, o per sete, o bruciato, o annegato, o trafitto da una spada. Tale, o re, è la ragione per cui si muore prima del tempo.”

50. “Meraviglioso, Nagasena, straordinario!Avete spiegato molto bene, con ragioni e similitudini, come mai le persone muoiono prima del loro tempo. Avete reso tale realtà, come la morte prematura, chiara ed evidente. Persino un uomo incosciente, Nagasena, un seguace con le idee confuse, riesce a giungere a conclusione sulle morti premature che accadono grazie ai vostri esempi – tanto più un uomo esperto! Già fui convinto, venerabile, dalla prima delle vostre similitudini, che tali morti accadono, ma ho insistito per il desiderio di ascoltare ancora altre spiegazioni.”

[Qui finisce il dilemma sulle morti premature.]

Prodigi al sepolcro

(Dilemma 77)

51. “Venerabile Nagasena, vi sono dei prodigi ai Ketiya (i tumuli alzati sulle ceneri) di tutti coloro interamente trapassati (di tutti gli Arahat defunti)?

“Di alcuni, o re, non di altri.”

“Ma di quali è il caso e di quali no, venerabile?”

“E’ dalla ferma decisione, o re, di questi tre tipi di persone, che i prodigi hanno luogo al Ketiya di qualche persona defunta che è stata completamente liberata. E quali sono tali tre? In primo luogo, o re, un Arahat, ancora in vita, per pietà di deva ed uomini, può così volere: “Che vi sia tale e tale prodigio al mio Ketiya.” Quindi, per sua volontà, i prodigi accadono in quel luogo. In questo modo i prodigi accadono per volontà di un Arahat al Ketiya di uno completamente liberato.
Ed ancora, o re, i deva, per pietà degli uomini, mostrano prodigi al Ketiya di uno che è stato completamente liberato, pensando: “Per questo prodigio possa la vera fede rimanere sempre salda sulla terra, e possa il genere umano crescere in grazia nel credo!” In questo modo i prodigi accadono per volontà di un deva al Ketiya di uno interamente liberato.
Ed ancora, o re, una donna o un uomo, credente, capace, intelligente, saggio, dotato di profonda visione, può deliberatamente prendere profumi, o una ghirlanda, o un abito, e porlo sul Ketiya, così volendo: “Possa tale e tale prodigio aver luogo!” In questo modo i prodigi accadono per volontà di esseri umani al Ketiya di uno interamente liberato.

52. Questi, o re, sono i tre tipi di persone dalla cui ferma decisione hanno luogo prodigi ai Ketiya di defunti Arahat. E se non vi fosse tale volontà, o re, da uno di questi, allora non vi sarebbe alcun prodigio al Ketiya persino di colui che ha distrutto ogni Asava, che ha ottenuto la sestuplica profonda visione, maestro di se stesso. E se non vi fosse tale prodigio, o re, allora si dovrebbe richiamare alla mente la purezza della condotta di colui che ha visto, ed in piena fede concludere: “Veramente questo figlio del Buddha è stato interamente liberato!”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sui prodigi ai sepolcri.]

Conversione e condotta

(Dilemma 78)

53. “Venerabile Nagasena, coloro che vivono rettamente, tutti raggiungono la profonda visione, o vi sono alcuni che non la raggiungono?”

“Alcuni la raggiungono ed altri no, o re.”

“Allora, venerabile, chi la raggiunge e chi no?”

“Chi nasce come animale, o re, anche se vive rettamente non raggiungerà la profonda visione del Dhamma, né chi nasce nel mondo Preta, né chi possiede false visioni, né l’uomo fallace, né chi ha ucciso sua madre, o suo padre, o un Arahat, né chi provoca uno scisma nell’Ordine, né chi ha ferito un Buddha, né chi è entrato clandestinamente nell’Ordine, né chi è pervertito, né chi ha violato una monaca dell’Ordine, né chi, dopo aver commesso una o un’altra delle tredici colpe, non è stato riabilitato, né un eunuco, né un ermafrodita – né un bambino minore di sette anni, anche se vive rettamente, o re, non otterrà la profonda visione del Dhamma. Questi sedici individui non otterranno la profonda visione, o re, anche se vivono rettamente.”

54. “Venerabile Nagasena, vi può essere o non vi può essere una possibilità di profonda visione per i primi quindici che avete accennato. Ma qual è la ragione per cui un bambino, minore di sette anni, non possa raggiungere, anche se vive rettamente, la profonda visione? Ecco un altro dilemma. Perché non si dice forse che in un bambino non vi è passione, né malizia, né indolenza, né orgoglio, né eresia, né malcontento, né pensieri lussuriosi? Non avendo commesso colpe, un bambino è adatto e pronto (anche al raggiungimento della condizione di Arahat – ed oltre) ed è degno di penetrare con un’occhiata nelle quattro verità!”

“Ecco la ragione, o re, del mio dire, per cui un bambino, anche se vive rettamente, non può raggiungere la profonda visione. Se, o re, un minore di sette anni potesse provare passione per cose che provocano passione, potesse agire in modo errato in cose che conducono all’iniquità, potesse comportarsi in modo stolto in argomenti che ingannano, potesse impazzire per cose che ammaliano, potesse comprendere un’eresia, potesse distinguere tra contento e malcontento, potesse riflettere sulla virtù e sul vizio, allora la profonda visione sarebbe possibile per lui. Ma la mente di un minore di sette anni, o re, è impotente e debole, povera, piccola, leggera, oscura e tarda, mentre l’essenziale principio del Nibbana è trascendentale, importante, prestigioso, immenso ed esteso. Perciò, o re, il bambino, con una mente così imperfetta, è incapace di comprendere un’idea così grande. E’ come il monte Sineru il re delle montagne, o re, pesante e ponderoso, immenso e possente, potrebbe ora un uomo con la sua ordinaria forza, potenza ed energia, sradicare tale montagna?”

“Certo che no, venerabile.”

“E perché?”

“Per la debolezza dell’uomo e per la magnificenza del Sineru, il re delle montagne.”

“Allo stesso modo, o re, è la relazione della mente infantile con il Nibbana.

55. Ed ancora, è come la grande terra, o re, lunga e larga, ampia in espansione ed in estensione, estesa e possente – sarebbe capace una piccola goccia d’acqua di bagnare ed infangare la grande terra?”

“Certo che no, venerabile.”

“E perché?”

“Per la piccolezza della goccia d’acqua e per la vastità della grande terra.”

“Allo stesso modo, o re, è la relazione della mente infantile con il Nibbana.

56. Ed ancora, o re, immaginate un fuoco debole e senza potenza, piccolo, minuscolo, limitato e soffocato – sarebbe possibile, con un fuoco così insignificante, prevalere sull’oscurità ed illuminare l’intero mondo dei deva e degli uomini?”

“Certo che no, venerabile.”

“E perché?”

“Per la fiacchezza del fuoco e per la grandezza del mondo.”

“Allo stesso modo, o re, la mente di un minore di sette anni è impotente e debole, limitata, insignificante, oscura e tarda; essa è oscurata, per la maggior parte, dal fitto velo dell’ignoranza. Sarebbe difficile, quindi, per essa brillare con la luce della conoscenza. Tale è la ragione, o re, per cui un bambino, minore di sette anni, anche se la sua condotta è retta, raggiungere la profonda visione del Dhamma.

57. O ancora, o re, immaginate un Salaka (insetto, verme, piccolo essere), minuscolo e debilitato, che alla vista di un re elefante con i segni dell’eccitazione in tre punti, con nove cubiti di lunghezza, tre di larghezza, dieci di circonferenza e sette in altezza, andare verso il suo rifugio, con l’intenzione di trasportarlo e di inghiottirlo – sarebbe capace tale Salaka, o re, di farlo?”

“Certo che no, venerabile.”

“E perché no, o re?”

“Per la piccolezza del corpo del Salaka e per la magnificenza del re elefante.”

“Allo stesso modo, o re, la mente di un minore di sette anni è impotente e debole, limitata, insignificante, oscura e tarda. Immensa e trascendentale è la gradevole essenza del Nibbana. Tale è la ragione, o re, per cui un bambino, minore di sette anni, anche se la sua condotta è retta, raggiungere la profonda visione del Dhamma.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla conversione e sulla condotta.]

La sofferenza del Nibbana

(Dilemma 79)

58. “Venerabile Nagasena, il Nibbana è solo beatitudine o è anche sofferenza?”

“Il Nibbana è solo beatitudine, o re. Non vi è nessun tipo di sofferenza.”

“Non possiamo credere a tali parole, venerabile, che il Nibbana sia solo beatitudine. Su questo punto, Nagasena, noi pensiamo che il Nibbana sia anche sofferenza. E vi è un motivo per questa nostra opinione. Qual è il motivo? Nagasena, coloro che cercano il Nibbana si sforzano e si applicano nel corpo e nella mente, praticano la rinuncia nel dimorare, nel camminare, nel sedere, nel giacere e nel mangiare, si privano del sonno, del piacere dei sensi, rinunciano a ricchezze e a beni, a parenti ed amici. Invece coloro che provano piacere nel mondo sono contenti e felici, e godono dei cinque piaceri dei sensi – costoro praticano e deliziano nel miglior modo i loro occhi con molteplici e piacevoli forme – costoro praticano e deliziano le loro orecchie in molti tipi di piacevoli suoni di feste e di canti, come e quando vogliono – costoro praticano e deliziano il loro senso olfattivo con vari tipi di profumi floreali, di frutti, di foglie, di corteccia, di radici, di succhi, come e quando vogliono – costoro praticano e deliziano il loro palato con vari tipi di gustosi sapori di cibi densi e teneri, di sciroppi, bibite, bevande, come e quando vogliono – costoro praticano e deliziano il loro senso del tatto con vari tipi di piacevoli sensazioni, tenere e delicate, deliziose e morbide, come e quando vogliono – costoro praticano e deliziano le loro menti con vari tipi di concetti ed idee, pure ed impure, buone e cattive, come e quando vogliono. Voi, d’altro canto, vi fermate e distruggete, mutilate e deformate, mettete un freno e rinunciate allo sviluppo dei vostri occhi e orecchie e naso e lingua e corpo e mente. Perciò il vostro corpo e la vostra mente sono sofferenti, siccome il vostro corpo e le vostre menti sono sofferenti provate sconforto e dolore, fisico e mentale. Anche Magandiya, l’asceta, non trovò delle colpe al Beato con l’affermare: “L’asceta Gotama è un distruttore di crescita.”?

59. “Nel Nibbana, o re, non vi è sofferenza. E’ illimitata beatitudine. Quando voi, o re, pensate che il Nibbana sia sofferenza, ciò che chiamate “doloroso” non è Nibbana. E’ la fase preliminare alla realizzazione del Nibbana, è il processo di ricerca del Nibbana. Il Nibbana stesso è pura e semplice beatitudine, senza sofferenza alcuna. Ed io vi darò una spiegazione di ciò. Vi è una certa cosa, o re, come la felicità della sovranità di cui ne godono i re?”

“Certamente.”

“E vi è sofferenza in quella felicità, o re?”

“No, venerabile.”

“Allora, o re, perché quando le loro province di frontiera si ribellano, i re, con lo scopo di sottomettere di nuovo gli abitanti di quelle province, lasciano le loro dimore, assieme ai loro ministri e capi, ai loro soldati e alle loro guardie, marciano assiduamente su qualsiasi terreno, martoriati da mosche, zanzare e venti caldi, ed iniziano feroci battaglie patendo il presentimento di morte?”

“Ciò non è quello che è chiamato la felicità della sovranità, venerabile Nagasena. E’ soltanto la fase preliminare nella ricerca di quella felicità. E’ dopo che hanno ricercato quella felicità, con dolore, che godono di tale felicità. Perciò quella felicità, Nagasena, è senza alcun dolore in se stessa, in quanto la felicità della sovranità è una cosa ed il dolore un’altra.”

“Allo stesso modo, o re, il Nibbana è solo beatitudine e non vi è alcuna sofferenza in esso. Coloro che ricercano il Nibbana, è vero che affliggono i loro corpi e le loro menti, che rinunciano nel dimorare, nel camminare, nel sedere, nel giacere e nel mangiare, si privano del sonno, nel piacere dei sensi, abbandonano il proprio corpo e la propria vita. Ma è dopo che hanno ricercato il Nibbana, con dolore, che godono di tale illimitata beatitudine – come i re godono della felicità della sovranità dopo che sono stati sgominati i loro nemici. Quindi, o re, il Nibbana è solo beatitudine e non vi è alcuna sofferenza in esso. Perciò il Nibbana è una cosa e la sofferenza un’altra.

60. Ed ascoltate un’altra spiegazione, o re, sullo stesso argomento. Vi è una tale cosa, o re, come la felicità del sapere posseduta da quei maestri che hanno seguito il proprio percorso?”

“Sì, venerabile.”

“Bene, in tale felicità del sapere vi è anche dolore?”

“No.”

“Perché allora, o re, ci si prostra o si sta in piedi dinanzi ai propri maestri; ci si procura dell’acqua e si pulisce la cella; si preparano gli spazzolini da denti e l’acqua per lavarsi; si vive di briciole rimaste; si rende servizio nel lavare la testa, nel fare il bagno e nel lavare i piedi; si sopprime il proprio volere e si agisce secondo il volere degli altri; si dorme scomodamente e ci si nutre di cibo sgradevole?”
“Perché quella non è la felicità del sapere, Nagasena. E’ una fase preliminare alla ricerca di essa. E’ dopo che i maestri hanno ricercato quel sapere, con dolore, che godono di tale felicità. Quindi, Nagasena, la felicità del sapere è senza sofferenza. Perciò la felicità del sapere è una cosa e la sofferenza un’altra.”

“Allo stesso modo, o re, il Nibbana è solo beatitudine e non vi è alcuna sofferenza in esso. Coloro che ricercano il Nibbana, è vero che affliggono i loro corpi e le loro menti, che rinunciano nel dimorare, nel camminare, nel sedere, nel giacere e nel mangiare, si privano del sonno, del piacere dei sensi, abbandonano il proprio corpo e la propria vita. Ma è’ dopo che hanno ricercato il Nibbana, con dolore, che godono di tale illimitata beatitudine – come i re godono della felicità della sovranità dopo che sono stati sgominati i loro nemici. Quindi, o re, il Nibbana è solo beatitudine e non vi è alcuna sofferenza in esso. Perciò il Nibbana è una cosa e la sofferenza un’altra.”
“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla sofferenza del Nibbana.]

La forma esteriore del Nibbana

(Dilemma 80)

61. “Venerabile Nagasena, tale Nibbana di cui tanto ne parlate, potete renderlo più chiaro tramite metafora, o spiegazione, o ragione, o argomento, la forma, o la figura, o la durata, o la misura?”

“Il Nibbana, o re, non ha eguali. Non si può renderlo chiaro tramite metafora, o spiegazione, o ragione, o argomento, la forma, o la figura, o la durata, o la misura.”

“Non posso credere, Nagasena, che del Nibbana, che dopo tutto è una condizione realmente esistente, sia così impossibile farci comprendere la forma, o la figura, o la durata, o la misura! Datemi una spiegazione di tutto questo.”

62. “Molto bene, o re, lo farò. Vi è una cosa, o re, come il grande oceano?

“Sì, l’oceano esiste.”

“Bene, supponiamo che vi chiedano: “Quant’acqua vi è, maestà, nel mare, e quante creature vi vivono?” Una volta posta tale domanda, cosa rispondete?”

“Risponderei in questo modo a tale domanda: “Brav’uomo, ciò che mi chiedi è una cosa che non si può chiedere. Nessuno dovrebbe porre tale domanda. E’ una questione complicata. I fisici non hanno mai analizzato l’oceano in tal modo. Nessuno può misurarne la quantità d’acqua, o contare le creature che ci vivono.” Così, venerabile, risponderei.”

63. “Ma perché, o re, rispondereste in questo modo sull’oceano che, dopo tutto, è una realtà esistente? Non dovreste, invece, rispondere: “Tanta e tanta acqua vi è nel mare, e tante creature ci vivono?”

“Sarebbe impossibile, venerabile. La domanda è oltre il nostro potere.”

“Come risulta impossibile, o re, dire la quantità dell’acqua nel mare, o il numero delle creature che ci vivono, sebbene siano realtà esistenti, così è impossibile, nel modo da voi proposto, dire la forma, o la figura, o la durata, o la misura del Nibbana, sebbene sia, dopo tutto, una condizione realmente esistente. Ed anche se, o re, vi fosse qualcuno con magici poteri, padrone della propria mente, capace di contare l’acqua e le creature nel mare, non potrebbe mai dire la forma o la figura, la durata o la misura del Nibbana.

64. Ed ascoltate un’altra spiegazione su questo argomento, o re. Vi sono fra i deva, o re, alcuni di loro chiamati “Gli Immateriali”?”

“Sì, venerabile. So che vi sono.”

“Bene, o re, potete illustrarmi con una metafora, o con una spiegazione, o con una ragione, o con una prova la forma, o la figura, o la durata, o la dimensione di questi deva, gli “Immateriali”?

“No, non posso.”

“Allora non esistono, o re.”

“Gli Immateriali, venerabile, esistono; tuttavia è impossibile nel modo da voi proposto spiegare la loro forma, la loro figura, o la loro durata, o la loro dimensione.”

“Come risulta impossibile, o re, dire la forma o la figura, la durata o la dimensione dei deva chiamati “Gli Immateriali”, sebbene siano esseri esistenti dopo tutto, così è impossibile nel modo da voi proposto spiegare la forma o la figura, la durata o la misura del Nibbana, sebbene sia una condizione realmente esistente.”

65. “Venerabile Nagasena, vi concedo che il Nibbana sia una illimitata beatitudine, tuttavia risulta impossibile dimostrare, sia con una similitudine o con una spiegazione, con una ragione o con una prova, o la sua forma , o la sua durata o la sua dimensione. Ma esiste una qualche qualità del Nibbana inerente ad altre realtà, in modo da spiegarla con una metafora?”

“Anche se non vi è nulla riguardo la sua forma da poter essere spiegata, c’è qualcosa, o re, riguardo le sue qualità da poter essere spiegata.”

“Che belle parole, Nagasena! Allora, presto, parlate, in modo da poter avere una spiegazione su una caratteristica del Nibbana. Calmate la febbre del mio cuore. Calmatela con la dolce brezza delle vostre parole!”

“Vi è una qualità del loto, o re, inerente al Nibbana, e due qualità dell’acqua, e tre della medicina, e quattro dell’oceano, e cinque del cibo, e dieci dello spazio, e tre della gemma dei desideri, e tre del legno di sandalo rosso, e tre del ghee, e cinque di una vetta di montagna.”

66. “Venerabile Nagasena, quella qualità del loto che avete detto essere inerente al Nibbana, qual è?”

“Come il loto, o re, è incontaminato dall’acqua, così il Nibbana è incontaminato da ogni male. Questa è la qualità del loto inerente al Nibbana.”

67. “Venerabile Nagasena, quelle due qualità dell’acqua che avete detto essere inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come l’acqua, o re, è fresca e fa diminuire il calore, così anche il Nibbana è fresco e fa diminuire la febbre che sorge da tutte le cattive disposizioni. Questa è la prima qualità dell’acqua inerente al Nibbana. Inoltre, o re, come l’acqua allevia la sete degli uomini e degli animali quando sono sfiniti ed ansiosi, bramosi e tormentati dalla sete, così il Nibbana allevia la sete della brama dei sensi, la brama della vita futura e la brama della mondana prosperità. Questa è la seconda qualità dell’acqua inerente al Nibbana.”

68. “Venerabile Nagasena, quelle tre qualità della medicina che avete detto essere inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come la medicina, o re, è il rifugio degli esseri tormentati dal veleno, così il Nibbana è il rifugio degli esseri tormentati dal veleno del male. Questa è la prima qualità della medicina inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come la medicina pone fine alle malattie, così il Nibbana pone fine alle sofferenze. Questa è la seconda qualità della medicina inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come la medicina è ambrosia, così il Nibbana è anche ambrosia. Questa è la terza qualità della medicina inerente al Nibbana.”

69. “Venerabile Nagasena, quelle quattro qualità dell’oceano che avete detto essere inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come l’oceano, o re, è libero dalla presenza di cadaveri, così il Nibbana è libero dalla presenza dei corpi morti del male. Questa, o re, è la prima qualità dell’oceano inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come l’oceano è possente ed immenso, e non si riempie con tutti i fiumi che in esso fluiscono; così il Nibbana è possente ed immenso, e non si riempie con tutti gli esseri (che entrano in esso). Questa è la seconda qualità dell’oceano inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come l’oceano è la dimora di potenti creature, così il Nibbana è la dimora di grandi uomini, gli Arahat, dotati di potere, padroni di se stessi, nei quali i Grandi Mali e tutti i vincoli sono stati distrutti. Questa è la terza qualità dell’oceano inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come l’oceano è in fiore, diciamo così, con gli innumerevoli e splendidi fiori nell’increspatura delle sue onde, così il Nibbana è in fiore, diciamo così, con gli innumerevoli e splendidi fiori della purezza, della conoscenza e della liberazione. Questa è la quarta qualità dell’oceano inerente al Nibbana.”

70. “Venerabile Nagasena, quelle cinque qualità del cibo che avete detto essere inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come il cibo, o re, è il sostegno della vita di tutti gli esseri, così il Nibbana, una volta realizzato, è il sostegno della vita, perché pone fine alla vecchiaia ed alla morte. Questa è la prima qualità del cibo inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il cibo accresce la forza di tutti gli esseri, così il Nibbana, una volta realizzato, accresce il potere di Iddhi di tutti gli esseri. Questa è la seconda qualità del cibo inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il cibo è fonte di bellezza per tutti gli esseri, così il Nibbana, una volta realizzato, è fonte per tutti gli esseri della bellezza della santità. Questa è la terza qualità del cibo inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il cibo pone un freno alle sofferenze di tutti gli esseri, così il Nibbana, una volta realizzato, pone un freno alla sofferenza sorta da ogni cattiva disposizione. Questa è la quarta qualità del cibo inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il cibo vince in tutti gli esseri la debolezza della fame, così il Nibbana, una volta realizzato, vince in tutti gli esseri la debolezza che sorge dalla fame e da ogni sorta di sofferenza. Questa è la quinta qualità del cibo inerente al Nibbana.”

71. “Venerabile Nagasena, quelle dieci qualità dello spazio che avete detto essere inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come lo spazio, o re, né nasce, né invecchia, né muore, né trapassa, né rinasce (in una futura esistenza), inoltre è incomprensibile, non può essere portato via da ladri, è il nulla, è la sfera dove volano gli uccelli, non ha ostacoli ed è infinito; così il Nibbana né nasce, né invecchia, né muore, né trapassa, né rinasce (in una futura esistenza), è inconquistabile, i ladri non lo possono rubare, è inattaccabile, è la sfera in cui gli Arahat si muovono, nulla lo può ostacolare ed è infinito. Queste sono le dieci qualità dello spazio inerenti al Nibbana.”

72. “Venerabile Nagasena, quelle tre qualità della gemma dei desideri che avete detto essere inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come la gemma dei desideri, o re, soddisfa ogni desiderio, così anche il Nibbana. Questa è la prima qualità della gemma dei desideri inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come la gemma dei desideri provoca piacere, così anche il Nibbana. Questa è la seconda qualità della gemma dei desideri inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come la gemma dei desideri è piena di splendore, così anche il Nibbana. Questa è la terza qualità della gemma dei desideri inerente al Nibbana.”

73. “Venerabile Nagasena, quelle tre qualità del legno di sandalo rosso che avete detto inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come il legno di sandalo rosso, o re, è difficile da avere, così il Nibbana è difficile da raggiungere. Questa è la prima qualità del legno di sandalo rosso inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il legno di sandalo rosso è ineguagliabile nella bellezza del suo profumo, così è il Nibbana. Questa è la seconda qualità del legno di sandalo rosso inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il legno di sandalo rosso è lodato da tutti i deva, così il Nibbana è lodato da tutti i Nobili. Questa è la terza qualità del legno di sandalo rosso inerente al Nibbana.”

74. “Venerabile Nagasena, quelle tre qualità della spuma del ghee che avete detto inerenti al Nibbana, quali sono?”

“Come il ghee è bello nel colore, o re, così anche il Nibbana è bello in rettitudine. Questa è la prima qualità del ghee inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il ghee ha un piacevole profumo, così anche il Nibbana ha il piacevole profumo della rettitudine. Questa è la seconda qualità del ghee inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come il ghee ha un piacevole sapore, così anche il Nibbana. Questa è la terza qualità del ghee inerente al Nibbana.”

75. “Venerabile Nagasena, quelle cinque qualità di una vetta di montagna che avete detto inerente al Nibbana, quali sono?”

“Come una vetta di montagna è elevata, così anche il Nibbana è sommo. Questa è la prima qualità di una vetta di montagna inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come una vetta di montagna è inamovibile, così anche il Nibbana. Questa è la seconda qualità di una vetta di montagna inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come una vetta di montagna è inaccessibile, così anche il Nibbana è inaccessibile a tutte le cattive disposizioni. Questa è la terza qualità di una vetta di montagna inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come una vetta di montagna è un luogo dove non vi crescono piante, così anche il Nibbana è una condizione in cui non cresce il male. Questa è la quarta qualità di una vetta di montagna inerente al Nibbana. Ed ancora, o re, come una vetta di montagna è libera dal desiderio del piacere e dal risentimento, così anche il Nibbana. Questa è la quinta qualità di una vetta di montagna inerente al Nibbana.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla forma del Nibbana.]

Il tempo del Nibbana

(Dilemma 81)

76. “Venerabile Nagasena, la vostra gente afferma: “Il Nibbana non è né passato, né futuro, né presente, né non prodotto, né prodotto.
In tal caso, Nagasena, l’uomo che, avendo vissuto rettamente, realizza il Nibbana, realizza qualcosa di già prodotto, o prodotto per la prima volta da lui stesso, e poi lo realizza?”

“Niente di tutto questo, o re. Tuttavia, soltanto quel principio del Nibbana (nibbana-dathu) esiste, in quanto lo ha realizzato, vivendo rettamente.”

“Non rendete questo dilemma ancora più oscuro, venerabile Nagasena! Cercate di renderlo più chiaro. Con un adeguato sforzo cercate di esporre tutto ciò che vi è stato insegnato. Questo punto rende la gente confusa, perplessa e piena di dubbi. Dissipate questa colpevole incertezza, perché trafigge come una freccia!”

77. “Quel principio del Nibbana così pacifico, così beato, così delicato, esiste. E colui che vive rettamente, comprendendo la realtà di tutti i fenomeni (samkhara) secondo gli insegnamenti dei Tathagata, diventa con la sua saggezza – anche come discepolo, con la sua conoscenza, da solo, secondo gli insegnamenti del suo maestro – padrone di un’arte. E se si chiede: “Come si conosce il Nibbana?” Tramite la liberazione dalla sofferenza e dal pericolo, dalla fede, dalla pace, dalla calma, dalla beatitudine, dalla felicità, dalla gentilezza, dalla purezza, dalla freschezza.

78. Proprio come, o re, un uomo, bruciando in un’ardente fornace piena di fasci di rami secchi, quando con uno sforzo estremo riesce a liberarsi e fuggire in un luogo fresco, proverà una suprema felicità – così chi vive rettamente, e grazie alla meditazione, realizzerà la suprema felicità del Nibbana, dove l’ardente calore del triplice fuoco (dell’avidità, dell’avversione e dell’ignoranza) è completamente spento. La fornace, o re, rappresenta il triplice fuoco, mentre l’uomo che vive rettamente il luogo fresco del Nibbana.

79. Ed ancora, o re, come un uomo caduto in una fossa piena di resti mortali di serpenti, cani ed uomini, di sudiciume e di rifiuti, una volta dentro, impigliato tra questi cadaveri, quando con uno sforzo estremo fuggirà in un luogo senza cadaveri, proverà una suprema felicità – così chi vive rettamente, e grazie alla meditazione, realizzerà la suprema felicità del Nibbana, dove non esistono impurità. I cadaveri, o re, rappresentano i quattro piaceri sensuali, mentre l’uomo caduto fra i resti mortali rappresenta l’uomo che vive rettamente per realizzare il Nibbana libero da cadaveri.

80. Ed ancora, o re, come un uomo (preda di nemici ben armati di spade), tremante di paura e terrore, con mente agitata e turbata, quando con uno sforzo estremo riesce a liberarsi e a fuggire in un rifugio sicuro, ben protetto, proverà una suprema felicità – così chi vive rettamente, e grazie alla meditazione, realizzerà la suprema felicità del Nibbana, dove non vi sono né paura né terrore. Il terrore, o re, rappresenta l’ansia che sorge continuamente, a causa di nascita, vecchiaia, malattia e morte, mentre l’uomo terrorizzato rappresenta l’uomo che vive rettamente per realizzare il sicuro rifugio del Nibbana.

81. Ed ancora, o re, come un uomo caduto in una fossa piena di sudiciume, melma e fango, quando con uno sforzo estremo riesce a liberarsi dal fango ed a fuggire in un luogo puro e pulito, proverà una suprema felicità – così chi vive rettamente, e grazie alla meditazione, realizzerà la suprema felicità del Nibbana, dove sono state rimosse tutte le impurità. Il fango, o re, rappresenta l’uomo che vive rettamente per realizzare il luogo puro e pulito del Nibbana.

82. Ed ancora, se chiedete: “Come si può vivere rettamente per realizzare il Nibbana?” (Io vi rispondo) Colui che, o re, vive rettamente comprende il Dhamma come sviluppo di tutte le realtà, ed in questo modo vi percepisce la nascita, vi percepisce la vecchiaia, la malattia e la morte. Ma non vi percepisce felicità o beatitudine, né vi percepisce la vacuità, né all’inizio, né in mezzo, né alla fine, né qualcosa di permanente (di durevole soddisfazione). Come un uomo, o re, se una massa di ferro fosse stata riscaldata per tutto il giorno, diventando tutta infuocata, infiammata e rovente, non troverebbe nessuna presa in essa, da un capo all’altro, per poter essere afferrata – così chi vive rettamente, e grazie alla meditazione, realizzerà la suprema felicità del Nibbana.

83. Ed il malcontento sorge nella mente poiché non si trova nulla di permanente o di durevole soddisfazione, ed una febbre prende possesso del corpo, senza un rifugio o una protezione, senza speranza, stanco delle continue esistenze. Come se un uomo caduto in una ardente, infuocata e potente fornace, senza vedere alcun rifugio, nessuna via di fuga, e, senza alcuna speranza, fosse stanco del fuoco – allo stesso modo, o re, il malcontento sorge nella mente poiché …

84. E nella mente di colui che percepisce l’insicurezza della vita transitoria (delle innumerevoli rinascite), sorge tale pensiero: “Questo infinito divenire è tutto un fuoco, ardente e rovente! E’ pieno di dolore, di disperazione! Se si potesse raggiungere uno stato senza alcun divenire, lì vi sarebbe calma e la cessazione di tutte queste condizioni, la liberazione da tutti questi mali (avidità, avversione ed ignoranza), la fine di ogni brama, l’assenza di passioni, pace, Nibbana: tutto ciò sarebbe dolce.

[Qui finisce il dilemma sul tempo del Nibbana.]

La dimora del Nibbana

(Dilemma 82)

85. “Venerabile Nagasena, esiste un luogo – o ad oriente, o a sud, o ad occidente, o a nord, o sopra, o sotto, o all’orizzonte – dove vi possa essere il Nibbana?”

“Non esiste nessun luogo, o re – o ad oriente, o a sud, o ad occidente, o a nord, o sopra, o sotto, o all’orizzonte – dove vi possa essere il Nibbana.”

“Allora in tal caso, Nagasena, il Nibbana non esiste, e coloro che lo realizzano, la loro realizzazione risulta vana. Vi darò una spiegazione di ciò. Proprio come, venerabile, vi sono campi dove cresce il grano, fiori dove risiede il profumo, cespugli dove vi crescono dei fiori, alberi dove maturano frutti, miniere dove vengono estratte gemme, tanto che chi desidera uno di questi oggetti può recarsi in quei luoghi e trovarle – allo stesso modo, Nagasena, se il Nibbana esiste deve esserci un luogo dove si realizzi. Quindi siccome non c’è, io dichiaro che non vi è nessun Nibbana, e coloro che lo realizzano, la loro realizzazione risulta vana.”

86. “Non vi è nessun luogo, o re, dove dimora il Nibbana, tuttavia il Nibbana esiste, e colui che vive rettamente, con retta concentrazione, realizza il Nibbana. Come esiste il fuoco, tuttavia non vi è un luogo dove il fuoco stesso dimori. Ma se un uomo strofina due pezzetti di legno produce il fuoco; allo stesso modo, o re, il Nibbana esiste, sebbene non vi sia una dimora precisa. E colui che vive rettamente, con retta concentrazione, realizza il Nibbana.

87. Ed ancora, o re, proprio come ci sono i sette tesori del re dei re -il tesoro della ruota, il tesoro dell’elefante, il tesoro del cavallo, il tesoro della gemma, il tesoro della donna, il tesoro del tesoriere, il tesoro del consigliere. Eppure non esiste nessun luogo dove risiedono questi tesori. Quando un sovrano governa e vive rettamente essi gli appaiono spontaneamente – allo stesso modo, o re, il Nibbana esiste, sebbene non vi sia una dimora precisa. E colui che vive rettamente, con retta concentrazione, realizza il Nibbana.”

88. “Venerabile Nagasena, comprendo che non esiste un luogo dove dimori il Nibbana. Ma vi è un luogo su cui un uomo possa rimanere e, vivendo rettamente, realizzare il Nibbana?”

“Sì, o re.”

“Qual è allora, Nagasena?”

“La virtù, o re, è la dimora. Se saldo in virtù e in retta concentrazione – sia nella terra degli Sciti o dei Greci, sia in Cina o in Mongolia, sia ad Alessandria o in Nikumba, sia a Benares o nel Kosala, sia nel Kashmir o a Gandhara, sia sulla vetta di una montagna o nei mondi celesti – colui che vive rettamente realizza il Nibbana. Proprio come, o re, l’uomo che ha occhi sarà capace – sia nella terra degli Sciti o dei Greci, sia in Cina o in Mongolia, sia ad Alessandria o in Nikumba, sia a Benares o nel Kosala, sia nel Kashmir o a Gandhara, sia sulla vetta di una montagna o nei mondi celesti – di osservare l’immensità del cielo e vedere oltre l’orizzonte – allo stesso modo, o re, chi vive rettamente e con retta concentrazione – sia nella terra degli Sciti o dei Greci, sia in Cina o in Mongolia, sia ad Alessandria o in Nikumba, sia a Benares o nel Kosala, sia nel Kashmir o a Gandhara, sia sulla vetta di una montagna o nei mondi celesti – sarà capace di raggiungere la realizzazione del Nibbana.”

“Molto bene, Nagasena! Mi avete esposto il Nibbana e la sua realizzazione, mi avete elencato i vantaggi della virtù, mi avete spiegato la suprema meta, avete innalzato lo stendardo del Dhamma, avete manifestato l’occhio del Dhamma, avete mostrato che i retti mezzi usati dai saggi non sono né sterili né senza frutti. Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla dimora del Nibbana.]

Qui termina il Capitolo Ottavo.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di T. W. Rhys Davids. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.