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Milindapañha: Libro IV – Capitolo IV

L’assassino di Moggallana

1. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Costui è il capo, monaci, di quei discepoli nell’Ordine in possesso del potere di Iddhi, mi riferisco a Moggallana.” Ma d’altra parte si dice che sia morto per percosse, con la testa spaccata, le ossa fatte a pezzi, le sue membra ed i suoi nervi calpestati e maciullati. Ora, Nagasena, se il Venerabile sommo Moggallana avesse realmente raggiunto la padronanza dei magici poteri di Iddhi, allora non può essere vero che sia morto per percosse. Ma se la sua morte avvenne in quel modo, allora il detto che era il capo di coloro dotati dei poteri di Iddhi deve essere falso. Come poteva, incapace di usare il suo potere di Iddhi per prevenire la propria morte, esser degno di essere un protettore del mondo dei deva e degli uomini? Anche questo è un ambiguo dilemma ed ora è posto a voi e voi lo dovete risolvere.”

2. “Il Beato, o re, dichiarò che Moggallana era il capo dei discepoli in possesso del potere di Iddhi. Tuttavia costui morì per percosse. Ma fu così perché era ancora sotto il grande potere del kamma.

3. “Ma, venerabile Nagasena, non è impensabile che nessuna di queste cose appartengano a chi possiede il potere di Iddhi – cioè l’estensione del suo potere e l’effetto del suo kamma? E l’ impensabile non può essere trattenuto dall’impensabile? Proprio come, venerabile, coloro che vogliono i frutti scuotendo il melo per avere una mela, o il mango con un mango, così non dovrebbe allo stesso modo l’impensabile essere trattenuto dall’impensabile?”

“Pure tra le cose al di là dell’immaginazione, grande re, l’una supera l’altra, l’una è più potente dell’altra. Proprio come, o re, i sovrani del mondo sono uguali nello stesso modo, ma tra loro, così simili, l’uno supera l’altro e lo porta sotto il suo comando – così con le cose al di là dell’immaginazione il risultato del kamma è il più potente. Così è esattamente l’effetto del kamma che supera ogni altra influenza, e si è sotto il suo potere, e niente può influenzare il kamma che sta maturando il suo inevitabile fine. Come quando, o re, qualcuno non ha rispettato la legge. Né sua madre né suo padre, né le sue sorelle o i suoi fratelli, né i suoi amici né i suoi intimi soci lo possono proteggere. Egli è sotto il potere del re che darà la giusta condanna. E perché? Per la colpa che ha commesso. Così è esattamente l’effetto del kamma che supera ogni altra influenza, e si è sotto il suo potere, e niente può influenzare il kamma che sta maturando il suo inevitabile fine. E’ come quando un incendio investe la giungla, allora neanche migliaia di vasi d’acqua lo possono spegnere, ma la deflagrazione tutto sovrasta e sottomette. E perché? Per la furia del fuoco. Così è esattamente l’effetto del kamma che supera ogni altra influenza, e si è sotto il suo potere, e niente può influenzare il kamma che sta maturando il suo inevitabile fine. Ecco perché il venerabile e sommo Moggallana, grande re, quando, sottomesso al kamma, e colpito da percosse, non fu capace di usare il suo potere di Iddhi.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sull’assassinio di Moggallana.]

La dottrina segreta

4. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Il Dhamma ed il Vinaya proclamati dal Tathagata risplendono quando sono mostrati e non quando sono celati.” Ma d’altro canto la recitazione del Patimokka e l’intero Vinaya sono chiusi e tenuti segreti. Se, Nagasena, voi (membri dell’Ordine) metteste in pratica ciò che è giusto e retto e fedele all’insegnamento del Glorioso, solo allora il Vinaya risplenderebbe apertamente. E perché? Perché tutte le istruzioni, la disciplina, l’autocontrollo, le regole della condotta morale e virtuosa sono nella loro essenza piene di dhamma e rettitudine, e portano alla liberazione della mente. Ma se il Beato realmente disse che il Dhamma ed il Vinaya proclamati dal Tathagata risplendono quando sono mostrati e non quando sono tenuti segreti, allora il detto che la recitazione del Patimokka e l’intero Vinaya devono essere tenuti segreti deve essere falsa. Ma se è vera, allora il detto del Beato deve essere falso. Anche questo è un dilemma ambiguo ed ora è posto a voi, e voi dovete risolverlo.”

5. “O re, è stato detto dal Beato che il Dhamma ed il Vinaya proclamati dal Tathagata risplendono quando sono mostrati e non quando sono tenuti segreti. E d’altra parte la recitazione del Patimokka e l’intero Vinaya Pitaka sono tenuti chiusi e segreti. Ma quest’ultimo non riguarda tutti gli uomini. Essi sono tenuti segreti solo entro un certo limite. E la recitazione del Patimokka è tenuta segreta entro un certo limite per tre motivi: primo, perché è la tradizionale consuetudine dei precedenti Tathagata; secondo, per rispetto del Dhamma; terzo, per rispetto della posizione di un membro dell’Ordine.

6. Il primo motivo era costume universale, o re, dei precedenti Tathagata che il Patimokka fosse recitato soltanto dai membri dell’Ordine, escludendo tutti gli altri. Proprio come, o re, le formule segrete dei Kshatriya (dei nobili) sono tramandate solo fra i nobili, e che ognuna di esse fosse di tradizione comune fra i nobili del mondo e tenute segrete a tutti gli altri – così era questo il costume universale dei precedenti Tathagata, che il Patimokka fosse recitato soltanto dai membri dell’Ordine, e tenuto segreto agli altri. Ed ancora, proprio come ci sono molte classi di persone, o re, distinte nel mondo – come lottatori, acrobati, giocolieri, attori, danzatori, seguaci del culto mistico del sole e della luna, della divinità della fortuna ed di altre divinità. O i segreti di quelle sette tramandati nella stessa setta, e tenuti celati a tutti gli altri. Proprio così era il costume universale di tutti i Tathagata che il Patimokka fosse recitato soltanto dinanzi ai membri dell’Ordine, e mantenuto segreto a tutti gli altri. Ecco perché la recitazione del Patimokka è, fino ad un certo punto, tenuta segreta in linea con l’usanza dei precedenti Tathagata.”

7. Come mai il Patimokka è tenuto segreto, sino ad un certo punto, per rispetto del Dhamma? Il Dhamma, grande re, è venerabile ed importante. Colui che ha ottenuto la sua conoscenza può esortare altri ad ottenere tale saggezza: “Non lasciate che questo Dhamma così vero, così eccellente, possa cadere nelle mani di gente inesperta, dove sarebbe disprezzato e maltrattato, trattato con biasimo, come un gioco e pieno di falsità. Né lasciatelo cadere nelle mani di malvagi che lo tratterebbero in malo modo.” Perciò o re, la recitazione del Patimokka è, sino a d un certo punto, tenuta segreta per rispetto del Dhamma. Se così non fosse, allora sarebbe come il migliore, il più costoso e il più raro legno di sandalo rosso della più fine qualità, che quando portato a Savara (la città dei fuoricasta Kandala) viene disprezzato e maltrattato, trattato con biasimo, come un gioco e pieno di falsità.

8. E come mai il Patimokka è tenuto segreto, sino ad un certo punto, per rispetto della posizione di un membro dell’Ordine? La condizione di un monaco, grande re, è gloriosa oltre il calcolo per peso, misura e prezzo. Nessuno lo può valutare, pesarlo, misurarlo. E la recitazione del Patimokka è tramandata solo dai monaci, per paura che qualcuno che ha occupato quella posizione possa abbassarsi ad un livello degli uomini nel mondo. Proprio come, o re, se vi è qualcosa di inestimabile, in vestiti o in rivestimenti, in elefanti, in destrieri, in carri, in oro o argento, in gioielli, perle o donne, o in eccellenti bevande, tutte queste cose sono l’appannaggio di re; così, o re, qualsiasi cosa inestimabile nel modo di praticare, nella tradizione del Beato, nell’insegnamento, nella condotta e nelle rette virtù e nell’autocontrollo, tutte queste cose sono l’appannaggio dell’Ordine dei monaci. Ecco perché la recitazione del Patimokka è, fino ad un certo punto, tenuta segreta.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla dottrina segreta.]

I due tipi di menzogna

9. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato che una bugia consapevole è una grandissima colpa (che comporta l’espulsione dall’Ordine). E disse anche: “Con una bugia consapevole un monaco commette una lieve colpa, e dovrebbe essere confessata ad un altro membro dell’Ordine.” Ora, venerabile Nagasena, qual è la differenza, quale la ragione per cui, da una parte, un monaco viene espulso dall’Ordine per una bugia, e dall’altra è colpevole solo di una lieve colpa che può essere perdonata. Se la prima decisione è giusta, allora la seconda deve essere sbagliata; ma se la seconda è giusta, allora la prima deve essere sbagliata. Anche questo è un ambiguo dilemma ed ora è posto a voi, e voi lo dovete risolvere.”

10. “Entrambe le citazioni, o re, sono corrette. Ma una menzogna può essere di due tipi, leggera o grave. Cosa ne pensate, grande re? Immaginate un uomo dare uno schiaffo ad un altro, quale punizione gli dareste?”

“Se l’altro rifiutasse di trascurare l’accaduto, allora non potremmo perdonare l’aggressore, ma dovremmo punirlo con una multa di poche monete.”
“Immaginate, invece, che quello schiaffo fosse stato dato a voi, quale sarebbe stata la punizione?”
“Lo avremmo condannato al taglio delle mani e dei piedi, ad essere scorticato vivo, alla confisca di tutti i suoi beni, alla condanna a morte di tutta la sua famiglia fino alla settima generazione.”
“Ma, grande re, qual è la differenza? Perché per uno schiaffo vi è una leggera multa di poche monete, mentre per uno schiaffo dato a voi una così terribile punizione?”
“Per la differenza della persona (colpita).”
“Allo stesso modo, grande re, una menzogna è una lieve o grave colpa in base alle circostanze.”
“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sui tipi di menzogna.]

La considerazione del Bodhisattva

11. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato nel sermone sulle condizioni essenziali: “Molto tempo prima sono stati destinati i genitori per ogni Bodhisattva e il tipo di albero scelto come albero del Risveglio, i monaci che devono essere i suoi due principali discepoli, il ragazzo che deve essere suo figlio ed il membro dell’Ordine che deve essere il suo speciale assistente.” Ma, d’altra parte, disse anche: “Quando ancora è nella condizione di un deva del regno celeste Tusita il Bodhisattva completa le otto Grandi Investigazioni – egli investiga il tempo (il giusto momento per rinascere come essere umano), il continente (in cui deve aver luogo la nascita), il paese (dove deve rinascere), la famiglia (a cui deve appartenere), la madre (che lo deve partorire), il periodo (durante il quale deve rimanere nell’utero), il mese (in cui vi sarà la data di nascita), la sua rinuncia (quando avverrà).” Ora, Nagasena, la conoscenza è compresa solo quando è matura, ma quando ha raggiunto l’apice non vi è nessun bisogno di attendere ancora, perché nulla è impossibile per la mente onnisciente. Allora perché il Bodhisattva dovrebbe investigare il tempo, pensando: “In quale momento dovrò nascere?” E per la stessa ragione perché dovrebbe investigare la famiglia,, pensando: “In quale famiglia dovrò nascere?” E se, Nagasena, già sono designati i suoi genitori, allora deve essere falso che egli “investigò la famiglia.” Ma se è vero, allora l’altra affermazione deve essere falsa. Anche questo è un ambiguo dilemma ed ora è posto a voi, e voi lo dovete risolvere.”

12. “Entrambe erano stabilite, o re, chi dovessero essere i genitori del Bodhisattva, e che egli investigasse sulla questione in quale famiglia doveva nascere. Ma come fece? Egli ponderò se i suoi genitori dovessero essere nobili o bramani. In rispetto a otto cose, o re, bisognerebbe investigare il futuro prima che avvenga. Un mercante, o re, dovrebbe investigare le merci prima di comprarle – un elefante dovrebbe cercare con la sua proboscide un sentiero che non ha ancora calpestato – chi guida un carro dovrebbe provare un guado che ancora non ha attraversato – un timoniere dovrebbe testare una costa dove non era ancora approdato, e così guidare la nave – un medico dovrebbe scoprire il periodo di vita del paziente prima di curare la sua malattia – un viaggiatore dovrebbe controllare la stabilità di un ponte di bambù prima di attraversarlo – un monaco dovrebbe sapere quanto tempo deve ancora trascorrere per iniziare a mangiare il suo pasto – e i Bodhisattva, prima di nascere, dovrebbero investigare la questione se è meglio nascere in una famiglia di un nobile o di un bramano. Queste sono le otto occasioni in cui l’investigazione deve precedere l’azione.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla considerazione del Bodhisattva.]

Sul suicidio

13. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Un fratello, monaci, non deve commettere suicidio. Chi lo farà sarà trattato secondo la legge.” D’altro canto voi (membri dell’Ordine) affermate: “Di qualsiasi soggetto il Beato parlava ai discepoli predicava sempre, con varie similitudini, come distruggere la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. E chi superava la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte era onorato e lodato.” Ora se il Beato vietava il suicidio quella vostra affermazione deve essere falsa, mentre se non lo era allora il divieto del suicidio deve essere falso. Anche questo è un ambiguo dilemma. Ora è posto a voi e voi lo dovete risolvere.”

14. “La regola da voi menzionata, o re, è stata posta dal Beato, ed anche la nostra affermazione da voi riferita è vera. E vi è una ragione per questo, una ragione per cui il Beato vietò (la distruzione della vita), ed anche (in un altro senso) ci incitò verso di essa.”

“Quale può essere la ragione, Nagasena?”

“Il brav’uomo, o re, perfetto nella rettitudine, è come una medicina poiché è un antidoto al veleno del male, è come l’acqua in quanto toglie la polvere e le impurità delle disposizioni maligne, è come un tesoro di gioielli nel depositare tutte le mete della rettitudine, è come una barca perché ci trasporta sull’altra sponda dei quattro fiumi in piena (dell’avidità, dell’egoismo, dell’illusione e dell’ignoranza), è come un carovaniere che ci porta oltre il deserto sabbioso delle rinascite, è come una grande nuvola di pioggia che ci riempie la mente di soddisfazione, è come un maestro che ci guida verso il bene, è come una buona guida che indica il sentiero della pace. Fu per un uomo così buono, pieno di buone qualità, così diverse, così incommensurabili, per un tesoro così grande di bontà, così pieno di benefici per tutti gli esseri, che il Beato, o re, per compassione verso tutti gli esseri, dispose quella regola, quando disse: “Un fratello, monaci, non deve commettere suicidio. Chi lo farà sarà trattato secondo la legge.” Questa è la ragione per cui il Beato vietò (il suicidio). Ed è stato detto, o re, dal Venerabile Kumara Kassapa, l’eloquente, quando stava descrivendo a Payasi il Raganya l’altro mondo: “Finché gli Asceti ed i Bramani, retti ed integri, continueranno ad esistere – per quanto lungo fosse questo tempo – per tutto questo tempo essi così vivono per il beneficio e la felicità della maggior parte delle persone, per il bene, il guadagno e la prosperità dei deva e degli uomini!

15. E qual è la ragione per cui il Beato ci esortò (a porre fine alla vita)? La nascita, o re, è colma di sofferenza, così la vecchiaia, la malattia e la morte. La sofferenza è dolorosa, così il lamento, il dolore, la pena e la disperazione. Legarsi a ciò che è spiacevole è doloroso, così separarsi da ciò che è piacevole. La morte di una madre è dolorosa, o di un padre, o di un fratello, o di una sorella, o di un figlio, o di una figlia, o di una moglie, o di un marito, o di qualsiasi parente. Dolorosa è la rovina di una famiglia, il soffrire per una malattia, la perdita della ricchezza, il declino della bontà, la perdita della visione profonda. Dolorosa è la paura prodotta dai despoti, o dai ladroni, o dai nemici, o dalla carestia, o dal fuoco, o dall’inondazione, o dalla forza del mare, o dal terremoto, o dai coccodrilli o alligatori. Dolorosa è la paura di un possibile biasimo personale, o di quello altrui, la paura della punizione, la paura della disgrazia. Dolorosa è la paura che nasce dalla timidezza di fronte ad un’assemblea dei propri seguaci, dolorosa è l’ansia di perdere i propri mezzi di sussistenza, doloroso il presagio di morte. Dolorose sono le pene inflitte ai criminali, come le fustigazioni con fruste, o con bastoni, o con verghe, il taglio delle mani, o dei piedi, o delle mani e dei piedi, o delle orecchie, o del naso, o delle orecchie e del naso. Dolorose sono le torture inflitte ai traditori: come la Pentola di Olio d’avena ( olio d’avena bollito versato in una cavità del cranio); la Corona (strigliare lo scalpo fino a farlo diventare liscio come una conchiglia); la Bocca di Rahu (riempire la bocca con aghi di ferro ed olio bollente); la Ghirlanda di Fuoco ( essere bruciato vivo); le Strisce di Serpente (essere scuoiato vivo lentamente); lo Straccio (essere scuoiato vivo e rimanere senza pelle); l’Antilope Macchiata (venir legato come un capretto e bruciato vivo); la Carne Uncinata (venir appeso ad uncini di ferro); le Monete ( essere fatto a pezzi); le Fessure (acqua salata ed acida in ferite e tagli fatti con coltelli affilati); il Palo (essere impalato); la Sedia di Paglia (venir bastonato fino a rompere tutte le ossa); o essere immerso in olio bollente, o venir mangiato da cani, o impalato vivo o venir decapitato. Tali e tali, o re, sono i molteplici e vari dolori che un essere preso nel vortice delle nascite e delle rinascite deve sopportare. Proprio come, o re, l’acqua piovana dalle montagne dell’Himalaya scorre, nel suo corso lungo il Gange, attraverso e sopra le rocce, i sassi e la ghiaia, in vortici, in mulinelli e rapide, e i tronchi ed i rami degli alberi che si oppongono ed ostruiscono il suo passaggio, allo stesso modo ogni essere preso nella successione delle nascite e delle rinascite deve sopportare tutti questi molteplici e varie sofferenze. Colmo di dolore, allora, è questa infinita successione delle rinascite, una gioia quando tale successione finisce. E fu nell’indicare il vantaggio di questa fine, il disastro avvolto in quella successione, che il Beato, grande re, ci esortò a superare la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte con lo scopo di porre fine a quella successione di rinascite. Questo è il motivo, o re, che incitò il Beato ad esortarci (a porre una fine alla vita).”

“Molto bene, Nagasena! Ben risolto è il dilemma, ben spiegate le ragioni. Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sul suicidio.]

Disposizione ad amare

16. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Undici vantaggi, monaci, possono essere anticipati dalla pratica, dal prendere un’abitudine, dal progredire, dall’usare dei mezzi di avanzamento, da una base di condotta, dal perseguire, dall’accumulare, dal raggiungere le migliori vette della liberazione della mente, dal far nascere un sentimento d’amore (verso tutti gli esseri). E quali sono questi undici? Colui che si addormenta in pace ed in pace si sveglia. Non fa sogni impuri. Diventa caro agli esseri umani e a quelli non umani. I deva lo proteggono. Nessun fuoco, nessun veleno, nessuna spada gli farà mai del male. Facilmente e rapidamente diviene tranquillo. L’aspetto del suo portamento è calmo. Senza timore va verso la morte e anche se non raggiungesse la Suprema Condizione (lo stato di Arahant) rinascerebbe nel mondo di Brahma.” Ma d’altro canto voi (membri dell’Ordine) affermate che: “Il principe Sama, mentre coltivava la disposizione d’amore verso tutti gli esseri, e passeggiava nella foresta seguito da una mandria di cervi fu colpito da una freccia avvelenata scoccata dal re Piliyakkha, e lì, in quel luogo, svenne e morì.” Ora, venerabile, se il passo che ho citato del Buddha è vero, allora questa vostra affermazione deve essere falsa. Ma se la storia del principe Sama è vera, allora non è vero che nessun fuoco, nessun veleno e nessuna spada non farà mai del male a colui che coltiva l’amore verso tutti gli esseri. Anche questo è un ambiguo dilemma, così sottile, così astruso, così delicato e così profondo, tanto che il solo pensiero di risolverlo farebbe sudare il migliore studioso fra i mortali. Questo dilemma è ora posto a voi. Districate questo grande nodo. Illuminate questo argomento per esaudire il desiderio di quei figli futuri del Glorioso.”

“Il Beato parlò, o re, come voi avete citato. Ed il principe Sama nel coltivare la disposizione d’amore, mentre passeggiava nella foresta seguito da una mandria di cervi, fu colpito da freccia avvelenata scoccata dal re Piliyakkha, ed in quel luogo svenne e morì. Ma vi è una ragione. E qual è? Semplicemente che quelle virtù (citate nel passo da voi menzionato) sono virtù non attaccate alla personalità di colui che ama, ma all’evidente presenza dell’amore richiamata nella sua mente. E quando il principe Sama stava rovesciando il vaso d’acqua, in quel momento si interruppe il momentaneo sentimento d’amore. Nel momento, o re, in cui un individuo ha realizzato il senso d’amore, in quel momento né fuoco, né veleno, né spada possono fargli del male. Se degli uomini volessero ingiuriarlo, non lo vedrebbero, né avrebbero qualche possibilità di fargli del male. Ma queste virtù, o re, non sono inerenti all’individuo, ma sono nella sentita presenza d’amore che un uomo ha richiamato nella sua mente.

Immaginate, o re, che un uomo prendesse in mano una Radice dell’Invisibilità dal potere sovrumano; e che, finchè è presente nella sua mano, nessun’altra persona comune sarebbe capace di vederlo. La virtù, quindi, non sarebbe presente nell’uomo. Sarebbe nella radice di tale virtù, per cui un oggetto non sarebbe mai visto nel campo visivo dei comuni mortali. Allo stesso modo, o re, la virtù è inerente alla sentita presenza d’amore che un uomo ha richiamato nella sua mente.

Oppure, come il caso di un uomo che è entrato in una grande grotta. Nessun temporale, per quanto violento, sarebbe capace di bagnarlo. Ma non ci sarebbe nessuna virtù inerente a quell’uomo. La virtù sarebbe inerente alla grotta per cui un temporale così violento non riesce a bagnare quell’uomo. Allo stesso modo, o re, la virtù è inerente alla sentita presenza d’amore che un uomo ha richiamato nella sua mente.

“E’ meraviglioso e straordinario, Nagasena, come la sentita presenza d’amore abbia il potere di proteggere da tutti gli stati nocivi della mente.”

“Sì! La pratica dell’amore è produttiva di tutte le condizioni virtuose della mente sia nei buoni sia nei cattivi esseri. Per tutti gli esseri, legati all’esistenza cosciente, questa pratica dell’amore è di grande vantaggio e, quindi, dovrebbe essere assiduamente coltivata.”

[Qui finisce il dilemma sul potere dell’amore.]

Devadatta

17. “Venerabile Nagasena, v’è la stessa conseguenza per colui che fa del bene e per colui che fa del male, o vi è differenza nei due casi?”

“Vi è differenza, o re, fra bene e male. Le buone azioni hanno un felice risultato e conducono al Sagga (buona rinascita, effetto di una vita virtuosa. Secondo i testi canonici, Sagga non indica il paradiso come noi lo intendiamo, ma una felice rinascita in uno dei mondi celesti come deva) , mentre le cattive azioni producono un infelice risultato e conducono al Niraya (triste rinascita in uno dei purgatori o inferi).”

“Ma, venerabile Nagasena, la vostra gente afferma che Devadatta era completamente cattivo, pieno di cattive intenzioni, e che il Bodhisattva era totalmente puro, pieno di intenzioni pure. Tuttavia Devadatta, attraverso successive esistenze, fu non solo quasi eguale al Bodhisattva, ma a volte persino superiore a lui, sia in fama sia nel numero dei discepoli.

18. Così, Nagasena, quando Devadatta divenne il Purohita (cappellano reale, casta dei Bramani) del re Brahmadatta, nella città di Benares, in quel tempo il Bodhisattva era un miserabile Kandala (fuoricasta) che conosceva a memoria un incantesimo magico. Recitando il suo incantesimo produceva frutti di mango fuori stagione. Questo è uno dei casi in cui il Bodhisattva fu inferiore a Devadatta per nascita e per fama.

19. Ed ancora, quando Devadatta divenne re, un potente sovrano della terra, godendo di tutti i piaceri dei sensi, in quel tempo il Bodhisattva era un elefante, ornato finemente dal re. Ed il re, nell’osservare il suo passo grazioso e piacevole, si arrabbiò e disse all’addestratore dell’elefante, nella speranza di condurlo a morte: “Questo elefante non è stato ben addestrato, fategli eseguire l’esercizio detto “Camminata celeste”. Anche in quel caso il Bodhisattva fu inferiore a Devadatta – era solo uno sciocco animale.

20. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo che si guadagnava da vivere setacciando il grano, in quel tempo il Bodhisattva era una scimmia chiamata “Grande terra”. Anche qui abbiamo la differenza tra un animale ed un uomo, e il Bodhisattva fu inferiore per nascita a Devadatta.

21. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo, col nome di Sonuttara, un Nesada (un fuoricasta della tribù aborigena, che vive di caccia), ed aveva la forza e la fisicità di un elefante, in quel tempo il Bodhisattva era il degli elefanti chiamato “Sei zanne”. Ed in quella nascita, il cacciatore uccise l’elefante. Anche in quel caso Devadatta fu superiore.

22. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo, un boscaiolo senza dimora, in quel tempo il Bodhisattva era un uccello, una pernice che conosceva gli inni Vedici. Anche in quella nascita il boscaiolo uccise l’uccello. Anche in quel caso Devadatta fu superiore per nascita.

23. Ed ancora, quando Devadatta divenne re di Benares, col nome di Kalabu, in quel tempo il Bodhisattva era un asceta che predicava l’amore per gli animali. Ed il re (amante della caccia), arrabbiato con l’asceta, gli fece tagliare mani e piedi come se fossero germogli di bambù. Anche in quella nascita Devadatta fu superiore, sia per nascita sia per fama fra gli uomini.

24. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo, un boscaiolo, in quel tempo il Bodhisattva era Nandiya, la scimmia del re. Ed anche in quella nascita l’uomo uccise la scimmia, ed anche sua madre e suo fratello minore. Così anche i quel caso Devadatta fu superiore per nascita.

25. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo, un asceta nudo, col nome di Karambhiya, in quel tempo il Bodhisattva era un re dei serpenti chiamato “Giallo”. Così anche in quel caso Devadatta fu superiore per nascita.

26. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo, un abile asceta dai lunghi capelli, in quel tempo il Bodhisattva era un famoso maiale, di nome “Cartpentiere”. Così anche in quel caso Devadatta fu superiore per nascita.

27. Ed ancora, quando Devadatta divenne re dei Keta, col nome di Sura Parikara, ed aveva il potere di volare, in quel tempo il Bodhisattva era un bramano di nome Kapila. Così anche in quel caso Devadatta fu superiore per nascita e per fama.

28. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo, col nome di Sama, in quel tempo il Bodhisattva era un re fra i cervi, chiamato Ruru. Così anche in quel caso Devadatta fu superiore per nascita.

29. Ed ancora, quando Devadatta divenne un uomo, un cacciatore fra i boschi, in quel tempo il Bodhisattva era un elefante, e quel cacciatore per sette volte ruppe e depredò le sue zanne. Così anche in quel caso Devadatta fu superiore in base alla classe di essere in cui era nato.

30. Ed ancora, quando Devadatta divenne uno sciacallo, desideroso di conquistare il mondo, e pose sotto il suo dominio tutti i re dell’India, in quel tempo il Bodhisattva era un sapiente, col nome di Vidhura. Così anche in quel caso Devadatta fu superiore per gloria.

31. Ed ancora quando Devadatta divenne l’elefante che uccise i cuccioli della pernice cinese, in quel tempo il Bodhisattva era anche un elefante, il capo del suo branco.In quel caso furono alla pari.

32. Ed ancora, quando Devadatta divenne uno yakkha, col nome di Iniquo, in quel tempo anche il Bodhisattva era uno yakkha, col nome di Equo. Così in quel caso furono entrambi alla pari.

33. Ed ancora, quando Devadatta divenne un marinaio, capo di 500 famiglie, in quel tempo anche il Bodhisattva era un marinaio, capo di 500 famiglie. Così anche in quel caso furono entrambi alla pari.

34. Ed ancora, quando Devadatta divenne capo carovaniere, padrone di 500 carri, in quel tempo anche il Bodhisattva era capo carovaniere, padrone di 500 carri. Così anche in quel caso furono entrambi alla pari.

35. Ed ancora, quando Devadatta divenne un re dei cervi, col nome di Sakka, in quel tempo anche il Bodhisattva era un re dei cervi, col nome di Nigrodha. Così anche in quel caso furono entrambi alla pari.

36. Ed ancora, quando Devadatta divenne un comandante in capo, col nome di Sakha, in quel tempo il Bodhisattva era un re, col nome di Nogrodha. Così anche in quel caso furono entrambi alla pari.

37. Ed ancora, quando Devadatta divenne un bramano, col nome di Khandahala, in quel tempo il Bodhisattva era un principe, col nome di Kanda. In quel caso quel Khandahala era superiore.

38. Ed ancora, quando Devadatta divenne un re, col nome di Brahmadatta, in quel tempo il Bodhisattva era suo figlio, il principe Maha Paduma. In quel caso il re fece gettare suo figlio per sette volte ne dirupo dove venivano gettati i ladri. E siccome i padri sono superiori ai propri figli, anche in quel caso Devadatta fu superiore.

39. Ed ancora, quando Devadatta divenne un re, col nome di Maha Patapa, in quel tempo il Bodhisattva era suo figlio, il principe Dhammapala; e quel re fece tagliare mani e piedi e dacpitare suo figlio. Così anche in quel caso Devadatta fu superiore.

40. Ed ancora, adesso, in questa vita, entrambi erano nel clan dei Sakya, ed il Bodhisattva divenne un Buddha, totalmente saggio, la guida del mondo, e Devadatta dopo aver lasciato il mondo per entrare nell’Ordine fondato dal Buddha che è al di sopra del signore dei deva, e dopo aver ottenuto i poteri di Iddhi, fu colmo di avidità per divenire lui stesso il Buddha. Orsù, venerabile Nagasena! Non è vero ciò che ho appena detto?”

41. “Tutte queste cose che avete appena detto sono vere, grande re.”

“Allora Nagasena, a meno che il bianco sia uguale al nero, ne segue che il bene ed il male recano gli stessi frutti.”
“Non è così, grande re! Il bene ed il male non hanno lo stesso risultato. Devadatta fu disapprovato da tutti. Nessuno fu ostile al Bodhisattva. E l’avversione che Devadatta provava per il Bodhisattva fu matura e portò frutti in ogni nascita successiva. E così anche per Devadatta, quando divenne signore del mondo fu protettore del povero, costruì ponti, corti di giustizia e case di riposo per la gente, offrì doni secondo le sue possibilità ad asceti e bramani, ai poveri, ai bisognosi ed ai mendicanti, e fu per il risultato di quella condotta che, di esistenza in esistenza, giunse a godere tanta prosperità. Perciò, o re, chi è che senza generosità e rinuncia, senza autocontrollo ed osservanza dell’Uposattha può avere tanta prosperità?

E quando dite, o re, che Devadatta ed il Bodhisattva si accompagnarono l’un l’altro nel passaggio da nascita in nascita, e quei loro incontri, alla fine di centinaia o migliaia, o centinaia di migliaia di nascite, avvennero costantemente e frequentemente in un periodo di tempo incommensurabile. Perciò dovreste considerare quell’argomento alla luce del confronto fatto dal Beato tra la molto miope tartaruga ed il raggiungimento della condizione di essere umano. E non fu solo con Devadatta che avvenne tale unione. Anche il Ven. Sariputta, o re, attraverso centinaia di nascite fu il padre, o il nonno, o lo zio, o il fratello, o il figlio, o il nipote, o l’amico del Bodhisattva; ed il Bodhisattva fu il padre, o il nonno, o lo zio, o il fratello, o il figlio, o il nipote, o l’amico del Ven. Sariputta.
Infatti tutti gli esseri, o re, che, nelle varie forme di vita, sono trasportati dal flusso della trasmigrazione, si incontrano, mentre sono risucchiati dal vortice, sia con compagni piacevoli sia con compagni sgradevoli, proprio come l’acqua quando rotea in una corrente incontra sostanze pure ed impure, belle e brutte.

E quando, o re, Devadatta come deva, col nome di Iniquo, indusse gli altri ad essere immorali, fu bruciato nei purgatori per un periodo di tempo incommensurabile. Invece il Bodhisattva come deva, col nome di Equo, indusse gli altri ad essere retti, visse in tutta la beatitudine dei paradisi per un periodo di tempo incommensurabile. E mentre in questa vita, Devadatta, complottò contro il Buddha, creando uno Scisma nell’Ordine, fu inghiottito dalla terra, il Tathagata, conoscendo tutto ciò che vi è da conoscere, giunse alla profonda visione della Buddhità, e fu completamente liberato (dalla necessità del divenire) di tutto ciò che porta a nuove rinascite.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla superiorità di Devadatta sul Bodhisattva nelle precedenti nascite.]

La furbizia delle donne

42. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato:

“Con opportunità e segretezza,
ed il giusto amante, tutte le donne sbaglieranno –
ed in mancanza d’altri, anche con uno storpio.”

Ma d’altro canto fu detto: “La moglie di Mahosadha, Amara, quando fu lasciata nel villaggio mentre suo marito era in viaggio, rimase sola, e rispettando suo marito come si rispetta un sovrano, rifiutò di sbagliare, anche quando fu tentata con mille monete.” Ora se il primo di questi brani
è giusto, il secondo deve essere sbagliato; e se il secondo è giusto, il primo deve essere sbagliato. Anche questo è un ambiguo dilemma che ora è posto a voi, e voi lo dovete risolvere.”

43. “Così è stato detto, o re, come avete citato, sulla condotta di Amara, la moglie di Mahosadha. Ma la questione è se avrebbe sbagliato, nel ricevere quelle monete, con l’uomo giusto: oppure lo avrebbe fatto, se avesse avuto l’opportunità, la certezza della segretezza e il giusto amante? Ora, considerando l’argomento, quella signora Amara non era certa di tutte queste cose. Per paura della censura in questo mondo l’opportunità non le sembrò adatta, e per paura di soffrire nei purgatori nell’altro mondo. Ora siccome conosceva quanto sia amaro il frutto della cattiva condotta, siccome non voleva perdere il suo amato, sia per la grande stima che aveva per suo marito, sia perché onorava la bontà, sia perché disprezzava le immoralità della vita, sia perché non voleva rovinare il suo modo di vivere – per tutte queste ragioni l’opportunità non le sembrò adatta.

Inoltre, si rifiutò di comportarsi male perché, riflettendoci, non era sicura di mantenere la cosa segreta al mondo. Perciò anche se avesse potuto mantenere il segreto a tutti, non l’avrebbe potuto nascondere agli spiriti – anche se avrebbe potuto mantenere il segreto agli spiriti, tuttavia non l’avrebbe potuto nascondere a quegli asceti che hanno il potere di leggere i pensieri altrui – anche se avrebbe mantenuto il segreto a costoro, tuttavia non l’avrebbe potuto nascondere a quei deva che leggono nelle menti delle persone – anche se avrebbe potuto mantenere il segreto ai deva, tuttavia non sarebbe fuggita a se stessa e alla conoscenza della sua colpa – anche se fosse rimasta ignorante a se stessa, tuttavia non avrebbe potuto mantenere il segreto (alla legge di causa ed effetto) dell’immoralità. Tali furono le diverse ragioni che la fecero astenere dal far male perché non poteva essere certa di mantenere il segreto.

Ed ancora, si rifiutò di comportarsi male perché, riflettendoci, non trovò il giusto amante. Il saggio Mahosadha, o re, era dotato di ventotto qualità. E quali erano queste qualità? Era coraggioso, o re, e molto modesto, si vergognava di far male, aveva molti seguaci ed amici, era indulgente, onesto, sincero, puro in ogni parola, in ogni atto e di mente, era privo di malizia, non era superbo, né provava alcuna gelosia, era pieno di energia, amante delle cose buone, gentile con tutti, generoso, amichevole, umile, senza inganno, privo di menzogna, colmo di profonda visione, di grande nomea, di somma conoscenza, si sforzava per il bene dei suoi dipendenti, la sua fama era sulla bocca di tutti, grande la sua ricchezza e la sua lode. Tali erano le ventotto qualità, o re, con cui il saggio Mahosadha era dotato. E fu perché non trovò un amante simile a lui che non cadde in errore.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sulla furbizia delle donne.]

Sul coraggio degli Arahat

44. “Venerabile Nagasena, è stato detto dal Beato: “Gli Arahat hanno abbandonato ogni paura e timore.” Ma d’altra parte quando, nella città di Ragagaha, costoro videro Dhana-palaka, l’elefante assassino, che stava per aggredire il Beato, tutti i 500 Arahat abbandonarono il Sublime e fuggirono, tranne uno, il Ven. Ananda. Ora cos’è accaduto, Nagasena? Quegli Arahat fuggirono per paura – per far uccidere il Beato, pensando: “La nostra condotta gli sarà chiara in base a come reagirà.”, o fuggirono con la speranza di assistere all’immenso ed ineguagliabile potere del Tathagata? Se, Nagasena, ciò che disse il Beato sugli Arahat è vero, allora questa storia deve essere falsa. Ma se la storia è vera, allora l’affermazione che gli Arahat hanno abbandonato paura e timore deve essere falsa. Anche questo è un ambiguo dilemma. Ora è posto a voi, e voi lo dovete risolvere.”

45. “Il Beato disse che gli Arahat hanno abbandonato ogni paura e timore, o re, e 500 Arahat, tranne Ananda, fuggirono, così come avete detto, quando l’elefante Dhana-palaka aggredì il Tathagata quel giorno a Ragagaha. Ma ciò non fu per paura, né per far uccidere il Beato. Siccome la causa per cui gli Arahat potevano provare paura o timore era stata distrutta, essi erano liberati dalla paura e dal timore. La grande terra, o re, ha paura delle persone che la scavano o la spaccano, o di dover reggere il peso dei potenti oceani e le vette delle catene montuose?”

“Certo che no, venerabile.”
“E perchè no?”
“Perché la causa della paura e del timore in essa non esiste.”
“Proprio così, o re. E né vi è altra simile causa negli Arahat. E una vetta di montagna potrebbe aver paura di essere spaccata, o rotta, o fatta cadere, o incendiata?”
“Certo che no, venerabile.”
“E perchè no?”
“Perché la causa della paura e del timore in essa non esiste.”

“Lo stesso, o re, agli Arahat. Se tutte le creature dei vari mondi nell’intero universo attaccassero insieme un Arahat per impaurirlo, tuttavia non riuscirebbero a spaventarlo. E perchè? Perché non vi è né condizione né causa che possa far sorgere la paura in lui. Piuttosto, o re, queste furono le considerazioni che nacquero nella mente di quegli Arahat: “Oggi quando il migliore del migliore degli uomini, l’eroe fra i conquistatori, è entrato nella famosa città, l’elefante Dhana-palaka era in strada. Ma sicuramente il monaco, suo speciale assistente, non abbandonerà colui che è al di sopra del signore dei deva. Ma se non andassimo via, allora la bontà di Ananda non verrebbe resa manifesta, né l’elefante si avvicinerebbe al Tathagata. Ritiriamoci allora. Così la folla raggiungerà la liberazione dalle catene del male, e la bontà di Ananda si manifesterà.” Fu nella consapevolezza che quei vantaggi sarebbero sorti, che gli Arahat si ritirarono.”

“Bene, Nagasena, hai risolto il dilemma. Così è. Gli Arahat non ebbero paura, né furono terrorizzati. Ma per i vantaggi previsti che si ritirarono.”

[Qui finisce il dilemma sulla paura degli Arahat.]

Sull’onniscienza del Buddha

46. “Venerabile Nagasena, la vostra gente afferma che il Tathagata sia onnisciente. Ma d’altra parte dice anche: “Quando la compagnia dei membri dell’Ordine, presieduta da Sariputta e Moggallana, fu cacciata dal Beato, allora i Sakya di Katuma e Brahma Sabanipati, con le parabole del seme e del vitello, incantarono il Buddha, ottennero il suo perdono e gli fecero vedere la cosa in una nuova luce.” Cosa avvenne, Nagasena? Quelle due parabole erano sconosciute al Buddha tanto da esserne incantato ed indotto a vedere la cosa in una nuova luce? Ma se non le conosceva, allora non era onnisciente, Nagasena. Se,invece, le conosceva, allora doveva cacciare quei monaci rudemente e violentemente per metterli alla prova, e quindi mostrare la sua scortesia. Anche questo è un ambiguo dilemma, ed ora è posto a voi, e voi lo dovete risolvere.”

47. “Il Tathagata, o re, era onnisciente, tuttavia rimase incantato da quelle parabole, tanto da perdonare quei monaci che aveva cacciato e vedere la cosa in una nuova luce (come volevano gli interlocutori). Il Tathagata, o re, è il signore delle Scritture. Furono delle parabole, dal Tathagata stesso predicate, che lo incantarono, gli piacquero e gli fecero manifestare la sua approvazione (sulle parole da loro dette). Fu, o re, come quando una moglie concilia, compiace e conquista il proprio marito con cose che appartengono al marito stesso, ed il marito le approva. O fu, o re, come quando il barbiere del re concilia, compiace e conquista il re quando lo pettina con il pettine d’oro che appartiene allo stesso re, ed il re esprime la sua approvazione. O fu, o re, come quando un novizio serve il suo maestro con il cibo elemosinato dallo stesso maestro, e lo compiace, lo conquista, e quindi il maestro gli esprime la sua approvazione.”

“Molto bene, Nagasena! Così è ed io accetto le vostre parole.”

[Qui finisce il dilemma sull’onniscienza del Buddha.]

Qui finisce il Quarto Capitolo.

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di T. W. Rhys Davids. Tradotto in italiano da Enzo Alfano.