DN 24: Patika Sutta – Patika il ciarlatano

Traduzione in Inglese dalla versione Pâli di T.W. Rhys Davids.
Tradotto in italiano da Enzo Alfano.
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1.1. Così ho sentito. Una volta il Sublime soggiornava presso i Malla, in una città chiamata Anupiya. Di mattina presto, vestitosi per tempo, prese mantello e scodella e si avviò verso Anupiya per l’elemosina. Poi pensò: ‘E’ ancora troppo presto per andare in giro a Anupiya per l’elemosina. E se andassi a far visita all’asceta errante Bhaggava-gotta al suo eremo?’ E così fece.

1.2. L’asceta errante Bhaggava-gotta disse: ‘Benvenuto, Beato, benvenuto! Finalmente il Beato è venuto a farmi visita. Sedetevi, Signore, un posto è preparato.’ Il Sublime si sedette al posto preparato, Bhaggava prese uno sgabello basso e sedette a lato. Poi disse: ‘Signore, Sunakkhatta dei Licchavi è venuto da me alcuni giorni fa e ha detto: “Bhaggava, ho abbandonato il Beato. Non seguo più la sua disciplina.” E’ vero, Signore?’
‘E’ vero, Bhaggava.

1.3. ‘Pochi giorni fa, Sunakkhatta venne da me, mi salutò, si sedette accanto e disse: “Signore, sto per abbandonare il Beato, non seguirò più la disciplina del Beato.” Allora gli risposi: “Bene, Sunakkhatta, ti ho mai detto: ‘Vieni, Sunakkhatta, segui la mia disciplina?’”
“No, Signore.”
“Oppure tu mi hai mai detto: ‘Signore, seguirò la vostra disciplina?’”
“No, Signore.”
“Allora, Sunakkhatta, se io non ti ho mai detto quelle parole e tu non mi hai mai detto quelle parole – tu stolto, chi sei e cosa vai ad abbandonare? Quindi, uomo stolto, tuo è l’errore.”

1.4. ‘ “Ma, Signore, voi non avete mai compiuto dei prodigi.”
“Forse ti ho mai detto: ‘Segui la mia disciplina e compirò dei prodigi’?”
“No, Signore.”
“Oppure tu mi hai detto: ‘Signore, seguirò la vostra disciplina se compirete dei prodigi’?”
“No, Signore.”
“Allora la verità è, Sunakkhatta, che io non ho fatto alcuna promessa, e tu non hai posto nessuna condizione. Stando così le cose, tu uomo stolto, chi sei e cosa vai ad abbandonare? ‘”Cosa pensi, Sunakkhatta, se i prodigi siano compiuti o no - lo scopo del mio insegnamento del Dhamma è condurre chi lo pratica alla distruzione totale della sofferenza?”
“Sì, Signore.”
“Perciò, Sunakkhatta, se i prodigi siano compiuti o no - lo scopo del mio insegnamento del Dhamma è condurre chi lo pratica alla distruzione totale della sofferenza. A cosa serve compiere dei prodigi? Quindi, tu uomo stolto, tuo è l’errore.”

1.5. ‘ “Bene, Signore, voi non insegnate l’origine dei fenomeni.”
“Ti ho mai detto: ‘Segui la mia disciplina e ti insegnerò l’origine dei fenomeni’?”
“No, Signore.”
… Stando così le cose, tu uomo stolto, chi sei e cosa vai ad abbandonare?

1.6. ‘ “Sunakkhatta, in molti modi mi hai lodato fra i Vajji, dicendo: ‘Questo Beato è un arahant, perfettamente e pienamente svegliato, provvisto della conoscenza e della virtù, il ben andato, conoscitore di mondi, incomparabile guida degli uomini che hanno bisogno di essere istruiti, maestro di deva ed uomini, illuminato e beato.’ In molti modi hai lodato il Dhamma visibile Qui ed Ora, senza tempo, che invita alla ricerca, inerente e direttamente sperimentabile dal saggio.’ In molti modi hai lodato il Sangha, dicendo: ‘Il Sangha dei discepoli del Beato che hanno ben praticato, che hanno rettamente praticato, che hanno metodicamente praticato, che hanno egregiamente praticato – in altre parole, le quattro coppie di uomini e le otto classi di individui. Questo è il Sangha dei discepoli del Beato, degno di doni, degno di ospitalità, degno di offerte, degno di reverenza, incomparabile terreno di merito per il mondo.’
‘ “In questi modi hai lodato me, il Dhamma ed il Sangha fra i Vajji. Però ti dico, ti rivelo, Sunakkhatta, che così di te diranno: ‘Sunakkhatta dei Licchavi fu incapace di vivere la vita santa sotto la guida dell’asceta Gotama, per questo motivo ha abbandonato la pratica per vivere la vita mondana.’ Così diranno di te, Sunakkhatta.”
A queste parole, Bhaggava, Sunakkhatta abbandonò questo Dhamma e questa disciplina come un condannato ai mondi infernali.

1.7. ‘Una volta, Bhaggava, soggiornavo presso i Khulu, in una città chiamata Uttaraka. Di mattina presto presi mantello e scodella mi recai a Uttaraka per l’elemosina, con Sunakkhatta come mio assistente. In quel tempo l’asceta nudo Korakkhattiya, “l’uomo cane” andava girando carponi, accovacciandosi a terra, masticando e mangiando il suo cibo soltanto con la bocca. Vedendolo, Sunakkhatta pensò: “E’ un vero Arahant, colui che cammina carponi, che si accovaccia a terra, che mastica e mangia solo con la bocca.” Ed io, dopo aver conosciuto mentalmente il suo pensiero, gli dissi: “Tu uomo stolto, sei ancora un discepolo del Sakya?”
“Signore, cosa intendete dire con questa domanda?”
“Sunakkhatta, vedendo quell’asceta nudo camminare carponi, non hai pensato: ‘E’ un vero Arahant, colui che cammina carponi, che si accovaccia a terra, che mastica e mangia solo con la bocca.’?”
“Sì, Signore. Il Beato invidia lo stato di Arahant degli altri?”
“Io non invidio lo stato di Arahant degli altri, stolto! Solo che in te è sorta questa maligna idea. Buttala via altrimenti ne ricaverai solo danni e sofferenza per molto tempo! Questo asceta nudo Korakkhattiya, che tu consideri un vero Arahant, morirà fra sette giorni per indigestione, e dopo la morte rinascerà fra gli asura Kalakanja, la condizione più bassa degli asura. E quando sarà morto verrà abbandonato su un mucchio di erbacce all’ossario. Se vuoi, Sunakkhatta, puoi andare da lui e chiedergli se conosce il suo destino. E forse ti dirà: ‘Amico Sunakkhatta, conosco il mio destino. Io rinascerò fra gli asura Kalakanja, la condizione più bassa degli asura.’”

1.8. ‘Poi Sunakkhatta si recò da Korakkhattiya e gli riferì ciò che avevo profetizzato, aggiungendo: “Perciò, amico Korakkhattiya, fai attenzione a ciò che mangi e a ciò che bevi, così le parole premonitrici dell’asceta Gotama risulteranno errate!” E Sunakkhatta era così sicuro che le parole del Tathagata fossere errate che iniziò a contare i sette giorni uno ad uno. Ma al settimo giorno Korakkhattiya morì per indigestione, e dopo morto rinacque fra gli asura Kalakanja, e il suo corpo fu abbandonato su un mucchio di erbacce all’ossario.

1.9. ‘ Sunakkhatta lo venne a sapere, così si recò all’ossario presso il mucchio di erbacce, dove il corpo di Korakkhattiya era abbandonato, scosse il corpo con la mano tre volte, e disse: “Amico Korakkhattiya, conosci il tuo destino?” E Korakkhattiya appoggiandosi sulle mani si alzò e disse: “Amico Sunakkhatta, conosco il mio destino. Sono rinato fra gli asura Kalakanja, la condizione più bassa degli asura.” E ricadde steso sul dorso.

1.10. ‘Poi Sunakkhatta venne da me, mi salutò, e si sedette a lato. Ed io gli dissi: “Bene, Sunakkhatta, cosa pensi? Ciò che ho predetto “all’uomo cane” si è avverato o no?”
“Ciò che avete predetto, Signore, si è avverato.”
“Bene, cosa pensi Sunakkhatta? E’ stato compiuto o no un prodigio?”
“Sicuramente, Signore, un prodigio è stato compiuto.”
“Allora, uomo stolto, pensi ancora così di me dopo che ho compiuto un tale prodigio: ‘ Signore, voi non avete mai compiuto dei prodigi?” Quindi, tu uomo stolto, tuo è l’errore. A queste parole Sunakkhatta abbandonò questo Dhamma e questa disciplina come un condannato ai mondi infernali.

1.11. ‘Una volta, Bhaggava, soggiornavo presso Vesali, nel Vestibolo a Pinnacolo nella Grande Foresta. In quel tempo viveva a Vesali un asceta nudo chiamato Kalaramutthaka molto famoso nella capitale dei Vajji. Costui seguiva sette regole di pratica: “Finché sarò in vita sarò un asceta nudo e non indosserò nessun tipo di vestito; finché sarò in vita sarò casto e mi asterrò da rapporti sessuali; finché sarò in vita vivrò di carne e bevande alcoliche, mi asterrò da riso bollito e latte acido; finché sarò in vita non andrò mai oltre il santuario Udena nella zona orientale di Vesali, il santuario Gotamaka nella zona sud, il santuario Sattamba nella zona occidentale, né al santuario Bahuputta nella zona nord.” Mediante queste sette regole adottate costui ebbe guadagni e fama nella capitale dei Vajji.

1.12. ‘Ora Sunakkhatta rese visita a Kalaramutthaka e gli fece una domanda alla quale costui non seppe rispondere, siccome non riusciva a dare una risposta mostrò segni di rabbia, collera ed insolenza. Ma Sunakkhatta pensò: “Potrei recare offesa a questo asceta divenuto un vero Arahant. Non voglio che mi accada nulla che mi possa recare dei durevoli danni e sfortuna!”

1.13. ‘Allora Sunakkhatta venne da me, mi salutò, e si sedette a lato. Ed io gli dissi: “Tu uomo stolto, sei ancora un discepolo del Sakya?” “Signore, cosa intendete dire con questa domanda?”
“Sunakkhatta, è vero che hai reso visita a Kalaramuttaka e gli fatto una domanda alla quale non ha saputo rispondere, al che ha mostrato segni di rabbia, collera ed insolenza? E tu hai pensato: “Potrei recare offesa a questo asceta divenuto un vero Arahant. Non voglio che mi accada nulla che mi possa recare dei durevoli danni e sfortuna’?”
“Sì, è vero, Signore. Il Beato invidia lo stato di Arahant degli altri?”
“Io non invidio lo stato di Arahant degli altri, stolto! Solo che in te è sorta questa maligna idea. Buttala via altrimenti ne ricaverai solo danni e sofferenza per molto tempo! Questo asceta nudo, che tu consideri un vero Arahant, fra non molto vivrà vestendosi e sposandosi, vivrà di riso bollito e latte acido. Egli andrà oltre i santuari di Vesali, e morirà avendo perduto totalmente la sua reputazione.” E così accadde.

1.14. ‘Allora Sunakkhatta, dopo aver saputo ciò che era successo venne da me … Ed io dissi: “Bene, Sunakkhatta, cosa pensi? E’ accaduto a Kalaramutthaka ciò che ti avevo detto o no? … E’ stato compiuto o no un prodigio?” … A queste parole Sunakkhatta abbandonò questo Dhamma e questa disciplina come un condannato ai mondi infernali.

1.15. ‘Una volta, Bhaggava, soggiornavo presso Vesali, nel Vestibolo a Pinnacolo nella Grande Foresta. In quel tempo viveva a Vesali un asceta nudo chiamato Patikaputta molto famoso nella capitale dei Vajji. Fece questa dichiarazione durante una seduta a Vesali: “L’asceta Gotama afferma di essere un saggio, ed io affermo la stessa cosa. Un saggio deve dimostrare di esserlo compiendo dei prodigi. Se l’asceta Gotama volesse con me confrontarsi, ne sarei onorato. Quindi insieme potremo compiere dei prodigi e se l’asceta Gotama farà un prodigio, io ne farò due. Se ne farà due, io ne farò quattro. E se ne farà quattro, io ne farò otto. In breve raddoppierò i prodigi compiuti dall’asceta Gotama.”

1.16. ‘Allora Sunakkhatta venne da me, mi salutò, e si sedette a lato, e mi riferì ciò che aveva detto Patikaputta. Io dissi: “Sunakkhatta, quell’asceta nudo non è capace di confrontarsi con me salvo che non ritratti la parola detta, non abbandoni quel pensiero e non rinunci a quell’opinione. Se pensasse diversamente, la sua testa sarebbe fatta a pezzi.”

1.17. “Signore, voglia il Beato controllare ciò che dice, voglia il Sugata controllare ciò che dice!” “Cosa intendi dire?”
“Signore, il Beato ha sentenziato la venuta di Patikaputta. Ma egli in un modo o nell’altro potrebbe venire , e così rendere la parola del Beato menzogna!”

1.18. “Ma, Sunakkhatta, potrebbero mai le parole del Tathagata essere false?” “Signore, il Beato, con la sua mente conosce le intenzioni di Patikaputta? O qualche deva ha parlato al Tathagata?” “Sunakkhatta, con la mia mente io lo so, ed ho anche parlato con un deva. Infatti Ajita, il generale dei Licchavi, è morto l’altro giorno ed è rinato fra i deva dei Trentatré. Egli è apparso a me e mi ha detto: ‘Signore, l’asceta nudo Patikaputta è un gran ciarlatano! Ha così dichiarato nella capitale dei Vajji: ‘Ajita, il generale dei Licchavi, è rinato nel grande inferno!’ Invece non sono rinato nel grande inferno, ma fra i deva dei Trentatré. Costui è un gran ciarlatano … ’ Così, Sunakkhatta, so ciò che ho detto mediante la mia mente, ma ho anche parlato con un deva. Adesso, Sunakkhatta, mi recherò a Vesali per l’elemosina. Al mio ritorno, dopo il pasto, mi recherò nel parco dove dimora Patikaputta. Se vuoi lo puoi anche avvisare.”

1.19. ‘Quindi, vestitomi, presi mantello e scodella e mi recai a Vesali per l’elemosina. Al ritorno mi recai al parco dove dimorava Patikasutta. Nel frattempo Sunakkhatta si precipitò a Vesali e innanzi ai Licchavi dichiarò: “Amici, il Beato si è recato a Vesali per l’elemosina, e dopo trascorrerà il resto del giorno nel parco dove dimora Patikasutta. Venite, amici, venite tutti! Due famosi asceti si confronteranno compiendo dei prodigi! Orsù andiamo!” Poi andò da illustri e ricchi Bramani di varie scuole e disse loro le stesse parole, e anche loro pensarono: “Orsù andiamo!” E così questa grande folla, un centinaio di migliaia di persone, si radunò al parco dove dimorava Patikaputta.

1.20. ‘ Patikaputta, poi, seppe che tutte quelle persone si erano radunate al suo parco, e che l’asceta Gotama si era lì recato per passare il resto del giorno. A queste notizie fu preso dalla paura e dal terrore, tanto che gli si rizzarono i capelli. E così terrorizzato e tremante, con i capelli irti, si diresse verso la dimora dell’asceta Tinduka, nell’eremo degli asceti erranti. Quando la folla radunata udì che si era diretto verso la dimora dell’asceta errante Tinduka, ordinò ad un uomo di andare da lui e dirgli: “Amico Patikaputta, vieni subito! Una grande folla è radunata nel tuo parco, e l’asceta Gotama è lì per passare il resto del giorno. Siccome hai così dichiarato ad una seduta a Vesali: “L’asceta Gotama afferma di essere un saggio, … (come 1.15) In breve raddoppierò i prodigi compiuti dall’asceta Gotama.” Quindi vieni a confrontarti: l’asceta Gotama già è venuto, così vi incontrerete per passare il resto del giorno nel tuo onorevole parco.”

1.21. ‘L’uomo andò e consegnò il messaggio, e dopo averlo ascoltato Patikaputta disse: “Vengo, amico, vengo!” Ma, dimenandosi con forza, non riusciva ad alzarsi dal suo posto. Allora l’uomo disse: “Cosa ti succede, amico Patikaputta? Il tuo sedere è incollato alla panca, o la panca è incollata al tuo sedere? Tu continui a dire: ‘Vengo, amico, vengo!’, ma dimenandoti con forza, non riesci ad alzarti dal tuo posto.” A queste parole, Patikaputta si agitò ancor di più, ma non riusciva ad alzarsi dalla panca.

1.22. ‘Quando quell’uomo si rese conto che Patikaputta si agitava inutilmente, ritornò verso la folla radunata e riportò l’accaduto. Ed io così dissi: “L’asceta nudo Patikaputta non è capace di confrontarsi con me salvo che non ritratti la parola detta, non abbandoni quel pensiero e non rinunci a quell’opinione. Se pensasse diversamente, la sua testa sarebbe fatta a pezzi.”

[Fine della prima parte di recitazione]

2.1. ‘Allora, Bhaggava, uno dei ministri dei Licchavi si alzò dal proprio posto e disse: “Bene, signori, aspettate qualche istante, il tempo di vedere Patikaputta e di condurlo innanzi a voi.” Così si recò alla dimora dell’asceta errante Tinduka e disse a Patikaputta: “ Vieni, Patikaputta, è meglio che tu venga. Una grande folla è radunata nel tuo parco, e l’asceta Gotama è lì per passare il resto del giorno. Se verrai designeremo te vincitore e perdente l’asceta Gotama .”

2.2. ‘E Patikaputta disse: “Vengo, amico, vengo!” Ma, dimenandosi con forza, non riusciva ad alzarsi dal suo posto ….

2.3. ‘Il ministro ritornò alla seduta e riportò l’accaduto. Allora io dissi: “L’asceta nudo Patikaputta non è capace di confrontarsi con me salvo che non ritratti la parola detta, non abbandoni quel pensiero e non rinunci a quell’opinione. Se pensasse diversamente, la sua testa sarebbe fatta a pezzi.”

2.4. ‘Allora Jaliya, un discepolo dell’asceta dalla ciotola di legno, si alzò dal suo posto … (come 2.1. )

2.5. ‘E Patikaputta disse: “Vengo, amico, vengo!” Ma, dimenandosi con forza, non riusciva ad alzarsi dal suo posto ….

2.6. ‘Allora, Jaliya resosi conto della situazione così disse: “Patikaputta, tanto tempo fa, il leone, re degli animali, pensò: ‘Dovrei cercarmi una tana in una foresta. Così vi entrerei al mattino, dopo essermi svegliato, e aver girato lo sguardo nelle quattro direzioni, e per tre volte aver ruggito il ruggito del leone, mi recherei dove pascolano le mandrie, e lì ucciderei il miglior animale, di tenera carne e poi tornerei alla tana.’ E così fece.

2.7. C’era un vecchio sciacallo, divenuto grasso con gli avanzi del leone, molto orgoglioso e malvagio. Il quale pensò: “Che differenza c’è tra me e un leone, il re degli animali? Dovrei cercarmi una tana in una foresta …” Così si cercò una tana e vi entrò al mattino, si svegliò e girò lo sguardo nelle quattro direzioni, poi pensò: “Ora per tre volte ruggirò il ruggito del leone”, ma emise il suo ululato, l’ululato dello sciacallo. Ma cosa ha in comune il miserabile ululato di uno sciacallo con il ruggito del leone? Allo stesso modo, Patikaputta, tu vivi con le gesta del Sublime e ti nutri degli avanzi del Sugata, immaginando di essere tu un Tathagata, un Arahant e un Buddha pienamente illuminato. Ma cosa ha il miserabile Patikaputta in comune con loro?”

2.8. ‘Allora incapace di aiutare Patikaputta ad alzarsi dalla panca con questa allegoria, Jaliya declamò questi versi:
“Pensandosi un leone, lo sciacallo afferma
‘Io sono il re degli animali’ e cerca di ruggire
un ruggito del leone, ma ulula soltanto.
Il leone è un leone e lo sciacallo è sempre uno sciacallo.
Allo stesso modo Patikaputta, tu vivi con le gesta del Sublime e ti nutri degli avanzi del Sugata, …”

2.9. ‘Essendo ancora incapace di aiutare Patikaputta ad alzarsi dalla panca con questi versi, Jaliya declamò questi altri versi:
“Seguendo le tracce altrui, e nutrendosi
degli avanzi, lo sciacallo dimentica la propria natura,
pensando: “Sono una tigre!” cerca di ruggire
un possente ruggito, ma ne ricava soltanto un ululato.
Il leone è un leone e lo sciacallo è sempre uno sciacallo.
Allo stesso modo Patikaputta, tu vivi con le gesta del Sublime e ti nutri degli avanzi del Sugata, …”

2.10. ‘Essendo ancora incapace di aiutare Patikaputta ad alzarsi dalla panca con questi versi, Jaliya declamò questi altri versi:
“Chi si è sempre nutrito di rane e topi mangiatori di grano,
e di cadaveri abbandonati nei cimiteri,
nella solitaria e selvaggia foresta lo sciacallo così crede di essere:
‘Io sono il re degli animali’ e cerca di ruggire
un ruggito del leone, ma ulula soltanto.

2.11. ‘Essendo ancora incapace di aiutare Patikaputta ad alzarsi dalla panca con questi versi, Jaliya ritornò dove era la folla radunata e riportò l’accaduto.

2.12. ‘Allora io dissi: “L’asceta nudo Patikaputta non è capace di confrontarsi con me salvo che non ritratti la parola detta, non abbandoni quel pensiero e non rinunci a quell’opinione. Se pensasse diversamente, la sua testa sarebbe fatta a pezzi.”

2.13. ‘Allora, Bhaggava, istruii, incitai, rallegrai e deliziai quella folla con un discorso sul Dhamma. E dopo aver liberato quelle persone dai grandi legami, e 84.000 esseri dal grande sentiero del pericolo, dimorai nell’elemento-fuoco e feci crescere nel cielo sette palme, e con una saetta infuocai altre sette palme che diffusero un fragrante profumo, poi riapparsi nel Vestibolo a Pinnacolo nella Grande Foresta. Poi Sunakkhatta venne da me, mi salutò, e si sedette a lato. Io dissi: “Cosa pensi Sunakkhatta? Ciò che ti ho detto su Patikaputta si è avverato o no?” “Si è avverato, Signore.” “Ho compiuto dei prodigi o no?” “Sì, Signore.” “Allora, uomo stolto, pensi ancora così di me dopo che ho compiuto dei prodigi: ‘Signore, voi non avete mai compiuto dei prodigi?’ Quindi, tu uomo stolto, tuo è l’errore.” A queste parole, Bhaggava, Sunakkhatta abbandonò questo Dhamma e questa disciplina come un condannato ai mondi infernali.

2.14. ‘Bhaggava, io conosco l’origine dei fenomeni e non solo, perché ho realizzato la suprema conoscenza. E non sono dominato da questa conoscenza, e non essendo dominato ho realizzato l’estinzione (il Nibbana), da cui il Tathagata non può cadere in pericolosi sentieri. Ci sono, Bhaggava, alcuni asceti e bramani che dichiarano, secondo la loro dottrina, che tutti i fenomeni sono opera della creazione di un dio, o Brahma. Essendomi da loro recato, così dissi: “Reverendi signori, è vero che dichiarate che tutti i fenomeni sono opera della creazione di un dio, o Brahma?” “ Sì.” - risposero. “Allora in che modo tutto ciò avviene secondo l’insegnamento dei reverendi maestri?” Ma loro non seppero rispondermi, e a loro volta mi interrogarono ed io così risposi:

2.15. – 2.17. “Vi è un momento, amici, prima o dopo un lungo periodo di tempo, dove questo cosmo si contrae. Nel momento della contrazione, molti esseri rinascono nell'Abhassara, il mondo di Brahma. Qui essi vivono - fatti solo di mente, nutriti di gioia, splendenti di propria luce, fluttuanti nell’aria, gloriosi – e la loro esistenza è di lunga durata.”
“Ma vi è anche un momento, prima o dopo un lungo periodo di tempo, dove questo cosmo si espande. Quando ciò accade appare il vuoto palazzo di Brahma. Ed un essere, a causa della durata di vita del suo genere di esistenza o a causa dei propri meriti, si estingue dall'Abhassara e sorge nel vuoto palazzo di Brahma. Qui lui vive - fatto solo di mente, nutrito di gioia, splendente di propria luce, fluttuante nell’aria, glorioso – e la sua esistenza è di lunga durata.”
“Poi in questo essere, da molto tempo solo, sorge in lui ansia e malcontento e pensa: ‘Oh, se altri esseri potessero venire in questo mondo!’ Ed altri esseri, a causa della durata di vita del loro genere di esistenza o a causa dei propri meriti, si estinguono dal mondo Abhassara e sorgono nel vuoto palazzo di Brahma come compagni di questo essere. Qui essi vivono - fatti solo di mente, … e la loro esistenza è di lunga durata.”
“E poi, amici, quell’essere che per primo è sorto, così pensa: ‘Io sono Brahma, il Grande Brahma, il Conquistatore, il Mai Vinto, l’Onniveggente, l’Onnipotente, il Signore, il Creatore, il Dominatore, l’Ordinatore e Capo Supremo, Padre di ciò che fu e ciò che sarà. Questi esseri sono stati da me creati. Perché? Perché a me per primo venne questo pensiero: ‘Oh, se altri esseri potessero venire in questo mondo!’ Così fu il mio volere, e poi vennero questi esseri all’esistenza!’ Invece quegli esseri sorti dopo così pensarono: ‘Costui, amici, è Brahma, , il Grande Brahma, il Conquistatore, il Mai Vinto, l’Onniveggente, l’Onnipotente, il Signore, il Creatore, il Dominatore, l’Ordinatore e Capo Supremo, Padre di ciò che fu e ciò che sarà. Perché? Perché lui vedemmo per prima sorto in questo mondo, e noi sorgemmo dopo di lui.’
“E questo essere sorto per primo ha lunga vita, e possiede maggior splendore e potenza degli altri. E può accadere che qualche essere si estingua in quel mondo e rinasca in questo mondo. In questo mondo rinato, egli abbandoni la casa per l’ascetismo. Divenuto asceta, mediante lo sforzo, l’esercizio, la dedizione, lo zelo e la retta attenzione raggiunga un elevato grado di concentrazione dove richiama l’ultima sua esistenza, e null’altro. E contempla: ‘Quel Brahma, … ci ha creato, ed egli è permanente, duraturo, eterno, non soggetto al cambiamento, così per sempre. Invece noi che da quel Brahma siamo stati creati, siamo impermanenti, temporanei, di breve vita, soggetti a deperire in questo mondo.
Così avviene, reverendi signori, quella creazione di un dio, o Brahma da voi insegnata.” E loro dissero: “Abbiamo ascoltato, Reverendo Gotama, ciò che ha appena detto.” Ma io comprendo l’origine dei fenomeni e non solo, perché ho realizzato la suprema conoscenza. E non sono dominato da questa conoscenza, e non essendo dominato ho realizzato l’estinzione, da cui il Tathagata non può cadere in pericolosi sentieri.

2.18. – 2.19. – 2.20. “Ci sono alcuni asceti e bramani che dichiarano che l’origine dei fenomeni sia dovuta all’alterazione del piacere … dichiarano che l’origine dei fenomeni sia dovuta all’alterazione della mente … dichiarano che l’origine dei fenomeni sia dovuta al cambiamento … Ma io comprendo l’origine dei fenomeni e non solo, perché ho realizzato la suprema conoscenza. E non sono dominato da questa conoscenza, e non essendo dominato ho realizzato l’estinzione, da cui il Tathagata non può cadere in pericolosi sentieri.

2.21. ‘Ed io, Bhaggava, che insegno e dichiaro queste verità vengo calunniato da alcuni asceti e bramani, falsi, vani e bugiardi: “L’asceta Gotama dichiara il falso, e così anche i suoi monaci. Egli ha dichiarato che chi ha raggiunto la liberazione detta “Splendida” trova ogni cosa repellente.” Ma io non ho detto questo. Ciò che ho detto è che chi raggiunge la liberazione detta “Splendida”, comprende ciò che è puro e splendente.’ ‘Invece, Signore, nel falso sono coloro che accusano il Signore ed i suoi monaci di essere falsi. Sono così deliziato dalle parole del Signore che sono certo che il Signore mi insegnerà a raggiungere e a dimorare nella liberazione detta “Splendida”.’ ‘Sarà difficile per te, Bhaggava, che sei di altra dottrina, di altra fede e credenza, che segui un’altra disciplina e altri maestri raggiungere e dimorare nella liberazione detta “Splendida”. Devi duramente sforzarti, acquistare fede in me, Bhaggava.’
‘Signore, anche se sarà difficile per me raggiungere e dimorare nella liberazione detta “Splendida”, avrò sempre fede nel Sublime.’
Così parlò il Sublime, e Bhaggava l’asceta errante si deliziò e si rallegrò alle parole del Sublime.