Il BUDDHISMO
brani tratti da: La meditazione buddista, Amadeo Solè-Leris, Mondadori Oscar 1988, pag.9-22, Introduzione
Per
cominciare, bisogna subito chiarire che il buddismo non è in realtà
un "ismo". La stessa parola "buddismo" è un termine
coniato e usato in origine dai non buddisti come una comoda etichetta. Gli
stessi “buddisti” dicono con maggior precisione di seguire e praticare
il Buddha sasana e il Buddha dhamma, la dottrina e l'insegnamento dell'Illuminato,
un insegnamento il cui cuore è, precisamente, la pratica della meditazione.
Ciò si spiega col carattere pratico e concreto di questo insegnamento
che, deliberatamente, lascia da parte considerazioni metafisiche e teologiche
per concentrarsi su ciò che ognuno di noi può e deve fare da
solo, qui e ora (dal momento che nessun potere umano o sovrumano può
farlo per un altro), per chiarire e riorganizzare i processi mentali e raggiungere
così l'esperienza piena ed esatta della vera natura delle cose, cioè
di quello che i filosofi amano chiamare “realtà”.
La meditazione “buddista” non significa pertanto che si deve iniziare
accettando ciecamente certe credenze prima di poterla praticare o che si devono
compiere specifici rituali o cerimonie da cui può dipendere l'efficacia
della meditazione stessa.' Significa, abbastanza semplicemente, praticare
le tecniche dell'educazione mentale sperimentate e insegnate dal Buddha in
prima persona, che non richiedono nessun impegno preliminare nei confronti
di una religione organizzata. Per illustrare questo aspetto fondamentale,
citerò un passo dal Codice della disciplina, che viene dato a ogni
studente che inizia a frequentare un moderno centro in cui si insegna la meditazione
vipassana:
L'intero sentiero (dhamma) è un rimedio universale per i problemi universali
e non ha niente a che fare con nessuna religione organizzata né col
settarismo. Può essere perciò praticato liberamente da tutti,
senza pregiudizi di razza, casta e religione, in qualsiasi luogo, in qualsiasi
momento, e risulterà egualmente benefico per il singolo e per tutti.'
[...]
Per prima cosa ci si deve porre di fronte al problema reale senza i soliti
equivoci e senza tergiversare: la transitorietà di "tutti gli
elementi dell'essere". Ovvero si deve afferrare il fatto che assolutamente
tutte le cose, che formano questo mutevole e molteplice universo e che sperimentiamo
con i nostri sensi e le nostre menti, sono transitorie ed effimere. Ogni cosa,
prima o poi, decade, cambia e scompare, compresi noi stessi. E' per via della
riluttanza, in noi profondamente radicata, a fronteggiare tutte le implicazioni
di questo fatto fin troppo ovvio, che ci ostiniamo a restare legati alle cose
che apprezziamo – piacere, salute, ricchezza, felicità, la vita
stessa – mentre esse ci scivolano via, inevitabilmente, tra le dita.
Desideriamo ardentemente una stabilità e una permanenza che non si
possono trovare in nessuna parte del mondo, e questo desiderio insoddisfatto
genera l'ansia caratteristica della condizione umana "non illuminata".
È ovvio che, una volta riconosciuto questo fatto in sede intellettuale,
il passo successivo sia di vedere come uscire da questa situazione impossibile.
La soluzione del Buddha non consiste nel consolarci con la speranza di una
eterna e beata vita futura (che non abolisce il desiderio e la bramosia ma
semplicemente sostituisce gli oggetti presenti in questa vita con un ipotetico
oggetto futuro), bensì nel fare, qui e ora, qualcosa di specifico,
lavorando su noi stessi per mezzo delle tecniche di sviluppo mentale, che
egli stesso ha perfezionate, cioè praticando la meditazione. Questo
è il compito in cui dobbiamo "perseverare con ardore".
L'insegnamento del Buddha
La prima cosa da ricordare è che il cuore dell'insegnamento del Buddha
è la pratica della meditazione. In altre parole, è un insegnamento
pratico su ciò che si può fare in termini concreti per progredire;
non è un esercitarsi in speculazioni metafisiche o costruzioni teologiche.
(...)
Le quattro nobili verità
Esse sono:
- La verità della sofferenza;
- La verità dell'origine della sofferenza;
- La verità della cessazione della sofferenza;
- La verità della via che conduce alla cessazione della sofferenza.
La sofferenza (dukkha)
“La nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza,
la morte è sofferenza; tristezza, lamenti, dolore fisico e mentale,
angoscia sono sofferenza; la separazione da ciò che piace è
sofferenza; non poter avere ciò che si desidera è sofferenza.”
Digha Nikaya 22
[...]
Deve essere chiaro che questa prima verità non nega l'esistenza di
esperienze piacevoli, ma semplicemente attira l'attenzione sul fatto che,
anche nel colmo del piacere e della felicità, non siamo mai completamente
liberi da disagio e malessere. I piaceri sono fluttuanti, la felicità
è effimera (come non solo il Buddha, ma tutti i maestri religiosi o
i filosofi ci ricordano sempre) e il loro godimento è offuscato da
questa cognizione. Inoltre, riflettendo con maggior attenzione, quante volte
possiamo dire, nel corso della nostra ordinaria esistenza quotidiana, che
stiamo godendo di un attimo di felicità perfetta, pura, o di benessere?
Quante volte possiamo dire di essere completamente liberi da tutto ciò
che non ci piace, che abbiamo tutto ciò che ci piace, che i nostri
desideri, costantemente complessi e fluttuanti, si sono del tutto acquietati?
E quanto spesso accade (per fare degli esempi banali, ma non per questo meno
significativi) che pizzichi il naso, o formicoli un piede, o il sole batta
negli occhi, o che ci si ricordi della bolletta dell'elettricità non
pagata proprio nel bel mezzo di un'esperienza esaltante?
Il malessere, nel senso pieno del termine, è universale: non siamo
mai costantemente a nostro agio nel mondo così come lo sperimentiamo;
non siamo a nostro agio con noi stessi. È quindi vero che, considerando
la cosa senza illusioni, vivere è soffrire. Tutte le filosofie e le
religioni condividono questa convinzione. Le divergenze iniziano quando si
comincia ad analizzare le cause di questo malessere e a cercarne dei rimedi.
Su questo punto la risposta del Buddha è straordinaria nella sua semplicità
e franchezza: soffrire è volere, cioè avere bisogni e quindi
desiderare qualcosa che non si ha.
L'origine della sofferenza (dukkha samudaya)
L'origine di tutta la sofferenza, del disagio e del malessere è infatti
"il desiderio, che porta alla rinascita, ed è accompagnato da
piacere e bramosia, poiché rende piacere a questo e a quello"."
[...]
Il Buddha lo dice in questo modo:
"Si vede un oggetto visibile, se è piacevole se ne è
attratti, se è spiacevole se ne è respinti. La stessa cosa avviene
con suoni, odori, sapori, contatti corporei e oggetti mentali [cioè
pensieri, atti di volontà, emozioni ecc.]; se sono piacevoli se
ne è attratti, se sono spiacevoli se ne è respinti... Chi vive
in questo modo, influenzato da ciò che piace e da ciò che non
piace, ogni volta che sperimenta una sensazione` — piacevole, spiacevole
o neutra — reagisce apprezzando il piacere, ne gioisce e vi si attacca....
e così il desiderio del godimento sorge in lui. E il desiderio di godere
causa attaccamento."
[...]
Ciò che chiamiamo mondo, oggetti materiali, anima, la vita stessa,
è una complessa rete di fenomeni transitori in continuo cambiamento,
completamente privi di qualsiasi essenza durevole o di un'identità
permanente. Ecco perché il Buddha disse che le tre caratteristiche
di base dell'esistenza sono l'impermanenza (anicca), il non-sé
o assenza di un'entità, o sé permanente (anatta), e
la sofferenza (dukkha). L'ultima è il corollario delle altre
due; finché, nella nostra ignoranza (avijjá) della
natura effimera delle cose, persistiamo nell'attaccarci a esse, la frustrazione
sarà inevitabile. È come versare dell'acqua in un setaccio e
aspettarsi che ci rimanga. La percezione non corretta, che considera permanente
ciò che è transitorio, è la radice dell'attaccamento;
ci attacchiamo perché lo vogliamo. Ciò che vogliamo è
immateriale; sia che vogliamo ottenere o mantenere qualcosa che ci piace,
sia che vogliamo evitare qualcosa che temiamo, o rifiutare qualcosa che non
ci piace; è sempre un volere. Letteralmente, soffriamo perché
vogliamo.
La cessazione della sofferenza (dukkha nirodha)
Ora, se soffriamo perché lo vogliamo, è ovvio che se non vogliamo
non soffriamo. Certo è molto più facile dirlo che farlo. Il
proporsi semplicemente: "Non voglio soffrire", peggiora la situazione.
Infatti, tale proposito non è che un esempio evidente di quel desiderio
e di quell'attaccamento che si dovrebbe cercare di eliminare, poiché
è semplicemente un'espressione del desiderio di non soffrire e dell'attaccamento
al benessere e alla felicità. Ecco perché il Buddha disse: "Il
completo cessare e svanire del desiderio, l'abbandonarlo, il rinunciarvi,
la liberazione e il distacco da esso: questa è chiamata la nobile verità
della cessazione della sofferenza". (...) E per mezzo dell'osservazione
attenta di ciò che esiste realmente che viene gradualmente dissipata
l'illusione che ci fa percepire ciò che è effimero e transitorio
come permanente e durevole. La liberazione consiste nello sperimentare e nel
vedere che non c'è, letteralmente, nulla di cui preoccuparsi.
Questa osservazione consapevole è la meditazione. Ma, di certo, non
significa sedersi da qualche parte e dirsi di punto in bianco: "Ora mi
metto a meditare" senza un training preparatorio. Per prima cosa, la
meditazione richiede una certa destrezza nell'usare le nostre facoltà
mentali in modo specifico e, come tutte le altre abilità, deve essere
imparata. In secondo luogo, cosa ancor più importante, la meditazione
è parte integrante di tutto un modo di vita e, a meno che non venga
sviluppata come parte di tale modo di vita, non condurrà all'esperienza
dell'illuminazione e della liberazione, ma, nel migliore dei casi, rimarrà
un mero gioco o una forma di evasione, mentre, nel peggiore, può diventare
un pericoloso traviamento dei poteri della mente. Da qui la quarta verità,
con cui il Buddha mostrò l'appropriata condotta di vita.
La via che conduce alla cessazione della sofferenza (dukkha nirodha gamini
patipada)
L'analisi del problema e di quale ne sia la causa, è seguita, in questa
quarta e ultima verità, dal rimedio: un modo di vita purificato da
una ragionevole disciplina morale (sila), e dedicato al raggiungimento
della sapienza (pañña) mediante il metodico esercizio
della concentrazione mentale (samadhi)" applicata all'osservazione
attenta, ossia alla pratica della meditazione.
(...)
Riguardo alla necessità di una disciplina morale, le indicazioni del Buddha esemplificano la sobrietà del suo approccio, che è una sua peculiare caratteristica. La via del Buddha è la Via di mezzo, che evita eccessi ed esagerazioni, e richiede buonsenso e moderazione in ogni cosa. Certamente, ci devono essere disciplina e autocontrollo, ma non ascetismo eccessivo o automortificazione.
(...)
La Via di mezzo del Buddha è la via dell'equilibrio e della moderazione.
A fini pratici è esposta nella famosa formula del nobile ottuplice
sentiero, così detto perché suddiviso in otto fattori:
Retta visione – formarsi una giusta opinione sulle cose e acquisire
una comprensione corretta;
Retto proposito – spesso definito "retto pensiero"
o retto tipo di intenzione, basato su una corretta comprensione della situazione.
Questi due costituiscono la saggezza.
Retto discorso – astenersi dalla menzogna, dai pettegolezzi
maliziosi, dalle ingiurie ecc.;
Retta azione – astenersi dal fare cose che sono dannose per
gli altri o per sé;
Retto modo di vita – non procurarsi da vivere con mezzi immorali
o illegali.
Queste tre formano la virtù o moralità.
Retto sforzo – perseveranza ed energia nel coltivare la presenza
mentale e la concentrazione;
Retta presenza mentale – l'osservazione attenta e imparziale
di tutti i fenomeni per percepirli e sperimentarli come sono in realtà,
senza distorsioni emotive o intelletuali;
Retta concentrazione – la concentrazione mentale essenziale
per calmare la mente e affinare la percezione. Queste tre costituiscono la
concentrazione meditativa.