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La potenza della mente

Il Buddhismo come fonte di eterna giovinezza.

“Strane cose, apparentemente in contrasto con tutte le leggi naturali conosciute, vengono a più riprese raccontate dai pochi viaggiatori che sono riusciti ad entrare in stretto contatto con il ‘Tibet e con i suoi abitanti”, osservava lo scrittore tedesco Theodore Illion negli anni ’30. Tali racconti di realizzazioni miracolose e di misteriosi segreti affascinò a tal punto il viaggiatore di origine tedesca, che egli stesso si mise in viaggio verso il Tibet a metà degli anni ’30. Voleva vedere con i suoi occhi, incontrare i leggendari eremiti che vivevano nelle grotte, assistere di persona agli strani e miracolosi fenomeni di cui aveva letto.
(…)

Illion conobbe e frequentò per cinque giorni un uomo simile, un eremita che dimostrava circa 30 anni, sebbene la sua vera età, come affermò, fosse di 90. Un giorno, durante un esercizio da effettuarsi in due, Illion afferrò il corpo dell’uomo. “Era elastico e flessibile come quello di un ragazzo di 19 anni”, egli scoprì.
L’uomo disse a Illion che mangiava pochissimo e assai di rado e che digiunava per la maggior parte del tempo. “E’ per questo allora che sembri così giovane”, gli chiese Illion. “No”, replicò l’eremita. “Ciò che mi mantiene giovane è l’essere libero dai veleni della paura, della preoccupazione e dell’ansia”. Una delle chiavi di questa elastica longevità è l’arte del rilassamento, spiegò l’eremita.

Non si tratta della lussuria di una confortevole poltrona, ma della tranquillità della mente che non indulge a preoccupazione, paura o ansia, disse a Illion. Bisogna trovare questo stato di rilassamento psichico, proprio dell’essere piuttosto che dell’avere. Quando si cerca sempre di ottenere qualcosa, ci si mette in uno stato di contrazione, sia mentale che fisica. Una vita di continue contrazioni invecchia mente e corpo e pone termine da ultimo alla
vita stessa.
E, cosa più importante, continuò l’eremita, per rimanere giovani, bisogna sentirsi giovani. La vitalità giovanile non è qualcosa che si possa ottenere mediante delle mere pratiche. Se si è vecchi nel cuore, se si sente e si agisce da vecchi, ben presto seguirà la vecchiaia fisica, a prescindere da diete o pratiche. E neppure si può ottenere la gioventù perpetua bevendo qualche elisir d’immortalità.
Per ottenere una tale vitalità, bisogna innanzi tutto compiere uno sforzo interiore di volontà e modificare davvero la propria mente e le proprie prospettive. La gioventù rappresenta principalmente una qtialità mentale e la libertà dai modi consueti di pensare e di vivere.

I Cinque Tibetani, vol. II (applicazioni pratiche del manuale di Peter Kelder), Ed. Mediterranee pp. 35/37

Charles Darwin

Un altro buddhista inconsapevole.

“La compassione e l’empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa ricevere in dono.”

Giacomo Leopardi

“La felicità dell’uomo non è quella ultraterrena, ma è una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi … una felicità insomma di questa vita … Ma tale aspirazione è destinata ad essere insoddisfatta, perché la natura dell’uomo comporta malattie, vecchiaia, fugacità del piacere.”

La condizione della donna

Durante la sua predicazione, il Buddha sostenne sempre una fondamentale misoginia, al pari di tutti i filosofi dell’antichità.
La donna era vista come una fonte di tentazione del tutto incompatibile con la vita ascetica; essa ovviamente non veniva condannata come persona, ma piuttosto come potere di seduzione che porta a quell’attaccamento per la vita che, attraverso le generazioni, perpetua la condizione di “essere nel mondo” e vincola, di conseguenza, l’individuo al suo dolore, alla sua cieca ignoranza, alla ruota delle rinascite.
Poiché l’amore e l’unione sessuale sono – secondo Buddha – le forme più primordiali in cui si manifesta la sete di vita, il Buddismo classico non poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al Nirvana: l’unica condizione, per una donna, era quella di estinguere in sé tutto ciò che è femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare un pensiero maschile al fine di poter rinascere come “uomo”.
Solo dopo molte discussioni e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere le donne fra i suoi discepoli, in comunità ovviamente separate, soggette a regole analoghe e, in più, alla sorveglianza da parte dell’abate della più vicina comunità monastica maschile, con l’obbligo inoltre di obbedire ai monaci maschi di qualunque età. A queste condizioni era possibile anche per loro raggiungere il Nirvana.
Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col tempo, fino al punto che si è cominciato a produrre, sul piano artistico, delle figure mitiche del Buddha con aspetti femminili.
Va detto tuttavia che il Buddismo non interviene negli aspetti della quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali della vita, come il matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si basano sempre su usanze locali.
Le regole di condotta previste dal Buddismo per la vita matrimoniale sono essenziali, basate sostanzialmente sul buon senso e quindi praticabili da chiunque.

L’importanza della pratica

E’ importante studiare i testi, ma è molto più importante praticare perchè si fa esperienza di ciò che è stato letto. Per esprimere meglio questa verità riporto le parole del Maestro di meditazione U Ba Khin.

“C’è una istruttiva storiella in India per chiarire questo concetto. Una volta un giovane professore stava compiendo un viaggio per mare. Era un uomo assai colto, pieno di titoli accademici, ma con poca esperienza della vita. Nell’equipaggio della nave su cui stava viaggiando c’era un vecchio marinaio analfabeta. Ogni sera il marinaio faceva visita al giovane professore nella sua cabina per ascoltarlo dissertare su diversi argomenti. Era molto impressionato dalle conoscenze del giovane professore. Una sera, mentre il marinaio stava lasciando la cabina, dopo alcune ore di conversazione, il professore gli chiese: “Dimmi, hai mai studiato la geologia?”.
“Che cos’è?”.
“La scienza della terra”.
“No, signore, non sono mai stato a scuola”.
“Allora hai proprio sprecato un quarto della tua vita”.
Il vecchio marinaio se ne andò rattristato. “Se una persona così istruita dice questo, certamente deve essere vero”, pensava. “Ho sprecato un quarto della mia vita!”.
La sera seguente di nuovo, mentre il marinaio stava per lasciare la cabina, il professore gli chiese: “Dimmi, hai mai studiato l’oceanografia?”. “Che cos’è, signore?”.
“La scienza del mare”.
“No, non ho mai studiato niente”.
“Allora hai sprecato metà della tua vita”.
Il vecchio se ne andò, ancora più triste: “Ho sprecato metà della mia vita, così dice quest’uomo tanto istruito”.
La sera seguente, ancora una volta il giovane professore chiese al vecchio marinaio: “Dimmi, hai mai studiato la meteorologia?”. “Che cos’è? Non ne ho mai sentito parlare”. “Ma come? È la scienza del vento, della pioggia, del tempo”. “No, non sono mai stato a scuola. Non ho mai studiato”. “Non hai mai studiato la scienza della terra in cui vivi, non hai mai studiato la scienza del mare su cui ti guadagni da vivere, non hai mai studiato la scienza del tempo che incontri ogni giorno? Vecchio, hai sprecato tre quarti della tua vita”.
Il marinaio era molto infelice: “Quest’uomo istruito dice che ho sprecato tre quarti della mia vita! Deve essere senz’altro vero”.
Il giorno seguente, fu il turno del vecchio marinaio. Arrivò correndo nella cabina del giovane e urlò: “Signor professore, avete studiato nuotologia?”.
“Nuotologia? Che vuoi dire?”.
“Sapete nuotare, professore?”.
“No, non so nuotare”.
“Professore, avete sprecato tutta la vostra vita! La nave ha urtato contro una roccia e sta affondando. Quelli che sanno nuotare possono raggiungere la spiaggia vicina, ma quelli che non sanno nuotare annegheranno. Mi dispiace signor professore, avete sicuramente sprecato tutta la vostra vita”.

Potete studiare tutte le logiche, tutte le teorie del mondo, ma se non imparate la nuotologia, tutti i vostri studi saranno inutili. Potete leggere e scrivere libri sul nuoto, potete dibattere sui suoi sottili aspetti teorici, ma come vi può aiutare tutto questo, se vi rifiutate di entrare in acqua di persona? Dovete imparare a nuotare.

Sayagyi U Ba Khin, Il tempo della meditazione vipassana è arrivato, Ubaldini Editore, pag. 170/171