A causa di una inadeguata conoscenza della Dottrina dell’Illuminato, numerose inesattezze riguardo ad essa sono diffuse attualmente fra gli Europei. Sfortunatamente oltretutto, è stata data, da parte di religioni fondate su principi dottrinali ben diversi, una descrizione di esso del tutto priva di fondamento, alcune volte deliberata, altre dovuta alla ignoranza del particolare trascendentalismo che fa del Buddhismo più una filosofia che una religione, sebbene esso sia — alla fine — en¬trambe le cose.
Come filosofia, ed anche come scienza della vita, il Buddhismo risulta più completo di qualsivoglia sistema filosofico o scientifico mai sviluppato in Occidente; esso abbraccia, difatti, la vita in tutte le sue innumerevoli manifestazioni attraverso tutti i possibili stadi dell’esi¬stenza che vanno dalla più primitiva delle creature sub-umane fino a esseri più progrediti, secondo parametri evoluzionistici, dell’uomo. In altre parole il Buddhismo concepisce la vita come un unico complesso inscindibile, senza principio e senza fine.
Esso rifiuta il fallace ragionamento secondo cui una cosa come l’anima, come è intesa dalla credenza popolare cristiana, possa, senza essere esistita prima della sua espressione in un corpo umano, conti¬nuare a esistere dopo la morte del corpo, tanto in uno stato di felicità che di sofferenza, per sempre. Al contrario il Buddhismo afferma che ciò che ha inizio nel tempo deve inevitabilmente finire nel tempo.
Secondo il Buddha, la credenza che l’anima (atma in sanscrito) come essenza spirituale individualizzata per l’eternità, immutabile e in¬dissolubile, sia immortale, anche se la sua presenza può essere ammessa logicamente, psicologicamente incatena l’uomo e lo rende schiavo
dell’interminabile ciclo delle nascite e delle morti.
Solo quando l’uomo supera codesta credenza, in virtù della Giu¬sta Conoscenza, può allora arrivare la Liberazione. E la Liberazione, o Nirvana, è conseguenza del superamento della limitata coscienza umana e del raggiungimento della coscienza sopramondana.
Per la maggior parte degli Europei e degli Americani il credere maggior degl
Per la maggior parte degli Europei e degli Americani il credere nell’immortalità, quando ciò si verifica, si poggia quasi del tutto su di una sorta di predisposizione ereditaria nei confronti della teoria ani¬mistica dell’anima; per essi dunque, e non potrebbe essere altrimenti, l’affermazione buddhista, secondo cui è inammissibile la teoria di un io individuale eternamente durevole e per sempre separato da tutti gli altri io, sembra equivalere ad una assoluta negazione di un essere cosciente.
Questo problema dell’anima o non-anima (o in sanscrito, atma o anatma), che costituisce nel complesso il più arduo e sconcertante tra tutti i problemi della psicologia buddhista, si può forse esemplificare facendo ricorso alla seguente similitudine:
Un uomo a settant’anni non è il fanciullo che era a dieci anni, né il fanciullo di dieci anni era l’uomo che sarebbe diventato a 70 anni. Fra i due sussiste, non di meno, una continuità di coscienza. Similmente, il vecchio non è il bambino che sarà quando verrà a nuova vita, pur tuttavia tra i due sussiste un nesso di causalità malgrado manchi una identità di personalità. C’è, tuttavia, questa differenza: tra il vecchio e il fanciullo sussiste normalmente una continuità di memoria; tra il bambino della nuova nascita e il vecchio c’è, al contrario, eccettuate condizioni straordinarie dovute alla pratica yogica, una più o meno totale soluzione di continuità della memoria per quanto riguarda la coscienza mondana, non però nel subconscio, che, secondo il nostro punto di vista, rappresenta un aspetto microcosmico della coscienza macrocosmica (o sopramondana).
(……….)
L’unico scopo supremo dell’intero Dharma (o Dottrina), è, come il Buddha stesso volle sottolineare, raggiungere la ‘Liberazione della Mente’:
`E pertanto, cari discepoli, la ricompensa per la Santa Vita non è costituita dalle elemosine, dall’onore, dalla fama, come neppure dalle virtù dell’Ordine, né dalla beatitudine del samadhi, né dalla tranquillità interiore, bensì dalla ferrea, inalterabile Liberazione della Mente. Questo, cari discepoli, è lo scopo della Santa Vita, questa è la meta princi¬pale, questo è il fine”.
La ‘Mente’ in questo contesto va intesa come avente riferimento all’aspetto microcosmico della mente macrocosmica. E codesta ‘Libera¬zione della Mente’ implica, come è stato suggerito sopra, la vittoria sull’Ignoranza; ovvero, la trascendenza su tutto ciò che costituisce il complesso contenuto della mente mondana (o coscienza), che è soltanto il riflesso illusorio della mente sopramondana (o coscienza), o, secondo il linguaggio dei testi, della mente quando ha raggiunto il Vero Stato, che non ha avuto né inizio né forma, dell’Illuminazione Nirvanica. La continuità causale della mente mondana sottintende pertanto ad un principio non individuale sopramondano.
(……..)
Da questo punto di vista, dunque, il Buddhismo è fondamentalmente un sistema di yoga applicato praticamente; e il Buddha ha sempre affer¬mato che tale disciplina yogica farà sì che ‘l’uomo’ comprenda che la sua essenza non è né il corpo né le facoltà mentali del corpo, ma che esse insieme non sono altro che meri strumenti, per cui colui che fa giusto uso di essi raggiunge la più sublime delle realizzazioni yogiche.
Tre queste numerose realizzazioni, o siddhi, il Buddha si sofferma a spiegare il siddhi di ricordare le esistenze passate,’ di trascendere alla fine tutti gli stati di essere condizionato; e quello di divenire così, come l’Arhant, un Conquistatore dell’intero Samsara, con le sue numerose stazioni di esistenza, attraverso cui, secondo le parole dei Saggi del Mahayana, il Conquistatore può, se così vuole, ‘vagare libero, come vaga un leone sfrenato sui contrafforti montani’, e sempre in possesso di una ininterrotta continuità di coscienza.’ E codesto linguaggio figura¬to implica che non esiste uno stato concepibile di evoluzione; e che il Cosmo stesso è eternamente soggetto a ri-nascere e ri-morire, di cui l’Unica Mente è il Sognatore, la Fonte, e il Sostenitore.
tratto da: W.Y. Evans-Wentz, Lo yoga tibetano e le dottrine segrete, Ubaldini ed. Roma pp.15/19
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