I profani generalmente ritengono che i buddisti credano nella reincarnazione dell’anima ed anche nella metempsicosi. Questo è un errore. Il buddismo insegna che l’energia prodotta dall’attività mentale e fisica di un essere porta, una volta che l’essere è stato dissolto dalla morte, alla comparsa di nuovi fenomeni mentali e fisici.
Esistono sottili teorie intorno a quest’argomento e sembra che i mistici tibetani siano andati più in profondità di molti altri buddisti.
Ma in Tibet, come d’altro canto dovunque, i punti di vista dei filosofi sono compresi solo dai privilegiati. La massa sebbene ripeta il credo ortodosso: « tutti gli aggregati sono non permanenti: non esiste `io’ nella persona », la massa, dicevo, crede nel modo più semplice, ad una indefinita entità che peregrina da mondo a mondo assumendo diverse forme.
Le idee dei lamaisti riguardo alla condizione dell’uomo dopo la sua morte differiscono da quelle sostenute dai buddisti dei paesi del sud: Ceylon, Burma, Siam. Essi affermano che trascorre un certo tempo tra la morte di un uomo e la sua rinascita in una delle sei specie riconosciute di esseri animati.
Queste sei specie sono rispettivamente: 1° gli dei; 2° i non-dei, sorta di Titani; 3° gli uomini; 4° i non-uomini, comprendente geni, spiriti, fate, ecc., alcuni di carattere benevolo, altri malvagio; 5° gli animali; 6° gli yidag, esseri mostruosi perpetuamente tormentati dalla fame e dalla sete, e gli abitanti dei diversi purgatori sottomessi a crudeli sofferenze.
Nessuna di queste condizioni è eterna. La morte sopravviene per tutti, per gli dei come per gli infelici che gemono nei purgatori, e la morte è seguita da una rinascita, sia nella stessa classe di esseri, sia in una classe diversa.
Secondo la credenza popolare, la classe di esseri nella quale uno rinasce e le maggiori o minori condizioni di felicità nelle quali uno si troverà, dipendono dalle buone o cattive azioni compiute nella precedente esistenza.
I lama più illuminati insegnano che l’uomo, o qualunque altro essere vivente, con i suoi pensieri e le sue azioni crea affinità le quali ovviamente portano ad un genere di esistenza in armonia con quelle stesse affinità.
Altri dicono che per via delle sue azioni e soprattutto per via della sua attività mentale l’uomo modifica il suo essere e perciò acquista le caratteristiche di un dio, di un animale o di ogni altro genere di essere.
Questi punti di vista differiscono molto poco da quelli dei buddisti. Più originale è la seguente teoria lamaista.
In primo luogo, la grande importanza data all’intelligenza da certi buddisti della setta Mahayana, è ancora più accentuata dai lamaisti.
« Colui che conosce comportarsi può vivere bene anche all’inferno », è un detto popolare nel Tibet. E spiega più chiaramente di ogni definizione tutto ciò che i lama intendono per thabs, cioè il ‘metodo’.
Così mentre molti loro correligionari credono che il destino dei morti sia matematicamente fissato secondo la qualità morale di ogni individuo, i lamaisti asseriscono che colui il quale conosce il giusto ‘metodo’ può modificare in meglio il suo destino post-mortem e rinascere nella più gradevole condizione possibile. Dico la più gradevole possibile, perchè malgrado la fiducia negli effetti della loro abilità, il peso delle azioni passate rimane sempre, essi credono, una forza considerevole, così considerevole talvolta che tutti gli sforzi del defunto, o anche del taumaturgo che si interessa alla sua sorte, sono incapaci di fermare lo `spirito’ dal precipitare in una rinascita miserevole. Daremo un esempio di ciò un po’ più avanti.
Partendo dall’idea che il ‘metodo’, il `savoir-faire’, è di importanza essenziale, i lamaisti pensano che, all’arte di vivere bene, si deve aggiungere l’arte di morire bene e di cavarsi dai pasticci nell’altro mondo.
Si ritiene che gli iniziati versati nelle cose della mistica, conoscano cosa li aspetta quando muoiono, ed i lama dediti alla contemplazione hanno previsto ed esperimentato, nella loro vita, le sensazioni che accompagnano la morte. Essi perciò non saranno né sorpresi né turbati, quando la loro personalità presente si disgregherà, e ciò che deve continuare il suo cammino, entrando coscientemente nell’al di là, conoscerà già bene le strade e i sentieri e i luoghi dove conducono.
Che cosa è ciò che continua dopo che il corpo è divenuto cadavere? E’ una delle multiple `coscienze’ che i lamaisti distinguono. La coscienza dell’ ‘io’, o secondo un’altra definizione ’1a volontà di vivere’.
Userò il termine ‘spirito’ per indicare il viaggiatore di cui dobbiamo seguire le peregrinazioni nell’altro mondo. E’ vocabolo ben lontano dall’esprimere esattamente l’idea che i tibetani colti esprimono con le parole yid kyi rnampor sbespa; ha però il vantaggio di essere familiare agli occidentali e, davvero non c’è nelle lingue europee nessun’altra parola più di questa adatta.
Ho detto che, secondo i tibetani, un iniziato alla mistica è capace di conservare la mente lucida durante la disgregazione della sua personalità ed è possibile per lui passare da questo all’altro mondo, perfettamente cosciente di quello che gli accade.
Ne consegue che un siffatto uomo non ha bisogno dell’aiuto di nessuno durante la sua ultima ora, né di alcun rito religioso dopo la sua morte.
Questo — va messo in chiaro — non si può dire per le persone comuni. E dicendo comuni mortali, dobbiamo intendere chiunque, monaci o laici, non abbiano conoscenza della ‘scienza della morte’. Si tratta naturalmente, della maggior parte.
Il lamaismo non abbandona però questi ignoranti a loro stessi; in punto di morte e quando sono già morti, un lama insegna loro quello che non avevano imparato mentre erano in vita. Egli spiega loro la natura degli esseri e le cose come saranno durante il trapasso; li rassicura e, soprattutto, li guida nella giusta direzione.
Il lama che assiste un moribondo vigila per impedirgli di dormire, svenire o entrare in coma. Gli segnala le successive partenze delle diverse ‘coscienze’ che animavano i suoi sensi: coscienza degli occhi, del naso, della lingua, del corpo, dell’orecchio, cioè la graduale perdita della vista, dell’olfatto, del gusto, del tatto, dell’udito. Nel corpo, ora insensibile, il pensiero deve rimanere attivo e attento al fenomeno che si viene compiendo.
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Certi lamaisti asseriscono, che immediatamente dopo che lo ‘spirito’ ha rotto il suo legame con il corpo, ha l’intuizione, rapida come un baleno, della Realtà Suprema. Se può afferrare quella luce egli diviene definitivamente libero dal ‘circolo’ di successive nascite e morti. Perché ha raggiunto il nirvana.
Questo avviene però raramente. Ordinariamente lo ‘spirito’ rimane abbagliato da quella luce immediata, e di fronte ad essa indietreggia, risospinto dalle sue false concezioni, il suo attaccamento all’esistenza individuale ed ai piaceri dei sensi. Oppure gli sfugge il significato di quello che ha visto, proprio come un uomo, che distratto dalle sue preoccupazioni, non si rende conto di quanto sta accadendo attorno a lui.
L’uomo comune che è morto in un momento in cui aveva già perso la conoscenza; non capisce con immediatezza che cosa è accaduto quando riprende coscienza. Per parecchi giorni egli ‘parlerà’ con la gente che abita in quella che fu la sua dimora, e si meraviglierà che nessuno gli risponda o si renda conto della sua presenza.
Alexandra David-Neel, Mistici e maghi del Tibet, Astrolabio, pagg. 30/33
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